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«In tivù siamo casinisti, in casa taciturni»

Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu li si può intervistare solo in coppia. Così vuole il loro manager, Beppe Caschetto. Potentissimo. Quindi eccoci in una trattoria di Milano vicino a Corso Sempione, zona Rai. Avete presente l’intervista doppia delle Iene? Per anni, complice la Gialappa’s, l’hanno inflitta alle loro vittime. Stavolta la subiscono.

Siete al timone di Quelli che… Masticate di calcio?

Paolo: «Io sono figlio d’arte. Nel senso che mio padre era dirigente di un club di tifosi genoani. Ricordo che una volta, da piccolo, quando rientrando da scuola gli chiesi cosa fosse la Sampdoria negò l’esistenza di un’altra squadra genoana».

Luca: «Anch’io sono genoano di famiglia. Erano tutti uniti e compatti, non avevo alternative».

Il momento più bello da tifosi?

Luca: «Nei quarti della Coppa Uefa del 1992, quando battemmo 2 a 1 il Liverpool. Siamo l’unica squadra italiana ad aver espugnato Alfield Road».

A Quelli che… la squadra deve ancora amalgamarsi.

Luca: «Abbiamo praticamente fatto un numero zero in onda. I collegamenti non erano mai stati provati. Con Mia Ceran siamo in tre a condurre una trasmissione che è molto radiofonica perché le partite di cui parliamo tutto il tempo non si vedono».

Com’è dirigere un’orchestra per dei solisti come voi?

Paolo: «S’impara facendo. Saremo un po’ meno coppia. Ognuno avrà il proprio modo d’intervenire, anche in accordo con Mia, cercando di capire quando è il momento di smettere».

Un’orchestra di strumentisti che provengono tutti dal conservatorio di Caschetto.

Luca: «Nella prima puntata c’era molto caschettismo. Al tavolo dei commentatori, però no».

Paolo: «Il cuore del programma è nei collegamenti con gli stadi. Se funzionano quelli funziona tutto. Direi che è un’orchestra jazz».

Luca: «Per dire, Giorgio Mastrota non è di Caschetto. È un amico che sa stare al gioco».

Beppe Caschetto, manager di Luca e Paolo

Beppe Caschetto, manager di Luca e Paolo e non solo

Avete trovato quel musicarello dove debuttò come attore…

Paolo: «Merito degli autori guidati da Massimo Venier che sono la vera ossatura del programma».

Avete detto: faremo come i jazzisti. Conoscete il jazz?

Paolo: «Diciamo che nasco chitarrista… e muoio presto. Ascolto dal be bop alla fusion. Però l’improvvisazione teatrale è un’altra roba».

Giass su Canale 5 non vi portò fortuna.

Luca: «Ah, ecco dove volevi arrivare. Ma Giass stava per ghiaccio in milanese, per Great Italian Association, e sì… per jazz. Era tante cose».

Tornando al calcio: voi siete come Bonucci che ha lasciato una squadra dove ha vinto tanto per diventare il leader di una in cerca di rilancio?

Luca: «Semplicemente abbiamo lavorato tanti anni in un’azienda facendo cose belle e qualcuna meno bella. A un certo punto Ilaria Dallatana, direttore di Rai 2, ci ha chiesto se volevamo lavorare insieme. Ci siamo trovati d’accordo sull’idea di rifare Camera cafè. Poi si sono aggiunte altre cose. Il nostro lavoro non cambia, cambia solo la piattaforma».

Paolo: «Comunque, presto su Canale 5 partirà Immaturi, la serie tratta dal film. Se avessimo mantenuto anche la copertina di DiMartedì avremmo fatto bingo. Magari la rifaremo».

Di Bonucci ci si chiede se sia un fuoriclasse, un campione o un ottimo giocatore: voi come vi sentite?

Paolo: «Fuoriclasse no. Siamo buoni giocatori che hanno la fortuna di lavorare molto. Quando andiamo bene, come accadde al Festival di Sanremo, c’è sempre un pizzico di stupore, figlio dell’incredulità: sorprende che riusciamo a buttarla dentro».

Luca: «Siamo degli underdog, poco considerati che superano le attese. Crozza è un fuoriclasse, noi dei jolly. Come quei giocatori che possono cavarsela in ruoli diversi, e che fanno la gioia degli allenatori».

Come vi siete lasciati con Mediaset? Avete lavorato con tutti i big del gruppo…

Paolo: «Ci siamo lasciati benissimo, ricevendo tanti in bocca al lupo. E certamente non è stato un addio».

Luca: «Si abbiamo lavorato con grandi personalità, Fatma Ruffini, Antonio Ricci, Davide Parenti e anche Maria De Filippi. Poi ognuno ha il proprio carattere. Con Ricci, che ci ha sempre dimostrato affetto e stima, la sintonia è massima».

Antonio Ricci, Maurizio Crozza e prima Beppe Grillo, poi Fabio Fazio, Carlo Freccero, Enrico Ghezzi, voi: perché in tv siete tutti liguri?

Paolo: «Perché siamo un po’ zucconi, tenaci. A Genova sei schiacciato tra mare e monti. Se non vuoi implodere o fai il cantautore triste o il comico. Poi allo Stabile c’è stata per vent’anni una delle migliori scuole di recitazione d’Italia».

Luca: «Noi, Crozza, Ugo Dighero, Maurizio Lastrico, siamo tutti usciti da lì. A Genova c’è sempre stato gran fermento, spero che ritorni. Comunque, la questione geografica è fondamentale».

Non avete bisogno di fare molta strada per andare in vacanza.

Luca: «Dipende. La mia vacanza ideale è nella Comunità di Bose, quella di Enzo Bianchi. Mi hanno detto che c’è l’obbligo del silenzio».

Non sarete persone taciturne?

Luca: «Muti o quasi. Facciamo lunghi viaggi in treno senza scambiarci una parola. Manco ciao».

Paolo: «Per due che si conoscono da 25 anni non serve parlarsi per sapere cosa pensiamo. Siamo genovesi: esiste una comunicazione che prescinde dal parlare».

Che significa essere genovesi?

Luca: «Tra il clamore e il silenzio un genovese preferisce sempre il secondo. Perché non ne ha paura, ne avverte l’urgenza di riempirlo. Meglio ascoltare che parlare».

«Le parole sono sopravvalutate», dice un personaggio di Tracks, un film di John Curran sulla storia vera di una ragazza che nel 1977 attraversò il deserto australiano.

 Luca: «Mio zio era un camallo del porto. Quando telefonava e alzavi la cornetta udivi un verso gutturale che conteneva tutto: ciao, sono lo zio, passami la mamma».

Vi facevo logorroici chiacchieroni.

Paolo: «Tutt’altro. Perciò Quelli che il calcio, dove bisogna chiacchierare tre ore, è una sfida vera».

Giorgio Gaber nel Teatro canzone che ispirò Luca e Paolo

Giorgio Gaber nel Teatro canzone che ispirò Luca e Paolo

Dove vi siete conosciuti?

Luca: «Alla scuola dello Stabile. Finita la quale io ho continuato lì, lui è andato al Teatro della Tosse. Fu Gaber a consigliare di metterci insieme. Venne in tournée a Genova, prima con Il Grigio, l’anno dopo con Il Teatro canzone. Feci una specie di voto: dato che mi scartavano sempre, se avessi superato il provino della scuola sarei andato a vedere tutti i suoi spettacoli. Stanca di vedermi, la bidella mi combinò un incontro con lui».

Paolo: «Il nostro primo spettacolo fu una specie di plagio degli ultimi vent’anni del suo Teatro canzone».

Il meglio e il peggio della televisione, secondo voi.

Paolo: «Mi ha piacevolmente sorpreso la serie di Rocco Schiavone che ho appena recuperato. Quando ho visto che il regista è Michele Soavi ho capito. In genere, le serie mi smuovono la testa. Con i reality invece m’impigrisco».

Luca: «Non guardo molta tv. Cioè, non come riempitivo. Non riguardo neanche me stesso. Però non sono schizzinoso. Pio e Amedeo di Emigratis mi fanno molto ridere. Anche se non è la prima cosa che salta agli occhi, ci vedo una tristezza e un’intelligenza rare».

Il film della vita?

Luca: «Sono indeciso tra Amadeus e Fantozzi».

Spettro ampio.

Luca: «Un altro che mi è piaciuto è L’ottavo giorno con Daniel Auteil, la storia di un uomo d’affari in crisi che si ritrova attraverso il rapporto con un ragazzo down».

Paolo: «I miei preferiti sono Il cacciatore e La dolce vita. E anche Il gusto degli altri, un film francese scritto e diretto da Agnès Jaoui».

Libro sul comodino?

Luca: «Sto leggendo La battaglia, su Waterloo, di Franco Barbero, uno storico che adoro».

Paolo: «Mi piacciono le biografie. Adesso ho attaccato L’arte della vittoria – Autobiografia del fondatore della Nike. E certe storie di imprese estreme, tra sport e follia. Di recente mi ha preso Icarus, il documentario di un regista americano che decide di fare la Haute route, una corsa che raggruppa in cinque giorni le tappe più faticose del Tour de France. Si dopa per vedere cosa succede e scopre di andare peggio dell’anno precedente in cui era pulito».

A cena con?

Luca: «Barbero, lo storico».

Paolo: «Lance Armstrong. Per chiedergli perché ha distrutto la sua stessa leggenda».

Un politico, un intellettuale, un imprenditore di cui non perdete un colpo.

Luca: «Non perdo mai la rassegna stampa di Massimo Bordin su Radio radicale».

Paolo: «Mi affascinano i grandi imprenditori. Sono amico di Cremonese, proprietario di marchi sportivi. Mi domando come fanno a essere così tranquilli gestendo aziende con 5000 dipendenti».

Avete un progetto rimasto nel cassetto?

Luca: «Per anni abbiamo sognato di portare a teatro Rosencrantz e Guildenstern sono morti. Mi sa che adesso siamo troppo vecchi, ripiegheremo su Pigna secca e pigna verde».

Paolo: «Anche portare MtvTrip negli Stati Uniti non sarebbe male. Vedere come reagiscono gli americani a due pazzi che girano su un’auto funebre potrebbe essere divertente. L’anno scorso volevamo proporlo al seguito del Giro d’Italia…».

Luca: «È un format che ha fatto scuola. Dopo MtvTrip quante inquadrature nell’abitacolo dell’auto. Come anche dopo Camera cafè, quante sit com con telecamera fissa: piloti, carcerati… In Italia se qualcuno ha un’idea, invece di farsene venire un’altra, si copia. Pensa a Masterchef».

Il momento migliore della vostra carriera?

Paolo: «Il Festival di Sanremo. Per 40 giorni sei un astronauta sulla luna… Per una cosa che in fondo è un festival della canzone. E che, un minuto dopo che è finito, ti accorgi che non era così importante».

Luca: «Anche lo spettacolo su Gaber firmato con Sandro Luporini, il suo coautore storico, è stato un bel momento. Se penso che abbiamo cominciato provando nel mio garage uno show ispirato da lui…».

Fazio è di Caschetto pure lui. Cosa pensate del suo contratto?

Luca: «In questo mondo nessuno ti regala niente. Se uno viene pagato tanto è perché vale».

Con i soldi del canone è più facile cadere in tentazione.

Paolo: «Non credo. La Rai è così. Se si finanziasse solo con il canone e facesse una sola rete come in Gran Bretagna ci sarebbero più tv commerciali e più offerta».

Luca: «E per noi artisti sarebbe un vantaggio».

 

La Verità, 17 settembre 2017

Luca e Paolo, Quelli che… si prendono Rai 2

Non è esattamente la loro parte in commedia e neanche la loro misura. Luca e Paolo sono soprattutto degli incursori e funzionano meglio sulle distanze brevi che al timone di contenitori un po’ pletorici com’è diventato negli anni Quelli che il calcio, uno dei programmi più longevi della televisione italiana (Rai 2, domenica ore 13.45, share del 6.41 nell’anteprima e 9.09 nel programma). Ma, in fondo, i due comici sono pur sempre dei polistrumentisti in grado di passare dalla satira alla gag fulminea alla canzoncina sulla Var con Nina Zilli. Per reggere un helzapopping di tre ore bisogna saper suonare archi e fiati, pur contornandosi di altri musicisti. Come conferma la nuova edizione di Camera Café incastonata tra la fine del Tg2 e l’inizio del primetime, l’operazione è chiara. Il duo comico, passato alla tv pubblica dopo 15 anni in Mediaset, si candida a essere il perno, quasi il testimonial della nuova Rai 2. La televisione si fa con le idee, i format e il palinsesto. Ma si fa molto anche con i volti. Per l’imprimatur si vede pure Fabio Fazio, primo conduttore di Quelli che…, di passaggio a Rai 2 nel suo trasloco da Rai 3 a Rai 1.

Luca e Paolo hanno scelto di mettersi in gioco alla testa di un format un tantino stagionato, rivolto al pubblico escluso dall’esclusiva dei diritti tv, che nobilita le piccole emittenti private, maestre di chiacchiere attorno al vuoto. Dirigono un’orchestra composta da tanti, forse troppi ex: arbitri (Paolo Casarin, ospite fisso per la var della Var), telecronisti (Bruno Pizzul, che sfoggia sempre una bella sintassi), allenatori (Serse Cosmi, Emiliano Mondonico), calciatori (Fulvio Collovati). A gestire i collegamenti pensa Mia Ceran, titolare di un tacco 16 molto glam e di uno scanzonato abitino con scollatura in favore di telecamera, che quando dice a Mondonico che l’Atalanta è «una squadra dove molte società hanno fatto shopping» sa di cosa parla. Altre new entry: Francesco Mandelli, inviato, e l’onnipresente Federico Russo che sforna l’immancabile classifica delle papere. L’obiettivo è metabolizzare la mancanza di immagini con gag, siparietti, rimbalzi di linea e tormentoni tra i quali spicca il Massimo Giletti di Ubaldo Pantani. L’apice si tocca con Cient’anni, musicarello datato 1999, in cui Giorgio Mastrota esordì come attore al fianco di Gigi D’Alessio. Superare la malinconia serpeggiante causata dall’invisibilità delle partite è impresa ardita per un programma che, Emanuele Dotto docet, è più radio che tv.

La Verità, 12 settembre 2017

Prima del via godiamoci certe scintille degli spot

Nell’attesa che finalmente inizi la nuova stagione (a proposito, Quelli che il calcio parte alla terza giornata di campionato – non si potevano fare delle puntate serali per le prime due? – Fabio Fazio il 24 settembre e Domenica in addirittura in ottobre: noi l’abbonamento lo paghiamo tutto l’anno), nell’attesa, dicevo, che, oltre a un po’ di sport vario, inizi davvero la stagione, il meglio si trova negli spot pubblicitari, in certi casi vere scintille di genialità, quello del Buondì compreso. A dirla tutta, sulla campagna che ha scatenato polemiche e predicozzi, oltre gli eccessi moralistici, non so chi è peggio tra due genitori mortiferi e una bimbetta smorfiosa che chiede una merendina «che possa coniugare la mia voglia di leggerezza e golosità». Parla come mangi, sarebbe stata la risposta giusta, e fine della storia. Ma dopo aver standardizzato l’alimentazione di matusa e mocciosi, ormai il politicamente corretto e i dogmi del nutrizionismo che alluvionano tutti i palinsesti hanno hanno invaso anche il linguaggio infantile. Dove invece, sempre in materia di generazioni, non ho difficoltà a scegliere da che parte stare è nel fulminante spot di Vigorsol Easy (non nuovissimo, ma testé riproposto): tutta la vita con l’adolescente ribelle che, dopo aver lanciato dalla finestra il tappetino da yoga, esce dalla camera vestita da punk come padre e madre, fasciati di pelle e borchie (genitori così esistono e si diffondono). Una volta all’aperto si disfa della maschera spruzzandosi con la pompa per innaffiare e, sorda alle proteste dei «vecchi», sale sulla bici del ragazzo, in rotta verso la libertà. Niente divise: nell’era all tattoo, trasgressione e anticonformismo sono acqua e sapone. La generazione dei maturi riguadagna invece credibilità nello spot Tim d’inizio stagione, dove Stanlio e Ollio ballano sulle note di All night, il brano del dj Parov Stellar cantato da Mina, che alla fine chiosa: «È bello ripartire con un sorriso». Un altro gioiello che prosegue la story della bellezza («è bello amare il calcio»; «è bello avere Mina»), inaugurata quasi un anno fa dalla campagna del marchio di telefonia. In tema di sigle e jingle fortunati, è partito con ampio anticipo il corteggiamento della Rai per abituare il pubblico del primo canale all’idea di trovarsi Fazio in casa ogni maledetta domenica. Il promo antologico con la sfilata dei big è efficace quasi quanto è contagiosa Twistin’ night away di Sam Cook. Resta da vedere se il conduttore saprà essere all’altezza dello smalto della sigla. Oltre che di quello del tintinnante cachet.

La Verità, 5 settembre 2017

Giletti, Gabanelli e… tutti gli incendi dell’estate Rai

Abbandoni, dimissioni, defezioni e, per non farsi mancare nulla, previsioni di bilanci in rosso di 100 milioni. La Rai diretta da Mario Orfeo e presieduta da Monica Maggioni è come la costa sud della Sardegna in questa torrida estate d’incendi seriali: ne spegni a fatica uno e ne divampano altri tre o quattro, ancor più letali. Per un Fabio Fazio che si è voluto trattenere a costo di un contratto multimilionario ora al vaglio della Corte dei conti, in pochi giorni hanno detto addio a Viale Mazzini Daria Bignardi, direttore di Rai 3, e Massimo Giletti, che ha traslocato a La7. Qualche settimana fa si erano registrati gli abbandoni di Nicola Savino e della Gialappa’s band, rientrata a Mediaset. Ora sul futuro di Milena Gabanelli, uno dei volti più rappresentativi dell’informazione del servizio pubblico, si addensano nubi sempre più minacciose. Il preoccupante bollettino sullo stato di salute aziendale aveva fatto crescere l’attesa per la prima audizione alla Commissione di Vigilanza del direttore generale. La quale, realizzata astutamente in notturna, si è rivelata ugualmente un supplizio sia sul terreno finanziario che su quello editoriale.

Mario Orfeo alla presentazione dei palinsesti autunnali

Mario Orfeo alla presentazione dei palinsesti autunnali della Rai

Nel 2017 le entrate dal canone dovrebbero scendere di 140 milioni rispetto al 2016, mentre nel 2018 il calo dovrebbe essere di 170 milioni, motivo per cui il rosso previsto tra due anni «è di 80-100 milioni», ha messo le mani avanti Orfeo. La faccenda è tanto più fastidiosa a fronte dell’inserimento del canone nella bolletta elettrica allo scopo di azzerare l’evasione fiscale. L’argomento principale dell’audizione avrebbe dovuto essere il contratto di Fazio. Ma dopo aver garantito che la nuova collocazione su Rai 1 porterà un risparmio del 16%, Orfeo ha lamentato scarsità di risorse bussando a quattrini: «Il mercato pubblicitario attraversa ancora una fase d’incertezza», i costi degli eventi sportivi lievitano, mentre il canone di abbonamento «è sceso da 100 a 90 euro». In più ci sono «i prelievi straordinari che si sono succeduti» (i 150 milioni chiesti da Renzi a Luigi Gubitosi ndr). Chissà come la prenderanno dalle parti di Largo del Nazareno: anziché risolvere i problemi come Wolf di Pulp fiction, Orfeo li pone.

Anche il caso Gabanelli sembra lontano dalla quadratura. La realizzazione del Piano dell’informazione è una salita lastricata dalle dimissioni prima di Francesco Merlo, poi di Carlo Verdelli, infine di Antonio Campo Dall’Orto. Quanto a Gabanelli, a fine maggio aveva annunciato che se fosse stato bloccato il nuovo progetto di Rai 24 avrebbe potuto lasciare la Rai. Proposito ribadito pochi giorni fa. Ai vigilanti Orfeo ha detto che, «superata la prima fase di emergenza, abbiamo iniziato a esaminare con il Cda il tema» che sarà affrontato «in un tempo ragionevole». Verosimilmente, e senza essere troppo maliziosi, si andrà a dopo le elezioni.

Per il resto si naviga a vista. Il progetto di media company avviato da Campo dall’Orto è già evaporato. Il potenziamento della digitalizzazione è finito in qualche sottoscala. Dopo il passaggio di Fazio a Rai 1 e l’addio del gruppo di Diego Bianchi alias Zoro che gestiva la striscia serale di Gazebo social news, il palinsesto di Rai 3 è in altissimo mare. Ancor più con l’abbandono di Daria Bignardi, sostituita da Stefano Coletta e non, come molti si aspettavano, da Maria Pia Ammirati. Nel frattempo anche Andrea Salerno, altro possibile candidato, è già da un paio di mesi incardinato al vertice di La7.

Il curioso selfie twittato da Andrea Salerno con Cairo, Giletti e Mentana

Il curioso selfie twittato da Andrea Salerno con Cairo, Giletti e Mentana

La Rai, che la vulgata rimasta ferma al Novecento continua a dipingere come «la prima azienda culturale italiana», è in realtà l’editore televisivo più attardato e demodé del sistema. Basta ascoltare certe telecronache sportive o compulsare la proposta dei palinsesti estivi per averne conferma. Ai piani alti di Viale Mazzini, però, hanno altro a cui pensare. C’è da gestire la lunga volata di una campagna elettorale che si annuncia senza esclusioni di colpi. Non c’è tempo per ambizioni editoriali, velleità riformistiche, progetti innovativi. E non c’è spazio per voci dissonanti com’era quella dell’Arena di Massimo Giletti, 4 milioni di telespettatori medi e 7 milioni di utili all’anno. Ieri Orfeo ha replicato al conduttore su Twitter di non ver mai detto che «la domenica la gente deve stare tranquilla». Ma che non gli piace «l’informazione urlata e spettacolarizzata». Dopo Giovanni Floris, Massimo Giannini e Nicola Porro, un altro giornalista non renziano è stato accompagnato alla porta. Chissà perché «l’informazione urlata e spettacolarizzata» vale come discriminante in negativo per chi non si schiera con il padrone del vapore e non, per esempio, per Michele Santoro figliol prodigo di Mamma Rai previa professione di renzismo e rottura con gli ex amici filogrillini. La domanda sarà pure capziosa, ma la realtà dei fatti è che, poco alla volta, il primato dell’informazione e degli approfondimenti politici, core business del servizio pubblico, sta progressivamente passando in mano a La7.

 

La Verità, 3 agosto 2017

P.s. Ultima grana in ordine di tempo: la causa intentata da Paola Perego e dal marito Lucio Presta per i danni biologici ed economici subiti in occasione della chiusura di Parliamone…. sabato. E non sanati dal mancato accordo per il suo impiego nel prossimo palinsesto autunnale.

«L’Arena» fa ascolti e utili, perciò la chiudono

Tutti, giustamente, concentrati su Fabio Sazio. E sul suo nuovo, faraonico contratto: 11,2 milioni in quattro anni. (A proposito: da quando si fanno contratti a così lunga scadenza? Di solito non si fanno di due in due, con eventuale opzione?) Però, che ne dite se, per un momento, parliamo del caso Giletti? Che, anche se potrebbe sembrarlo, non è uno scherzo. Il Consiglio d’amministrazione di Viale Mazzini riunito sotto la regia di Monica Maggioni e con la partecipazione ordinaria del neodirettore generale Mario Orfeo, ha deciso di chiudere L’Arena di Rai 1. Così, d’emblée, senza farsi troppe remore. Il suo conduttore è stato dirottato al sabato sera per dodici show musicali. Si sa, la presentazione dei palinsesti incombe (mercoledì a Milano). E quindi giornalisti e presentatori rimbalzano da una rete all’altra, da un pomeriggio festivo a una prima serata feriale, da un programma giornalistico di comprovato successo a uno show d’intrattenimento da inventare. Il tutto, com’è accaduto a Massimo Giletti, senza una discussione o un coinvolgimento decisionale. Anche tra i volti storici della Rai ci sono figli e figliastri. C’è chi è super coccolato e accontentato. E chi viene spostato da una casella all’altra senza essere consultato. Con il risultato di apprendere del nuovo impiego da qualche indiscrezione via Internet o dei giornali. Del resto, se la buona educazione non la si impara da piccoli, difficile la si sappia esercitare una volta seduti sul cavallo di Viale Mazzini.

Modi a parte, la vicenda dell’Arena è significativa per parecchi altri motivi. Ideato e condotto da Giletti e giunto alla dodicesima stagione, il programma può vantare una media di ascolti superiore al 20% di share, quasi 4 milioni di telespettatori, che lo ha reso sempre vincente sulla concorrenza. Da rubrica di Domenica In e interamente prodotto in Rai, il talk show è progressivamente cresciuto, fino a conquistare piena autonomia dal contenitore domenicale, di cui, occupando le prime due ore del pomeriggio, è divenuto addirittura il traino. Non a caso, in questi anni, il conduttore dell’Arena è rimasto lo stesso, mentre quelli di Domenica In sono cambiati. Nell’ultima stagione, grazie agli introiti pubblicitari provenienti da una quarantina di spot, il talk ha prodotto un utile di 7 milioni di euro. Basterebbero questi numeri per mettere L’Arena tra i titoli intoccabili appartenenti al patrimonio del servizio pubblico.

Berlusconi all'Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Berlusconi all’Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Al conto economico attivo, va poi aggiunto il valore editoriale del programma, ripreso spesso dai media per i suoi colpi giornalistici. In questi anni Giletti ha condotto numerose inchieste contro la casta, smascherando scandali come i ritardi nella ricostruzione del terremoto in Umbria, il riciclaggio del denaro proveniente dalla vendita della casa di Montecarlo di Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, l’esorbitante numero di guardie forestali nelle regioni del Sud, l’abusivismo in Sicilia… Ha intervistato i politici di tutti gli schieramenti senza mai farli sentire troppo a loro agio, da Mario Capanna a Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, il quale mancò poco che abbandonasse lo studio a causa delle domande poco compiacenti. Insomma, pur privo di sponsorizzazioni griffate perché non iscritto al megapartito del politicamente corretto, L’Arena è un esempio di giornalismo anarchico e restio ai diktat del Palazzo, chiunque sia il suo principale inquilino.

Quando è stato nominato direttore generale, si temeva che il sonno di Orfeo sarebbe calato sull’informazione della tv pubblica, peraltro pagata dai cittadini di tutti gli orientamenti e quindi tutti detentori del diritto di essere rappresentati. Invece, ai palinsesti si applica la tecnica del «panino» in auge nei tg governativi, dove il sottile lo strato dell’opposizione è schiacciato tra la fetta di Palazzo Chigi e quella della maggioranza di governo. Fonti beninformate riportano che, per giustificare la chiusura dell’Arena, il dg abbia parlato del bisogno «di tranquillità e di serenità» del pubblico nel dì di festa. Chissà perché è un bisogno che spunta sempre quando ci sono di mezzo programmi dissonanti rispetto alla voce del padrone. Per dire, un anno dopo, la soppressione di un talk di approfondimento come Virus non ha ancora trovato una motivazione plausibile. E l’avvicendamento alla direzione del Tg3 di Bianca Berlinguer con Luca Mazzà e la scelta di Ida Colucci al Tg2 ha, per la prima volta nella storia Rai, uniformato tutti tre i telegiornali generalisti alla linea della maggioranza di governo.

Con la soppressione dell’Arena l’omologazione si espande ulteriormente (si salva solo Porta a Porta). Forse, l’unica pecca di Giletti è stata, lo scorso autunno, aver battuto con Viva Mogol un programma di Maria De Filippi, solitamente incontrastata dominatrice del sabato sera. Un successo che si è trasformato in un boomerang per il giornalista. Sul contratto del quale non sono circolate cifre, a differenza di quello predisposto per il conduttore di Che tempo che fa. A questo proposito, non si fermano le polemiche. Michele Anzaldi, responsabile della comunicazione del Pd, ha presentato un esposto a Corte dei Conti e Anac, mentre il grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza, ha detto: «Quando era stato preventivato di toccare lo stipendio a Fazio, classico comunista col cuore a sinistra e portafogli a destra, voleva scappare in un’altra tv». Tuttavia, non è detto che la lievitazione del cachet funzionerebbe con Giletti (già in passato segnalato vicino a Mediaset). Il quale, più che al portafoglio, tiene alla sua creatura televisiva. Che invece è stata soppressa.

È vero, avrebbe tutte le caratteristiche per sembrare uno scherzo. Invece.

La Verità, 25 giugno 2017

Con Salerno direttore, Fazio si avvicina a La7

Insomma, l’altra sera il trivio che si staglia davanti a Fabio Fazio, ormai ribattezzato FF, insieme con Luciana Littizzetto, ovviamente LL, ha avuto una plastica e autoreferenziale rappresentazione nel corso di Che tempo che fa. Il primo ospite era Walter Veltroni, nella nuova vita scrittore e regista, ma sempre punto di riferimento della sinistra romana di cui è espressione anche Andrea Salerno, neo direttore di La7. In chiusura di programma, invece, Littizzetto ha sottolineato gli inusitati elogi al partner espressi da Silvio Berlusconi nella famosa intervista a Panorama. Insomma, l’asta sul futuro della coppia è andata in onda in diretta. FF e LL sono in Rai, nella quale difficilmente rimarranno, ma dalla quale attendono una proposta. Ascoltano il canto delle sirene di Mediaset, nei confronti della quale sono state fatte aperture esplicite, prontamente e autorevolmente ricambiate. Infine, sondano il percorso che potrebbe condurli nella televisione di Urbano Cairo. Il quale sta muovendo le sue pedine, con tutta la circospezione di cui è dotato. Prima l’acquisto di Massimo Gramellini dalla Stampa, grande firma dall’identica fede calcistica e conduttore su Rai 3 di Le parole della settimana, spin off di Che fuori tempo che fa. Poi la nomina di Beppe Severgnini alla direzione di 7, il magazine del Corriere della Sera, con il non sempre elegante avvicendamento degli storici collaboratori. Infine, ora, l’inattesa scelta del veltroniano Salerno al vertice della rete, annunciata in contemporanea con un post su Facebook da Enrico Mentana, la sintonia con il quale è stata ribadita su Twitter dal neo direttore con un selfie che li ritrae insieme. Se era difficile immaginare FF e LL in dialogo sui contenuti con Fabrizio Salini, il direttore uscente di La7, non lo è affatto con Salerno.

Anche se con queste scelte si copre a sinistra, Cairo un po’ berlusconiano lo è davvero. Sebbene alcuni suoi suggerimenti non abbiano sortito i risultati sperati, l’impostazione alla rete vuol darla lui. L’editore di Rcs non è uomo che si muove in base a strategie di lungo periodo o per «degrillinizzare» il canale, ma un pragmatico che bada al sodo e al budget. Tuttavia, risulta difficile immaginare che l’ex assistente di Enzo Siciliano in Rai, il suggeritore di Serena Dandini e Sabina Guzzanti, l’ex direttore editoriale di Fandango e l’autore di Gazebo si limiti al ruolo di coordinatore del palinsesto. Ed è altresì difficile immaginare che, con tutte le sue frequentazioni, Salerno non imbarchi qualcun altro nella nuova avventura. Se si voleva facilitare l’approdo di Fazio e Littizzetto a La7, ecco fatto. Prendendoli da Rai 3, Cairo assesterebbe un colpo tremendo alla rete concorrente e sistemerebbe il week end della sua. Budget e sirene Mediaset permettendo. L’asta continua.

La Verità, 16 maggio 2017

Il trivio di FF, Mediaset prima opzione poi La7

Magari non succederà niente. E Fabio Fazio si quieterà rimanendo appollaiato nella domenica sera di Rai 3. O magari assisteremo a un bel ribaltone, di quelli che stravolgono gli equilibri televisivi. Un clamoroso cambio di casacca. Lo scopriremo nelle prossime settimane, ma le premesse ci sono tutte. In questi giorni i dirigenti Mediaset stanno definendo l’offerta per il conduttore di Che tempo che fa e la sua squadra. Qualcuno sostiene che la proposta sia già stata presentata. Proposta ampia, pacchetto completo. Non solo per il programma della domenica sera. Sollecitato dai nuovi autori e autrici, Fazio vuole provare altre strade, primetime o strisce di seconda serata, come ha già dimostrato con il Rischiatutto 2.0 per il quale aveva sperato nella promozione su Rai 1. I dettagli si preciseranno strada facendo.

Chi conosce FF lo descrive attraversato dal dubbio amletico: lascio la Rai dopo 34 anni di onorato servizio (pubblico) o rimango? Nel conduttore savonese convivono due anime, riconoscibili nel nome e cognome. La differenza è in una consonante. L’anima buona e conciliante è quella di Fabio, con quella «bi» morbida e rotonda che favorisce le convergenze. Potremmo definirla l’anima goliardica e arboriana, quella più in auge al momento e visibile in Che fuori tempo che fa. Poi c’è l’anima sferzante di Fazio, dominata dalla «zeta» tagliente e pronta a recidere. È l’anima più ideologica e savianesca, televisivamente un tantino in ribasso dai tempi di Vieniviaconme e Quello che (non) ho.

Dunque, FF è di fronte al bivio. Anzi, al trivio: Rai, Mediaset o La7? Dopo la famosa intervista a Repubblica, nella quale parlò di «un vulnus forse insuperabile» riferito agli attacchi della politica che hanno provocato la rottura «di un patto di fiducia tra Viale Mazzini e gli uomini e le donne che ci lavorano», è difficile immaginare che rinfoderi la spada e torni nei ranghi. A fine maggio su Rai 1 sarà il cerimoniere di un evento speciale per il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci. Ma, a quel punto, i giochi potrebbero essere fatti. Il suo contratto scade a giugno e, polemiche per il tetto di 240.000 euro a parte tutte da gestire, con qualsiasi cachet non mortificante rispetto all’attuale (circa 2 milioni l’anno) dovesse restare in Rai, si troverebbe sempre in una posizione scomoda e sotto tiro dei commissari di vigilanza. Difficile lavorare sereni sentendosi graziati dall’Avvocatura dello Stato.

Beppe Caschetto, manager di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto

Beppe Caschetto, manager di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto

In quella stessa intervista il conduttore aveva annunciato la possibilità di autoprodurre i suoi programmi. Anche per Mediaset? «Nessuna difficoltà», era stata la risposta. «Se i partiti indeboliscono il servizio pubblico, gli editori privati sono incoraggiati ad approfittarne». Per Mediaset i 2 milioni annui non sono un problema insormontabile. Anzi, considerato il contratto ad ampio raggio d’azione, il cachet potrebbe pure lievitare. Nemmeno sarebbe un ostacolo il trasferimento di Luciana Littizzetto, che ha già collaborato con Canale 5 partecipando ai programmi di Maria De Filippi. Altri dettagli sarebbero risolti da quello stratega delle trattative che risponde al nome di Beppe Caschetto, altro protagonista della scacchiera. È sugli spazi e i contenuti televisivi del pacchetto che si deciderà il futuro di FF (e quello di LL). Sensibile, da buon ligure, al richiamo del portafoglio, tuttavia, da quando riscosse la famosa buonuscita (14 milioni) per la morte precoce del progetto di La7 targato Roberto Colaninno, Fazio non ha più problemi di soldi. Contano molto le garanzie, la libertà di movimento, l’autonomia editoriale. Tra le tante star Rai che mandano segnali d’irrequietezza, osserva una fonte beninformata, Fazio sembra quello più facilmente integrabile nella programmazione delle reti Mediaset.

I giochi, tuttavia, sono appena cominciati. Ecco perché non va dimenticata anche l’opzione La7. In rotta con la dirigenza Rai, nel 2012 Fazio condusse proprio nella tv, allora di proprietà Telecom, Quello che (non) ho (in coppia con Roberto Saviano). Dal punto di vista editoriale il passaggio a La7 potrebbe essere ancora più disinvolto. In un colpo solo l’arrivo del conduttore di Che tempo che fa accenderebbe la rete nel week end, smonterebbe un pilastro della concorrenza e arricchirebbe la squadra composta da Enrico Mentana, Lilli Gruber e Giovanni Floris. Dalle parti di Cairo, però, si sa bisognerebbe superare l’ostacolo economico.

Non resta che aspettare. FF foglia il 730. E i palinsesti: vado o non vado? Avrà l’ultima parola la «b» o ce l’avrà la «z»? Magari non succederà niente. O magari…

Riusciranno mai i politici a riformare la Rai?

Eh sì, bisognerebbe riformare la Rai. Mettere fine allo scempio, allo spreco. Bisognerebbe modernizzare la tv di Stato, residuato della Prima Repubblica, pagata con i nostri soldi che finiscono nelle tasche delle star viziate che hanno bottega su Rai 1 e Rai 3, 4 e 5. Bisognerebbe farlo, una volta per tutte. Per sanare l’anomalia di un servizio pubblico che vive per un terzo di pubblicità. Per risolvere la contraddizione della «prima azienda culturale italiana» che compete sul mercato. Ovvero nella gara degli ascolti e, di conseguenza, nella contesa a suon di milioni degli artisti più popolari. Bisognerebbe riformarla questa Rai. Per sanare il vulnus di un’azienda il cui non più direttore generale ma amministratore delegato, alla maniera delle grandi imprese private, è nominato dal ministero dell’Economia, cioè dal governo. Il quale, amministratore delegato, nomina a sua volta i direttori delle reti e dei telegiornali, della fiction, del cinema, della radio, dello sport e della pubblicità-tà-tà-tà. Indi per cui si sospetta, ma è solo un sospetto, che anche l’informazione, i mezzibusti, i conduttori dei talk show, le ospitate nei salotti di approfondimento (o sprofondamento?), i tenutari di rubriche di viaggi e salute, i metereologi e i presentatori e direttori artistici dei Festival della canzone siano, come dire, determinati dalla politica.

Detto banalmente, da buon ligure Fabio Fazio se n’è accorto ora che il tetto di 240.000 euro l’anno ha rischiato di planare anche sulla sua dichiarazione dei redditi. Non fosse stato per il parere dell’Avvocatura di Stato… Anzi, la Rai bisognerebbe riformarla per passare la spugna pure sui pareri degli avvocati dello Stato, che poi devono tornare in Cda, per poi essere rilanciati in Parlamento, per poi… Già che ci siamo la spugna andrebbe passata sui contratti di convenzione di servizio pubblico, da rinnovare ogni tot anni, previo psicodramma nelle aule di Palazzo San Macuto. E ancora, per abolire il canone di abbonamento e la sua evasione, nonostante il pagamento nella bolletta elettrica.

Riformerò la Rai, aveva annunciato Matteo Renzi contestualmente alla salita a Palazzo Chigi. S’è visto com’è andata. Non è detto sia cattiveria, ma un fatto strutturale, di com’è fatto il nostro sistema istituzionale e di divisione dei poteri. La riprova: l’avevano promesso i governi di tutte le repubbliche, seconda, prima e prima della prima. Risultato identico. Il fatto è che la Rai è la riserva di caccia della politica, la prateria dove far pascolare portaborse, onorevoli, gregari di palazzo, ministri e sottosegretari mancanti, garantendo loro un po’ del potere che non riescono a esercitare in prima linea. Per tenerli buoni. Privatizzarla sarebbe come segare il ramo su cui la politica sta seduta. Ricordate Francesco Storace, Michele Bonatesta, e venendo più vicini al presente, Maurizio Gasparri e Renato Brunetta? Ministri delle Telecomunicazioni, riformatori, vigilanti di Stato. Privatizzare la Rai servirebbe pure a spianare la Commissione di Vigilanza. Basterebbe da solo, come motivo. Pensate che vita, senza le invettive quotidiane di Michele Anzaldi. Solo che a lui e a quelli come lui bisognerebbe trovare un altro lavoro.

La parabola di Santoro e il benvenuto di Fazio

Un rito iniziatico. Un’affiliazione. C’era qualcosa che strideva l’altra sera nell’ospitata di Michele Santoro chez Fabio Fazio. Qualcosa che non tornava dal punto di vista estetico e dei linguaggi. Il tribuno arruffato nel salotto pettinato dei «ceti medi riflessivi» (Edmondo Berselli); il conduttore più controverso e osteggiato della tv italiana nel tempio del telepoliticamente corretto (gli altri ospiti, per dire, erano Roberto Vecchioni, Claudio Bisio e Serena Dandini). Tutto vero e incredibile: fino a qualche settimana fa. Perché oggi le cose non stanno più così. Santoro è cambiato o perlomeno sta di molto cambiando, abbandonando le vestigia di combattente d’opposizione per iscriversi al Partito della nazione. Nessuno meglio di Fazio poteva dargli il benvenuto nella nuova famiglia. Poteva registrare l’accredito a Palazzo. È questo il valore simbolico della puntata di Michelone a Che tempo che fa dell’altra sera, naturale conclusione di un periodo di impegno per il Sì al referendum di domenica. Santoro è in prima linea, schieratissimo. Lettere su Facebook sulla riforma costituzionale; mega interviste a raffica su come deve e può essere la nuova Rai, autopromozioni televisive. Il Venerdì di Repubblica, Libero, Il Foglio, il talk della domenica, insomma tutta la filiera editoriale governativa dalla quale distribuire giudizi, dare pagelle, infilzare i nuovi avversari. Che, questa è la faccenda più clamorosa, sono i sodali di ieri. Soci di nome e di Fatto (quotidiano).

Michele Santoro ospite di «Che tempo che fa» il 27/11/2016

Michele Santoro ospite di «Che tempo che fa»

Per spiegare tanto attivismo si possono tentare tre ipotesi. Ipotesi anagrafico-egocentrica: passano gli anni e, non più strategico come un tempo, mal sopporta la marginalizzazione. Ipotesi psicologica: per mascherare l’imbarazzo del cambio di squadra e mimetizzare il senso di colpa, spara sugli amici. Ipotesi professional-opportunistica: hai visto mai che ci scappi un ruolo nella Rai post 4 dicembre quando, con la vittoria del Sì, si preannunciano revisioni di organigrammi e rimescolamenti di poltrone?

La vicenda che più stupisce è l’eccesso di livore della campagna con morti e feriti lasciati a terra sulla strada della conversione renziana. Compari di battaglie politiche e mediatiche, partner rumorosamente scaricati. Marco Travaglio in primis: un tipo un filo limitato e schematico a sentire Michelone, invece problematico e dubbioso: «Ho sempre considerato Marco più contemporaneo di me. Più in sintonia col mondo del “mi piace” – “non mi piace”, che è la grammatica di Internet e di Facebook». Ancora: «Travaglio, nella mia televisione, è stato un confine che mi sono dato per essere sicuro che il programma non rinunciasse a una posizione scomoda nei confronti del potere». Sarà. Ma oltre a marcare il carattere antipotere, di certo con Travaglio la sua televisione ha scalato pure l’Auditel, visto che i picchi d’ascolto arrivavano durante l’intervento del direttore del Fatto quotidiano. Un giornale – altra vittima della giravolta – «fin dentro ai necrologi schierato per il No. In ogni sua riga. È ridicolo. Trovo imbarazzante possedere delle quote di un giornale senza sfumature, che non ha dubbi», ha chiosato Santoro, preconizzando un divorzio societario complicato e doloroso. Quanto a Beppe Grillo «l’ho riportato io in tivù, è un fenomeno che ho certamente enfatizzato, e quando era proibito farlo, perché immaginavo una rigenerazione della classe dirigente…». Dopo l’abbrivio le parole diventano pietre: «Alla fine Grillo è potere, è partito, è politica. Solo che finge di non esserlo, nasconde la sua natura, vuole apparire diverso. Ipocrita. Come quando si presenta con i jeans lisi, ma ha la Ferrari in garage». E il suo «Movimento Cinque Stelle è destra. Destra pura»: è la sentenza che rispolvera categorie novecentesche. In coda ce n’è anche per Carlo Freccero, suo storico direttore di rete, difensore e pusher ideologico, colpevole della scarsità di talenti giovani in tv, che sarebbero di più se «smettesse di fare politica con Grillo e tornasse a creare la seconda serata in Rai». A sinistra D’Alema e Bersani sono «patetici quando dicono che se cade Renzi non succede nulla». Perché invece, «se cade Renzi cade la sinistra in questo Paese», sostiene il filogovernativo Santoro.

Quando Michele Santoro e Marco Travaglio andavano d'amore e d'accordo

Quando Michele Santoro e Marco Travaglio andavano d’amore e d’accordo

Nello storytelling della conversione, la poltroncina del salotto faziesco era l’approdo naturale, la vetrina col logo giusto, il posto dove riposarsi e ritemprarsi prima dell’ultima settimana di campagna. «Questa sera non parliamo di referendum», ha premesso Fazio a inizio intervista. C’è la par condicio e tutto il resto. Siamo qui solo per spingere il documentario Robinù, sulla rampa di lancio delle sale cinematografiche.

Uno dei protagonisti di «Robinù», il documentario sui giovani camorristi di Santoro

Uno dei protagonisti di «Robinù», il documentario sui giovani camorristi di Santoro

Una scena via l’altra, i ragazzi della camorra, il welfare della criminalità e la mitologia del kalashnikov. Un documentario forte, il 6 e il 7 dicembre nei cinema: «Vorrei che andaste a vederlo in tanti» e poi «che si vedesse anche in televisione, sarebbe necessario», ha caldeggiato il padrone di casa congedando l’ospite al termine dell’intervista. Tranquilli, ragazzi, è tutto a posto. Siamo qui per registrare l’arrivo di un nuovo amico, l’ex conduttore più controverso della televisione italiana.

 

La Verità, 29 novembre 2016

 

 

Quel «Rischiatutto» che poteva essere un grande show

Riecco Rischiatutto, dopo le puntate spot di aprile su Rai 1. Rieccolo su Rai 3, nonostante i messaggi subliminali di Fabio Fazio che avrebbe preferito la rete ammiraglia. Ma Campo Dall’Orto l’ha promesso a Daria Bignardi e difficilmente tornerà sulla sua decisione. Però, questo è il punto. Rischiatutto ci può stare, come si dice, su Rai 3, ma probabilmente è troppo e tende a debordare perché è alieno rispetto alla cornice che lo ospita. Ha una ritualità, un linguaggio, una grammatica istituzionale che travalica la scrittura informale della terza rete (giovedì, ore 21.15, share del 13,8 per cento). Anche Fazio in doppiopetto – pazienza per la cravatta marrone – ci mette del suo. Rai 3 è informazione, inchieste, cronaca, talk show. Quiz no, varietà ancora meno. Messo così, è una citazione, tv vintage con qualche piccolo aggiornamento e l’invenzione nazionalpopolare della materia vivente, che l’altra sera era Carlo Verdone, pretesto per tuffarsi nella storia del cinema e nella carriera dell’attore-regista. Dell’annunciata versione 2.0 non s’è vista traccia se si eccettua una domanda dal web, cui si può rispondere tramite pc. Per il resto, ciò che manca davvero è il contorno, il contesto, decisivo affinché un programma si trasformi in evento. Non si può certo pretendere che quarant’anni dopo la stagione d’oro di Mike Bongiorno l’Italia si fermi come allora. Però un pizzico di pathos e di show in più: questo sì. Doppiopetto a parte, si capisce che Fazio gioca anche lui, pur mantenendo un aplomb formale. Si capisce la sua scelta di restare fedele al format originale, una scelta filologica, con le frasi di Mike («faccia bene i suoi conti», «faccio partire il tempo e le leggo le domande una alla volta», «ci pensi bene»), la stessa tendenza a stuzzicare i concorrenti, il distacco professionale, il ruolo del Signor No, il mitico Ludovico Peregrini, che Fazio vuol trasformare in personaggio. Ma forse proprio questa è, oltre che la forza, la debolezza dell’impostazione. Fazio è troppo «dentro» il progetto. E, alla fine, la cornice trasmette all’operazione un’aria dimessa e malinconicheggiante. Come se la Rai non ci avesse creduto fino in fondo per farne un grande appuntamento. La lettura dei quiz dal tabellone delle materie che all’epoca era un macchinario di meraviglie, oggi appare pedissequa. Oltre alla suspense manca lo show. Bastava sceneggiare qualche quesito, oppure renderlo più social, più tecnologico, e tutto sarebbe risultato più attuale. Per proclamarsi fedeli all’origine, c’è già Rischiatutto storia, l’appendice con i concorrenti di allora, gli aneddoti sentimentali di Peregrini («dopo la serata andavamo a cena al Santa Lucia») e, tra le cose migliori, Fiorello che legge brani da La versione di Mike (Mondadori).

La Verità, 29 ottobre 2016