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Il rione, la voce narrante e il mistero di Lila e Lenù

Parafrasando Alfred Hitchcock, certe serie tv sono la letteratura senza le parti noiose. La conferma della prima impressione avuta su grande schermo («Il cinema di Saverio Costanzo migliora L’amica geniale») è arrivata dalla seconda visione su Rai 1 dei primi episodi della serie tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante (edizioni e/o). La congiunzione astrale favorevole alla collaborazione tra le migliori eccellenze dell’industria dell’audiovisivo non solo italiana ha prodotto un gioiello di alto artigianato. C’è un best seller riconosciuto a livello internazionale con una storia semplice ma densa e profonda. C’è Fandango che ne acquista i diritti per la trasposizione e accetta la partecipazione al progetto di Wildside che coinvolge Hbo, una garanzia. Insieme affidano la regia a Costanzo (su suggerimento della stessa Ferrante). C’è la produzione di Rai Fiction e Timvision. Si scelgono gli sceneggiatori: Laura Paolucci e Francesco Piccolo che si aggiungono a Costanzo e Ferrante. Paolo Sorrentino è produttore esecutivo. Non sempre i tasselli del puzzle s’incastrano bene quando ci sono in gioco tante teste e tanti interessi. Stavolta sì e l’esito è superlativo. Gli ascolti record (29.3% di share per 7.092.000 telespettatori, senza contare quelli di Timvision), da Commissario Montalbano per capirci, dimostrano che il pubblico l’ha già riconosciuto.

La storia di Lila e Lenù (Ludovica Nasti ed Elisa Del Genio, esordienti ma già bravissime) inizia sui banchi della scuola elementare davanti alla formidabile maestra Oliviero (Dora Romano), pronta a riconoscerne i talenti e a spronarle alla curiosità e allo studio. L’amicizia tra le due bambine – una intrepida scugnizza dalla carnagione olivastra, l’altra eterea e timida ma tenace – si cementa attraverso prove di coraggio e condivisione di segreti. Ma il segreto più denso è nella magnetica Lila che inventa sempre nuove sfide, convincendo Lenù a valicare sempre i limiti: per andare al mare, scendere in una cantina buia, affrontare il malvagio del quartiere a viso aperto. La voce narrante di Alba Rohrwacher, flusso di memoria di Lenù adulta, introduce nell’intimità della storia e nella genialità dell’amica: «Prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia», scrive Ferrante. L’altro protagonista è il rione che ricorda certi villaggi western: teatro di soprusi, misoginia e povertà da cui emanciparsi. Un rione grembo, un quartiere incubatrice. Palestra dove ci si forgia per andare oltre.

La Verità, 29 novembre 2018

Vita spericolata dell’ex rallista “Ballerino”

Senza farsi prendere dall’euforia e parlare troppo presto di rinascita del cinema italiano, Veloce come il vento di Matteo Rovere, con Stefano Accorsi nel ruolo di Loris De Martino, ex pilota di rally caduto in disgrazia, è un buon film, abbastanza insolito per le nostre sale. Un film di genere – per Wired addirittura “il migliore sulle auto mai fatto in Italia” – che mescola elementi mélo narrando la storia di una famiglia complicata e soggiogata dalla passione per la velocità. Un’opera solida e ben strutturata.

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Ritmo e action. Non sono ancora partiti i titoli di testa ed è già successo il fatto che darà la svolta alla vita di Giulia, diciassettenne che si trova improvvisamente a dover crescere il fratellino Nico e vincere il campionato italiano di Gran Turismo se vuol tenere la casa che il padre defunto aveva ipotecato per iscriverla alle gare. Al funerale rispunta dal nulla il primogenito e tossico Loris, deciso a rivendicare la sua parte di eredità. Costretta dagli eventi, Giulia chiederà al fratello di aiutarla nell’impresa, infilandosi in un percorso non solo automobilisticamente borderline.

Regia e recitazione. Dopo aver diretto Un gioco da ragazze e Gli sfiorati e prodotto Smetto quando voglio e The Pills, Matteo Rovere ritorna nella sua Romagna, patria del motorismo italiano, con un lungometraggio nel quale riesce a dosare fluorescenze adrenaliniche e penombre nichiliste (produzione Fandango, sceneggiatura del regista, Filippo Gravino e Francesca Manieri). Con la sua interpretazione Stefano Accorsi mostra di aver creduto subito nel copione dando ottima fisicità alla figura del “Ballerino”, ex campione in disarmo con denti e unghie nere, movenze e rughe da tossico. Altrettanto credibile è Matilda De Angelis nei panni di Giulia, concentrato di fragilità e grinta, condensate nei primissimi piani al volante della Porsche 911.

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La velocità. Che si tratti di una storia sul filo della sopravvivenza lo s’intuisce dalla frase di Mario Andretti posta come incipit al film: “Se hai tutto sotto controllo vuol dire che non stai andando abbastanza veloce”. Il confine tra vittoria e rovina, tra riscatto e autodistruzione è una linea sottile che Loris attraversa più volte. E vuol farla attraversare anche a Giulia nella disperata ricerca del successo: “Taglia la curva”,”anticipa la curva”, “vai sopra il cordolo”. Lei resiste: “Io guido pulita”, “faccio traiettorie pulite”, “se sfascio la macchina è finita”. E “la macchina” è metafora dell’io…

Il mondo di Vasco. Oltre la citazione del titolo, altri elementi rimandano alle atmosfere del rocker di Zocca. Il mood dell’Emilia e della Romagna, la vita spericolata, la prevalenza dell’atmosfera sulla qualità letteraria dei testi, un po’ come avviene nelle canzoni del Blasco. Anche qui i dialoghi sono il punto più debole e avrebbero meritato maggiore applicazione…

Tra Rocky e Top Gear. Altra linea narrativa è la dinamica fratello-sorella, allenatore-atleta in formazione, nel meccanismo della rivincita degli sfavoriti. Un meccanismo reso al meglio al cinema da Rocky. Solo che qui è applicato al motoring, nell’ambiente di Top Gear. La storia accelera con le riprese delle gare, il backstage nei box, il ruolo dei meccanici e delle guide resi in modo realistico grazie all’apporto di piloti veri durante competizioni vere a Vallelunga, Imola, Misano e ad una gara clandestina a Matera con la mitica Peugeot 205 Turbo (perfetto il product placement accorsiano). Ma Veloce come il vento è qualcosa più che un Fast & Furious all’italiana.

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La storia. È stato un meccanico scomparso lo scorso anno, nel film ha il volto segnato di Paolo Graziosi, a sottoporre tutta la storia a Rovere. C’è la vita interrotta di Carlo Capone, schietto e talentuoso campione che vinse il campionato Europeo di rally nel 1984, ma in seguito a divergenze con la scuderia, si ritirò definitivamente dalle corse. Salvo ritornare temporaneamente nel giro per allenare una promettente pilota, prima di finire nel vortice della tossicodipendenza. Ora vive in Piemonte, presso un istituto di cura per persone con patologie psichiatriche.

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Finalino. Senza esaltarsi troppo, ma con un pizzico di ottimismo, dopo Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, Veloce come il vento di Matteo Rovere è un altro film rivelazione nel giro di poche settimane, capace di rinfrescare un genere poco frequentato e di portare una ventata di novità nel nostro cinema, altrimenti fossilizzato su moduli e formule prevedibili.