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Un dio greco sta scalando l’Olimpo del tennis

Forse abbiamo trovato il numero uno del futuro. È un eroe greco di ventun anni, capelli biondi e un filo di barba che incornicia il profilo da Jesus Christ superstar (copyright Fabio Fognini). Si chiama Stefanos Tsitsipas, è figlio di Apostolos, il padre manager, e di Julia Salnikova, ex tennista russa. Domenica a Londra, al culmine di una settimana di grande tennis e di un match lottato punto su punto con Dominic Thiem, ha conquistato la coppa di «Maestro dei maestri», è questo il titolo che si assegna alle Atp Finals, storicamente chiamate Masters, tra gli otto migliori giocatori della stagione. L’attimo degli astri, però, quello che aveva distillato i segni degli dei era scoccato la sera prima, quando, con un ace, Stefanos si era aggiudicato gioco, partita, incontro, battendo l’idolo dell’adolescenza, il modello inarrivabile, il dio del suo olimpo di giovane ateniese, quel Roger Federer di 17 anni più esperto di lui. Non era solo un risultato contro pronostico, una discreta sorpresa basandosi su ciò che si era visto nei giorni precedenti, il tennis angelicato con il quale Roger aveva surclassato un buon Novak Djokovic, e la lotta di quasi tre ore che aveva costretto proprio Tsitispas a inchinarsi al solito, indomito, Rafa Nadal. Non era solo un risultato inatteso, forse anche un passaggio di testimone, tanto il tennis di Roger e quello di Stefanos sono accostabili per completezza, fantasia, estetica: più calligrafico quello dell’eroe svizzero, più impetuoso, anche per ragioni anagrafiche, quello del discepolo ellenico. Dopo quell’ace definitivo, Stefanos aveva lasciato cadere braccia e racchetta, abbandonandosi al sorriso radioso della felicità.

A volte, nello sport sono i piccoli indizi a suggerire che qualcosa sta accadendo. Sfumature appena accennate nella tavolozza dei fatti e delle colorazioni primarie. E servono poi tante altre pennellate a farle diventare poco alla volta dominanti. Protagoniste del cambio di passo, avvento di una nuova stagione. Rivisitato a posteriori, il Masters di Londra 2019 (dal 2021 al 2025 si disputerà a Torino) potrebbe essere l’evento che ha inaugurato la svolta, gettando le basi del cambiamento. Da un po’ ci si chiede chi succederà ai Big Three, chi verrà dopo la meravigliosa epoca regalata da Federer, Nadal e Djokovic con i loro talenti cristallini, le loro tempre così diverse e complementari nel rivaleggiare e superarsi di continuo, lassù al vertice dello sport individuale più complesso, affascinante e poliedrico che esista. Forse abbiamo trovato la risposta in questo ragazzo di un metro e 93 per 85 chili che già agli Australian Open di gennaio aveva eliminato re Roger.

Corsi e ricorsi, qualcuno potrà obiettare. Già nel 2018 Zverev aveva sconfitto Federer in semifinale e Djokovic in finale. E già allora molti avevano pronosticato un futuro da numero uno al giocatore tedesco, figlio di genitori russi. Ma le previsioni sono fatte per essere contraddette, appunto. E, pur mantenendosi a livelli eccellenti, il 2019 di Zverev non ne ha confermato le ambizioni, palesandone alcuni limiti tecnici e di temperamento. Per contro, di Tsitsipas impressionano le doti di personalità e la solidità del tennis in tutte le zone del campo: di dritto e di rovescio, in attacco e in difesa, di potenza e di ricamo, nei colpi di rimbalzo e in quelli al volo, nei campi veloci e in quelli in terra rossa. Il greco non teme di sfidare Nadal sulla diagonale di sinistra, il suo rovescio contro il dritto arrotato di Rafa, o Federer sulla traiettoria da destra, dritto contro il dritto dello svizzero. E, caratteristica dei fuoriclasse, sa giocare da protagonista i punti importanti dei match, con una maturità di molto superiore ai suoi 21 anni. Alle finali londinesi, Nadal e Djokovic si sono fermati nei gironi di round robin, i due minitornei tra 4 giocatori che servono a laureare i 4 che disputano le semifinali. Solo Federer vi è approdato, poi eliminato dal greco. Gli altri due semifinalisti erano Alexander Zverev, 22 anni, e Dominic Thiem, 26: 3 rovesci a una mano su 4, per la gioia degli esteti. Quel che più conta è che il ricambio generazionale appare avviato. E sembra ben avviata l’ascesa del più giovane di tutti, il greco protagonista di un gioco coraggioso e «completo» (l’aggettivo più ribadito da Paolo Bertolucci in sede di commento), senza schemi fissi, perché privo di punti di debolezza.

Nelle previsioni sportive il «forse» è d’obbligo e vedremo nei prossimi mesi. Di sicuro, soprattutto negli slam che si disputano 3 set su 5, i Big Three renderanno vita dura alla next gen che scalpita. E nella quale, per altro, non vanno dimenticate le ambizioni della nuova piccola leva italiana. Dopo Adriano Panatta, nel 1975, e Corrado Barazzutti, nel 1978, usciti senza vincere un match, Matteo Berrettini, appena iscritto al club dei top ten, è stato il primo italiano a tornare alle finali dei migliori otto e il primo in assoluto a vincere una partita (contro Thiem). In questo 2019 è stato protagonista di una crescita straordinaria e le doti sia tecniche che mentali fanno molto ben sperare. Berrettini è un giocatore moderno, diverso da tutti quelli che abbiamo avuto finora, potente nel servizio e nel dritto da fondo campo, ma anche in possesso di buon tocco. Ancor più vertiginosa sembra la crescita dell’altoatesino Jannik Sinner appena diciottenne e fresco vincitore delle finali milanesi della Next Gen (e del challenger di Ortisei) che hanno preceduto quelle dell’intero circuito. Se a Berrettini «bisogna dare tempo», come ha suggerito Panatta pronosticandone un futuro ai piani alti, ancor più bisogna avere pazienza con Sinner, promettentissimo puledro purosangue, affidato alle mani esperte di coach Riccardo Piatti.

Nell’attesa, freghiamoci le palme delle mani. La splendida epoca dei Big Three resterà sicuramente irripetibile. Ma chissà, se le promesse dei nostri atleti troveranno conferme, anche per gli italiani il futuro potrebbe riservare ruoli da protagonisti.

 

La Verità, 19 novembre 2019

Perché la rivalità tra i Big Three resterà irripetibile

«La partita del secolo». «La battaglia degli dei». «La finale più lunga della storia». «La prima finale in cui il vincitore annulla due match point all’avversario», il divino Roger Federer. Novak Djokovic stava ancora masticando l’erba del centrale di Wimbledon per fermare la fuga dell’attimo vincente quando il suo caro amico Fiorello aveva già twittato con abbondanza di punti esclamativi: «Contro tutti! Contro @rogerfederer, contro il pubblico, contro l’Inghilterra, e anche contro Godzilla! Grandissimo @DjokerNole! #Wimbledon2019!».

Il giorno dopo, le definizioni sembrano iperboli e invece no. Si discute appassionatamente se siamo dalle parti della storia o già nella leggenda. Si rincorrono i paragoni con altre memorabili finali, sempre sul verde dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, tempio e tradizione: Borg-McEnroe del 1980 e Nadal-Federer del 2008.

Gli appassionati si dividono a colpi di statistiche e numeri. E, giusto per dare un assaggio di quanto la faccenda non sia capziosa ma difficilmente dirimibile, basta dire che domenica ha vinto il giocatore che ha fatto meno punti (213 contro i 218 del campione svizzero) e meno colpi vincenti (54 contro 94, addirittura 40 in meno).

Il tennis è questo: sport matematico e misterioso al contempo. In cui i punti non sono tutti uguali e uno non vale uno. Vince chi gioca meglio quelli determinanti. Nei suoi due match point Federer ha allargato un dritto in corridoio ed è sceso precipitosamente a rete dietro un attacco corto, tradito a un centimetro dal trionfo da un pizzico di emozione. Così ha vinto «l’intruso», il terzo incomodo nella rivalità classica tra Roger e Rafa, «il primo del torneo degli altri». Così si è scritto. Sebbene Novak sia da parecchio tempo il numero uno (4 degli ultimi 5 slam vinti) e nel computo degli scontri diretti svetti sia contro Federer (26 a 22) che contro Nadal (28 a 26), con superiorità ancora più evidenti dal 2011, anno della consacrazione definitiva, in poi.

Oltre le preferenze e le tifoserie, conta riconoscere la fortuna di poter assistere all’epoca più bella ed entusiasmante del tennis (forse tra le più gratificanti dello sport in generale). Più dell’era della leggendaria rivalità tra l’orso svedese Bjorn Borg e il funambolo ribelle John McEnroe. Più della stagione dei duelli fra l’elegante Stefan Edberg e il bombardiere Boris Becker. Più del confronto tra le diverse filosofie di gioco del sublime attaccante Pete Sampras e l’indomito ribattitore Andre Agassi. Quella di cui oggi abbiamo il privilegio di godere è la rivalità tra i Big Three. Duri a morire nonostante l’età non più verdissima, a dispetto dell’erba che calcano elegantemente. La Next Gen è pregata di accomodarsi in sala d’attesa. La scena è occupata da questo inesauribile confronto a tre facce. Fatto di sorpassi e risorpassi. In cui, sebbene l’estetica si è pronunciata con evidenza in favore di uno di loro, risulta sempre difficile decretare chi sia davvero il più forte, il più vincente.

Quando Federer esegue una volée un’eleganza angelica lo accompagna e non a caso si osserva che «così si gioca in Paradiso». Ma il talento e le doti naturali non si esprimono solo con gesti bianchi, la varietà e la fantasia inesauribile dei colpi. Anche la disponibilità a lottare, la capacità di resistere e non arrendersi sono talenti cui dar merito. Nadal basa il suo agonismo principalmente sullo strapotere atletico e fisico. Quello di Djokovic, quasi un Borg 2.0, probabilmente coltivato fin da bambino quando, durante la guerra del Kosovo, si allenava con Jelena Gencic sui campi di Belgrado appena bombardati, è un agonismo più mentale. Tre campioni con temperamenti e filosofie diverse. È una fortuna assistere alla loro rivalità, così ricca di contenuti e di nobile sportività.

Deglutiti i fili d’erba del centrale, Djokovic ha indicato il cielo che gli ha consentito di realizzare il suo sogno. Federer ha risposto all’intervistatrice che sottolineava quanto a lungo verrà ricordato il match appena concluso che lui, invece, spera di «dimenticarlo presto». Lezioni di umiltà e di distacco che andrebbero prese e trapiantate anche in altri campi.

La Verità, 16 luglio 2019

«Quando il tennis era per dandy solitari, ma liberi»

Un’ossessione chiamata tennis. Un morbo. Una religione. Possibile? «Possibilissimo, altamente probabile», acconsente Matteo Codignola, autore di Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi). «Certo, c’è anche chi gioca un’ora a settimana. Per hobby, o per fare un po’ di movimento. Ma se lo si ama, il tennis può tramutarsi in una malattia». Che si vive alla morte. Da giocatore, da spettatore, da lettore e da scrittore. Come accade a Codignola, genovese, classe 1959, traduttore e curatore per Adelphi di Patrick McGrath, Mordecai Richler, Patrick Dennis e John McPhee. E come documenta questo che è qualcosa più di un libro: oggetto feticcio, raffinato album fotografico virato seppia, galleria di personaggi eccentrici, divagazione sulla natura di una disciplina patologica, di gran lunga il più completo e complesso sport individuale esistente. Coerentemente con la materia che tratta, anche la genesi di Vite brevi di tennisti eminenti è alquanto singolare, essendo che da un bel po’, ma invano, Codignola cercava l’innesco per un grande racconto sul tennis. Fin quando il suo amico Vincenzo Campo, editore della sofisticata Henry Beyle e habitué di mercatini, non rinvenne in quello di Cormano una valigia di cuoio, scrigno di una collezione d’immagini in buste ordinate per argomento: moda, cinema, ingegneria, tennis. Era il famoso spunto mancante. Tra gli oltre cento scatti di gesti bianchi e normalità a bordo campo, prima e dopo i match, sulla scaletta dell’aereo o in posa di gruppo, Codignola ne ha scelte 22 attorno alle quali stendere le sue torrenziali digressioni fitte di aneddoti, relative a una crème di giocatori dilettanti tra i Cinquanta e i Sessanta. Perché, dietro quelle immagini eleganti e bizzarre che danno l’idea di un ambiente un filo estetizzante, in realtà si celano «strane creature», baroni, dandy, zingari teatranti, coach inflessibili, invasati del funny game. «Di prezioso quelle foto avevano la casualità della vita quotidiana che mai avrebbe avuto una ricerca d’archivio».

Un ritrovamento che mise in moto la sua ricerca?

«Avevo una bella traccia. Non sono un feticista delle racchette di legno, quelle partite oggi ci annoierebbero. Ma sapevo che il tennis precedente all’era open, iniziata nel 1968, generava storie. Che il circo bianco dei dilettanti, equivalente grossomodo all’attuale circuito Atp, era un mondo cosmopolita e senza tabù, fatto di ragazzi molto amici o molto nemici fra loro, che si divertivano anche fuori dal campo. Finivano la carriera a 35 o 40 anni avendo girato il mondo. Aerei, navi, alberghi. Ma spesso dovevano inventarsi una vita perché venivano pagati a rimborso spese. A quel punto, aiutati da ghostwriter, pubblicavano autobiografie».

Fonti inesauribili.

«Tra una partita e l’altra, i tennisti di allora parlavano. Molto. Oggi tutto è deciso dagli sponsor, dai team, dai manager. Una gabbia impenetrabile. Ci sono il match e la conferenza stampa. Stop. Di Alexander Zverev o Stefanos Tsitsipas sai appena il paese d’origine e chi li allena. Io non penso si possa raccontare uno sport descrivendo solo l’evento agonistico. Allora tutto era più esotico e spontaneo. Se frequentavi i tornei potevi fare due chiacchiere con Rod Laver, stava seduto lì. I match fra John Newcombe e Ken Rosewall erano prima di tutto scontri tra due personaggi».

C’era più gossip?

«C’erano più storie. Anche nel calcio, della vita di Angelillo facevano parte la vita notturna, la nostalgia per l’Argentina… Della crisi di Novak Djokovic durata oltre un anno non sappiamo nulla. Si fanno delle supposizioni, ma non esce una parola».

Perché i tennisti sono una setta di perfezionisti paranoici pieni di tic?

«È un gioco solitario, che costringe a una vita anche più solitaria. Mentre pensi come anticipare meglio un rovescio, ti rendi conto che lo stai facendo in un tre stelle a Trebisonda o a Tashkent. Non è semplice né divertente, uno in qualche modo deve sfogarsi».

Björn Borg voleva la temperatura della camera a 12 gradi. Rafa Nadal ha la paranoia delle bottigliette. Tutti, anche se il tubo delle palle nuove è appena stato aperto, vogliono scegliere le due necessarie fra 3 o 4.

«La serie di cause alle quali un tennista può attribuire una sconfitta tende all’infinito. All’esterno è difficile da credere. Roger Federer, che è il più serafico, dopo un solo torneo con un nuovo modello di racchetta ha smesso di utilizzarla perché le striscioline di colore bianco introdotte nell’ovale nero lo distraevano».

Il rapporto del tennista con la pallina somiglia a quello dello scrittore con la parola?

«Non saprei fare un accostamento. Per alcuni scrivere è divertimento, per altri una sofferenza. Nel tennis la palla non è tutto. È importante, certo, tutto si decide lì, da come la colpisci… Ma poi ci sono tante altre componenti, i movimenti, la coordinazione, i segnali del corpo… Quando giochi, pensi forse più al resto che alla palla. Spesso sbagliando».

Perché il tennis può diventare un’ossessione?

«Un giocatore scopre sempre che ci sono più cose tra la linea di fondo campo e la rete di quante ne possa contenere la sua filosofia».

Parafrasando William Shakespeare…

«O era lui che parafrasava i tennisti del suo tempo?».

Potrebbe essere.

«C’è qualcosa, nel gioco, che non è mai cambiato, e non cambierà mai – a meno che non lo stravolgano, come stanno tentando di fare. La geometria delle linee, rassicurante in un certo senso, minacciosa in un altro, come le righe sulla tovaglia di Io ti salverò. E il tempo, tutto quel tempo vuoto tra uno scambio e l’altro. O anche durante gli scambi, a pensarci bene».

 Un tempo nel quale accadono un sacco di cose.

«Nel quale sei solo ed elabori un’infinità di pensieri, parole, dubbi. Una partita ti logora, alla lettera. Il campo è un luogo del delitto sul quale continueresti a tornare per correggere gli errori».

Cosa c’è dentro il tennis?

«Soprattutto il monologo continuo con sé stessi. Le coazioni e le psicosi che uno ha nella vita quotidiana, nella competizione si amplificano. Vince chi le controlla meglio».

Preferiamo l’artista della racchetta, ma spesso vince lo scacchista?

«Una volta ho chiesto a Ivan Lendl come aveva potuto perdere da Michael Chang al Roland Garros quella famosa partita in cui, a un certo punto, il tennista americano aveva battuto dal basso. Lendl rispose che ai massimi livelli le differenze tecniche sono irrilevanti, basta un minimo calo di attenzione e il giocatore più debole può vincere. Una partita dura 4 ore e si risolve in sette, otto secondi».

Stiamo stabilendo che il talento è perdente?

«Oggi non basta più. Uno come Ilie Nastase si allenava quando e se voleva. Ma oggi se Djokovic non si presenta al meglio può perdere dal numero 195. Il concetto stesso di talento va aggiornato. Per esempio, Nadal è sicuramente un giocatore costruito, ma in tutto ciò che non riguarda la naturalezza dei colpi – tattica, intelligenza, agonismo –  è un talento smisurato. Di Federer si ammirano l’eleganza, la creatività, le angolazioni, senza pensare che la sua facilità di esecuzione deriva da una preparazione atletica fenomenale. E massacrante».

È la ricerca della perfezione la patologia del tennis?

«C’entra moltissimo. Nessuno lo ammetterebbe razionalmente, ma molti tennisti hanno l’idea della partita perfetta. Come del game perfetto: quattro ace senza che l’avversario tocchi la pallina. Non si vorrebbe sbagliare mai. Il primo errore rovina il match. Si vorrebbe appallottolare il foglio e ricominciare da capo».

Ogni partita è un romanzo perché si giocano tanti punti, ognuno dei quali può derivare da lunghi scambi e capovolgere l’andamento della sfida?

«Non ci sono mai due partite uguali. Devi cercare un punto di rottura tecnico o psicologico in quell’altro che sta oltre la rete. Oltre alla qualità dei colpi, conta anche la psicologia. È una guerra di nervi. Stai sempre a scrutare l’altro, ti chiedi se sta bene o se comincia a cedere».

Stando a Torben Ulrich, padre del batterista dei Metallica, secondo il quale il tennis è anche un fatto sonoro, ha ragione Adriano Panatta con il suo «pof», simbolo di stile?

«Torben era un eccentrico, e le sue battute possono sembrare mattane, ma non è così. Anche a livello amatoriale ci sono colpi che riconosci vincenti dall’impatto, dal suono della palla sulla racchetta. Certe volée, certe stop volley, certi dritti da fondo… Il “pof” di Panatta dice questo».

Perché il cinema sul tennis è meno credibile della letteratura?

«Perché deve competere con la cosa vera, già vista in tv e ripresa meglio. Il tennis è quello che succede in campo, se non puoi farlo vedere, o devi ricostruirlo copiandolo dagli originali su YouTube, sei fritto. In questo senso, la letteratura ha più armi a disposizione».

Mettendo insieme titoli come Tennis di John McPhee, Divina di Gianni Clerici, Il tennis come esperienza religiosa di David Foster Wallace e Open scritto da J. R. Moehringer per André Agassi si può parlare di genere tennistico?

«Open è un buonissimo romanzo sotto mentite spoglie, nel quale il tennis c’entra fino a un certo punto. A questa lista aggiungerei anche Tennis, tv, trigonometria, tornado in cui Foster Wallace, che è stato un ottimo giocatore, racconta la sua adolescenza nel ventoso Illinois, e il suo amore quasi fisico per il nemico numero uno di qualsiasi avversario: lo spaventoso vento del Midwest. Ci sono singoli titoli eccellenti come The Courts of Babylon, il classico di Peter Bodo sull’esplosione pop del tennis negli anni Settanta. E poi, certo, c’è Gianni Clerici. Che non è uno scrittore, ma un genere letterario, uno di quei fenomeni sempre in fuga, dietro i quali gli altri arrancano sui tornanti. Ma siamo solo agli inizi. Credo che i grandi libri di tennis, in realtà, siano ancora da scrivere».

 

La Verità, 9 dicembre 2018

Grande Marco, continua a giocare sulla tua nuvola

Chissà. Forse abbiamo trovato il giocatore da top ten. Probabilmente è presto per dirlo, ci vogliono altri test, le prove sulle superfici veloci, l’erba di Wimbledon, il cemento degli Us Open… Tutto vero; nel tennis è così, le favole si accendono e spengono nel volgere di due tornei. Però non si battono in sequenza Pablo Carreno Busta, David Goffin e Novak Djokovic se non si è qualcuno. Destinati a diventare qualcuno. L’immagine giusta l’ha usata Diego Nargiso su Eurosport: «Marco sta in un mondo suo, sta giocando su una nuvola, come dentro un sogno». È così. E anch’io, in qualche modo lo sono, perché non ho ancora identificato il soggetto: Marco Cecchinato, 25 anni, palermitano, allenato da Simone Vagnozzi, giunto alla semifinale del Roland Garros dopo questa imprevedibile serie di successi sulle barricate. Prima del torneo di Parigi era infatti numero 72 dell’Atp e già all’esordio aveva rischiato di uscire, spuntandola solo al quinto set (10-8) sul rumeno Marius Copil. Dunque, dopo averlo visto superare Carreno Busta (numero 11) e Goffin (ottava testa di serie del torneo), eccolo alla prova di Nole, ex numero 1 del mondo che si sta finalmente ritrovando dopo un misterioso, e in parte non risolto, periodo di appannamento.

Djokovic è uno dei miei preferiti, forse il preferito, lo vedo come un Borg 2.0, ne ammiro la tenuta mentale, il non essere mai morto, i recuperi acrobatici, il gioco in difesa e, molto, l’autoironia. Sapete com’è: troppo facile e scontato tenere per Roger Federer, chi non ne vede l’eleganza, il gesto superiore, l’incanto? Lui è il tennis. Dunque, sono contento del ritorno di Nole a livelli competitivi, anche se non ancora ai vertici assoluti. Match imperdibile ma, impegnato in altre faccende, finalmente mi sintonizzo su Eurosport (grazie Sky Go!) quando Cecchinato è sorprendentemente avanti un set. Guardo meglio: 6-3. Nargiso e Gianni Ocleppo stanno dicendo che Ceck sta riuscendo a imporre il suo gioco. Djokovic chiede l’intervento del fisioterapista e risale da 0-2 a 3-2. Si arriva al tie break con Nole che sembra aver ritrovato vigore e mobilità, diciamo all’80%, ma Cecchinato mantiene percentuali elevate di prime, alterna palle corte sia di rovescio che di dritto, e usa come una fionda il rovescio lungolinea che sorprende Djokovic dopo lunghi scambi sulla diagonale di sinistra. Mentre generalmente se ne loda il dritto, il rovescio a una mano di Marco è una bella realtà del tennis italiano. Piuttosto profondo, raramente difensivo o in beck, non subisce quello a due mani di Nole, e anche l’altro giorno non pativa troppo quello di Goffin.

Nel tie break Cecchinato infila una serie di vincenti e porta a casa anche il secondo set. Il calo di concentrazione nel terzo è inevitabile. Scende il livello complessivo del gioco e Nole lo incamera rapidamente con un 6-1. Il quarto set inizia dal warning inflitto a Cecchinato perché Vagnozzi gli ha portato un paio di scarpe negli spogliatoi. Non si può. Cecchinato è nervoso, va sotto 0-3 e io ne approfitto per uscire e sbrigare un paio di commissioni. Tanto, mi dico, faccio in tempo a tornare per godermi il quinto set, e speriamo non finisca come quello tra Fabio Fognini e Marin Cilic del giorno prima. Quando mi sintonizzo nuovamente, lo score dà 5-5. Anche stavolta guardo meglio, altro che quinto set… Serve Nole e «si salva», dicono i cronisti di Eurosport, portandosi sul 6-5. Cecchinato pareggia e si va al tie break. Uno dei più altalenanti e spettacolari degli ultimi anni, da montagne russe dell’emozione, finito 13-11 per The Cekinator (il suo nuovo nickname) in un’alternanza di set point e match point fatti di smorzate, lob, schiaffi al volo e passanti lungolinea. Come quello, imprendibile, con il quale ha superato Djoko proiettato a rete, chiudendo game, set e match. Alla fine, arriva anche il tweet gioioso e giocoso di Fiorello, uno che segue sempre le imprese degli atleti italiani.

Domani tocca a Dominic Thiem, uno che tira catenate sia di dritto che di rovescio. Vedremo… Intanto, proveremo a sapere di più di questo ragazzo di Palermo con un cognome veneto, rinato dopo una strana storia di scommesse, che qualche settimana fa ha vinto il torneo di Budapest battendo Andreas Seppi in semifinale, e superato Fabio Fognini al primo turno di Monaco la settimana successiva.

Forse abbiamo trovato il giocatore da top ten che ha preso una buona parte del talento di Fabio e un altro bel pezzo della testa e della solidità di Andreas.

Aspettiamo, tocchiamo ferro. «Spero che tutta l’Italia sia felice di questo risultato», ha detto lui a match concluso. Lo siamo. Ma tu continua a giocare su quella nuvola.