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«I grandi media non capiscono il governo»

La generosità non è la prima dote che viene in mente quando si pensa a un grande giornalista. Invece, Enrico Mentana è uno generoso. Non solo perché non si risparmia nelle lunghe maratone televisive, ma perché ora si è messo in testa di restituire «almeno in parte la fortuna che ho avuto nel fare questo mestiere», creando un giornale online di giovani e per giovani (ma non solo). Poi è generoso anche nelle interviste.

Essere multitasking va bene, ma oltre al tg, le maratone, Bersaglio mobile, le ospitate, Facebook e la radio, ti mancava anche un giornale online?

«Personalmente non mi manca, ma penso che il giornale online diventerà come il film che si vede in casa. Fin quando esisteranno giornali, il futuro sarà questo».

A che punto è la selezione?

«Finora sono arrivati circa 8.000 profili».

Dirai stop a?

«10.000. L’idea è del 7 luglio, la pubblicazione dell’indirizzo mail del 17, ai primi di agosto chiudo. Una quindicina di giorni sono sufficienti per inviare un curriculum».

Ne resteranno?

«Vorrei fare 20 praticanti. Stiamo parlando di un prodotto no profit. Se dovesse produrre utili verrebbero reinvestiti nell’assunzione di nuovi giovani».

La raccolta pubblicitaria la farà la società di Cairo?

«Questa è l’unica parte che risponderà alla logica del profitto. Se sarà Cairo sarò contento perché ha le strutture per farlo bene. Però si sono fatti avanti anche altri».

Nome della testata?

«Quando l’avrò lo scriverò su Facebook, dopo averlo depositato».

Tempi di lancio?

«Al momento opportuno i tecnici detteranno tempi e modi. Io sono solo il give back della situazione, colui che vuole restituire almeno in parte la fortuna che ha avuto nel fare questo mestiere».

Di sicuro c’è solo che si fa?

«Cosa lo potrebbe impedire? Nell’era del mobile, questa dovrebbe essere la prima testata digitale rivolta ai giovani. Finora ci si è impegnati in varie direzioni per far assumere i figli, propri».

Tempo d’impegno personale?

«Non potrò essere il direttore, a meno che Cairo non me lo conceda. Ne sarò l’editore, ma non mi posso certo sdoppiare».

Qualcuno ipotizza che vuoi fare il direttore editoriale di La7.

«Che vantaggio ne trarrei? Per certi colleghi la strada rettilinea non è mai quella giusta».

Cairo come la sta prendendo?

«Presidia le sue Colonne d’Ercole e il rapporto con i dipendenti. Io stesso lo sono a tempo indeterminato».

L’ha precisato anche lui.

«So bene che non posso fare come mi pare. C’incontreremo per definire le modalità di nascita e sviluppo di questa creatura, per evitare che finisca per ledere i legittimi interessi dell’editore».

Farai concorrenza al Corriere.it e le energie spese per questo progetto potevano concentrarsi nello sviluppo di La7.it.

«Non sono convinto che lo spin off sul Web di un prodotto giornalistico che sta su altri media possa alzare l’asticella all’infinito. Per i contenuti forti il sito di un giornale deve aspettare l’uscita in edicola, una testata nativa digitale no. Se improvvisamente l’editore di Repubblica decidesse di assumere 30 ragazzi per il sito potrei illudermi di aver sollecitato un mercato che invece mi sembra statico e privo d’iniziative».

Come valuti il comportamento dei grandi media verso il nuovo governo?

 

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Nomine Rai, grave errore non puntare su Freccero

C’è qualcosa che sfugge nella faccenda delle nomine Rai in corso di definizione nei palazzi romani. Come tutti i precedenti governi, anche quello gialloblù, capeggiato da Giuseppe Conte e orientato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ha annunciato innovazione, cambiamenti e divaricazione tra politica e servizio pubblico radiotelevisivo. Insomma, la solita raffica degli annunci. Se, infatti, subito dopo si vanno a leggere i nomi dei consiglieri scaturiti dalla selezione dei curriculum e successivamente entrati in gioco per i posti apicali, non si ha esattamente la percezione di una netta e inconfutabile inversione di tendenza. La nomina alla presidenza «che spetta alla Lega» di Giovanna Bianchi Clerici, già consigliera di amministrazione, ha il sapore di una riproposizione delle solite liturgie. Forse meno scontata è l’indicazione per il ruolo di amministratore delegato di Fabrizio Salini, già ad dei canali Fox, direttore di La7 e ora dirigente della società di produzione «Stand by me».

Tutto, in fondo, dipende dalla mission dei nuovi vertici. Tre anni fa Antonio Campo Dall’Orto aveva l’obiettivo di trasformare un’azienda matura e sostanzialmente analogica in una media company moderna al passo con la rivoluzione digitale. Si è visto com’è finita quando ha provato a tenere i partiti lontani dalla Rai. Le sue stesse dimissioni, precedute da quelle di Carlo Verdelli, e le uscite di Massimo Giannini, Massimo Giletti e il semaforo rosso alzato davanti al portale diretto da Milena Gabanelli nonché alla sua proposta di una striscia quotidiana, sono lì a documentare il rifiuto della politica a farsi da parte. Con tante promesse disattese gravanti sul cavallo morente di Viale Mazzini è inevitabile che scetticismo e rassegnazione accompagnino ogni cambio di governance. Qualcuno dice che «ci sono nomi nascosti che non vogliamo bruciare». Salvini annuncia di voler incontrare «personalmente tutti i candidati ai vertici». Intanto si continuano a leggere rose di nomi dalle quali è sorprendentemente sparito quello di un professionista autorevole e carismatico come Carlo Freccero. Chi, parlando di televisione, ha un curriculum più credibile dell’ex direttore di Rai 2, ispiratore di mille, pur controversi, successi? Freccero è competente, colto, trasversale, imprevedibile e slegato da consorterie di partito: una figura sulla quale nessuno potrebbe eccepire. Lega e M5s potrebbero affidare al presidente la delega editoriale sul prodotto, lasciando al direttore generale funzioni aziendali e d’innovazione tecnologica. Lasciare in panchina un fuoriclasse con la sua storia e il suo know how sarebbe un errore di cui ci si potrebbe pentire.

 

La Verità, 24 luglio 2018

 

«Perché l’asse Lega-M5s può durare a lungo»

Buongiorno Carlo Freccero: per l’Italia è una buona giornata quella che vede la nascita del governo pentaleghista?

«L’esatta meteorologia di questa giornata la si conoscerà tra un po’ di tempo. Oggi e ancora presto».

La facevo più ottimista.

«Sono molto ottimista perché fino a poco tempo fa le domande della politica riguardavano l’austerità. Ovvero, cosa tagliare nella spesa pubblica per rispettare il fiscal compact. Oggi la domanda è: si può cancellare il debito pubblico?».

Roba da far imbiancare i capelli ai tecnocrati europei.

«In verità non si tratterebbe di una cancellazione vera e propria. Ma, come ha spiegato l’economista Claudio Borghi, di una sottrazione del debito incardinato nella Bce dal rapporto tra Pil e debito pubblico».

Allo stato delle cose questa cancellazione non è ufficialmente nel contratto, almeno non nella stesura finale.

«No, certo, ma è un tema all’ordine del giorno. Noi pensiamo ai soldi come a qualcosa di concreto mentre sono semplici iscrizioni contabili. Basta riconoscere il fatto che il debito mondiale non è ripagabile perché non esiste sul pianeta un corrispettivo di ricchezza sufficiente».

Tornando in Italia, adesso il braccio di ferro è sui ministri, principalmente su Paolo Savona per la casella dell’Economia.

«La scelta di Savona rappresenta un’opportunità di lavoro su questi temi. Per il pensiero politicamente corretto le decisioni non competerebbero al popolo, ma alle élites e agli esperti. E la scienza per eccellenza sarebbe l’economia, anzi: il neoliberismo. In realtà, l’economia non è una scienza, come dimostrano le crisi prodotte dal neoliberismo stesso. Perciò occorre lavorare per trovare altre soluzioni».

Il capo dello stato Sergio Mattarella ha chiuso un occhio sul curriculum di Giuseppe Conte per poter alzare disco rosso su Savona?

«Credo che i servizi segreti avessero già fornito a Mattarella tutte le informazioni necessarie sul conto di Conte».

Riformulo la domanda: al Quirinale fa gioco un premier debole?

«Il premier è un amministratore delegato o direttore generale che deve attuare l’ordine del giorno che il consiglio dei ministri elaborerà ogni settimana».

È Matteo Salvini l’uomo forte di questo governo?

 

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«Non sarò il terzo uomo tra Salvini e Di Maio»

Buongiorno presidente, come sta?

«Bene, grazie».

Come stanno andando le sue molteplici attività?

«Anche loro attraversano un ottimo stato di salute».

Dopo un lungo inseguimento, Urbano Cairo abbassa la guardia e accetta di fare il punto della situazione. Nei giorni scorsi qualcuno ha visto nel proprietario di La7, Rcs e Cairo editore, nonché del Torino calcio, la figura terza che poteva rappresentare una sintesi tra le posizioni di Matteo Salvini e quelle di Luigi Di Maio.

Che cosa c’è di vero, presidente?

«Sono indiscrezioni giornalistiche di cui nessuno mi ha parlato. Non c’è stato alcun contatto».

La politica però la tenta. Qualcuno ha scritto di un suo possibile impegno, magari tra una legislatura, quando potrebbe servire un leader dell’area moderata.

«Terrò conto di questa osservazione. Ma presiedo un gruppo imprenditoriale con 4.500 dipendenti, un impegno che mi assorbe 24 ore al giorno».

Eppure anche lei in passato non l’ha escluso.

«Nella vita non bisogna mai escludere nulla. Ma non è minimamente di attualità».

Diceva del buono stato di salute delle sue aziende.

«Partirei da Rcs che è l’ultima arrivata, un anno e mezzo fa. Già nel 2016, dopo soli cinque mesi, abbiamo riportato un utile netto. Quest’anno l’utile è di 71 milioni, conseguito non solo col taglio dei costi, ma mantenendo l’occupazione e sviluppando ricavi attraverso il lancio di nuove iniziative (il dorso di Buone notizie e di Corriere Innovazione) e il rilancio e consolidamento di altre, da Io donna a Gazza mondo fino al potenziamento di Oggi, l’unico settimanale familiare con una crescita a due cifre».

La7 è in un momento positivo grazie al fermento della politica. Lei auspica che si torni presto a votare?

«No, io auspico che le cose si sistemino per il Paese. La7 sta vivendo un momento favorevole già da novembre quando, con l’arrivo di Massimo Giletti, Andrea Purgatori e il gruppo di Diego Bianchi il palinsesto si è arricchito. Con la squadra già in forza alla rete mettiamo in campo una proposta solida e credibile. Poi, certo, nell’ultimo mese e mezzo, registriamo un decollo che ci ha portato in primetime al 5%, permettendoci di superare Rete 4 anche in daytime. Tutto questo, grazie al lavoro del direttore Andrea Salerno. Un paio d’anni fa c’era preoccupazione per il debutto di Tv8 e Nove. In realtà, sono altri a doversi preoccupare, noi ci siamo difesi attaccando e siamo soddisfatti».

A volte si ha la sensazione che La7 abbia pochi margini di crescita, essendo una rete semi tematica che si muove in un mercato generalista: è corretto?

«Rispetto allo scorso anno, nel 2018 stiamo crescendo del 20% nella giornata e ancora di più nel primetime. Abbiamo un posizionamento consolidato, che ha nell’informazione e negli approfondimenti il suo core business».

Perché è così seguita in questi momenti?

«Perché il profilo di prim’ordine dei nostri conduttori e opinionisti garantisce autorevolezza e affidabilità. Perché siamo ben focalizzati e abbiamo un posizionamento riconosciuto per cui, quando il pubblico si vuole informare, automaticamente viene su La7. Infine, perché un editore puro ha tutto l’interesse a lasciare totale libertà ai suoi conduttori e giornalisti».

Un editore che ha saputo convertire a proprio vantaggio il malcontento di molti volti Rai, da Giovanni Floris a Massimo Giletti, da Diego Bianchi a Andrea Purgatori, solo per citarne alcuni.

«Questo fa parte delle normali dinamiche di mercato. Qualcuno ha lasciato anche La7. Nel 2016 Maurizio Crozza è andato altrove, eppure, rispetto ad allora, i nostri ascolti aumentano».

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«Il governo? Dipende da quanti Pd ci saranno»

«È molto probabile che, la sera del voto, non avremo la minima idea di che governo si potrà insediare da lì a qualche settimana»: previsione di Luca Ricolfi, datata 3 marzo. Sociologo, docente di Analisi dei dati all’università di Torino, editorialista del Messaggero, osservatore tra i più lucidi delle cose della politica, allergico agli sconti a destra come a sinistra (vedi le sue analisi sul sito della Fondazione David Hume). Ci siamo rivolti a lui per interpretare le più clamorose elezioni anti establishment degli ultimi decenni e tracciare qualche scenario futuro.

Per trovare un altro risultato così dirompente bisogna tornare al 1994. Allora iniziò la Seconda repubblica, sta nascendo la Terza?

«No, stiamo tornando alla Repubblica “di mezzo” (fra la prima e la seconda), quella che è esistita fra le elezioni politiche del 1992 e le elezioni del 1994, al tempo in cui tutto cominciò a cambiare, grazie al referendum sulla preferenza unica, a Mani pulite, all’esplosione della Lega, alla nuova legge elettorale (il compianto Mattarellum). Non tutti lo ricordano ma, allora, gli studiosi di comportamenti elettorali congetturarono che l’Italia fosse ormai divisa in tre: la Padania, egemonizzata dalla Lega (Forza Italia non era ancora nata), l’Etruria, egemonizzata dal Pds, il Mezzogiorno, ancora saldamente in mano alla Dc. Oggi la carta geopolitica è tornata a essere quella di allora, con i 5 stelle al posto della Dc».

Quali sono i fattori di maggior novità del voto del 4 marzo?

«C’è molta più chiarezza di prima: il Centronord vuole proseguire sulla via della modernizzazione del Paese, timidamente intrapresa in questi anni, ma lo fa con sensibilità diverse, rappresentate dal centrodestra e dal Pd. Il Sud vuole continuare a sussistere nell’unico registro che un ceto dirigente irresponsabile è stato in grado di prospettargli: assistenza, assistenza, assistenza».

Concorda con chi sostiene che le urne ci consegnano un’Italia geograficamente e socialmente bipolare: nel Sud della disoccupazione e della povertà ha vinto il M5s, nel Nord dove si teme per la sicurezza ha vinto la Lega.

«Concordo, ma solo in parte. Oggi il voto del nord sembra ad alcuni soprattutto anti-immigrati, ma a mio parere esprime invece, molto di più, l’ennesima rivolta antifisco e anti burocrazia».

Sarà difficile mantenere le promesse di flat tax e reddito di cittadinanza. È per questo che, sotto sotto, né Lega né M5s smaniano di governare?

«Non so se davvero esitano, a me sembrano piuttosto smaniosi entrambi. Il mancato mantenimento delle promesse penso sia messo in conto da tutti, tanto basterà dire: noi volevamo ma gli alleati, ma l’Europa, ma la situazione, eccetera eccetera».

Code all'indomani del voto per richiedere il reddito di cittadinanza

Code all’indomani del voto per richiedere il reddito di cittadinanza

Si è votato in marzo, quando non ci sono sbarchi d’immigrati. Se si fosse votato in maggio, la Lega avrebbe superato anche il Pd di Matteo Renzi?

«L’ho sostenuto in un’intervista a Sky pochi giorni fa. Votare a marzo ha attutito i danni subiti dal Pd, checché ne dica Renzi, che si è lamentato di non aver potuto votare prima: se si fosse votato la primavera scorsa non avrebbe potuto giocare la carta Marco Minniti».

Che però, a sorpresa, è stato sconfitto.

«Il fatto ha stupito anche me, ma forse io ho un pregiudizio positivo nei confronti di Minniti, che mi pare uno dei pochissimi ministri che sanno di che cosa parlano».

Con Lega e M5s è nato anche un nuovo bipolarismo politico che sostituisce quello composto da Forza Italia e Pd, ora residuali?

«No, il sistema per ora è quadripolare e instabile. Lega e M5s rappresentano solo la dialettica interna alle forze antieuropee. Un vero bipolarismo richiederebbe il compattarsi di due aggregazioni più ampie e robuste: ad esempio centrodestra contro mutanti».

Chi sono i mutanti?

«Pd e 5 stelle, Organismi politicamente modificati (Opm) costruiti a partire dal ceppo antico del socialismo e del comunismo».

Un ceppo che germoglia sempre meno. La sinistra è in declino dovunque in Occidente. La crisi di quella italiana ha fattori specifici più gravi?

«La sinistra non è affatto in declino, semplicemente sta assumendo forme che i media (e pure gli studiosi, devo ammettere) si rifiutano di riconoscere per quello che sono. Quella che continuiamo a chiamare sinistra è semplicemente la sinistra ufficiale, ovunque amata e votata dai ceti medi riflessivi, istruiti e urbanizzati, e dal mondo della cultura. Ma esiste anche un’altra sinistra, trasgressiva e populista, prediletta dai giovani e da una parte dei ceti popolari, che si esprime in forme nuove: Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, 5 stelle in Italia, France insoumise oltralpe, per citare i casi più importanti. Quel che sta succedendo è che, in molti paesi, tranne il Regno Unito, la sinistra populista sta diventando più forte di quella ufficiale, riformista, benpensante, assennata e politicamente corretta».

Com’è possibile che non ci si interroghi sul fatto che il Pd tiene nei centri storici e scompare nelle periferie e tra i lavoratori?

«Me lo sono chiesto anch’io, e ne è venuto fuori un libro (Sinistra e popolo, Longanesi 2017). Però la vera domanda forse è anche quest’altra: perché del problema ci accorgiamo solo ora visto che il distacco fra sinistra e popolo è in atto da almeno 40 anni?».

Augusto Del Noce diceva che il partito comunista sarebbe diventato un grande partito radicale di massa. L’apparentamento con Emma Bonino ne è stata l’ultima piccola conferma?

«Sì, quello di partito radicale di massa è un concetto che descrive a pennello l’evoluzione del comunismo dal Pci al Pd renziano. Ne parla anche Marcello Veneziani nel suo ultimo libro (Imperdonabili, Marsilio 2017). Il Pd è diventato una sorta di macchina per proclamare diritti, e anche un rifugio identitario per i ceti alti e medi, bisognosi di impegno per espiare la colpa di non essere poveri. Una mutazione che l’alleanza con la Bonino ha reso evidente, per non dire plateale. Ma a questo tipo di evoluzione (o involuzione?) ha contribuito anche una certa dose di stupidità autolesionista, una quasi inspiegabile incapacità di capire il punto di vista della gente comune: come si può pensare, nell’Italia di oggi, di attirare consensi con l’antifascismo e lo ius soli? Se ci fossero pulsioni fasciste e nostalgiche Casa Pound e Forza Nuova avrebbero avuto un risultato decente, non i pochi decimali (0.9 e 0.37%) che qualsiasi simbolo buttato sulla scheda finisce per raccogliere».

Emma Bonino alla convention del Pd al Lingotto di Torino

Emma Bonino alla convention del Pd al Lingotto di Torino

Che responsabilità hanno gli intellettuali nel distacco tra la classe dirigente del Pd e la sua area tradizionale di riferimento?

«Negli ultimi 30 anni, intellettuali e mondo della cultura molto si sono preoccupati di veder rappresentati loro stessi e i loro interessi, e pochissimo di convincere il Pd a rappresentare anche i ceti popolari. Questa è una delle differenze fra Prima e Seconda repubblica: gli intellettuali della prima pretendevano di conoscere meglio dei dirigenti del Pci quali fossero i veri interessi della classe operaia; a quelli della seconda è premuto assai di più che gli eredi del Pd rappresentassero il loro mondo incantato. Ci sono riusciti benissimo».

Che giudizio dà di Renzi come amministratore, comunicatore e stratega politico?

«Non voglio infierire, l’ho già criticato a sufficienza in questi anni. Anzi, voglio dire che, se solo avesse fatto meno il bullo e avesse provato ad ascoltare chi lo criticava stando dalla sua parte, oggi ricorderemmo le non poche buone cose che ha fatto, dal jobs act a industria 4.0. Il dramma dell’Italia è che questo modesto Pd è pur sempre la miglior sinistra disponibile sul mercato, visto quel che offrono 5 stelle e Leu».

Cosa pensa dell’esperienza di Liberi e uguali? A chi è maggiormente attribuibile la colpa della scissione?

«Un’operazione politica penosa, nei contenuti e nelle persone. Quello che non capisco è perché abbiano scelto come capo una figura scolorita come quella di Pietro Grasso: chiunque altro, tranne forse il demonizzatissimo Massimo D’Alema, avrebbe portato a casa più voti. Quanto alla scissione, non so se è stata una colpa, forse è stata un atto di chiarezza».

Quanto il successo di M5s e Lega complica il rapporto con l’Europa?

«Meno di quanto si pensi. Noi continuiamo a fare uno sbaglio: pensare che il problema siano le autorità europee. No, il problema sono i mercati, come si è visto nel 2011, quando le autorità europee lodavano Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi, e sono bastati tre mesi di impennata dello spread per capovolgere tutto».

Che scenario intravede? Se la sente di fare delle percentuali dei possibili governi?

«No, non me la sento. Credo che molto dipenderà dal Pd, ovvero da quanti Pd vi saranno fra qualche mese. Se ve ne sarà uno solo, non si potrà che tornare al voto. Se ve ne saranno due, vedremo se la spunterà quello assistenzialista, che vuole dare una mano al sud (e ai 5 stelle), o quello sviluppista, che vuole dare una mano al centronord (e quindi al centrodestra)».

Quanto un governo a guida Di Maio con il sostegno del Pd aggraverebbe il bilancio dello Stato?

«Molto, perché anche il Pd è tentato dalla spesa in deficit».

Dobbiamo rassegnarci all’ennesimo governo del Presidente?

«Speriamo di no, abbiamo già dato. E poi Sergio Mattarella mi pare più arbitro di Giorgio Napolitano, che era chiaramente un giocatore in campo».

Quali sono le prime riforme che suggerirebbe al nuovo governo?

«Sgravi fiscali sui produttori, alimentati da una lotta senza quartiere contro gli evasori totali».

Che cosa consiglierebbe a Silvio Berlusconi che si chiede «adesso dove si va»?

«Di decidersi a scovare un successore».

Se si rivotasse entro un anno le tendenze del 4 marzo uscirebbero radicalizzate o ridimensionate?

«Dipende: se nel frattempo non succede nulla avremo un Parlamento fotocopia. Ma qualcosa succederà. Basta che non sia un nuovo 2011».

 

La Verità, 11 marzo 2018

L’anti talk show di Pif con i candidati premier

Scegliere per chi votare alle prossime elezioni è un po’ come scegliere il piatto sul menù al ristorante. L’assunto di partenza di Pif in Il candidato va alle elezioni è già in partenza il manifesto programmatico del suo nuovo programma su Tv8, la cifra della televisione che Pierfrancesco Diliberto ha sempre proposto con il marchio storico de Il Testimone (martedì, ore 21.15, share dell’1.3%). Il tono scanzonato, l’ironia, la curiosità che, senza prendersi sul serio, riesce a guidare con sagacia il telespettatore nella conoscenza degli interlocutori incontrati in modo informale, nelle trasferte in furgone, in treno, prima del comizio in piazza o al bar. Tante volte si sceglie il piatto sbagliato e si finisce per rovinarsi la cena. Bisognerebbe poter assaggiare tutti i piatti prima di fare la comanda. Per le elezioni Pif ha deciso d’incontrare tutti i candidati premier disposti a farsi assaggiare dalla sua telecamerina. Lo scopo è conoscere le persone, far capire chi sono coloro che si propongono come nostri governanti, senza impantanarsi nelle discussioni capziose e inconcludenti che traboccano da tutti i talk show. Si parte con Luigi Di Maio, candidato trentaduenne di M5s, perennemente in giacca e cravatta al quale Pif cerca di estorcere qualche trasgressione: canne, scuola marinata, multe per violazione del codice stradale. Niente da fare: «È la persona più difficile che abbia mai intervistato. Di solito, dopo un po’, la gente si rompe i c…i e viene fuori al naturale». «Ma io al naturale sono così». Il problema è proprio questo. Pif pensava che Di Maio fosse ingenuo, in realtà è abbastanza scafato. Morale: per uno che si candida premier non è del tutto negativo. Con Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, si va sul privato. Il compagno è di quattro anni più giovane e di sinistra: le discussioni su liberalizzazione delle droghe, gay e unioni civili sono animate… «Non si è posta il problema? Io me lo sarei posto», riflette Pif. «Perché voi di sinistra siete più settari», lo punge Meloni. Che si irrita quando viene provocata sul rapporto tra Fdi e Casa Pound. Con il candidato di Liberi e uguali Piero Grasso, palermitano, Pif gioca in casa. L’appuntamento è nella sede della città siciliana, a poca distanza da dove fu ucciso Piersanti Mattarella, fratello del presidente della Repubblica. Il trentacinquenne Grasso era il magistrato incaricato delle indagini. Quella volta la mafia aveva ucciso in pieno inverno e con lui Pif rinfodera gli artigli.

La Verità, 22 febbraio 2018

Perché il presenzialismo televisivo di Renzi è un autogol

Se un confronto tv tra due politici può esser preso come test, per Matteo Renzi «la situazione non è buona» (Celentano). Se poi colui che lo batte negli ascolti è il probabile principale competitor alle prossime elezioni, quando saranno, allora son proprio dolori. È andata così, l’altra sera (perdonate qualche cifra). Il premier, ospite su Rai 3 di Politics – Tutto è politica, ha raccolto tra le 21.22 e le 21.41 il 5,78 per cento di share e tra le 21.52 e le 22.15 il 5,72. Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle, invitato da La7 a DiMartedì, ha ottenuto il 6,19 nel primo blocco e il 7,12 nel secondo. In sostanza, l’esponente grillino e La7 hanno prevalso durante tutta la sovrapposizione, al netto della copertina di Maurizio Crozza, inserita come intervallo tra il faccia a faccia Floris-Di Maio e la conversazione allargata a Massimo Giannini e Maria Latella. Se si considera anche l’innesto comico, invece, la forbice è superiore a un punto percentuale.

Matteo Renzi e Luigi Di Maio, futuri avversari alle prossime elezioni a Palazzo Chigi

Matteo Renzi e Luigi Di Maio, futuri avversari alle prossime elezioni a Palazzo Chigi

Per il presidente del Consiglio lo smacco è doppio. La settimana dopo la puntata di DiMartedì che non aveva generato «una corrispondenza d’amorosi sensi» (Mentana) col premier, la sua decisione di partecipare al talk concorrente poteva suonare come un dispetto collaterale, oltre che un favore alla coppia Bignardi-Semprini. Invece, audience non mente e il piano si è rivelato un autogol. È vero che Politics è cresciuto dal 2,5 per cento di settimana scorsa al 6,4, risultando vincente su DiMartedì (6,1). In sostanza: il programma di La 7 ha mantenuto il proprio pubblico e, con la presenza di Renzi su Rai 3, si è allargata la platea dei talk show. Ma è ancor più vero che il sorpasso tra i due si è registrato soprattutto perché Floris s’indebolisce nella seconda parte, mentre nella prima, clamorosamente, Di Maio batte Renzi.

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer durante l'ultimo «Politics»

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer durante l’ultima puntata di «Politics»

Smacco politico e smacco mediatico, dunque. Eppure, come avviene per ogni presenza tv dall’inizio della campagna referendaria, il disegno era stato studiato nei minimi particolari dallo staff del premier. Anche la Rai ci aveva investito parecchio, mandando Semprini ad annunciare la prestigiosa ospitata a Che fuori tempo che fa appena due ore dopo la lunga intervista concessa da Renzi all’Arena di Massimo Giletti. Si era messa al lavoro pure la direttrice di Raitre per studiare la scaletta e chiamare i giornalisti giusti: l’agguerrita Bianca Berlinguer, Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto quotidiano, e l’habitué della casa Claudio Cerasa, numero uno del Foglio. Infine, c’era l’asso nella manica: le leggendarie domande di Facebook, alle quali il presidente del Consiglio avrebbe risposto in tempo reale. Tanta carne al fuoco, dunque, forse troppa. Che lo chef Semprini non è stato in grado di cuocere adeguatamente.

Discutibile compromesso calcistico tra Renzi e Giletti all'«Arena» di Rai 1

Discutibile compromesso calcistico tra Matteo Renzi e Massimo Giletti all’«Arena» di Rai 1

Tanto per cominciare, Renzi troneggiava su uno sgabello davanti al pc, rubando al conduttore il controllo del verbo dei social. Poi, sopraffatto dalla reciproca ostilità tra la Berlinguer e il premier, il giornalista non è mai riuscito a dare un filo logico alla serata. Quanto all’ospite, ci ha messo del suo per complicarsi la vita. Prima rivolgendosi alla giornalista con un «direttore Berlinguer» che, considerate le motivazioni del recente siluramento, è suonato strano. Poi replicandole sul caso Marino che l’ex sindaco di Roma «si è dimesso lui, poi ha ritirato le dimissioni… Il suo tg ne ha dato ampia informazione con due o tre servizi in apertura…». «Dovevamo ignorare la notizia?», ha provocato l’ex direttrice del Tg3. «Ha mai ricevuto una telefonata da me su come fare il tg?», è stata la replica del premier. «No. Da lei personalmente no», ha chiuso la Berlinguer lasciando chiaramente intendere di averne ricevute da qualcuno a lui vicino. Un’allusione chiara, pur nel bailamme di voci che si sovrapponevano. Ma un’allusione complicata da gestire e subito sopita da Semprini che ha dirottato la discussione su temi economici. Nel frattempo, delle imprescindibili domande di Facebook si erano completamente perse le tracce.

Insomma, complessivamente una serata storta. Ancora più storta dev’essere stata la mattinata post televisiva, per il premier, una volta appreso il responso dell’Auditel: battuto da Di Maio, probabile candidato dei pentastellati. Già finora tutti i sondaggi dicevano che a un eventuale ballottaggio i grillini potrebbero prevalere. Ora, questo risultato è un’altra, piccolissima, ma fastidiosissima conferma. Avrà di che riflettere la task force della comunicazione composta da Jim Messina, Filippo Sensi e Simona Ercolani che analizza tutto, comportamento dei giornalisti, linguaggio, situazioni, programmi e curve di ascolto per definire ogni presenza televisiva. Chissà, forse tra le variabili da inserire nell’algoritmo c’è anche quello riguardante la sovraesposizione mediatica e il suo, indesiderato, effetto collaterale. Chiamasi saturazione. Anche perché una parte di pubblico può cominciare a chiedersi: ma è giusto che il premier sia sempre in tv per la campagna referendaria, con tutto quello di cui ha bisogno questo Paese? Non dovrebbe pensare a governare più che a promuovere le ragioni dell’«abolizione» del Senato?