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«Ho fatto 30 mestieri, la mia tv viene dalla strada»

È l’anima severa dello show di maggior successo della televisione italiana. Teo Mammucari a Tú sí que vales, terza stagione di fila. Gli ascolti sono da sballo. 5 milioni abbondanti di telespettatori, share tra il 29 e il 30%, roba che nessuno si sogna più da quando la tv generalista è accerchiata dalle piattaforme multinazionali, dalle streaming tv e dai tanti canali nativi digitali. Nel sabato sera di Canale 5 si esibiscono comici, cantanti, maghi, acrobati. Il pubblico e i giudici promuovono o bocciano. Prevalentemente promuovono. In una giuria composta da Maria De Filippi, deus ex machina del programma, Gerry Scotti e Rudy Zerbi, Mammucari è l’elemento scafato, schietto, cinico e sanamente borgataro della situazione. Un romano fra tre lombardi, il più pop di tutti, senza tante indulgenze. «Io dico quello che penso pure se il pubblico mi contesta. Sono pagato per questo. Sarebbe più semplice dire sì a tutti. Ma credo che Maria mi abbia preso perché sono imprevedibile, magari inopportuno. Però, vabbé». Cinquantaquattro anni, statura da centrale difensivo, espressione da pesce in barile, Mammucari mi riceve all’undicesimo piano di un grattacielo in zona Porta Nuova a Milano, casa arredata con eleganza e opere d’arte di valore. A Milano vive la figlia Julia (avuta dalla ex velina Thais Wiggers ndr), che Teo adora. Per starle vicino si è piazzato bene… «Ma questo è il mio secondo lavoro», sottolinea. «Non butto i soldi in cazzate. Da sempre li investo in appartamenti, a Roma e altrove. Chi fa il nostro mestiere deve avere pronta un’alternativa per quando, da un momento all’altro, la luce potrà spegnersi». Chi l’avrebbe detto? Teo Mammucari, l’intrattenitore un po’ cialtrone di Libero, Distraction, Scherzi a parte, Cultura moderna, Le Iene con Ilary Blasi e tutto il resto. Invece.

Perché Tú sí que vales ha tutto questo successo?

«Perché è un talent internazionale, con un cast composto da artisti come Iva Zanicchi, Gerry Scotti, Maria De Filippi, Belén Rodriguez, Rudy Zerbi. E poi c’è lo spettacolo con talenti provenienti da tutto il mondo. È un mix di esibizioni e goliardia che abbraccia i gusti di un pubblico largo. Uno show pieno di emozioni, pensato da Maria e gestito con maestria da Sabina Gregoretti, capo degli autori».

Lei fa il guastafeste? In una puntata ha bocciato due mentalisti attirandosi le critiche di Zerbi.

«I giochi di prestigio sono sempre gli stessi. Ogni tanto c’è una novità, ma può sfuggire qualcosa di banale anche a un professionista. Ne parlo con cognizione di causa, avendo studiato a lungo da prestigiatore».

Racconti.

«Andavo alla scuola di Franco Silvi. Ho fatto serate e spettacoli, non solo per bambini. Poi ho dovuto scegliere una strada. Non si può fare il comico, il cantante, il mago, l’imitatore. Però, anche adesso, quando andiamo a cena, Rudy e Gerry mi chiedono di finire la serata con qualche giochino».

Quanto del suo successo è dovuto alla sua espressione, diciamo così, irriverente?

«Non saprei. Quando mi vedo allo specchio non mi sto neanche tanto simpatico. È vero, non si capisce mai di che umore sto. Ma la faccia racconta la mia vita».

Comicità che viene dalla strada?

«Dalla vita che ho fatto. Ci sono due possibilità: creare i comici in studio o portare in tv la gente comune».

Lei è di Velletri.

«Ma quale Velletri, sono del quartiere San Lorenzo di Roma… Le bufale di Wikipedia… Come quella del nome: non so dove abbiano trovato Teodoro Roberto Luis. Il mio nome è Teodoro, ridotto a Teo quando ho visto che artisticamente funzionava».

I suoi genitori?

«Mia madre lavorava in tintoria, mio padre era pavimentista».

La portava con lui?

«All’inizio sì. Ma da 18 anni in poi avrò fatto 30 mestieri, operaio, garagista, elettricista, imbianchino. E andavo ai provini. Arrivavo alla scuola di teatro con le mani che puzzavano di acquaragia. Ho fatto anche il pugile. Ho smesso quando mi hanno detto che mi sarei rotto il setto nasale… Non potevo fare il cabaret col naso storto».

Il suo obiettivo assoluto.

«Andare a teatro o in tv. Una volta spunta mia sorella: “Ho visto uno in un villaggio turistico che fa gli scherzi come te”. Si chiamava Fiorello, capito perché stava in fissa? Così me so’ dato ’na mossa. Vitto e alloggio garantito e 300.000 lire di stipendio».

Anche lei animatore turistico.

«Alla Valtur. Come Giulio Golia, Beppe Quintale… Per dieci anni».

Poi?

«Ho girato i locali, una serata qui una lì. Finché ho fatto il mio locale, il Gildo, che prima era un garage. Di giorno andavo nelle piazze a invitare la gente, la sera facevo lo spettacolo. Dopo un anno de ’sta vita, ha cominciato a riempirsi. Ci son passati tutti: Ficarra e Picone, Max Giusti, Enrico Brignano, Gabriele Cirilli, Enzo Salvi, anche Paolo Bonolis. Era una specie di Derby romano».

Lei cosa faceva?

«Gli scherzi, le gag del villaggio. Una sera viene Giovanni Benincasa, l’autore, e mi dice: andiamo a farlo in televisione. Così è nato Libero».

Aldo Grasso ha scritto che la sua è cafoneria.

«Se lo dice lui… Quando parliamo di calcio l’opinione di Arrigo Sacchi conta, ma credo che ci siano tanti modi di giocare a calcio».

La capacità di far divertire è un fatto genetico o una scuola?

«Credo un fatto genetico. Al bar o con le donne devi essere spontaneo. Io sono così anche nella vita privata. Poi certo, so stare in televisione. È una professione. Qualcuno può pensare che sia cinismo, ma non è così. Raimondo Vianello era cinico? E Paolo Villaggio? Una volta mi ha detto che gli ricordavo lui, le cose che faceva agli inizi. È stato uno dei più grandi complimenti che ho ricevuto».

Come diventò una iena?

«Davide Parenti mi aveva visto a I guastafeste dove facevo le candid camera. Mi chiama: ≤Ce l’hai un’idea?≥. “Certo che ce l’ho, ma sto sotto la doccia”. Ovviamente, non era vero. Esco di casa e in ascensore una donna mi toglie un capello dalla spalla… E se facessi le interviste togliendo la forfora dalla giacca dei vip? Così è cominciato tutto».

Gli scherzi di Libero erano veri o falsi?

«Mai fatto scherzi finti. Era tutto dal vivo, non c’era neanche lo scalda pubblico. Bene: una sera alla seconda edizione alzo il telefono e sento una voce strana, con l’accento napoletano come quello dei cameramen. Do lo stop e fermo tutto. Io amo la serietà nel lavoro, non ho bisogno di fingere. Anche perché fare scherzi finti è quasi più difficile che farli veri».

Mai più Libero?

«L’altro giorno ho incrociato Benincasa: “Perché non rifacciamo Libero?”. Sto da vent’anni a Mediaset, ho fatto programmi importanti. Se non mi proporranno niente d’interessante potrei pure rifarlo. Ma in Rai i direttori cambiano ogni tre anni. O c’è uno come Carlo Freccero, oppure… Una volta mi convocò Sergio Japino da Fabrizio Del Noce per parlare di un programma: “Ma chi lo fa ’sto programma?”. “Lo fa Teo Mammucari”, rispose Japino. Del Noce: “E chiamiamo ’sto Mammucari…”. Io stavo lì da un’ora».

Ai politici faceva domande incomprensibili.

«Improvvisavo la supercazzola. Facevo una lunga domanda senza dire niente. Mi ero accorto che i politici si preparano i discorsi, vanno in tv con il compitino studiato. Basta dirgli la parola giovani e si scatenano… Andavo davanti al Parlamento per dimostrare non solo che non ti ascoltano, ma che dicono quello che hanno deciso a prescindere».

Lo rifarebbe adesso?

«Non credo. Per la prima volta dopo 50 anni mi stanno piacendo i giovani che sono arrivati. Anche quando c’era Silvio Berlusconi non m’interessava con chi andava a letto, da Bill Clinton in giù tutti i politici si son dati da fare… M’interessavano i risultati che portava. Non sono esperto di queste cose, ma apprezzo le idee chiare e la caparbietà su alcuni argomenti. Questo mi mette un po’ di speranza. Non condivido tutto, ma si sente aria di pulizia. Non è il solito gruppo di politici».

Qual è il programma più interessante di questo periodo?

«Il più rivelatore è Uomini e donne. Svela il momento che stiamo vivendo in Italia».

Su chi o cosa imbastirebbe uno scherzo, una parodia, una presa in giro?

«C’è l’imbarazzo della scelta. Adesso sto scrivendo lo spettacolo per la tournée nei teatri in primavera. Racconterò la mia vita di cabarettista, i lavori, i sentimenti. Sarà Teo Mammucari Live, un one man show».

Perché non conduce più Le Iene?

«Al mio compleanno sono venuti Francesco Totti e Ilary. Lei mi fa: “Teo, devo fare il Grande Fratello Vip, ho pensato di prendermi una pausa dalle Iene”. Ci ho pensato: “Sai che c’è? Me la prendo anch’io una pausa”. Ne abbiamo parlato con Parenti, il rapporto è dinamico, si può rientrare».

Chi è per lei Davide Parenti?

«È il “killer dell’anima”. Quello che mi ha scioccato di lui è che lavora senza tempo. Non l’ho mai visto pensare alla sua vita o a sé stesso. Il giorno in cui deciderà di lasciare, Le Iene saranno orfane».

Maria De Filippi?

«Da lei ho imparato a parlare poco. Io la chiamo la suprema conservatrice perché ha la capacità di conservare l’energia e di farla esplodere a bassa voce, stupendo il pubblico per la sostanza delle cose che dice».

Antonio Ricci?

«È il maestro. Non a caso quando ci sentiamo o ci vediamo lo chiamo il guru. Sa qual è il più grande complimento che ho ricevuto in questi giorni?».

Sentiamo.

«Gerry Scotti che mi dice: “Se io e te facessimo Striscia la notizia ci divertiremmo un sacco”».

Chi è per lei Ilary Blasi?

«Una sorella. Un’amica del cuore che non vorrei mai perdere. In tv abbiamo un feeling particolare, sappiamo darle e prenderle. Con la Gialappa’s ho imparato anche a prenderle…».

Chi è Teo Mammucari in televisione?

«Uno che non somiglia a nessuno».

E fuori dalla televisione?

«Uno fragile con l’occhio furbo».

 

La Verità, 21 ottobre 2018

Rai al palo, La7 in riva al fiume, Iene con Travaglio

Ci sono serate in cui è impossibile limitarsi a recensire una singola trasmissione. L’idea è quella: dopo mesi di polemiche, Massimo Giletti debutta su La7 con Non è l’Arena contro Che tempo che fa di Fabio Fazio e la Rai, mamma e matrigna. Ci sono sere in cui è complicato scegliere, perché c’è sì, l’esordio conflittuale dell’ultimo esodato Rai, ma c’è anche Luigi Di Maio, fresco disertore del duello con Matteo Renzi, ospite di Fazio. E ci sono Le Iene ridens tra i due litiganti, con una puntata atomica: lo scherzo a Marco Travaglio e le rivelazioni di dieci attrici sulle molestie del regista Fausto Brizzi.

Giletti martella sul suo esordio a La7 da settimane. Ospitate ovunque, anche chez Maria De Filippi, tutti alleati contro il figlio viziato di Viale Mazzini. Domenica La7 ha schierato tutti i big per promuovere il nuovo affiliato, da Giovanni Minoli, il primo a credere in lui fin dai tempi di Mixer, che l’ha ospitato nel suo Faccia a Faccia (anticipato al pomeriggio), a Enrico Mentana pronto a condurre il tg (di domenica solo in occasione di elezioni), per intervistarlo a ridosso del via. Significativo lo scambio di battute: Giletti: «Sono qui per provare ad accendere La7 in tutto il Paese»; Mentana: «Ci proviamo anche con il tuo aiuto». Che Giletti sia sopra le righe è confermato dal monologo: «Quando uno entra in una tempesta spera solo di attraversarla e fare in fretta…». La porta sbattuta dell’ufficio di Orfeo, il film della carriera, il mestiere di «giornalista», scandito e sillabato. La Rai è riuscita a trasformare Giletti in un martire della censura. E «quel volpone di Cairo» (Fiorello nel video d’augurio) non ha perso l’occasione. Bisognerà vedere il rendimento di Non è l’Arena a lungo andare in prima serata. Su Rai 1 Fazio dialoga con Di Maio di legge elettorale, premier avversari, alleanze più o meno impossibili. Niente d’imperdibile o di diverso dal solito copione. Lo zapping si ferma su Italia 1 dove Davide Parenti, complice Alessandro Travaglio, ha ordito uno scherzo diabolico ai danni del padre Marco: «Papà, vado al Grande fratello vip». Grande televisione, vertice di goliardia. Una chicca tra le altre: «Ti danno solo 3000 euro? Ma neanche alla colf! Una cosa offensiva col cognome che porti». Ci sono serate in cui bisogna parlare di tre editori televisivi. Mediaset sarà anche «la feccia d’Italia» (Travaglio), ma con lucida ironia riesce a trasformare il suo reality più trash in un’arma intellettuale contro il suo più acerrimo nemico. La7 sta in riva al fiume a raccogliere e capitalizzare il successo dei fuoriusciti della Rai. La quale, invece, è sempre lì: ferma e immutabile.

La Verità, 14 novembre 2017

«Vent’anni di Iene, ma il meglio deve arrivare»

Il segreto di Davide Parenti è che è innamorato del suo lavoro. Lo fa con passione e senza risparmiarsi. Anche per questo, forse, sebbene domenica inizi la ventesima stagione, la pelliccia delle Iene è ancora nera e lucida. Parenti è un tipo complesso, sta dietro le quinte, è di sinistra e lavora da sempre a Mediaset. Ha pure l’erre francese che di solito è partner fisiologico di una certa supponenza. Invece, sarà perché siamo coetanei o perché incombe l’esordio stagionale, lo trovo disponibile e persino umile.

Vent’anni di Iene. La prima parola che le viene?

«Un bel miracolo».

La seconda?

«Abbiamo fatto un buon lavoro».

Che cosa glielo dice?

«Il fatto che ci siamo ancora, non tanti durano così a lungo. La share media dello scorso anno è stata del 10.4% su una rete che fa circa la metà. È come se su Rai 1 ci fosse un programma che fa il 40%».

C’è.

«Sì, il Festival di Sanremo, un evento. Noi andiamo in onda due volte la settimana. Su Canale 5 Barcellona Juventus fa il 25%, su Italia 1 il 18. Fazio faceva l’11 su Rai 3 e fa il 20 su Rai 1. La rete è performante».

Vorrebbe andare su Canale 5?

«Storia antica, ogni azienda ha i centravanti e i terzini. Noi lavoriamo affinché Italia 1 superi Canale 5».

Il servizio più divertente della puntata di domenica?

«Uno scherzo a Elenoire Casalegno, che debuttò come valletta di Pressing, nel quale le sembrerà di parlare con il fantasma di Raimondo Vianello. Abbiamo campionato la sua voce, è venuto bene».

Nel calcio si dice che per continuare a vincere ci vuole fame. E in tv?

«Passione per il proprio lavoro. Come quella di certi artigiani. Siamo dei ristoratori che offrono ai clienti quello che mangiano loro. Non facciamo un menu per gli altri. C’è una bella differenza».

Un'immagine non troppo simbolica del gioco della balena blu e dei suoi effetti

Un’immagine non troppo simbolica del gioco della balena blu e dei suoi effetti

Con i servizi sulla blue whale si è appannata l’immagine delle Iene?

«Un po’ sì. Sono piovute critiche, molte ingiuste, alle quali, non essendo in onda non abbiamo potuto replicare. Se si legge Wikipedia sulla blue whale vien fuori che abbiamo intervistato madri di persone suicidate che erano attrici. Ovviamente, non è così».

Le Iene vittime delle fake news?

«In un servizio avevamo inserito immagini prese dalla tv russa di persone che si buttavano dai tetti. Si è scoperto dopo che quei casi non c’entravano con la balena blu. Non è una fake news. Le morti causate da quel gioco esistono, in Russia, in Francia, altrove. Abbiamo sbagliato a non verificare meglio. Ma da questo a essere accusati di aver portato in Italia la blue whale… In Italia non è ancora provato il rapporto di causa effetto di alcune morti. Ma c’è l’autolesionismo, c’è la gente che si taglia e che sprofonda nella depressione. La blu whale è un gorgo che risucchia. Parlarne è doveroso».

Altri infortuni in passato?

«Se si riferisce a Stamina lo ritengo un buco nero della sanità italiana. Quando abbiamo parlato per la prima volta di Davide Vannoni operava gratis nell’ospedale civile di Brescia. Era autorizzato dal servizio sanitario nazionale. Fin dal primo pezzo, è lì da vedere, abbiamo detto che c’era qualcosa di poco chiaro e che Vannoni non era affidabile. Poi siamo andati a trovare i bambini, Giulio Golia è diventato quasi un loro zio. I genitori dicevano che i loro figli ne traevano giovamento. A un certo punto si è deciso che una cura compassionevole era diventata una truffa. Ma nessun incaricato della sanità pubblica è andato a conoscere queste famiglie».

La ricerca esasperata dello scoop può far deragliare?

«Non mi sembra sia successo. Sono pronto a sostenere qualsiasi tavola rotonda su questi argomenti».

Le riporto alcune critiche ricorrenti: moralismo da ditino alzato.

«Può essere che a volte esageriamo. Ma siamo in buona fede e se commettiamo errori lo ammettiamo. Non mi pare capiti spesso».

Morbosità e voyeurismo.

«Ci occupiamo delle cose che interessano a noi. Mi faccia degli esempi».

Decine di servizi su preti pedofili o locali per scambisti.

«Ne facevamo di più qualche anno fa. Comunque, in Italia ci sono 9 milioni di persone che vanno a prostitute: è un fatto. L’unico modo per capirlo è andarci, vedere chi è quella persona, qual è il linguaggio. 9 milioni di uomini che hanno 9 milioni di donne al loro fianco vanno a prostitute. Proviamo a raccontarlo in modo non banale».

E che magari aiuti gli ascolti…

«Da quando c’è la Rete con tutti i siti porno il nudo paga sempre meno».

Perché a un certo punto vi siete fermati nell’inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione nei locali dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali?

«Si è esaurita. Avevamo documentato tutto, provando che nei locali di un’associazione che riceve soldi pubblici c’erano azioni di sfruttamento della prostituzione. Andare oltre ere sconfinare nella persecuzione».

È difficile in questo momento criticare i gay?

«Siamo un programma aperto alle diversità. Abbiamo fatto molti servizi contro le discriminazioni sessuali. Ma le discriminazioni non devono esserci nel bene e nel male. E se c’è sentore di reati…».

Avete argomenti prioritari?

«Assolutamente no. In vent’anni è stato fatto tutto. Cambia il trattamento. Ora le storie si allungano perché vogliamo svelare i meccanismi. Se raccontiamo di una donna stalkerizzata da un uomo, poi andiamo da lui e gli diciamo di smetterla. Entriamo nella storia, provando a cambiarla».

Come si chiama questo giornalismo?

«Non siamo una testata giornalistica, ma intrattenitori. Abbiamo un’etica, un punto di vista. Anzi, più d’uno, discutiamo molto. Se ci accorgiamo che un pezzo era sbilanciato da una parte, ci torniamo con una versione diversa».

Quanti siete?

«In questo momento ci sono 38 inviati, 25 autori, più cameramen, grafici, montatori e la redazione… più di 100 persone e un indotto di altre 50».

Come controllate?

«Un gruppo di autori senior mette in crisi la bontà delle notizie e dei trattamenti».

Presenti al mondo Le Iene attraverso due inchieste.

«La prima è Drug wipe, il narcotest ai parlamentari. Con un escamotage abbiamo toccato la fronte con un panno per togliere la sudorazione. Analizzando il sudore si può sapere se nelle 36 ore precedenti si è fatto uso di sostanze stupefacenti. Il 33% del campione di politici ne aveva fatto uso. È un’inchiesta finita sui giornali di tutto il mondo. Però ho preso 15.000 euro di multa e sei mesi di galera con l’accusa di violazione della privacy, poi cambiata in vilipendio delle istituzioni».

La seconda?

«Un pezzo di Nina Palmieri sulla storia di un malato terminale omosessuale che voleva lasciare la casa al compagno che, alla sua morte, l’avrebbe persa. Abbiamo incontrato il padre che non accettava l’omosessualità del figlio dicendogli che conta l’amore non il sesso. Alla fine si è ricreduto. La legge sulle unioni civili era lontana».

Enrico Lucci conduce Nemo - nessuno escluso

Enrico Lucci conduce Nemo – nessuno escluso

Cosa pensa di Nemo, nessuno escluso?

«Che è un buon programma e Rai 2 ha fatto bene a confermarlo sebbene non abbia avuto ascolti eccellenti. Anche Le Iene all’inizio non ebbero successo, ma a forza di essere difese…».

Quanto vi manca Enrico Lucci?

«Tantissimo. Gli artisti sono sempre insostituibili».

Avete preso Antonino Monteleone.

«Non solo lui. È un ottimo giornalista, molto strutturato. Gli chiederemo di avvicinarsi al nostro stile da saltafossi».

Quanto conta la squadra?

«Se i singoli giocano bene tutta la squadra gioca meglio. Il ritorno della Gialappa è fondamentale».

Attaccate preti pedofili e maghi fasulli: pochino i poteri forti?

«Non mi sembra. Tutti i giornalisti sanno che con l’editore si deve fare i conti. Grazie a Mediaset Le Iene sono un programma molto libero. Credo che da nessun’altra parte si potrebbe fare un programma così. In una tv commerciale gli investitori pubblicitari sono determinanti. A volte questa azienda fa una tv volgare, ma sul nostro sito si possono trovare i pezzi nei quali abbiamo criticato gli inserzionisti più importanti».

Ha ragione Antonio Ricci quando dice che uscire dalla piattaforma Sky è stata una scelta alla Tafazzi?

«Sicuramente è stata una decisione che ad alcuni programmi è costata più che ad altri. Le strategie di Mediaset si fanno su tavoli diversi dal mio, ma credo che Le Iene abbiano pagato questa scelta».

E quando sottolinea la scarsa presenza social dei contenuti Mediaset?

«Su questo dissento. Con 5 milioni di amici su Facebook Le Iene sono il programma italiano più social. E detengono il record mondiale di condivisioni: 660.000. È il video su un papà che accompagnava a scuola la figlia affetta da una strana malattia e restava tutta la mattina davanti alla scuola per poter intervenire in caso di emergenza».

Lei è il papà delle Iene e Ricci di Striscia la notizia. Siete padri di figli unici?

«Dall’esperienza di Striscia sono nate Le Iene, dalle quali sono derivati altri programmi».

Nessuno forte come i fratelli maggiori.

«Diamogli tempo».

A che punto è il documentario sull’immigrazione che aveva proposto a Vice?

«Lo stiamo ancora girando. In compenso, è quasi pronto quello realizzato con Claudio Canepari sulla campagna elettorale di Ismaele Lavardera, candidato sindaco a Palermo. Si dice che la politica ha bisogno di trasparenza: Lavardera ha filmato in chiaro e con candid camera i comizi e gli incontri con gli altri politici. Lo vedremo presto su Italia 1».

E la collaborazione con Vice?

«Rientra in un progetto che prevede la rielaborazione con lo stile delle Iene di materiali di grandi reporter internazionali su temi come inquinamento, effetto serra, droghe, grande criminalità e terrorismo. Anche questo presto su Italia 1».

Un segreto per ripartire quando è depresso o scarico?

«Non sono mai depresso».

Chi è Davide Parenti?

«Urca! Vediamo… Sono un formidabile rompicoglioni che sta alle regole ma non obbedisce. Sono imbattibile nel mio lavoro, salvo arrivare spesso secondo».

La Verità, 29 settembre 2017

 

 

Contratti Mediaset: cosa faranno Bonolis, De Filippi e Raffaele

Il 4 luglio prossimo, una settimana dopo la Rai, anche Mediaset presenterà i palinsesti per la prossima stagione. I dirigenti della tv commerciale vorrebbero arrivare alla serata di gala con inserzionisti e giornalisti con tutte le loro cose a posto. I contratti con le star, s’intende. E allora, senza troppe Continua a leggere

Altro che Bonolis, alla Rai servirebbe Davide Parenti

Più che a Paolo Bonolis, se davvero volesse dare un segnale di cambiamento della nuova Rai, Campo Dall’Orto potrebbe pensare a Davide Parenti, il padre delle Iene. 58 anni, muscoli e capelli che destano l’invidia di molti suoi coetanei, con Antonio Ricci, Parenti è l’autore di tutta la linea spregiudicata trasgressiva satireggiante, ovvero del giornalismo anti-giornalismo delle reti Mediaset. Qualche giorno fa ha dato le dimissioni (il contratto scade tra un anno). Motivo presunto: la mancata messa in onda di un servizio in cui si documentava che Fabrizio Corona, già prenotato da Costanzo per il suo Uno contro tutti, aveva percepito denaro in nero. Mediaset ha risposto con il parere di un legale: quel servizio avrebbe danneggiato le “nostre reti televisive per via della posizione legale del soggetto”.

Il quintetto di conduttori che si divide nelle due serate di messa in onda: Fabio Volo, Miriam Leone, Nadia Toffa, Pif e Geppi Cucciari

Il quintetto di conduttori delle Iene: Fabio Volo, Miriam Leone, Nadia Toffa, Pif e Geppi Cucciari

Il caso Corona è solo l’ultima incazzatura che ha fatto traboccare il vaso, ma il problema viene da lontano. È una certa stanchezza, la voglia di fare cose diverse e di sperimentare di Parenti. Non che gli ultimi tentativi, Open Space con Nadia Toffa e X Love con Nina Palmieri, siano stati un successone. Anzi. Anche la scelta della conduzione collegiale delle Iene non ha dato le soddisfazioni sperate. Parenti lo sa, troppo lunga è la navigazione nella tv borderline del Biscione. Dalla sua ha l’attenuante che in un paio d’anni prima se n’è andato il Trio Medusa e poi ha salutato la Gialappa’s. Personaggi non facili da sostituire. Qualche malumore filtra anche da dentro la squadra. All’inizio Le Iene erano un laboratorio artigianale, adesso sono diventate una corazzata con 70/80 persone che ci lavorano. Sarà, però, mentre il format argentino cui è ispirato, Caiga quein caiga, ha chiuso nel 2010, Le Iene sono ancora lì con i loro abiti e occhiali neri su camicia bianca (divisa mutuata dal film tarantiniano). Fate un nome di conduttore di tendenza della tv attuale e troverete un passato da Iene. Da Victoria Cabello a Claudio Bisio, da Alessandro Cattelan a Marco Berry, da Frank Matano a Alessandro Sortino fino a Luca e Paolo, solo per parlare delle partecipazioni durature ora archiviate, son tutti cresciuti lì. Non che sia solo merito di Parenti. Uno come Enrico Lucci, per dire, ha fatto la gavetta prima di diventare “il nostro Maradona”. E non che lui, Parenti, abbia fatto solo questo. Anche Lupo solitario, Matrioska, Araba fenice e Barracuda con Daniele Luttazzi, per esempio: tutta roba molto borderline… Però se gli chiedi quali sono i programmi di cui va più fiero, oltre alle Iene cita Milano-Roma – ve lo ricordate? – e Scherzi a parte. Una iena ragionevole?

Tipo schivo, che non frequenta, mai visto nei locali notturni e nelle gallery fotografiche di gossip, Parenti è un lombardo tutto lavoro e lavoro. Tempo libero non è sicuro ne abbia. Va molto a zonzo d’estate, ma anche in viaggio è riuscito a inventarsi Turisti per caso con Siusy Blady e Patrizio Roversi. “Con un lavoro così è difficile staccare con la testa. Solo da poco ho imparato a far vacanza… Nuoto, faccio windsurf…”. Poi si dedica ai figli. Per il resto: lavoro, idee, vita di squadra, laggiù, nel terzo palazzo in fondo, quello più nascosto del quartier generale di Cologno Monzese. Possono passare settimane o mesi senza che i capi di Mediaset lo vedano. Qualcuno ha detto che ha una bellezza da bagnino alfabetizzato. “In quella definizione mi ci ritrovo”, ammise lui, un passato da insegnante di ginnastica e poi da corrispondente dell’Unità a due lire a pezzo. Dai compensi da fame dell’Unità agli spettacoli per le feste dell’Unità il passo fu breve. S’inventò Gran Pavese, con Roversi e Blady, e Minoli che lo vide ne trasse delle pillole per Mixer. Con quella carta il terzetto si presentò da Ricci e Lupo solitario andò in onda.

Il cast del film tarantiniano, tra i quali Michael Madsen, Quentin Tarantino e Harvey Keytel

Il cast del film tarantiniano. Si riconoscono Michael Madsen, lo stesso tarantino e Harvey Keytel

Quasi trent’anni dopo eccolo con una lettera di dimissioni in mano. Strategia d’uscita vera o solo tattica? Le Iene sono riproponibili fuori da Mediaset, in un’altra cornice, con una squadra diversa, magari senza Lucci? La prossima settimana Parenti incontrerà i dirigenti Mediaset per trovare un’intesa. Per la nuova stagione è già previsto il ritorno al comando del programma di Ilary Blasi e Teo Mammucari, entrambi sotto contratto. Facile che il caso rientri. Però…