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«Lo dice la storia, dopo le pandemie c’è la rinascita»

Professore, da grande viaggiatore quanto soffre il lockdown?

«Non molto. Quando c’è vento fatti canna, recita un detto siciliano. Finita la bufera torni dritto…».

Franco Cardini ha la saggezza degli antichi e dei filosofi. Di suo, è storico, insigne medievista, fondatore e direttore di riviste, consulente di case editrici, polemista. «Impenitente reazionario», sottolinea. Cattolico, antimilitarista, tutt’altro che innamorato della democrazia, riluttante alle regole della tecnologia e del giornalismo: «Il mio sito lo gestiscono alcuni collaboratori, ci scrivono anche altri, io ogni tanto mando le mie pensate. Quando scrivevo per il Giornale e Indro Montanelli mi chiedeva 4.000 battute me ne venivano il doppio. “Io non taglio nulla, taglia tu”, mi ribatteva. “Ma sono le due di notte”. E lui: “Veglia”».

Con quale immagine descriverebbe la situazione in cui siamo?

«È l’esito finale del capovolgimento del rapporto tra domanda e offerta attuato dall’Occidente. Un tempo era il cliente a stabilire cosa far produrre. Da due millenni la prospettiva è rovesciata: i produttori inducono i consumi per arricchirsi. Le conseguenze le vediamo».

La pandemia ci ha fatto riscoprire gli esercizi spirituali?

«Ci dividiamo in tre famiglie. Quelli che non hanno scoperto un accidente e restano nel disagio o nell’ottusità. La maggioranza che ha riscoperto questa dimensione dimenticata. E una minoranza che non ha mai abbandonato, almeno in linea concettuale, il silenzio e il rapporto con sé stessi. Qualcosa che i credenti chiamano Dio».

Finiti gli esercizi spirituali ci sarà la trasformazione del capitalismo?

«Non credo. Il capitalismo può cambiare i suoi pesi e contrappesi interni. Più produzione e meno finanza, più tecnologia e meno manifattura, forse. Ma senza ciò che i greci chiamavano metanoia, cioè conversione a qualcosa di diverso, il capitalismo non muterà la sua natura determinata dalla fame dell’oro».

Vede il pericolo di svolte autoritarie?

«Quello c’è sempre. Ma che sia in sé un pericolo è da dimostrare. Io sono un impenitente reazionario e segnalo che prima della svolta autoritaria c’è il disordine. Platone osservava che quando c’è troppa licenza, un eccesso di forza bruta a tutti i livelli, questo genera un violento e arbitrario ritorno all’ordine. Aveva ragione e viveva ad Atene».

Si parla di primato della scienza, ma i virologi litigano.

«Da una parte riconosciamo il primato della competenza e la necessità che certi argomenti vengano discussi tra addetti ai lavori, dall’altra, vittime della mitologia democratica, pretendiamo di sapere e dire la nostra su tutto, anche quando dovremmo ascoltare. I talk show sono l’emblema di questa contraddizione. Aveva ragione Umberto Eco: c’è una massa di imbecilli che vuole pontificare senza studiare».

La pandemia è una lezione di umiltà per la scienza che rincorre il virus?

«Qualunque scienziato serio sa di essere una formica. Il problema è che la scienza non va avanti sulle proprie gambe, ma su quelle del potere. I mezzi per farla avanzare sono in mano a chi dovrebbe decidere per il bene comune, ma in realtà decide per mantenere la propria supremazia».

Ai tempi della spagnola la scienza era messa peggio, ma si faceva leva su altre risorse?

«C’erano maggiore coesione sociale e maggiore capacità di reagire intimamente. Più fede religiosa e più capacità di relativizzare la vita umana. In Italia abbiamo adottato misure così drastiche perché abbiamo proiettato a livello sociale le nostre paure individuali. Se la vita è un valore assoluto perché siamo convinti che dopo non ci sia nulla, la morte è irrimediabile».

La politica che figura ci sta facendo?

«Nel Medioevo l’egoismo dei politici era temperato dalla filosofia del buongoverno. Carlo Marx prevedeva che i governanti si sarebbero trasformati in comitati d’affari. L’economia e la finanza – le menti – e la tecnologia – il braccio armato – comandano sulla politica che balla su uno spartito scritto da altri. Se Machiavelli scrivesse oggi Il Principe non lo spedirebbe ai capi di Stato, ma a Wall Street o a Davos».

E i nostri governanti come si stanno comportando?

«Si potrebbe far di meglio, ma non so quanto. L’Italia è una delle maggiori potenze europee, ma avendo perso l’ultima guerra ha ceduto sovranità. Non abbiamo autonomia nel decidere se fare la guerra o mantenere la pace. Non abbiamo sovranità diplomatica, monetaria e territoriale. Siamo un Paese militarmente occupato da circa 130 basi di uno Stato extraeuropeo e di un’alleanza egemonizzata dalla Nato».

Che nesso c’è con la gestione dell’epidemia del coronavirus?

«Il nesso è nei fondi che si usano per fabbricare gli F35 anziché per il sistema sanitario. Sono antisovranista perché i sovranisti non lo sono abbastanza. Il cane bastonato morde il bastone e lecca la mano del padrone, ma se capisse da dove viene la bastonata morderebbe la mano. Questo Giorgia Meloni lo sa bene».

Il premier Conte è troppo paternalista quando assicura che non si potrà tornare alla situazione di prima?

«Un governante ha una capacità di comprensione del mondo superiore a quella dei cittadini comuni. Il pater familias è per natura paternalista».

Il paternalismo può servire a indorare il lockdown e prolungare il mandato?

«Uno statista adegua le scelte alle esigenze del momento. C’è un’emergenza senza precedenti. Poi può anche sbagliare. Il governante dice: so più cose, ho più responsabilità e più mezzi di voi. Quando vi dico una cosa, fatela».

La tendenza ad applicare uno schema identico a situazioni diverse è eccesso di ideologia?

«Credo che se il governatore di una regione decide una linea più permissiva debba anche assumersi la responsabilità di affrontare l’eventuale ripresa del contagio».

Molise e Umbria devono sottostare alle stesse normative decise per Lombardia e Piemonte?

«Bisogna pensare alle possibili ricadute del contagio. L’obiettivo di un governo dev’essere arrivare al debellamento del virus su tutto il territorio nel minor tempo possibile. Il virus si è diffuso con tempi e modalità diverse, sparirà con tempi e modalità diverse. In alcune regioni servirà qualche settimana, in altre qualche mese. Perciò, certe cose si possono fare e altre no».

Lo stesso eccesso ideologico si è visto nella sospensione delle funzioni religiose feriali? In certi paesi di campagna l’unica novità è il divieto di assistere alle messe.

«Il divieto di partecipazione alle messe è una misura estrema, bastava chiedere il rispetto della distanza di un metro. I valori di carattere spirituale che riguardano i diritti di Dio sono superiori ai valori materiali».

Le gerarchie ecclesiastiche dovevano fare di più perché venissero rispettati?

«Le gerarchie sanno che gran parte dei fedeli sono tiepidi. Perciò, non hanno avuto una reazione più robusta di fronte a questi provvedimenti. Dei credenti autentici sarebbero insorti. Pur di non rinunciare all’alimento spirituale avrebbero corso il rischio dell’infezione».

Che sentimento le ha provocato la Preghiera del Papa in piazza san Pietro?

«È stato il gesto della solitudine della Chiesa e di un Papa che ribadisce il suo ruolo nel mondo. Ma che, allo stesso tempo, non può chiedere ai fedeli di venire in piazza. Lo fece nel 1630 il cardinal Federigo Borromeo con un’altra cristianità, indicendo la processione per scongiurare la peste. Il giorno dopo erano tutti infettati, ma credevano fosse per volontà di Dio».

Le sono piaciuti i balconi del 25 aprile?

«Non capisco come mai devo adattarmi alla messa televisiva e si è permesso a tante persone di celebrare insieme il 25 aprile. I balconi mi sono sembrati la dimostrazione che abbiamo bisogno di liturgie consolatorie, cantando Bella ciao o Fratelli d’Italia».

Fratelli d’Italia più di Bella ciao, o no?

«Come cittadino sì, ma come uomo l’unità d’Italia è stata una sciagura. Ero per il mantenimento del Granducato di Toscana, cioè per un’unità non lesiva delle differenze regionali, su modello dei länder tedeschi. Invece abbiamo scelto qualcosa di contrario alla nostra storia, simile allo Stato nazionale francese».

Come si sta comportando l’Europa?

«Come un’entità inesistente. Quando si è formata, pareva un passo verso un assetto federale o confederale. Invece l’Unione europea è solo doganale e finanziaria, al massimo socioeconomica. Non certo sociopolitica. È il regno dei Chief executive officiers, funzionari che badano agli interessi delle lobby e delle multinazionali. L’Europa non dispone di strumenti legislativi per arginare le crisi. Dipendiamo dai banchieri tedeschi e dagli imprenditori francesi».

In questa emergenza si sono realizzate le idee di Beppe Grillo: riduzione dei consumi non essenziali, stop alle grandi opere, tutti a casa con i sussidi statali: è la decrescita felice?

«Non tanto. Quella di Grillo è una visione statica. Gli storici sanno che durante le pandemie succede questo. Dobbiamo recuperare la capacità di guardare oltre. Per fortuna, dopo le epidemie e le guerre c’è un rifiorire, si aprono nuove strade…».

Anche quella di una vita controllata dalla tecnica: droni, piattaforme, app. Scaricherà l’applicazione «Immuni»?

«Io no, i miei familiari e collaboratori sì. È la contraddizione dei sistemi democratici: difesa della privacy o sicurezza, libertà o salute. Nasce dalla Rivoluzione francese: la fraternità è la componente più trascurata, libertà e uguaglianza sono difficilmente compatibili. Il vaccino garantisce salute, ma impone controllo sociale. Il drone salva dal malvivente, ma sorveglia il privato. Trovare il giusto equilibrio spetta alla politica».

È ottimista sul futuro?

«Sì, grazie ai miei studi. Dopo un trauma c’è sempre una ripresa. Dopo la crisi del Basso Medioevo, dopo la Seconda guerra mondiale… Si torna a riempire i vuoti. Lo dico a scapito di me stesso: la pandemia si comporta da predatrice e colpisce i più deboli della specie, indirettamente rafforzandola. Dopo aver perso potere demografico ci sarà una nuova natalità. Dopo aver perso ricchezza torneremo a produrre…».

 

La Verità, 3 maggio 2020

I guru brulicano più dei ribelli alla quarantena

Ricette. Risposte. Buonismi. Moralismi. Esortazioni. Richiami. Inviti. Migliorismi. Non passa giorno senza che qualche maestrino dispensi le proprie tavole dell’etica. La propria pensata. Ho imparato questo, ho imparato quello. Dobbiamo fare così, dobbiamo vivere colà. Si comincia a non poterne più di questi guru da quarantena. Anzi, per dirla elegante, cominciano a devastarci… Pontificano dai giornaloni. Sui social. Tutti indistintamente. Nei talk show c’è sempre un telepredicatore, un saggio autonominato. La lista è lunga. C’è lo scrittore premiato (A. S. indovinate) che dice che questa pandemia «ha messo fine alla modernità» e bisogna ricostruire una cultura della morte. C’è il conduttore televisivo mainstream (F. F.) che dice che si è accorto che «non ci sono più i confini» (mentre tutti li chiudono, non solo a noi italiani). C’è l’ex politico di primissimo piano, fondatore di partiti e alleanze, ora scrittore e regista (W. V. facilissimo), che tratteggia «la nostra strategia di vittoria» e dice che dopo saremo migliori se faremo come dice lui. C’è l’attore da festival e da cover di settimanale (E. G. fattibile) che dice che «la felicità è quando riusciamo a perderci negli altri» e che lui non sta nei social perché sta nei (centri) sociali. C’è la titolare di un salottino di snob tv (D.B.) che dice che ha imparato «qual è l’ora esatta in cui spunta il sole» (càspita!). C’è lo scrittore magistrato in odore di premio (G. C. non è difficile) che dice che ha imparato che è meglio aspettare di conoscere prima di pontificare. Solo che per esprimere questo concetto nudo e crudo, quattro parole di numero, impiega un’intera pagina del solito giornalone con profluvio di citazioni colte e esibizione di travaglio interiore.

È così, perché a volte, i guru con cattedra mediatica, sono protagonisti di disinvolte piroette. Prima sottovalutatori, minimizzatori, stigmatizzatori del razzismo incipiente, coniatori di hashtag modaioli, do you remember #abbracciamouncinese, illuministi frequentatori di chinatown, mangiatori d’involtini primavera a scopo dimostrativo, poi improvvisamente convertiti al pugno duro con sanzioni, o alle prudenze e alla sobrietà, diffusa in posa pensosa da qualche talk show left oriented di cui sono assidui. State sicuri, accendete la tv o andate in edicola sfidando il pericolo, e un cantautore moraleggiante, un attore di teatro con il fervorino incorporato lo trovate sempre. È un brulicare quasi più fitto di quello dei ribelli agli arresti domiciliari. Gli assembramenti di maître à penser sono roba da aperitivo sui Navigli ai tempi della Milano da bere. Nella melassa dominante non hanno bisogno di esibire autocertificazioni, tanto nuotiamo tutti nello stagno del buonismo politicamente corretto. Gli apocalittici sono perfettamente integrati.

Questa è la situa. Alla tragedia della pandemia si aggiunge la farsa dei sacerdoti del bene. E la distopia si tramuta in fantasy horror. Perché, in fondo, tutto questo proliferare di decaloghi nasconde un deficit, un’impasse, un gigantesco, sinistro vuoto d’aria. È l’insufficienza, lo spiazzamento dell’umanitarismo, della cultura liberal, del positivismo scientista, della filantropia dei buoni. Una particella invisibile sta mettendo in ginocchio secoli di progresso. La morte falcia come ai tempi della peste. Su una cosa aveva ragione il primo guru, Antonio Scurati sul Corriere della Sera: «L’epidemia ha messo la parola fine su un’idea di modernità». Un’idea basata sull’onnipotenza della scienza e l’invulnerabilità dell’uomo. Del superuomo. Com’è possibile che la scienza non abbia la soluzione? Che la medicina non abbia il vaccino? La vertigine e il panico ci assalgono. E come nei laboratori scientifici è tutta una corsa alle sperimentazioni per trovare le contromisure, così nei dorati pensatoi del progressismo è tutto un proliferare di alambicchi e alchimie alla ricerca delle formulette per la psiche.

Ricette e risposte, si diceva. E se, invece fosse il caso di fermarsi un po’ di più sulle domande? Sugli interrogativi che questa situazione pone alla nostra società lanciata verso il radioso futuro promesso dalla globalizzazione?

Volevate la decrescita felice? Eccovi accontentati. Come dite? Non è felice? Ah, ok. Ricalcolo…

 

«La decrescita è felice per chi sta già bene»

Un imprenditore prestato alla politica. Anzi, all’amministrazione della città più complicata del pianeta. Una sfida impossibile, una parete verticale a mani nude. A Luigi Brugnaro, proprietario dell’Umana holding, azienda che ha affidato a un blind trust amministrato da uno studio legale dello Stato di New York, le imprese difficili provocano un sano prurito alle mani. Figlio di una maestra elementare e di un operaio e leader sindacale di Porto Marghera, ex presidente della Confindustria veneziana, 58 anni e cinque figli, regolarmente sul podio delle classifiche dei sindaci più apprezzati d’Italia, Brugnaro riempie con le sue visioni e il suo eloquio torrenziale il grande ufficio di Ca’ Farsetti affacciato sul Canal Grande.

Tra poco festeggerà 4 anni da sindaco…

«Festeggerò?».

Ancora uno e poi basta?

«Lo diranno i cittadini».

Quindi si ricandiderà?

«Sì. Il lavoro va finito per rispetto di chi si attende il rilancio della città».

Il suo bilancio è positivo?

«Anche questo devono dirlo i cittadini. Io mi sono messo a disposizione per risolvere i problemi pendenti: la falla dei conti e la ristrutturazione della macchina comunale».

La falla dei conti.

«Un buco di 800 milioni di euro. Appena nominato, luglio 2015, dicevano che non avrei mangiato il panettone. Invece, al 31 dicembre 2018 il debito era di 740 milioni, 60 in meno».

La riforma della macchina comunale?

«Siamo scesi da 3177 a 3002 dipendenti, pur facendo nuove assunzioni».

Da imprenditore di successo si è mai chiesto chi gliel’ha fatto fare?

«No, sapevo a cosa andavo incontro. Prima di candidarmi avevo partecipato a un’assemblea in cui il commissario straordinario Vittorio Zappalorto aveva illustrato pubblicamente la situazione. Ci ho pensato, ho chiesto scusa in anticipo a moglie, figli e amici e mi sono messo in gioco».

È vero che il comune le paga solo il caffè?

«Vero. Vengo in ufficio con la mia auto e la mia barca. Il mio emolumento finanzia un bando pubblico per la realizzazione di progetti di natura etico sociale verificati da un’apposita commissione».

Qual è la dote indispensabile al sindaco di Venezia?

«L’equilibrio, che non sarebbe proprio il mio forte perché sono una persona passionale. Chi viene eletto deve governare anche per chi non l’ha votato. Le mie stelle polari sono il lavoro e l’attenzione alle giovani generazioni».

Perché si è buttato nel basket? Ha trascorsi da sportivo?

«Se si eccettuano le partite a calcio da bambino con furto dell’uva del contadino alla fine, no. Quando sponsorizzavo una piccola squadra di pallavolo, il sindaco Paolo Costa mi ha proposto di patrocinare quella cittadina di basket. Ho accettato, creando la Reyer Venezia Mestre sia maschile che femminile, e nel 2017 abbiamo vinto lo scudetto. Oggi abbiamo 5000 atleti e 25 società affiliate in tutta Italia. Punto sui giovani perché qualcuno potrà diventare campione, ma tutti, grazie allo sport, diventeranno bravi cittadini».

Quanti sono i progetti per la soluzione del problema delle grandi navi a Venezia?

«Sento numeri fantasiosi, ma la competenza è del ministero dei Trasporti. Il progetto che abbiamo presentato noi prevede che le navi non attraversino più il Bacino di San Marco e il Canale della Giudecca, ma passino dal Canale Vittorio Emanuele».

Perché non si decide?

«Lo chieda al ministro Danilo Toninelli. Con il suo predecessore, Domenico Del Rio, il Comitatone (comune, città metropolitana, regione, e autorità portuali) aveva deliberato: bisognava fare i carotaggi per scavare il canale, ma tutto si è fermato. Di 200 navi all’anno già così ne potrebbero passare 60. A Porto Marghera c’è una banchina lunga 2 chilometri: come partono, le navi possono anche arrivare».

Oltre a Toninelli sovrintendono il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, e quello ai Beni culturali, Alberto Bonisoli, tutti grillini. Sono figli di un’ideologia che causa immobilismo?

«È una cultura che lascia spazio a una deriva estremista, per la quale bisognerebbe togliere le navi anche da Marghera. Qui non è in discussione la difesa dell’ambiente e della città di Venezia. Quando sento dire che qualsiasi decisione sarà sottoposta alla volontà popolare mi spavento. Votando, gli elettori hanno già espresso le loro preferenze. L’assemblearismo è pericoloso: se invece che sulle navi dovessimo decidere sulla Tav, sull’Oleodotto in Puglia, sulle alleanze internazionali, sulle rappresentanze sindacali e su quello che vuole, faremmo altrettanti referendum?».

I suoi principali avversari sono gli ambientalisti fondamentalisti?

«La decrescita è frutto di uno stato di benessere, non della cultura del lavoro. Io credo che dobbiamo ascoltare di più chi lavora dalla mattina alla sera. È giusto essere pignoli e discutere, poi però bisogna arrivare a una sintesi. Già negli anni Cinquanta si diceva che Venezia stava morendo. Ora per il fotografo Gianni Berengo Gardin è un grande Luna park».

È vero che ha impedito la sua rassegna sui «Mostri in laguna»?

«L’avevano organizzata i suoi amici che governavano prima di me. Io sono stato eletto per rendere compatibili le navi. Venezia è da sempre un trampolino per farsi pubblicità, ma le problematiche sono più complesse… Quest’anno, con l’acqua alta a 156 centimetri, piazza San Marco era a un passo dalla distruzione e lì c’ero io, non quelli che parlano. Il Mose non è ancora finito».

Quando lo sarà?

«La domanda giusta è come verrà gestito. A Venezia il porto è dentro la città d’arte, non fuori dal contesto urbano come a Trieste o altrove. Quando il Mose sarà pronto dobbiamo sapere come usarlo, ma bisogna decidere adesso».

Ci sono stime di trenta milioni di turisti all’anno, altre parlano di 73,8 al giorno per ogni cittadino residente: come vengono calcolate?

«Un tanto al chilo, gli stessi turisti vengono conteggiati più volte. Noi pensiamo che siano di meno. Il nostro obiettivo è arrivare alla prenotazione della visita per garantire servizi e sicurezza adeguati e all’estero quest’idea è molto apprezzata. Il turismo mordi e fuggi comporta costi elevati per una fruizione superficiale. L’impatto degli affitti brevi su una città dagli equilibri fragili può essere pesante».

Lo scrittore Tiziano Scarpa dice che Venezia è «un temporary shop per temporary citizens».

«Venezia è un fiore che attira le api. Una città speciale ha bisogno di norme e poteri speciali, spero che prima o poi ce li concedano».

Proprio la particolarità di Venezia autorizza alcuni suoi visitatori a comportamenti trasgressivi: il decoro è più difficile che altrove?

«Fa più rumore un albero che cade di un’intera foresta che cresce. A chi ha fatto pipì in un luogo consacrato abbiamo dato 3.000 euro di multa. C’è anche molta gente che si comporta bene. Venezia anticipa i fenomeni e la comunità internazionale ci osserva. Di un incidente su un canale si parla in tutto il mondo. Ma stabilendo regole condivise e punendo le trasgressioni si può gestire tutto».

Mi faccia qualche esempio di problema risolto.

«C’era l’immondizia nelle calli e i gabbiani che mangiavano dai sacchetti. Con gli operatori che la ritirano porta a porta ora la città è sempre pulita. C’erano lunghe code alle fermate dei vaporetti: separando il flusso dei residenti che lavorano da quello dei turisti le abbiamo molto ridotte».

Che fine ha fatto il ticket all’ingresso?

«Si chiama contributo all’accesso. Non è ancora in funzione, la legge dice che devono essere le varie aziende di trasporto a riscuoterlo. Chi viene in giornata paga questo contributo per partecipare ai costi per informare sugli usi e costumi della città».

Come le è venuta l’idea dei vaporetti elettrici?

«Nella nautica siamo ancora al motore euro zero, noi vogliamo introdurre quello ibrido. Lo presenteremo al Salone nautico dal 18 al 23 giugno. Se la sperimentazione funziona la applicheremo prima alle imbarcazioni pubbliche poi a quelle private».

I residenti diminuiscono perché non sopportano i turisti o per altri motivi?

«Dovunque i centri storici sono vecchi. Il nostro bilancio tra emigrati e immigrati è in parità, anzi, lievemente in attivo. Diventa passivo perché la gente muore e non si registrano nascite sufficienti, ma questo non è un problema del sindaco».

Quali prospettive di riconversione e sviluppo per Marghera e Mestre?

«La Serenissima è sempre stata uno Stato de mar e de tera. Guardi la bandiera: il leone di San Marco poggia due zampe sull’acqua e due sulla terra. Il centro storico è il Parioli, Marghera è la nostra grande sfida. L’industria chimica si è insediata qui perché l’acqua serviva a raffreddare gli impianti. Abbiamo pagato un prezzo altissimo in termini di vite e di disagio sociale. Oggi siamo avanti nel cammino di riconversione per rilanciare il porto con nuovi interventi sulla logistica, creando industrie di raffinerie green, promuovendo la filiera della trasformazione dei rifiuti».

Perché il Veneto ha bisogno dell’autonomia?

«È l’Italia che ha bisogno di dare autonomia ai territori. Il Veneto, che è la nostra Baviera, dovrebbe essere un modello esportabile e contaminante. L’autonomia serve per essere più veloci nelle decisioni, per il bene dell’Italia e dei giovani».

Venezia è la città dell’arte e della bellezza, ma pochi giorni fa avete cacciato Banksy.

«Il problema è che Banksy non si sa chi sia. Quel signore era senza permessi e quell’episodio è la riprova che la città è amministrata. Abbiamo le squadre che puliscono i graffiti sui muri. Quando ne ho visto uno in Rio Novo che raffigura un bambino che regge un fumogeno rosa, ho chiamato i vigili e li ho avvertiti di non cancellarlo perché mi piaceva. Solo dopo ho scoperto che era di Banksy. Così, anche se non è stato invitato alla Biennale, abbiamo un’opera sua».

Qual è la vocazione di Venezia?

«Essere una città del mondo, capitale di cultura e di dialogo. È un posto che 7 miliardi di persone al mondo, almeno una volta nella vita vogliono vedere. Una bella responsabilità, non crede?».

 

La Verità, 9 giugno 2019