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Fazio, Gruber e le altre sfumature anti gialloblù

Certo, ci mettono del loro e parecchio. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, Danilo Toninelli e Rocco Casalino. Ingenuità, inesperienza, smania di apparire, dichiarare, concionare. E poi litigi: non voglio passare per fesso; e io per bugiardo… Sarà giovane età: So’ ragazzi, verrebbe da dire, se la situazione non fosse seria. Però se proviamo a prendere in esame l’ultima settimana di talk show e approfondimenti vari, dobbiamo riconoscere che la televisione è tutta schierata contro il governo gialloblù. Amplificatore delle agenzie di rating e alleata dei commissari europei più brontoloni. Una tv monocolore d’opposizione, un monoscopio antigovernativo, con una sfumatura diversa per ogni canale.

Il caso più clamoroso ed esplicito è quello di Che tempo che fa, Rai 1. Dopo la polemica sul ruolo di Carlo Cottarelli che tutte le domeniche fa le pulci alla manovra e invita gli italiani a fare sacrifici a 6.500 euro a ospitata, Fabio Fazio ha pensato bene d’invitare il sindaco di Riace Domenico Lucano, indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma eroe conclamato del suo socio Roberto Saviano (se ne parlerà in uno dei prossimi Cda Rai). Opposizione frontale.

Su La7 tutte le sere va in onda Otto e mezzo, una newsletter quotidiana nella quale si dice e ridice che i due vicepremier sono inetti, incapaci, maldestri e quanto mai potranno andare ancora avanti, mentre l’Europa, brava e buona, ci rimbrotta bonariamente indicandoci la strada giusta. Dopo aver riciclato Mario Monti come oracolo di Bruxelles (ricordate il mantra: «Ce lo chiede l’Europa»?), ora il nuovo astro è Gianrico Carofiglio, ex magistrato e romanziere con una breve parentesi sui banchi del Pd, convinto assertore dell’alleanza fra M5s e partito democratico. Quanto a Massimo Cacciari, presenza abituale chez Lilli Gruber, la sua apocalisse si dispiega sul governo legastellato come prima aveva fatto con quelli a guida Matteo Renzi, Enrico Letta, Mario Monti, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Amintore Fanfani… Opposizione militante. Restando nella rete diretta da Andrea Salerno, questa settimana per colpire Di Maio e Salvini Piazza pulita e Propaganda live hanno schierato gli stranieri. Nel giorno della lettera di avvertimento sulla manovra della Commissione europea, Corrado Formigli ha sfoderato un’intervista esclusiva al simpatico Pierre Moscovici, mentre, il giorno dopo, Diego Bianchi, in arte Zoro, ha esibito in studio Michael Moore, il regista americano di Fahrenheit 11/9: «Noi in America con Trump abbiamo copiato Berlusconi, ma ora voi, con Salvini e Di Maio, state cercando di battere Trump». Qualche giorno prima, invece, Giovanni Floris aveva consegnato la puntata di DiMartedì a Renzi, convocato non si è capito bene se come senatore semplice di Scandicci, divulgatore televisivo, conferenziere o angelo della morte della sinistra. Inutile dire che stando alla sua versione, in confronto ai vicepremier attuali, Attila è una crocerossina. Il filo rosso di tutti questi «approfondimenti» lo garantisce l’onnipresente direttore dell’Espresso Marco Damilano. Opposizione scapigliata.

Pigiando sul telecomando, anche su Rete 4 non tira vento favorevole all’esecutivo Conte. Stasera Italia mescola di più gli ospiti, dando voce anche agli esponenti della maggioranza e tentando di mantenere uno spirito pluralista (l’ex ministro Pier Carlo Padoan, il presidente Pd Matteo Orfini, il neopentastellato Gianluigi Paragone). Ma alla fine lo scetticismo salottiero di Barbara Palombelli vince su tutto e tutti. Non va meglio nel racconto del Paese reale proposto dalle inchieste di Gerardo Greco in Viva l’Italia. Opposizione pettinata.

Come oasi d’informazione non troppo orientata finora aveva funzionato il notiziario di SkyTg24, abbastanza asettico e professionale e perciò utile a registrare i semplici fatti della giornata. Purtroppo, da quando è comparso l’ircocervo gialloblù, anche la rete all news di Sky ha smarrito imparzialità. Lo si vede dai toni allarmati, dall’insistenza sulle notizie negative – dall’acqua potabile di Matera ai roghi nell’hinterland milanese – dalla scelta dei titoli e delle analisi nella rassegna stampa. L’apice si raggiunge nell’angolo finanziario affidato a Mariangela Pira, capocordata dell’ascesa dello spread. Opposizione gufa.

Esasperati dalla monocromia si cerca riparo sul Nove, il canale dove a sua volta è riparato Maurizio Crozza. Ma anche qui i suoi Fratelli sono tutti tonti e rispondono ai nomi di Luigi Di Maio, Danilo Toninelli, Giovanni Tria. Almeno quella del comico genovese è satira dichiarata e spazia fino a coinvolgere Renzi, Vittorio Feltri, Fedez e Chiara Ferragni. Opposizione globale.

P.s. Nel frattempo le nomine della Rai sono nuovamente slittate. Se confermate, le indiscrezioni secondo le quali si vogliono valorizzare le risorse interne dell’azienda sarebbero un piccolo segnale di cambiamento.

I messaggi trasversali di Fazio e De Filippi

Qualche osservazione sull’ospitata di Maria De Filippi chez Fabio Fazio a Che tempo che fa (domenica sera Rai 1, share del 16.7%, 4.3 milioni di spettatori). La sera prima, sabato 7 aprile, su Canale 5 la puntata d’esordio di un’edizione molto rinnovata di Amici, per la prima volta in diretta, è stata superata da Ballando con le stelle di Rai 1.

Digressione. La sensazione è che il programma di Milly Carlucci sia più mirato sul target di riferimento del sabato. L’altra sera hanno ballato insieme Al Bano e Romina, l’ex miss sfregiata Gessica Notaro ha colto l’occasione per spiegare il suo temperamento indomito, i ballerini gay hanno convinto persino Ivan Zazzaroni, Selvaggia Lucarelli non si è risparmiata come al solito.

Gioco di squadra. Com’è noto Rai 1 è la stessa rete dove va in onda il programma di Fabio Fazio e dove Filippa Lagerback ha presentato Maria De Filippi come «la regina del sabato sera delle reti Mediaset». L’invito a Maria è stato deciso da tempo e siccome si tratta di persona che raramente si lascia intervistare, ancor meno in televisione, era giusto cogliere l’opportunità. Ancor più raro è, però, che i suoi programmi siano superati dalla concorrenza. Un accenno di gioco di squadra in favore della rete nella quale si lavora non avrebbe guastato. Sarebbe risultato poco elegante porle una domanda sulla gara con Milly Carlucci? Anche i temi più spinosi possono essere affrontati con garbo.

Tv d’autore. Con filmati e immagini di repertorio, l’intervista è risultata una beatificazione. Fazio ha persino citato come esempio di tv autoriale il reality Temptation island.

Postura delle colleghe. Per contro, De Filippi si è tolta qualche sassolino nei confronti della sua azienda. D’estate, ha ammesso, guarda le tv straniere perché la programmazione Mediaset è poco interessante. Poi ha parlato delle posture di alcune sue colleghe che si siedono in punta di poltrona, con le gambe spinte in avanti, la schiena inarcata e il collo proteso verso l’alto. Non era difficile riconoscere la posizione di Barbara D’Urso durante le sue interviste a Domenica Live.

Rivelazioni. In mezzo ai tanti messaggi trasversali, da una parte e dall’altra, il cui senso è siamo professionisti e i nostri editori dovrebbero stare più attenti, c’è stata anche qualche rivelazione. Dopo la bomba esplosa in via Fauro il 14 maggio 1993 mentre passava l’auto con a bordo Maurizio Costanzo e la stessa De Filippi, Maria non sale più in macchina con lui. L’ha promesso a suo padre.

La Verità, 10 aprile 2018

Rai 1, il referendum costituzionale di Fazio

Molte cose accomunano Fabio Fazio e Matteo Renzi, oltre allo share non entusiasmante, anche se in lievissimo rialzo, di ieri (15.4%). Innanzitutto l’area politico culturale di riferimento, per la parte di FF già magistralmente fotografata da Edmondo Berselli. Poi una certa sopravvalutazione, forse indotta da consigli(eri) sbagliati. Un percettibile distacco dalla prosaica realtà. La propensione, bisogna dare atto, a metterci la faccia: pure troppo. Infine, la tendenza alle scommesse azzardate, nelle quali si spicca il balzo da un posto sicuro, senza trovare dall’altra parte il ramo cui aggrapparsi, maggioranza referendaria o primato dell’audience che sia. Non sarà che l’ambizione di vincere su Rai 1  sta diventando il referendum costituzionale di Fabio Fazio?

Rai al palo, La7 in riva al fiume, Iene con Travaglio

Ci sono serate in cui è impossibile limitarsi a recensire una singola trasmissione. L’idea è quella: dopo mesi di polemiche, Massimo Giletti debutta su La7 con Non è l’Arena contro Che tempo che fa di Fabio Fazio e la Rai, mamma e matrigna. Ci sono sere in cui è complicato scegliere, perché c’è sì, l’esordio conflittuale dell’ultimo esodato Rai, ma c’è anche Luigi Di Maio, fresco disertore del duello con Matteo Renzi, ospite di Fazio. E ci sono Le Iene ridens tra i due litiganti, con una puntata atomica: lo scherzo a Marco Travaglio e le rivelazioni di dieci attrici sulle molestie del regista Fausto Brizzi.

Giletti martella sul suo esordio a La7 da settimane. Ospitate ovunque, anche chez Maria De Filippi, tutti alleati contro il figlio viziato di Viale Mazzini. Domenica La7 ha schierato tutti i big per promuovere il nuovo affiliato, da Giovanni Minoli, il primo a credere in lui fin dai tempi di Mixer, che l’ha ospitato nel suo Faccia a Faccia (anticipato al pomeriggio), a Enrico Mentana pronto a condurre il tg (di domenica solo in occasione di elezioni), per intervistarlo a ridosso del via. Significativo lo scambio di battute: Giletti: «Sono qui per provare ad accendere La7 in tutto il Paese»; Mentana: «Ci proviamo anche con il tuo aiuto». Che Giletti sia sopra le righe è confermato dal monologo: «Quando uno entra in una tempesta spera solo di attraversarla e fare in fretta…». La porta sbattuta dell’ufficio di Orfeo, il film della carriera, il mestiere di «giornalista», scandito e sillabato. La Rai è riuscita a trasformare Giletti in un martire della censura. E «quel volpone di Cairo» (Fiorello nel video d’augurio) non ha perso l’occasione. Bisognerà vedere il rendimento di Non è l’Arena a lungo andare in prima serata. Su Rai 1 Fazio dialoga con Di Maio di legge elettorale, premier avversari, alleanze più o meno impossibili. Niente d’imperdibile o di diverso dal solito copione. Lo zapping si ferma su Italia 1 dove Davide Parenti, complice Alessandro Travaglio, ha ordito uno scherzo diabolico ai danni del padre Marco: «Papà, vado al Grande fratello vip». Grande televisione, vertice di goliardia. Una chicca tra le altre: «Ti danno solo 3000 euro? Ma neanche alla colf! Una cosa offensiva col cognome che porti». Ci sono serate in cui bisogna parlare di tre editori televisivi. Mediaset sarà anche «la feccia d’Italia» (Travaglio), ma con lucida ironia riesce a trasformare il suo reality più trash in un’arma intellettuale contro il suo più acerrimo nemico. La7 sta in riva al fiume a raccogliere e capitalizzare il successo dei fuoriusciti della Rai. La quale, invece, è sempre lì: ferma e immutabile.

La Verità, 14 novembre 2017

Bertolino antifuga cervelli Fazio e Crozza sbagliano

Fondazione Tim sull’innovazione È sbarcato ieri su La7 MeravigliosaMente, programma sull’innovazione di Enrico Bertolino e realizzato da Zerostudio’s per Fondazione Tim. A metà tra l’educational e la divulgazione scientifica, il comico visita in altrettante puntate cinque università dell’eccellenza italiana (Pisa, Genova, Padova, Milano, Torino). La prima notizia è che esistono nonostante le classifiche internazionali. La seconda è la comunicazione smart con cui Bertolino incontra ricercatori di robotica che progettano pancreas per diabetici gestibili con wi-fi, o ingegneri che studiano il trasporto con levitazione magnetica che ridurrà di 2/3 i viaggi sulle linee Tav. Il tutto in agenda «tra due anni».

Errori di programmazione/1 Il primo è Che fuori tempo che fa, il talk show di Fabio Fazio nella seconda serata del lunedì su Rai 1. Con l’eccezione della copertina di Maurizio Crozza, la tavolata con gli ospiti sembra una sorta di «avanzi» del Tavolo con Nino Frassica della domenica. In passato c’è chi ha proposto qualcosa di dignitoso con il marchio Avanzi, ma stavolta c’è da confrontarsi con lo schiacciasassi Grande Fratello Vip. E non basta il traino della Nazionale, tanto più se dopo la fine del match c’è mezz’ora di bar sport, per far superare la sensazione di già visto.

Errori di programmazione/2 L’altro svarione riguarda Fratelli di Crozza in onda su Nove al venerdì (3.5%) come nelle annate su La7, dove quest’anno c’è Propaganda Live di Zoro che gli rosicchia il pubblico militante. Più male gli fa su Tv8 la prima tv in chiaro di X Factor che lo supera regolarmente (4.5% circa). Se non si vogliono cambiare abitudini tocca rassegnarsi.

Correzione per Skroll Dopo un mese di preserale nell’illusione che facesse da traino a Mentana, Andrea Salerno ha deciso di spostare la striscia di Marco D’Ambrosio alias Makkox prima di un altro tg, quello della notte. Gli ascolti delle 19.30 erano scesi sotto l’1%, mentre la replica dopo mezzanotte resisteva attorno al 2% (e il doppio di telespettatori). I frequentatori dei social sono nottambuli.

I capolavori di Taodue L’altro giorno a proposito di Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale di Canale 5 Aldo Grasso ha scritto che «vengono in mente tante cose». A cominciare dal «cinema dell’impegno civile (i film dei fratelli Taviani, di Germi, di Petri, di Pontecorvo, di Rosi, di Scola…) così centrale negli anni ’70 del Novecento. Le non poche serie della Taodue da Distretto di polizia a R.I.S., da Squadra antimafia a Le mani dentro la città, solo per citare alcuni titoli, affondano le loro radici culturali proprio in quella stagione in cui il nostro cinema provava a raccontare misteri e storture del nostro Paese».

La Verità, 15 ottobre 2017

Manfredi, Bocelli e le carambole di Fazio

Non servivano le assicurazioni di Miriam Leone sulle capacità interpretative di Elio Germano, domenica sera entrambi ospiti di Che tempo che fa. Anche se un po’ se la tira, chi ha visto La nostra vita (miglior attore al Festival di Cannes) e Il giovane favoloso sa di cosa si parla. In arte Nino, il film tv su Nino Manfredi prima che diventasse il grande artista che è stato, si regge quasi interamente sull’istrionismo dell’attore romano (Rai 1, lunedì, ore 21.20, share del 23.40%). Essendo diretto e sceneggiato dal figlio di Manfredi, Luca, bisogna credere che le quote romantiche siano ridotte al minimo, e che le inclinazioni guittesche del padre fossero tanto pronunciate e non proposte solo per consentire a Germano di esprimere le sue, altrettanto notevoli, come nell’imitazione della gallina, o durante la discussione di laurea, sostituita da un assaggio di Arlecchino, servitor di due padroni. In questi casi andare sopra le righe è un attimo, ma gli autori, tra i quali c’è lo stesso Germano, sono riusciti a non eccedere in forza di un copione definito. Unico superstite di un quartetto di malati di tbc, Nino s’infila nella Seconda guerra, forte di un’ironia che sfiora l’incoscienza e che turba il padre maresciallo. Il quale, incapace di riconoscerne la vocazione, lo vuole a tutti i costi laureato in giurisprudenza. La vicenda si snoda tra promettenti provini, intemperanze giovanili e ultimatum paterni, fino all’incontro con la futura, bellissima moglie (Miriam Leone) e all’approdo alla ribalta di Canzonissima. Consacrazione alla quale, in verità si arriva con qualche salto narrativo di troppo.

Lunedì prossimo un altro biopic dedicato ad Andrea Bocelli proseguirà il discorso di Rai 1, inaugurato con la miniserie su Domenico Modugno e continuato con C’era una volta Studio Uno, volto a promuovere gli artisti che le appartengono o che hanno fatto la storia della televisione. Alle fiction dedicate a santi, sportivi e carabinieri, si aggiunge il filone su cantanti e attori.

P.s. Come tre giorni fa Elio Germano e Miriam Leone, anche Andrea Bocelli domenica prossima sarà ospite di Fabio Fazio. Il quale, invitando a vedere il film del giorno successivo, promuoverà il traino che precede il suo Che fuori tempo che fa del lunedì. Una mano lava l’altra e tutte due lavano Rai 1.

La Verità, 27 settembre 2017

Crozza gioca (non troppo) con Caschetto burattinaio

Per l’esordio della seconda stagione sul Nove Crozza si è contornato di nuovi «Fratelli». Niente Matteo Renzi e senatore Razzi. Ripescato dal repertorio il solo Beppe Grillo in occasione della travagliata investitura di Luigi Di Maio alla kermesse pentastellata di Rimini. Marco Minniti, sceriffo anti immigrati che piace più a destra che a sinistra, Giuliano Pisapia, leader imbranato e sprovvisto di carisma, Vittorio Feltri che sforna titoli truculenti e l’ineffabile maestro yoga Roberto Laurenzi intercettato su youtube che va a sostituire lo chef vegano Germidi Soia, sono le new entry della nuova collezione (venerdì, ore 21.17, share del 3.5% che diventa 5 sommando gli ascolti degli altri canali del gruppo). La share non è eccelsa e forse Crozza non è più al centro del dibattito politico mediatico come un paio d’anni fa. Però, no problem. Con navigata ironia il comico genovese ci ha giocato sopra fin dalla prima canzonetta. «Forse farei più share andando in pizzeria… Incontro molti fan che mi dicono: adesso dove sei, è un peccato che in tv non ti si veda più… Guarda che forse ti sbagli tu. Ti do le prove, anche se piove sono sul Nove, capito dove?».

Maurizio Crozza nella parodia di Beppe Caschetto

Maurizio Crozza nella nuova parodia di Beppe Caschetto, suo agente

Il colpo di teatro, però, è lo sdoganamento parodistico di Beppe Caschetto, il suo (e di molti altri) agente. Inafferrabile: «Su internet ci sono solo due foto sgranate». Potentissimo: «Tutto quello che vedete in tv, dal meteo a Sanremo, l’ha deciso lui». Luciferino: «Se fa un patto col diavolo ci rimette il diavolo». A tutti chiede: «Come state? Fatturate?». La maschera di Crozza lo presenta come un Gene Hackman in salsa emiliana. Che propone a Roberto Saviano di fare il giudice di X Factor e al capo della fiction Mediaset una serie con Geppi Cucciari nel ruolo di madre Teresa. Inarrestabile, dialoga persino con papa Francesco per suggerirgli come risultare ancor più popolare. Molto esposto a causa del discusso contratto di Fabio Fazio, in questo momento Caschetto è nel mirino della Commissione di Vigilanza e di Michele Anzaldi che scalpita per una legge che ridimensioni il ruolo dei manager, impedendo loro di operare contemporaneamente da agenti e produttori. Un tantino autoreferenziale, obiettivo della gag è smontare l’idea del burattinaio occulto. Basteranno due risate?

La Verità, 24 settembre 2017

Ps.«Sempre sul Nove ci starò ancora un po’, che voglia o no», piagnucolava ancora Crozza in quella canzoncina. Ma con qualche significativa licenza. Tutti i lunedì in seconda serate rifarà capolino su Rai 1: con un colpo da maestro il potente Caschetto è riuscito a procurargli la copertina di Che fuori tempo che fa di Fabio Fazio.

«In tivù siamo casinisti, in casa taciturni»

Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu li si può intervistare solo in coppia. Così vuole il loro manager, Beppe Caschetto. Potentissimo. Quindi eccoci in una trattoria di Milano vicino a Corso Sempione, zona Rai. Avete presente l’intervista doppia delle Iene? Per anni, complice la Gialappa’s, l’hanno inflitta alle loro vittime. Stavolta la subiscono.

Siete al timone di Quelli che… Masticate di calcio?

Paolo: «Io sono figlio d’arte. Nel senso che mio padre era dirigente di un club di tifosi genoani. Ricordo che una volta, da piccolo, quando rientrando da scuola gli chiesi cosa fosse la Sampdoria negò l’esistenza di un’altra squadra genoana».

Luca: «Anch’io sono genoano di famiglia. Erano tutti uniti e compatti, non avevo alternative».

Il momento più bello da tifosi?

Luca: «Nei quarti della Coppa Uefa del 1992, quando battemmo 2 a 1 il Liverpool. Siamo l’unica squadra italiana ad aver espugnato Alfield Road».

A Quelli che… la squadra deve ancora amalgamarsi.

Luca: «Abbiamo praticamente fatto un numero zero in onda. I collegamenti non erano mai stati provati. Con Mia Ceran siamo in tre a condurre una trasmissione che è molto radiofonica perché le partite di cui parliamo tutto il tempo non si vedono».

Com’è dirigere un’orchestra per dei solisti come voi?

Paolo: «S’impara facendo. Saremo un po’ meno coppia. Ognuno avrà il proprio modo d’intervenire, anche in accordo con Mia, cercando di capire quando è il momento di smettere».

Un’orchestra di strumentisti che provengono tutti dal conservatorio di Caschetto.

Luca: «Nella prima puntata c’era molto caschettismo. Al tavolo dei commentatori, però no».

Paolo: «Il cuore del programma è nei collegamenti con gli stadi. Se funzionano quelli funziona tutto. Direi che è un’orchestra jazz».

Luca: «Per dire, Giorgio Mastrota non è di Caschetto. È un amico che sa stare al gioco».

Beppe Caschetto, manager di Luca e Paolo

Beppe Caschetto, manager di Luca e Paolo e non solo

Avete trovato quel musicarello dove debuttò come attore…

Paolo: «Merito degli autori guidati da Massimo Venier che sono la vera ossatura del programma».

Avete detto: faremo come i jazzisti. Conoscete il jazz?

Paolo: «Diciamo che nasco chitarrista… e muoio presto. Ascolto dal be bop alla fusion. Però l’improvvisazione teatrale è un’altra roba».

Giass su Canale 5 non vi portò fortuna.

Luca: «Ah, ecco dove volevi arrivare. Ma Giass stava per ghiaccio in milanese, per Great Italian Association, e sì… per jazz. Era tante cose».

Tornando al calcio: voi siete come Bonucci che ha lasciato una squadra dove ha vinto tanto per diventare il leader di una in cerca di rilancio?

Luca: «Semplicemente abbiamo lavorato tanti anni in un’azienda facendo cose belle e qualcuna meno bella. A un certo punto Ilaria Dallatana, direttore di Rai 2, ci ha chiesto se volevamo lavorare insieme. Ci siamo trovati d’accordo sull’idea di rifare Camera cafè. Poi si sono aggiunte altre cose. Il nostro lavoro non cambia, cambia solo la piattaforma».

Paolo: «Comunque, presto su Canale 5 partirà Immaturi, la serie tratta dal film. Se avessimo mantenuto anche la copertina di DiMartedì avremmo fatto bingo. Magari la rifaremo».

Di Bonucci ci si chiede se sia un fuoriclasse, un campione o un ottimo giocatore: voi come vi sentite?

Paolo: «Fuoriclasse no. Siamo buoni giocatori che hanno la fortuna di lavorare molto. Quando andiamo bene, come accadde al Festival di Sanremo, c’è sempre un pizzico di stupore, figlio dell’incredulità: sorprende che riusciamo a buttarla dentro».

Luca: «Siamo degli underdog, poco considerati che superano le attese. Crozza è un fuoriclasse, noi dei jolly. Come quei giocatori che possono cavarsela in ruoli diversi, e che fanno la gioia degli allenatori».

Come vi siete lasciati con Mediaset? Avete lavorato con tutti i big del gruppo…

Paolo: «Ci siamo lasciati benissimo, ricevendo tanti in bocca al lupo. E certamente non è stato un addio».

Luca: «Si abbiamo lavorato con grandi personalità, Fatma Ruffini, Antonio Ricci, Davide Parenti e anche Maria De Filippi. Poi ognuno ha il proprio carattere. Con Ricci, che ci ha sempre dimostrato affetto e stima, la sintonia è massima».

Antonio Ricci, Maurizio Crozza e prima Beppe Grillo, poi Fabio Fazio, Carlo Freccero, Enrico Ghezzi, voi: perché in tv siete tutti liguri?

Paolo: «Perché siamo un po’ zucconi, tenaci. A Genova sei schiacciato tra mare e monti. Se non vuoi implodere o fai il cantautore triste o il comico. Poi allo Stabile c’è stata per vent’anni una delle migliori scuole di recitazione d’Italia».

Luca: «Noi, Crozza, Ugo Dighero, Maurizio Lastrico, siamo tutti usciti da lì. A Genova c’è sempre stato gran fermento, spero che ritorni. Comunque, la questione geografica è fondamentale».

Non avete bisogno di fare molta strada per andare in vacanza.

Luca: «Dipende. La mia vacanza ideale è nella Comunità di Bose, quella di Enzo Bianchi. Mi hanno detto che c’è l’obbligo del silenzio».

Non sarete persone taciturne?

Luca: «Muti o quasi. Facciamo lunghi viaggi in treno senza scambiarci una parola. Manco ciao».

Paolo: «Per due che si conoscono da 25 anni non serve parlarsi per sapere cosa pensiamo. Siamo genovesi: esiste una comunicazione che prescinde dal parlare».

Che significa essere genovesi?

Luca: «Tra il clamore e il silenzio un genovese preferisce sempre il secondo. Perché non ne ha paura, ne avverte l’urgenza di riempirlo. Meglio ascoltare che parlare».

«Le parole sono sopravvalutate», dice un personaggio di Tracks, un film di John Curran sulla storia vera di una ragazza che nel 1977 attraversò il deserto australiano.

 Luca: «Mio zio era un camallo del porto. Quando telefonava e alzavi la cornetta udivi un verso gutturale che conteneva tutto: ciao, sono lo zio, passami la mamma».

Vi facevo logorroici chiacchieroni.

Paolo: «Tutt’altro. Perciò Quelli che il calcio, dove bisogna chiacchierare tre ore, è una sfida vera».

Giorgio Gaber nel Teatro canzone che ispirò Luca e Paolo

Giorgio Gaber nel Teatro canzone che ispirò Luca e Paolo

Dove vi siete conosciuti?

Luca: «Alla scuola dello Stabile. Finita la quale io ho continuato lì, lui è andato al Teatro della Tosse. Fu Gaber a consigliare di metterci insieme. Venne in tournée a Genova, prima con Il Grigio, l’anno dopo con Il Teatro canzone. Feci una specie di voto: dato che mi scartavano sempre, se avessi superato il provino della scuola sarei andato a vedere tutti i suoi spettacoli. Stanca di vedermi, la bidella mi combinò un incontro con lui».

Paolo: «Il nostro primo spettacolo fu una specie di plagio degli ultimi vent’anni del suo Teatro canzone».

Il meglio e il peggio della televisione, secondo voi.

Paolo: «Mi ha piacevolmente sorpreso la serie di Rocco Schiavone che ho appena recuperato. Quando ho visto che il regista è Michele Soavi ho capito. In genere, le serie mi smuovono la testa. Con i reality invece m’impigrisco».

Luca: «Non guardo molta tv. Cioè, non come riempitivo. Non riguardo neanche me stesso. Però non sono schizzinoso. Pio e Amedeo di Emigratis mi fanno molto ridere. Anche se non è la prima cosa che salta agli occhi, ci vedo una tristezza e un’intelligenza rare».

Il film della vita?

Luca: «Sono indeciso tra Amadeus e Fantozzi».

Spettro ampio.

Luca: «Un altro che mi è piaciuto è L’ottavo giorno con Daniel Auteil, la storia di un uomo d’affari in crisi che si ritrova attraverso il rapporto con un ragazzo down».

Paolo: «I miei preferiti sono Il cacciatore e La dolce vita. E anche Il gusto degli altri, un film francese scritto e diretto da Agnès Jaoui».

Libro sul comodino?

Luca: «Sto leggendo La battaglia, su Waterloo, di Franco Barbero, uno storico che adoro».

Paolo: «Mi piacciono le biografie. Adesso ho attaccato L’arte della vittoria – Autobiografia del fondatore della Nike. E certe storie di imprese estreme, tra sport e follia. Di recente mi ha preso Icarus, il documentario di un regista americano che decide di fare la Haute route, una corsa che raggruppa in cinque giorni le tappe più faticose del Tour de France. Si dopa per vedere cosa succede e scopre di andare peggio dell’anno precedente in cui era pulito».

A cena con?

Luca: «Barbero, lo storico».

Paolo: «Lance Armstrong. Per chiedergli perché ha distrutto la sua stessa leggenda».

Un politico, un intellettuale, un imprenditore di cui non perdete un colpo.

Luca: «Non perdo mai la rassegna stampa di Massimo Bordin su Radio radicale».

Paolo: «Mi affascinano i grandi imprenditori. Sono amico di Cremonese, proprietario di marchi sportivi. Mi domando come fanno a essere così tranquilli gestendo aziende con 5000 dipendenti».

Avete un progetto rimasto nel cassetto?

Luca: «Per anni abbiamo sognato di portare a teatro Rosencrantz e Guildenstern sono morti. Mi sa che adesso siamo troppo vecchi, ripiegheremo su Pigna secca e pigna verde».

Paolo: «Anche portare MtvTrip negli Stati Uniti non sarebbe male. Vedere come reagiscono gli americani a due pazzi che girano su un’auto funebre potrebbe essere divertente. L’anno scorso volevamo proporlo al seguito del Giro d’Italia…».

Luca: «È un format che ha fatto scuola. Dopo MtvTrip quante inquadrature nell’abitacolo dell’auto. Come anche dopo Camera cafè, quante sit com con telecamera fissa: piloti, carcerati… In Italia se qualcuno ha un’idea, invece di farsene venire un’altra, si copia. Pensa a Masterchef».

Il momento migliore della vostra carriera?

Paolo: «Il Festival di Sanremo. Per 40 giorni sei un astronauta sulla luna… Per una cosa che in fondo è un festival della canzone. E che, un minuto dopo che è finito, ti accorgi che non era così importante».

Luca: «Anche lo spettacolo su Gaber firmato con Sandro Luporini, il suo coautore storico, è stato un bel momento. Se penso che abbiamo cominciato provando nel mio garage uno show ispirato da lui…».

Fazio è di Caschetto pure lui. Cosa pensate del suo contratto?

Luca: «In questo mondo nessuno ti regala niente. Se uno viene pagato tanto è perché vale».

Con i soldi del canone è più facile cadere in tentazione.

Paolo: «Non credo. La Rai è così. Se si finanziasse solo con il canone e facesse una sola rete come in Gran Bretagna ci sarebbero più tv commerciali e più offerta».

Luca: «E per noi artisti sarebbe un vantaggio».

 

La Verità, 17 settembre 2017

Luca e Paolo, Quelli che… si prendono Rai 2

Non è esattamente la loro parte in commedia e neanche la loro misura. Luca e Paolo sono soprattutto degli incursori e funzionano meglio sulle distanze brevi che al timone di contenitori un po’ pletorici com’è diventato negli anni Quelli che il calcio, uno dei programmi più longevi della televisione italiana (Rai 2, domenica ore 13.45, share del 6.41 nell’anteprima e 9.09 nel programma). Ma, in fondo, i due comici sono pur sempre dei polistrumentisti in grado di passare dalla satira alla gag fulminea alla canzoncina sulla Var con Nina Zilli. Per reggere un helzapopping di tre ore bisogna saper suonare archi e fiati, pur contornandosi di altri musicisti. Come conferma la nuova edizione di Camera Café incastonata tra la fine del Tg2 e l’inizio del primetime, l’operazione è chiara. Il duo comico, passato alla tv pubblica dopo 15 anni in Mediaset, si candida a essere il perno, quasi il testimonial della nuova Rai 2. La televisione si fa con le idee, i format e il palinsesto. Ma si fa molto anche con i volti. Per l’imprimatur si vede pure Fabio Fazio, primo conduttore di Quelli che…, di passaggio a Rai 2 nel suo trasloco da Rai 3 a Rai 1.

Luca e Paolo hanno scelto di mettersi in gioco alla testa di un format un tantino stagionato, rivolto al pubblico escluso dall’esclusiva dei diritti tv, che nobilita le piccole emittenti private, maestre di chiacchiere attorno al vuoto. Dirigono un’orchestra composta da tanti, forse troppi ex: arbitri (Paolo Casarin, ospite fisso per la var della Var), telecronisti (Bruno Pizzul, che sfoggia sempre una bella sintassi), allenatori (Serse Cosmi, Emiliano Mondonico), calciatori (Fulvio Collovati). A gestire i collegamenti pensa Mia Ceran, titolare di un tacco 16 molto glam e di uno scanzonato abitino con scollatura in favore di telecamera, che quando dice a Mondonico che l’Atalanta è «una squadra dove molte società hanno fatto shopping» sa di cosa parla. Altre new entry: Francesco Mandelli, inviato, e l’onnipresente Federico Russo che sforna l’immancabile classifica delle papere. L’obiettivo è metabolizzare la mancanza di immagini con gag, siparietti, rimbalzi di linea e tormentoni tra i quali spicca il Massimo Giletti di Ubaldo Pantani. L’apice si tocca con Cient’anni, musicarello datato 1999, in cui Giorgio Mastrota esordì come attore al fianco di Gigi D’Alessio. Superare la malinconia serpeggiante causata dall’invisibilità delle partite è impresa ardita per un programma che, Emanuele Dotto docet, è più radio che tv.

La Verità, 12 settembre 2017

Prima del via godiamoci certe scintille degli spot

Nell’attesa che finalmente inizi la nuova stagione (a proposito, Quelli che il calcio parte alla terza giornata di campionato – non si potevano fare delle puntate serali per le prime due? – Fabio Fazio il 24 settembre e Domenica in addirittura in ottobre: noi l’abbonamento lo paghiamo tutto l’anno), nell’attesa, dicevo, che, oltre a un po’ di sport vario, inizi davvero la stagione, il meglio si trova negli spot pubblicitari, in certi casi vere scintille di genialità, quello del Buondì compreso. A dirla tutta, sulla campagna che ha scatenato polemiche e predicozzi, oltre gli eccessi moralistici, non so chi è peggio tra due genitori mortiferi e una bimbetta smorfiosa che chiede una merendina «che possa coniugare la mia voglia di leggerezza e golosità». Parla come mangi, sarebbe stata la risposta giusta, e fine della storia. Ma dopo aver standardizzato l’alimentazione di matusa e mocciosi, ormai il politicamente corretto e i dogmi del nutrizionismo che alluvionano tutti i palinsesti hanno hanno invaso anche il linguaggio infantile. Dove invece, sempre in materia di generazioni, non ho difficoltà a scegliere da che parte stare è nel fulminante spot di Vigorsol Easy (non nuovissimo, ma testé riproposto): tutta la vita con l’adolescente ribelle che, dopo aver lanciato dalla finestra il tappetino da yoga, esce dalla camera vestita da punk come padre e madre, fasciati di pelle e borchie (genitori così esistono e si diffondono). Una volta all’aperto si disfa della maschera spruzzandosi con la pompa per innaffiare e, sorda alle proteste dei «vecchi», sale sulla bici del ragazzo, in rotta verso la libertà. Niente divise: nell’era all tattoo, trasgressione e anticonformismo sono acqua e sapone. La generazione dei maturi riguadagna invece credibilità nello spot Tim d’inizio stagione, dove Stanlio e Ollio ballano sulle note di All night, il brano del dj Parov Stellar cantato da Mina, che alla fine chiosa: «È bello ripartire con un sorriso». Un altro gioiello che prosegue la story della bellezza («è bello amare il calcio»; «è bello avere Mina»), inaugurata quasi un anno fa dalla campagna del marchio di telefonia. In tema di sigle e jingle fortunati, è partito con ampio anticipo il corteggiamento della Rai per abituare il pubblico del primo canale all’idea di trovarsi Fazio in casa ogni maledetta domenica. Il promo antologico con la sfilata dei big è efficace quasi quanto è contagiosa Twistin’ night away di Sam Cook. Resta da vedere se il conduttore saprà essere all’altezza dello smalto della sigla. Oltre che di quello del tintinnante cachet.

La Verità, 5 settembre 2017