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«La scuola che preparano ci porterà in una distopia»

Gli uomini di potere lo sanno: quando si mettono le mani sull’educazione, ci si appropria del futuro». Elisabetta Frezza non ci mette molto ad andare al sodo. Cinque figli, solidi studi giuridici e inguaribile tendenza all’approfondimento, autrice dell’introvabile MalaScuola. Gender, affettività, emozioni: il sistema “educativo” per abolire la ragione e manipolare i nostri figli (Leonardo Da Vinci), questa elegante signora di Padova intervistata spesso da Byoblu.com di Claudio Messora, nasconde dietro occhi azzurri una lucidità metallica. Al recente appello contro la scuola che sta trasformando lo studente in «paziente», scritto sotto l’egida del Ciatdm (Coordinamento internazionale associazioni per la tutela dei diritti dei minori), sottoscritto da associazioni, politici, presidi e professionisti, e indirizzato al premier, ai ministri dell’Istruzione e della Salute e ai presidenti di Camera e Senato, nei giorni scorsi è seguita una comunicazione nella quale si chiede «al presidente del Consiglio pro tempore l’immediato scioglimento del Comitato tecnico scientifico» e, tra le altre cose, si diffidano le autorità scolastiche dall’assumere qualsiasi iniziativa sanitaria in assenza del consenso della famiglia.

Iniziative durissime, signora Frezza.

«Sì, non è il momento delle sfumature. Ma mi conforta il fatto che abbiano trovato larga adesione. Stiamo ottenendo grandi riscontri, centinaia di mail di genitori e professionisti della scuola».

Che cosa l’ha spinta a scrivere questi appelli?

«Prima di tutto le misure annunciate per il ritorno a scuola: l’obbligo a tenere comportamenti conformi, il distanziamento, l’uso delle mascherine, i corridoi a senso unico alternato, che costringeranno gli scolari a seguire regole demenziali».

Per esempio?

«Ne ho avuto un assaggio con l’iscrizione di mio figlio al ginnasio, in occasione del sorteggio per smistare i ragazzi nelle classi. Una lunga fila di genitori in attesa della misurazione della temperatura, poi il lavaggio delle mani con il gel, l’autocertificazione sanitaria, la firma con penna personale per non veicolare il contagio. Ho visto questa gente docile e assoggettata, come fossimo improvvisamente precipitati in una distopia. Paradossalmente, se le autorità scolastico-sanitarie avessero chiesto di fare 10 flessioni, una piroetta e cantare Bella ciao nessuno avrebbe eccepito».

Perché da avvocato è da tempo in prima linea sui temi della scuola?

«Qualche anno fa mi sono cancellata dall’albo degli avvocati. Da madre di cinque figli ho assistito al degrado progressivo dell’istituzione scolastica e la mia formazione giuridica mi ha portato a guardarci dentro».

Che scuole hanno frequentato?

«Una piccola materna ed elementare privata che ora sta per chiudere. Poi scuole medie e liceo classico statali».

Il degrado di cui parla in cosa consiste?

«Fino a qualche anno fa, un po’ per inerzia del sistema un po’ perché resistevano alcuni bravi insegnanti, la struttura reggeva. Poi, gradualmente ma scientificamente, è stato smantellato pezzo per pezzo quell’impianto gentiliano che ha fatto della scuola italiana un modello di eccellenza sulla scena mondiale, per sostituirlo con una scuola ad impostazione spiccatamente aziendalista e mercatista».

Questo degrado si sta accentuando con l’emergenza sanitaria?

«L’epidemia è il pretesto che arriva al momento giusto. È l’ultimo ordigno che dà il colpo di grazia a un edificio già diroccato, permettendo di introdurre maggiore controllo sanitario e sociale. E di realizzare il definitivo annichilimento culturale».

Addirittura?

«Stiamo assistendo a un’evidente sostituzione dei contenuti: via le materie fondamentali, avanti l’ideologia. E poi l’ipertrofia digitale. L’abbiamo sperimentato già durante la quarantena con la didattica a distanza. In casa, con cinque figli connessi davanti allo schermo e muniti di cuffie sembrava di essere in una stazione spaziale. Si rende lo scolaro dipendente dalla protesi tecnologica, destinata alla fine a prendere su di lui il sopravvento. Pensiamo solo all’atrofia di tante attività manuali ed espressive a partire dalla scrittura. La navigazione ha sostituito la consultazione. Tutto viene smaterializzato».

È un processo irreversibile?

«Temo di sì. Anche l’introduzione dei nuovi banchi-autoscontri è funzionale. Il tavolo è scomparso e quel piccolo appoggio che lo sostituisce non può certo ospitare un quadernone, un libro di testo, magari il vocabolario. Sono fatti apposta per rendere definitiva la didattica 2.0 o 3.0 con la lavagna interattiva multimediale e il tablet. E non è l’unica conseguenza».

Le altre?

«Isolano ulteriormente lo scolaro. La figura del compagno di banco scompare, con tutto quello che significa anche dal punto di vista psicologico oltre che didattico».

Questa modifica dell’apprendimento si estende anche ai contenuti?

«Vedremo come sarà la nuova educazione civica che, approvata nell’agosto scorso, entrerà in vigore da quest’anno».

Un’idea non ce l’ha?

«Il nome della materia ci è familiare. Ma finora era una materia ancillare della storia, con l’obiettivo di fornire i rudimenti del diritto costituzionale. La nuova educazione civica sarà invece un contenitore di mainstream e comprenderà l’insegnamento di varie “educazioni”, tra cui l’immancabile educazione alla legalità o alla cittadinanza globale – e pazienza se si tratta di un meraviglioso ossimoro – e allo sviluppo sostenibile. In definitiva sarà un altro strumento volto a formare una massa di cittadini standardizzati e obbedienti».

Chi non concorda con l’educazione alla legalità?

«A dirla così nessuno. Ma da che mondo è mondo ci sono leggi ingiuste. Basti pensare a quelle razziali, per fare un esempio. Nella formula “educazione alla legalità” viene oscurata e assorbita l’idea di giustizia e il suo valore oggettivo che trascende la legge positiva. È un altro stratagemma per inculcare l’obbedienza all’autorità costituita, a prescindere da qualsiasi vaglio di ragione. Invece, se la storia ci ha insegnato qualcosa, a partire da Antigone, la legge ingiusta non va ciecamente obbedita, anzi, va combattuta proprio in nome di un principio superiore di giustizia».

Non sta disegnando uno scenario troppo cupo?

«Questo processo viene da lontano e ora sta solo accelerando. L’introduzione del modello aziendalista ha trasformato la scuola delle conoscenze in scuola delle competenze. Oggi non bisogna sapere, ma saper fare. Tutto ciò che non è utile può essere eliminato, a partire dalla storia o dalla filosofia».

Com’è avvenuta questa trasformazione?

«Con la buona scuola sono stati introdotti criteri di valutazione arbitrari, disancorati dalle materie di insegnamento. Si parla di soft skills, o competenze trasversali che riguardano le relazioni, il “benessere gruppale”, il “problem solving”, attitudini interdisciplinari che scardinano la centralità della didattica e dello studio».

Un altro spiraglio aperto all’ideologia?

«Al monopensiero obbligatorio. Quello che poi si articola in varie aree tematiche ed è improntato all’ambientalismo spinto, al genderismo, al pansessualismo, allo scientismo, all’omofilia, all’eurofilia, all’inclusività e chi più ne ha più ne metta. Tutti contenuti veicolati attraverso programmi e libri di testo aggiornati, progetti assortiti che spesso e volentieri entrano nelle scuole in groppa a esperti esterni, estranei al corpo docente, anche all’insaputa dei genitori».

Il suo libro intitolato MalaScuola è nato come critica alla «buona scuola» del governo Renzi?

«Fu un docente di teologia a incuriosirmi sul fenomeno gender, quando questo era ancora fuori dai radar, ben prima della epifania della legge renziana. Ben presto ho constatato quanto e come nella scuola si diffondevano i corsi di educazione alla sessualità e all’affettività. Quando poi ho letto il testo della legge 107 nell’estate del 2015, insieme a una collega, ho smontato il marchingegno introdotto con il comma 16».

Che sarebbe?

«Attraverso una sorta di matrioska normativa, cioè con un doppio rinvio, concatenato e permanente, la norma è di fatto soggetta a un periodico aggiornamento, realizzato attraverso semplici atti amministrativi che sfuggono a ogni controllo parlamentare perché elaborati da funzionari incardinati nel Dipartimento delle Pari Opportunità, in ossequio alla normativa europea».

Una cosa che porta lontano.

«Tutto è cominciato alle conferenze Onu del Cairo e di Pechino del 1994 e 1995. Nelle quali, come ha documentato Dale O’Leary nel suo The Gender Agenda, sono state pianificate scientificamente, con mezzi e risorse potentissime, la diffusione dell’ideologia gender, la decostruzione della famiglia e la promozione della cultura omosessualista».

Tornando alla scuola?

«Con il progetto Polite (Pari opportunità nei libri di testo ndr), l’accordo siglato tra l’Associazione italiana editori e il dipartimento delle Pari opportunità, si punta a correggere tutti i libri di testo secondo i dettami della teoria di genere, eliminando da antologie e sussidiari i contenuti politicamente scorretti in favore di altri allineati alle nuove ideologie».

La sua analisi non è esattamente un’iniezione di speranza: non sarà un tantino complottista?

«Vorrei fosse così. Purtroppo la documentazione che abbiamo a disposizione è così chiara ed esplicita da impedire ogni fantasia complottista. Lo dimostra l’impegno delle tecnocrazie internazionali come la nostra Fondazione Agnelli, dove – guarda caso – l’ex ministro Valeria Fedeli siede nel Cda. Queste centrali sono già sintonizzate sull’Agenda Onu 2030, un concentrato di filosofie mondialiste. Di cui il Global compact on education, il grande evento che si svolgerà in Vaticano il prossimo 15 ottobre sarà la summa teologica. In quell’occasione verrà sottoscritto un patto educativo globale in vista di un nuovo umanesimo. Non a caso la stessa identica espressione usata da Conte nel discorso d’insediamento del governo giallorosso».

 

La Verità, 1 agosto 2020