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Nomine Rai, grave errore non puntare su Freccero

C’è qualcosa che sfugge nella faccenda delle nomine Rai in corso di definizione nei palazzi romani. Come tutti i precedenti governi, anche quello gialloblù, capeggiato da Giuseppe Conte e orientato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ha annunciato innovazione, cambiamenti e divaricazione tra politica e servizio pubblico radiotelevisivo. Insomma, la solita raffica degli annunci. Se, infatti, subito dopo si vanno a leggere i nomi dei consiglieri scaturiti dalla selezione dei curriculum e successivamente entrati in gioco per i posti apicali, non si ha esattamente la percezione di una netta e inconfutabile inversione di tendenza. La nomina alla presidenza «che spetta alla Lega» di Giovanna Bianchi Clerici, già consigliera di amministrazione, ha il sapore di una riproposizione delle solite liturgie. Forse meno scontata è l’indicazione per il ruolo di amministratore delegato di Fabrizio Salini, già ad dei canali Fox, direttore di La7 e ora dirigente della società di produzione «Stand by me».

Tutto, in fondo, dipende dalla mission dei nuovi vertici. Tre anni fa Antonio Campo Dall’Orto aveva l’obiettivo di trasformare un’azienda matura e sostanzialmente analogica in una media company moderna al passo con la rivoluzione digitale. Si è visto com’è finita quando ha provato a tenere i partiti lontani dalla Rai. Le sue stesse dimissioni, precedute da quelle di Carlo Verdelli, e le uscite di Massimo Giannini, Massimo Giletti e il semaforo rosso alzato davanti al portale diretto da Milena Gabanelli nonché alla sua proposta di una striscia quotidiana, sono lì a documentare il rifiuto della politica a farsi da parte. Con tante promesse disattese gravanti sul cavallo morente di Viale Mazzini è inevitabile che scetticismo e rassegnazione accompagnino ogni cambio di governance. Qualcuno dice che «ci sono nomi nascosti che non vogliamo bruciare». Salvini annuncia di voler incontrare «personalmente tutti i candidati ai vertici». Intanto si continuano a leggere rose di nomi dalle quali è sorprendentemente sparito quello di un professionista autorevole e carismatico come Carlo Freccero. Chi, parlando di televisione, ha un curriculum più credibile dell’ex direttore di Rai 2, ispiratore di mille, pur controversi, successi? Freccero è competente, colto, trasversale, imprevedibile e slegato da consorterie di partito: una figura sulla quale nessuno potrebbe eccepire. Lega e M5s potrebbero affidare al presidente la delega editoriale sul prodotto, lasciando al direttore generale funzioni aziendali e d’innovazione tecnologica. Lasciare in panchina un fuoriclasse con la sua storia e il suo know how sarebbe un errore di cui ci si potrebbe pentire.

 

La Verità, 24 luglio 2018

 

Riuscirà La7 ad ammortizzare l’addio di Crozza?

A La7, bisogna riconoscerlo, hanno dei buoni comunicatori. Gente lucida, che sta con i piedi per terra, come insegna l’editore, quel risanatore di aziende in crisi che risponde al nome di Urbano Cairo. Continua a leggere

Se Lucarelli dovesse giudicare il suo programma…

Evidentemente ci credevano parecchio. Da giorni su La7 era in corso il countdown che avvertiva il ridursi dell’attesa che separava dalla messa in onda. Meno tre, meno due, uno… Anche le vistose paginate di pubblicità sui quotidiani con il poker composto dai giurati e dal presentatore, più ridanciani che mai, indicavano che l’appuntamento, deciso prima della nomina a direttore di Fabrizio Salini, era Eccezionale veramente. Nel frattempo Piazzapulita di Corrado Formigli era stata spostata al lunedì, non si sa con quanto piacere del conduttore. In termini di audience il risultato non è stato pessimo: nella serata di Don Matteo e dell’edizione speciale delle Iene (spostate occasionalmente dal martedì), il 3,73 per cento (854mila spettatori) ci può stare. Oltre gli ascolti, la nota lieta della serata è arrivata dalla partecipazione di Renato Pozzetto nel ruolo di quarto giudice, un gigante in trasferta, lapidario e fulmineo nei giudizi. Purtroppo è tutto il resto che non gira: la giuria, lo studio, il livello delle gag abbastanza modesto, il pubblico che applaude in continuazione, stimolato da Gabriele Cirilli che lodevolmente si sfianca per convincersi e convincere che siamo di fronte a “un contest” di qualità; che sono stati visionati “più di 500 provini” (o erano “seicento”, o “quasi mille”); che il premio finale di 100mila euro e due anni di contratto con la Colorado Film di Diego Abatantuono è astronomico; che vedremo prove di “comicità trasversale, dalla barzelletta allo stand up”; che il livello è alto; che la giuria è quanto di meglio, autorevole e competente, severa ma equa eccetera.

Ecco, la giuria. Del capitano, il mitico Diego, va apprezzata l’umiltà di mettersi in gioco in prima persona per il suo marchio storico. Il suo impegno diretto ha tutta l’aria di essere una condizione imprescindibile per la realizzazione del progetto e l’inaspettato buonismo con cui ha valutato i concorrenti sembra un grande sforzo per dare plausibilità a tutta l’operazione. Purtroppo, proprio questo buonismo la rende poco credibile. Il colpo di grazia alla credibilità, che per un nuovo format è tutto, arriva invece da Paolo Ruffini. Può Ruffini giudicare il talento e le esibizioni comiche di qualcuno? Infine, Selvaggia Lucarelli, giornalista che porta in giro la sua fama di bella ma carogna, blogger, maitre à penser del gossip, giurata di Ballando con le stelle con all’attivo collisioni dialettiche con Asia Argento, Morgan, Enrico Papi e Platinette. Bene: nove volte su dieci concordavo con le sue bocciature. Perciò, la domanda sorge spontanea: se fosse una giurata televisiva (non c’è due senza tre), applicando il suo abituale metro di giudizio, Lucarelli promuoverebbe Eccezionale veramente o pigerebbe sull’emoticon con le labbra all’ingiù per far sospendere immediatamente il programma?

 

 

 

 

Il boom di Zalone e i vampiri di La7

Quei vampiri di La7. Sono giorni che succhiano ascolti da Quo vado?, il film sbanca-botteghino di Checco Zalone (dal primo gennaio a oggi ha incassato 50 milioni, per circa 7 milioni di spettatori). La vampirizzazione è quella tecnica attraverso la quale un soggetto attinge copiosamente alle risorse di un altro ricavandone dei vantaggi in termini di energie, vitalità, produttività. Parlando di televisione, la vampirizzazione di qualche fenomeno di massa serve ad incrementare gli ascolti della rete o del programma che la pratica. Il che non è esattamente dare conto di una tendenza, di un fatto che attraversa e coinvolge la società. È proprio sfruttarne la forza, salire in groppa al gigante e farsi scarrozzare qui e là.

Son giorni che il palinsesto di La7 campa sul fenomeno Zalone. C’è Bersaglio mobile di Enrico Mentana dedicato a 1992, la serie prodotta da Wildside per Sky Italia e trasmessa per la prima volta in chiaro venerdì scorso? Niente di più efficace che innescarlo mandando in onda La prima Repubblica, colonna sonora del film, sulle immagini di Andreotti Craxi Forlani Pertini e compagnia. E così, sebbene all’inizio si avvertisse un certo spaesamento a rituffarci in Tangentopoli ora che siamo immersi nella crisi del terrorismo internazionale, l’avvio zaloniano ha aiutato lo stesso Mentana a superare un certo gap per chiedersi se “davvero con Mani Pulite tutto cambiò” e condurre in porto un dibattito ricco di notizie (compresa quella inedita di Di Pietro che all’epoca votò Msi).

Ma torniamo alla vampirizzazione. Di solito è il cinema a farsi trainare della televisione per lanciare un suo prodotto. Le continue ospitate di registi e attori a caccia di pubblicità a Che tempo che fa sono sotto gli occhi di tuttiStavolta accade il contrario. Tagadà vuole parlare della crisi occupazionale? La trovata migliore è trasmettere Zalone che parla del fascino del posto fisso. L’hanno visto in tanti, hanno riso tutti o quasi: vuoi vedere che si divertono anche alle 3 del pomeriggio nel salotto di Tiziana Panella? Il successo di Quo vado? cresce e travolge record su record. Si può mettere a tema anche il boom cinematografico tout court con fior di ospiti, come accaduto a Coffee Break di sabato mattina. L’han fatto tutti i giornali, fin dal 3 gennaio scorso, due giorni dopo l’uscita. Può farlo alla grande anche la rete diretta da Fabrizio Salini, insediato proprio in questi giorni. Domenica sera, all’ora in cui va in onda Otto e mezzo, ecco uno Special  Guest monografico su Checco Zalone, lungo blob di ospitate di Luca Medici (il vero nome del comico barese) dalla Bignardi, da Victoria Cabello, da Crozza, persino da Antonello Piroso (a proposito, che fine ha fatto?). Risultato: 2,94 per cento di share e 815mila spettatori, che sono più  dei 647mila (2,44 per cento) del film Pronti a morire che l’ha seguito.

Nella sua memorabile ospitata proprio chez Fabio Fazio, il 29 dicembre scorso, Checco Zalone aveva previsto in anticipo quello che sarebbe successo. Il conduttore lo canzonava sull’obbligo di battere il record di Sole a catinelle (con 52 milioni, il film italiano più visto da quando c’è l’euro) e sull’ansia da prestazione che l’uscita di Quo vado? poteva provocargli. Otto milioni e mezzo di spettatori al cinema non sono roba di tutti i giorni. “Già, 8 milioni e mezzo… Difatti non aveva senso che venissi qui… Tu quanti spettatori fai?”, aveva gigioneggiato il comico. “Ma… io per fare 8 milioni e mezzo impiego 20 anni, trenta…”, era stato al gioco Fazio. “Sì, fai 3, 4 milioni… Quindi il senso della mia ospitata è dire ai miei tre o quattro milioni in più: guardate questa trasmissione…”. Tutto chiaro no?