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«Ho cambiato rivoluzione, cerco quella del cuore»

È stato il capo militare di Prima linea, l’organizzazione terroristica che dal 1974 al 1983 rivendicò 101 attentati e l’uccisione di 16 persone. In carcere si è convertito al cristianesimo. Ha avviato il processo di dissociazione dalla lotta armata che ha portato a ricostruire trame e responsabilità di quella delirante stagione. Maurice Bignami, figlio di Torquato, ex capo partigiano e storica figura del comunismo bolognese, nato nel 1951 a Neully-sur-Seine dove i suoi genitori ripararono, marito di Maria Teresa Conti, sposata nel carcere Le Vallette di Torino, è persona scomoda per l’intera galassia postsessantottina. Ha da poco pubblicato Addio rivoluzione. Requiem per gli anni Settanta (Rubbettino): autobiografia e bilancio documentatissimo nel quale spiega le ragioni della sua abiura, condensata nell’espressione «esuli dal terrore e dal comunismo».

Ci incontriamo in un bar vicino alla Stazione Termini di Roma. Il tono della voce testimonia pudore e ponderazione, la complessità del pensiero il rifiuto di adagiarsi su facili certezze.

Quali condanne ha subito e perché?

«In primo grado sono stato condannato a tre ergastoli e ad altre centinaia di anni di reclusione. In appello, quando la nostra dissociazione era già consolidata, gli ergastoli sono caduti con l’eccezione di uno, comminato per l’uccisione di due carabinieri durante una rapina a una banca di Viterbo. Sarebbe caduto anche quello se Il Manifesto non avesse scritto, anche a firma di Rossana Rossanda, che non bisognava fidarsi di me perché, in occasione di un convegno con alcuni dissidenti sovietici, avevo teorizzato la nobiltà dell’abiura. Ricordiamoci che nel 1987 c’era ancora l’Urss».

Alla fine quanti anni ha scontato?

«Venti, con la buona condotta. Senza quella campagna avrebbero potuto essere dieci. “Persino i suoi amici”, sottolineò, equivocando, il magistrato, “dicono che non ci si deve fidare di lei, quindi…”. Detto questo, forse con un filo di snobismo accetto il paradosso di esser stato il promotore del movimento di dissociazione nelle carceri e al contempo l’ultimo a uscirne, nonché l’unico a non riavere i diritti politici».

Vent’anni per quell’omicidio e per cos’altro?

«Ero uno dei dirigenti di Prima linea. C’erano il responsabile della parte logistica e quello della formazione, io ero il capo militare dell’organizzazione».

Che cosa significa che «si può essere ex terroristi, mai ex assassini» come ha scritto?

«Si può essere ex di qualsiasi opinione politica. Esiste una corrente di pensiero che considera la possibilità del ricorso alla violenza. Senza scomodare Niccolò Machiavelli, dal regicidio alle guerre di religione, dal marxismo al leninismo, le differenze riguardavano solo il quando e il come praticare l’omicidio politico».

Invece, ex assassini non si diventa?

«Se hai oltrepassato la soglia dell’assassinio non puoi cancellarlo».

Le opinioni riguardano le idee, l’omicidio la carne.

«Anche chi stava dall’altra parte della collina, un carabiniere, un rappresentante delle forze dell’ordine, se ha ucciso non lo può cancellare. Lui ha ragione, io torto, ma la ferita te la porti addosso a prescindere».

Questa consapevolezza è condivisa nella sinistra post-terroristica?

«Lo spero per tutti gli ex compagni, lo so per alcuni di loro, come gli ex brigatisti Alberto Franceschini e Franco Bonisoli. Chi è stato fortunato e ha fatto incontri significativi, ha trovato quell’angolo nascosto del cuore che ci ha permesso di rinascere come uomini nuovi, maturando una consapevolezza diversa della nostra storia».

La sua comincia con l’educazione paterna, «un’intossicazione del bene per eccesso di dosaggio» che, scrive, non si può non fare propria. Negli ultimi anni suo padre sosteneva che i principi erano giusti ma gli uomini sbagliati, lei il contrario.

«Questo è il nocciolo. Ed è ciò che non mi è stato perdonato: l’autocritica radicale. Chi ha scelto la dissociazione ha messo in crisi il dogma dei principi sacri e inviolabili, corrotti solo dalla loro realizzazione storica».

Un’abiura che non è stata tollerata?

«Lo scontro con la Rossanda fu emblematico perché lei stessa, protagonista della rottura con il Pci, si riteneva l’anima antistalinista: salvo poi comportarsi con noi come la peggiore stalinista».

Nel libro smonta l’immagine del Sessantotto allegro e spensierato. Scrive che comandavano i musi lunghi e che le comuni erano «i luoghi più tristi, noiosi e ideologici sulla faccia della terra».

«C’era una liberazione chimica: l’anticipazione di una libertà intesa come fare ciò che piace senza render conto a nessuno. La nostra è stata la prima generazione che ha rinunciato a trasmettere qualcosa alle successive. Abbiamo praticato una cesura, vibrato un colpo d’ascia, impedendo qualsiasi eredità morale. Che cosa ha prodotto il Sessantotto? Ci sono un libro, un film, un’opera d’arte memorabili? Niente».

La musica rock? La pop art?

«La pop art è nata prima. Per un breve periodo il movimento ha politicizzato il rock, che poi ha proseguito per tutt’altre strade. In Italia il Sessantotto è durato vent’anni, altrove pochi mesi».

Perché, considerato che è la sua terra d’origine, non è riparato in Francia come altri?

«Avevo la nazionalità francese, ma come persona mi ha salvato restare in Italia. Il cambiamento avvenuto in carcere mi ha impedito la via di fuga imboccata, per esempio da Cesare Battisti. Non mi è mai neanche passata per la testa. Pochi mesi prima avevano arrestato quella che sarebbe diventata mia moglie. Anche l’influenza della lettura dei classici è stata fondamentale».

In che senso?

«Non si può mentire a sé stessi. Avevo vissuto un’esperienza drammatica storicamente importante. Andare a Parigi a fare l’intellettuale perseguitato voleva dire chiuderla con una fuga meschina, una menzogna».

I classici?

«Dopo poche settimane in isolamento padre Ruggero, il cappellano che ci avrebbe sposato, mi portò I promessi sposi. Era una rilettura, ma quanto significativa, non solo nelle pagine dell’Innominato».

Perché scrive che un romanzo più che un saggio è lo strumento per parlare dei fatti di sangue di cui è responsabile?

«Perché solo romanzandolo si può raccontare l’orrore senza impattare i sentimenti di carnefici e vittime. Solo la finzione permette di essere realistici, di entrare nella crudezza di certi eventi e narrare la carne ferita».

Perché nel giugno dell’84 consegnaste le armi al cardinale di Milano Carlo Maria Martini?

«La Chiesa era il nostro unico interlocutore e ci considerava affidabili. In quei giorni 40 magistrati avevano firmato un documento che paventava un’imminente ripresa del terrorismo. Era una manovra per frenare la pacificazione alla quale stavamo lavorando. Noi e la Chiesa eravamo gli unici a volerla. Consegnando le armi riconoscevamo le nostre responsabilità e favorivamo le indagini».

Che cosa può dirci dei suoi incontri con i familiari delle vittime?

«Ne ho avuti alcuni… Le posso raccontare un fatto che spiega certe dinamiche. Con suor Teresina, un’amica di Oscar Luigi Scalfaro, si era instaurato un rapporto di complicità. Lei arrivava in carcere e diceva: “Mi serve un milione”. Non chiedevo per chi e per cosa e lei non diceva. Mi attivavo, quei soldi potevano servire a qualche famiglia che aveva perso a causa nostra chi portava a casa lo stipendio. Era un atto concreto e sconvolgente oltre le parole e le emozioni. Un gesto sconvolgente, più per chi lo accettava che per noi, che ci tirava fuori da quell’inferno privato».

Con questo libro dice addio alla rivoluzione della lotta armata perché ne è cominciata un’altra?

«Il contrario della rivoluzione non sono la reazione, l’immobilismo, la rassegnazione, ma la politica. Citando Joseph Ratzinger: “Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale… Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica” (Liberare la libertà. Fede e politica nel Terzo millennio, Cantagalli, Siena, 2018 ndr)».

Tutto nasce dalla rivoluzione del cuore?

«Chiamiamola con il suo nome: conversione. Però, mantenendo sempre un pizzico d’ironia per evitare formule manichee come: “Sei più rivoluzionario adesso di allora”, oppure: “Sei più buono oggi di allora”. Non c’è nulla di acquisito una volta per tutte».

Come avvenne questo cambiamento?

«Il giorno del matrimonio ci condussero in una cella con un tavolo facente funzione di altare. Percorremmo corridoi tra le guardie che battevano il pavimento con il manganello e cantavano Faccetta nera. Padre Ruggero celebrava a occhi socchiusi, mentre io li tenevo ben aperti e, man mano che la funzione procedeva, vidi trasformarsi i volti dei presenti, quello di Teresa, dell’avvocato che ci faceva da testimone, anche delle guardie. Eravamo tutti colpiti e succubi di quella situazione. I musi si erano distesi e avevano acquisito un che di fanciullesco, un’espressione molto fuori posto. Fu il primo di altri fatti».

Che possibilità ha di riavere un ruolo pubblico chi si è macchiato di crimini così violenti?

«La più grande vittoria dello Stato sarebbe stata riportarci alla politica. Non necessariamente in ruoli istituzionali. Stavamo lavorando alla possibilità di un’amnistia dei reati associativi che avrebbe permesso il ritorno alla partecipazione democratica della generazione che aveva combattuto lo Stato con le armi. Sarebbe stata una vittoria delle istituzioni. L’avvento di Mani pulite distrusse i partiti nostri interlocutori, lasciando paradossalmente in vita solo gli eredi dei due totalitarismi: il Pci e l’Msi».

Oggi per voi lo spazio pubblico è impraticabile?

«Trovare le modalità è un fatto di opportunità e misura. Per questo ci dispiace tremendamente di aver fatto la lotta armata. Ma, se possibile, ci dispiace ancor di più non aver fatto fin da subito la democrazia».

 

La Verità, 11 luglio 2020

«La richiesta di sovranità è richiesta di democrazia»

Un uomo di sinistra che difende la sovranità. E, per di più, lo fa da studioso. Carlo Galli insegna Storia delle dottrine politiche all’università di Bologna. Nella precedente legislatura è stato deputato del Pd fino al 2015, prima di passare a Sinistra ecologia e libertà e di confluire in Articolo 1 – Movimento democratico e progressista. Nel 2018 non si è ricandidato ed è tornato a insegnare. Ha pubblicato saggi su Carl Schmitt e, di recente, uno intitolato Marx eretico. Ma l’ultimo suo libro per il Mulino, l’editrice con la quale collabora assiduamente, s’intitola Sovranità, ed è un saggio piuttosto denso.

Professore, perché oggi la sovranità è un concetto messo in discussione malgrado sia presente nell’articolo 1 della Costituzione?

«L’interpretazione prevalente della nostra Costituzione, a opera di studiosi di scuola kelseniana, ha fatto coincidere la sovranità con l’ordinamento giuridico del Paese. A questa avversione di tipo scientifico si aggiunge oggi il fatto che l’Italia, partecipando alla moneta unica europea, ha rinunciato alla sovranità monetaria. Così, in una sorta di riflesso condizionato, chi parla di sovranità subisce gli attacchi degli amici dell’Europa. In realtà, da una parte l’Europa funziona attraverso le sovranità degli Stati, e dall’altra le logiche dell’euro costringono a continui tagli dei bilanci statali a investimenti, sanità, scuola e università; con le conseguenze materiali e sociali che vediamo, non solo in Italia. La richiesta di sovranità è in realtà la richiesta di democrazia, che lo Stato si occupi della società».

L’Europa è pronta a limitare e chiedere, ma lenta a condividere, partecipare, aiutare?

«L’Europa di oggi è espressione prevalente della volontà della coppia franco-tedesca. L’Italia è come sempre un vaso di coccio tra vasi di ferro: un paese di serie A, ma a rischio retrocessione. Si tratta ora di vedere se e come possiamo servirci anche noi della nostra sovranità».

Da qui l’accusa di sovranismo e nazionalismo: quando la difesa della sovranità sconfina nel nazionalismo?

«La sovranità consiste nell’affermazione dell’esistenza, su un territorio, di un gruppo umano che vuole essere “politico”. La sovranità è un concetto esistenziale. I suoi comportamenti concreti – pacifici o aggressivi – dipendono dalle circostanze».

Ci sono pericoli di nazionalismo oggi in Italia?

«Non credo. Di fronte al fatto che i principali Stati europei fanno larghissimo uso della propria sovranità, e che le banche di qualche Paese vengono salvate, quelle di qualche altro Paese vengono lasciate fallire, c’è chi insiste sulla necessità di garantire meglio i nostri interessi. Le mosse identitarie sono propaganda».

Il Meccanismo europeo di stabilità serve a questo?

«Il Mes esiste perché la Bce non è una vera banca centrale, prestatrice di ultima istanza; e ciò accade perché l’Europa non è un soggetto politico unitario. Il Mes serve ad aiutare le banche in difficoltà di Stati che non sono in difficoltà, come la Germania. Se l’impianto istituzionale della Ue è sconclusionato, per chiudere le falle si usano delle toppe. Il Mes è una di queste».

Altro pericolo: stabilendo la distinzione tra chi è interno e chi è esterno la sovranità pone le premesse della xenofobia?

«Il nesso interno/esterno è l’essenza della politica: le dà concretezza. L’esistenza politica è situata storicamente e geograficamente; i confini possono essere gestiti in modo crudele o civile, ma non possono non esistere. Quanto alle migrazioni, nel loro tratto finale sono coinvolti interessi criminali, mentre nel tratto iniziale c’è una struttura d’ingiustizia talmente colossale che non può essere risolta semplicemente allargando le maglie dell’accoglienza».

Perché il contrasto tra i sentimenti di compassione e solidarietà da una parte e le sovranità degli Stati dall’altra si risolve a vantaggio dei primi?

«La politica non si fa con la compassione, ma con la prudenza e la giustizia. Le società pronte a commuoversi per i migranti sono le prime a respingerli, quando diventano troppi. E, soprattutto, le persone hanno diritto di non migrare oppure devono rassegnarsi al destino di abitare in una terra invivibile e quindi a dover venire in Europa? Tranne la minoranza di profughi che fugge da persecuzioni e guerre, la maggioranza dei migranti fugge da un’ingiustizia strutturale, che non può essere sanata da improbabili gesti di misericordia degli Stati».

Perché i sentimenti di compassione e solidarietà sembrano vincere sulle ragioni della politica?

«Dipende dalla “narrazione”. L’attuale governo si sta comportando più o meno come quello precedente, pur con qualche concessione in più. Matteo Salvini imprimeva maggiore enfasi nel fermare gli sbarchi, offrendo il fianco ai suoi avversari interni ed europei, ma i patti con le milizie libiche li ha fatti dapprima Marco Minniti. Il trattato di Dublino continua a imporci di tenerci i migranti, e nessuna promessa di redistribuzione è stata mantenuta, nonostante il recente, sbandierato, patto di Malta».

La sovranità degenera in sovranismo e il popolo si abbandona al populismo: le preoccupazioni sono giustificate?

«Oggi una fetta rilevante di popolo italiano chiede che lo Stato si serva della propria sovranità per avere soluzioni a situazioni di disagio sociale ed economico. Questo non è sovranismo, ma richiesta di democrazia reale. Ed è chiaro che il popolo è populista, che cosa dovrebbe essere? Tanto più in assenza di partiti credibili, in grado di tradurre in azione politica i problemi della società».

Che ruolo ha l’improvviso esplodere del dibattito sull’emergenza climatica?

«Gravi problemi di inquinamento sono senza dubbio presenti, ed è interesse di tutti dare a essi una soluzione. Una parte del capitalismo mondiale pone molta enfasi su questa necessità, vedendo nell’economia verde un’occasione di ulteriore sviluppo».

E che ruolo ha, invece, la predicazione di papa Francesco che, necessariamente, ha una prospettiva mondiale?

«Chi ha scritto la Laudato si’ non può non essere sensibile al saccheggio del mondo. Il Papa manda moniti non solo ambientalisti, ma anche etici: non tratta solo di accoglienza, ma di un’ingiustizia strutturale che domina il mondo. Quanto la sua posizione, molto radicale, sia condivisa, resta da vedere».

La critica della sovranità muove da motivazioni morali ed economiche. All’incrocio tra questi due poteri si pone la sinistra moderna da Tony Blair in poi: con quale risultato?

«Che la sinistra è diventata il pilastro del sistema di governo; che ha accettato l’ineluttabilità del neoliberismo, sperando di addomesticarlo un po’. Ma se c’è da scegliere tra le ragioni del lavoratore e quelle dell’imprenditore quasi sempre le sinistre scelgono quelle dell’imprenditore. Il jobs act ne è un esempio. Le compatibilità del capitalismo pesano più dei diritti dei lavoratori: questo è una posizione di destra che viene fatta propria dalla sinistra».

Quindi la sinistra ha molte responsabilità della crescita dei movimenti populisti e dei loro consensi presso i ceti meno agiati?

«In una parola, la sinistra è diventata liberal. Ora, ai cittadini l’estensione dei diritti civili può interessare, ma interessa di più che scuola e sanità funzionino, che i loro figli trovino lavoro, che i diritti sul lavoro e pensionistici siano rispettati. Ma la sinistra, benché a parole mostri interesse per questi temi, è convinta che il paradigma economico vigente non può essere modificato. Questo paradigma è l’ordoliberalismo tedesco (sistema liberista mediato dalle regole dello Stato ndr) esteso a tutta l’eurozona: l’euro è il marco che ha cambiato nome, e che è stato un po’ indebolito per aiutare le esportazioni tedesche. Ed è un paradigma molto esigente, che richiede sacrifici sociali: i suoi obiettivi primari sono la stabilità e l’esportazione; l’economia non può essere trainata dalla domanda interna».

Come siamo finiti in questa situazione?

«Dopo che gli Stati Uniti sono usciti dalla parità aurea nel 1971 il modello keynesiano vigente, che si basava sulla domanda interna e aveva come nemico la disoccupazione, è andato in crisi in pochi anni, ed è stato sostituito dal modello neoliberista e ordoliberista che ha come nemico l’inflazione. Da qui la perenne austerità, la riduzione della circolazione del denaro e i tagli che gli Stati ogni anno devono operare nella legge di bilancio».

Che cosa rappresenta il movimento delle sardine nato nella Bologna dove lei insegna?

«Sono l’ultima speranza che la sinistra ha di non perdere le elezioni in Emilia Romagna».

Dove hanno ribaltato l’inerzia del match, come si dice con linguaggio sportivo.

«L’Emilia è contendibile, ma non a causa delle sardine, quanto piuttosto perché il modello emiliano, storicamente valido, a molti pare oggi consunto».

Questo movimento, che fa dell’antisalvinismo la propria bandiera, rappresenta l’establishment?

«Hanno dalla loro la stampa, i media, la maggioranza parlamentare, la Chiesa ufficiale e illustri personalità li supportano in chiave elettorale. Ma le sardine appartengono all’ambito della politica spettacolo, anche se pensano di esserne il contrario. Che cosa sanno dire dell’euro, di Taranto, della Libia, dei migranti?».

Come spiega che il M5s nato come partito anticasta si sia alleato al Pd e ora il suo fondatore dica che le sardine sono un movimento igienico sanitario?

«La politica italiana non consiste nelle parole di Beppe Grillo, ma in quello che sappiamo fare per reagire al declino in cui ci troviamo. Un gesto di sanità politica sarebbe non interessarsi a ciò che non è essenziale. La politica è una cosa seria, e non sta né nelle sardine né nei talk show. Il M5s è passato dal 34% al 17% perché con la sua incompetenza e inconsistenza ha deluso l’elettorato. E si è alleato col Pd per non scomparire alle prossime elezioni. Ecco perché i suoi esponenti sono così abbarbicati alle poltrone».

 

La Verità, 29 dicembre 2019

 

«Vi racconto la vera storia della crisi di mezza estate»

Ladri di democrazia. S’intitola così, senza tanti giri di parole, il pamphlet nel quale Paolo Becchi, con Giuseppe Palma, racconta la vera storia della «crisi di governo più pazza del mondo» (Historica editore). Il professore di filosofia del diritto, già considerato l’ideologo del M5s per la vicinanza a Gianroberto Casaleggio, segue dalla sua casa di Genova i mutamenti della politica e l’evoluzione dei pentastellati, destinati, a suo avviso, a diventare «una piccola formazione di sinistra ecologista». Tutt’altro che periferico, Becchi è stato protagonista del disperato tentativo di mediazione agostano tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio che, per un attimo, aveva riaperto lo spiraglio per una riedizione del governo gialloblù con il capo grillino premier. «Doveva andare così, invece ora penso che il presidente Mattarella sarà pentito delle scelte che ha fatto quest’estate». Insomma, il professore la sa lunga e perciò conviene andare con ordine.

Cominciamo dalla fine, quella dei 5 stelle: davvero Grillo scioglierà il movimento come si sussurra?

«Mmmh… non credo. Secondo me lo lascerà così. Nemmeno lui ha la forza di scioglierlo. Lo renderà biodegradabile… O biodegradato».

In che senso?

«Diventerà una formazione marginale, un partitino di ecologisti di sinistra».

Il giocattolo è rotto e non si può aggiustare?

«Non vedo nessuno in grado di farlo. Il movimento aveva il suo Garibaldi, Grillo, che guidava le cariche, e il suo Giuseppe Mazzini, Casaleggio, il visionario che ci metteva il pensiero. Serviva un Cavour, ma non l’hanno mai avuto. Nel frattempo è morto proprio Mazzini».

Di Maio doveva essere il Cavour del M5s?

«Forse, ma ci voleva tempo per farne un grande pragmatico capace di gestire il potere».

La crisi attuale dipende dal personale politico, dai rapporti con la Casaleggio associati o da alleanze sbagliate?

«È venuto meno il principio unitario che teneva insieme l’organismo. L’originalità del movimento derivava dalla visione di Casaleggio che immaginava una società senza partiti, nella quale il cittadino avrebbe fatto politica senza intermediazioni, attraverso la Rete».

Utopia, sogno

«Non bisognava abbandonarlo, bensì integrarlo nella democrazia rappresentativa. Ora che si è perso l’elemento identitario qualificante è difficile trovarne un altro. La Lega nord si è trasformata in partito nazionale, ma l’idea autonomista è rimasta come elemento di fondo. Il M5s voleva abolire le poltrone e ora, per non sparire, i suoi uomini si attaccano proprio alle poltrone. Sono diventati il tonno dentro la scatoletta. Tra il 2013 e il 2018 hanno perso un’occasione storica. Dovevano cambiare la politica invece sono diventati un asse della partitocrazia. E poi c’è un altro fatto…».

Dica.

«I grillini rivendicano di aver riportato i cittadini alla politica. In realtà, se si guardano i numeri, nel lungo periodo l’astensionismo è aumentato».

Brusco risveglio in Umbria?

«Quando un partito ottiene un buon risultato alle politiche, poi lo dimezza alle europee e lo dimezza ancora alle regionali prendendo meno voti di Fratelli d’Italia, come si fa a non trarre le conseguenze. Quelle dell’Umbria sono state le prime elezioni dopo la nuova alleanza voluta da Grillo. Se si fosse andati a votare prima dell’accordo col Pd, il M5s poteva presentarsi ancora come forza antisistema. Ora ne è pienamente parte e la corrente di protesta si è spostata tutta sulla Lega. La verità è che la crisi di agosto non doveva finire così».

E come?

«Di Maio non voleva la rottura. E Salvini, quando ha visto l’uscita di Matteo Renzi, ha tentato in tutti i modi di fermare l’alleanza tra Pd e 5 stelle. Fino a telefonare al presidente Mattarella, proponendo Di Maio premier con un programma più articolato e una compagine diversa».

Tipo?

«Senza Danilo Toninelli e Giovanni Tria e con Conte commissario a Bruxelles. Glielo dico perché la mediazione l’ho fatta io, giorno per giorno».

Qualcosa ho letto in Ladri di democrazia

«Non ho potuto scrivere tutto… Quando ho capito che la faccenda si metteva male li ho chiamati. Io ero un sostenitore del governo gialloblù… Certo, mancava la sintesi, i leghisti ottenevano un risultato e i grillini un altro. Poi è cresciuto il ruolo di Giuseppe Conte».

Torniamo ad agosto.

«Dopo l’intervista di Renzi che seguiva le dichiarazioni di Grillo era chiaro che si sarebbe andati all’accordo col Pd. Di Maio non ne era per niente convinto, ma per fermare il treno ha posto come condizione di fare il premier».

Quindi non è stata un’idea solo di Salvini?

«Per garantirsi, Di Maio ha chiesto che fosse Salvini a parlarne a Mattarella. Domenica 25 agosto Salvini chiama il Quirinale, ma il presidente è fuori per impegni istituzionali. Quando nel pomeriggio Mattarella richiama e Salvini gli prospetta il governo con Di Maio premier, il presidente non si sbilancia. Non so se informi Di Maio o se avverta Zingaretti, fatto sta che il giorno dopo Zingaretti, fino a quel momento fermo sulla discontinuità, accetta Conte premier. Questa è la pura cronaca. Ora penso che Mattarella cominci a pentirsi delle scelte che ha fatto».

Prima c’era stata la conversione di Grillo che aveva deciso che il Pd non era più il nemico numero uno. Che cosa gli aveva fatto cambiare idea?

«Non so. So solo che in quei giorni viene informato del fatto che suo figlio è indagato per stupro».

Che cosa c’entra con il ribaltone sul Pd?

«Magari nulla, non so cosa sia avvenuto nella sua testa. Però c’è la contemporaneità, il giro sulla moto d’acqua del figlio di Salvini ha occupato le prime pagine per settimane, dell’accusa di stupro a suo figlio si è parlato mezza giornata. Fino a quel momento il Pd era il partito di Bibbiano. Poi, improvvisamente, Grillo dice che bisogna finirla con i barbari e allearsi con il Pd».

Tutto si è messo in moto da lì.

«Grillo ha sempre disprezzato Salvini, mentre considera Conte un elevato, lo ha anche scritto. Forse pensa che a lungo andare potrà sostituire Di Maio. Ma quel cambio di rotta è inspiegabile, anche perché c’era un accordo…».

Cioè?

«Una spartizione di ruoli: l’associazione Rousseau paga tutti i processi di quelli cacciati dal movimento e Grillo si ritira nel ruolo di padre nobile. Non a caso crea il suo blog mentre Di Maio, appoggiato da Davide Casaleggio, diventa il capo politico. Fino ad agosto, quando cambia tutto».

Il ritiro di Grillo non era causato dalla stanchezza…

«C’era un accordo, ricordiamoci sempre che è genovese… Di Maio è rimasto spiazzato perché non si aspettava che intervenisse in prima persona. Per far passare l’accordo, Grillo non voleva specificare il nome del Pd nel quesito sulla piattaforma. Adesso aspettiamo di vedere che cosa dirà sulle regionali in Emilia Romagna. Sappiamo solo che è contrario alla posizione di Di Maio».

Tornando a oggi, come hanno fatto a non prevedere il disorientamento degli elettori dopo un cambiamento così radicale?

«Non hanno più il contatto con la popolazione, vivono nel palazzo. Pensi alla trasformazione di una come Paola Taverna che non dava neanche la mano e adesso cerca benevolenza… Non spariranno del tutto, resteranno un partitino votato dagli elettori del Sud che hanno avuto il reddito di cittadinanza».

Previsione troppo nera?

«Non credo. Con Gianroberto Casaleggio c’era un’idea di futuro, c’erano i meet up e gli streaming. Casaleggio aveva detto che se ci si fosse alleati con il Pd sarebbe uscito dal movimento e invece sono gli italiani che hanno lasciato il M5s. Sono divisi su tutto, non riescono nemmeno a nominare i capi dei gruppi parlamentari».

Perché ha lasciato il movimento?

«Per dissensi sulla linea. Mi chiesero di scrivere un atto di accusa di Napolitano, ma poi cambiarono idea e il mio documento finì nel cassetto. Per le europee del 2014 avevo proposto di fare la campagna contro l’euro, allora non era come adesso. Dissi a Casaleggio che stava sbagliando e che Renzi avrebbe stravinto, sappiamo tutti come andò».

Una volta arrivati al governo era troppo difficile gestire l’ideologia della decrescita?

«Il governo gialloblù non ha saputo fare la sintesi tra sovranismo identitario leghista e sovranismo sociale dei 5 stelle. Ma l’Italia ha bisogno di questa sintesi».

C’erano i no alla Tav, all’Ilva, alla Gronda…

«È il motivo per cui Salvini ha staccato la spina. I poteri forti non aspettavano altro e appena si è aperto lo spiraglio si sono infilati per riprendersi tutto. Il M5s non ha saputo mantenere la carica ecologista adattando il messaggio a una strategia di sviluppo sostenibile».

Il futuro del M5s è quello di un partito verde e digitale su modello nordeuropeo?

«Trascuriamo gli eccessi alla Greta Thunberg, ma l’emergenza ecologica è reale. Non vedo altri approdi che quello di una sinistra ecologista, tipo i Grunen tedeschi. Ma in Italia non hanno mai attecchito, è un destino di marginalità».

Destino irreversibile? E Di Maio?

«Destino molto probabile. Di Maio non ha il carisma di Salvini o dello stesso Grillo che entusiasmano le folle. E prima o poi si andrà a votare».

Tra un paio d’anni?

«Non credo, si voterà già nel 2020. Alla fine capiranno che è meglio una morte rapida e dolce rispetto a un’agonia prolungata. Dopo l’Umbria ci saranno l’Emilia Romagna, la Calabria, la Puglia, il Veneto… Se Zingaretti avesse intelligenza politica sarebbe lui a voler votare. Certo, vincerebbe Salvini, ma si libererebbe di Renzi, metterebbe in Parlamento i suoi uomini e potrebbe dar vita a un’opposizione credibile».

Adesso però è al governo.

«In un governo che sta mettendo le tasse sulle cartine per le sigarette. Ma è una gag di Maurizio Crozza o una cosa vera? Un Paese come l’Italia, già settima potenza mondiale, sta decidendo di tassare le cartine per le sigarette: non ci si crede. Una manovra così dà ancora più potere a Salvini. Di Maio l’ha capito, Zingaretti ancora no».

Ha visto Di Maio cantare Pino Daniele al Costanzo show?

«No, come già Gianroberto Casaleggio, non guardo la televisione».

 

La Verità, 3 novembre 2019