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«Così ho ricominciato a vivere e a lavorare»

Ieri si era completamente dimenticato dell’appuntamento. Con tutte le grane che ha… Avvocati, documenti, ricorsi. Ma adesso è qui, con una bella cera: «Sì, il primo step è che ho ricominciato a volermi bene», dice, ed è uno step che merita subito una sosta. Marco Della Noce sta tentando di risalire la corrente. Circa un anno fa la sua vicenda aveva riempito i giornali e le televisioni: «Il comico di Zelig dorme in macchina». Separato e con tre figli da mantenere, lo sfratto esecutivo e il lavoro che non c’era più anche a causa della ex moglie che gli aveva fatto terra bruciata intorno, la storia del cabarettista, noto per le maschere del capomeccanico di Maranello e del fonico sempre strafatto, è diventata esemplare di un certo modo di gestire la fine dei rapporti coniugali. In poco tempo è precipitato nella depressione, fino a quando, grazie alla visibilità dei giornali, è arrivata la risposta di amici e persone comuni che gli ha fatto tornare la voglia di vivere e lavorare. «Prima l’avevo persa. Quando si susseguono gli eventi negativi si è paralizzati dai sensi di colpa. Si comincia a dire: se non mi fossi separato, se non mi fossi fatto schiacciare, se avessi trovato l’avvocato giusto. Queste cose appesantiscono il cuore, io sono buddista…».

Che cosa vuol dire?

«Vuol dire che il cuore è il centro di tutto. Invece, quando sei sopraffatto dagli eventi cerchi di reagire con la mente. Che, come dice la parola, mente. Ti consideri un incapace, uno che non merita nulla. La svolta è stata iniziare a ricevere dagli amici, ma anche dalle persone comuni».

Non immediatamente perché le hanno risolto i problemi; o meglio, non solo: giusto?

«Esatto. Improvvisamente mi sono reso conto che per qualcuno avevo un valore, contavo qualcosa».

Facciamo un esempio.

«A parte la solidarietà dei miei colleghi che hanno raccolto i fondi per aiutarmi a pagare il mutuo della casa dove vivono l’ex moglie e i figli, uno dei fatti che più mi ha colpito è l’aiuto delle persone qualsiasi. Una volta uno mai visto mi ha dato 50 euro. Un altro mi ha detto: “Non ho niente, però ti posso dare questo (mi mostra un portachiavi ndr), perché diventi il portachiavi della nuova casa che troverai”. Questi gesti hanno cominciato a lavorare dentro di me. Perché queste persone mi dimostrano tanta comprensione?».

Risposta?

«Le avevo fatte divertire e ora erano partecipi della mia situazione. Quando ho raccontato la mia storia, la gente ci è rimasta male. Allora ho pensato che avrei potuto ricambiare questo affetto mostrando che si può rinascere».

Ma intanto non lavorava?

«Non ero in grado. Ero assistito dalla dottoressa Elisabetta Sarzi del reparto di psichiatria di Niguarda per la cura della depressione. Ero aiutato anche dalla psicologa Irene Corbani. Voglio dire i nomi perché mi hanno aiutato molto. Ora non prendo più nessun farmaco, ma all’inizio questa terapia è servita a evitare pensieri malsani».

Com’era avvenuta la separazione?

«Mi ero innamorato di un’altra donna e avevo scelto di essere sincero con mia moglie. Mi sembrava sbagliato fingere, magari continuare a vivere da separati in casa davanti ai ragazzi».

A quel punto?

«Sono uscito di casa e sono andato a vivere a Lissone».

La situazione economica era disastrosa.

«Mia moglie non lavorava e il giudice aveva stabilito che dovevo pagare 3500 euro al mese per il mantenimento dei figli. In più c’erano il mutuo della casa, l’affitto di quella dove vivevo con la nuova compagna dalla quale ho avuto una bambina, le scadenze fiscali. Il lavoro diminuiva, i compensi erano pignorati alla fonte. Ero nel cast di Made in Sud di Rai 2, unico settentrionale, ma non prendevo niente. Antonio Ricci mi ha chiamato a fare Capitan Ventosa, ma dovevo anticipare le trasferte. Venne la Guardia di finanza, arrivò lo sfratto esecutivo, avevo centinaia di migliaia di debiti che maturavano interessi passivi».

L’ex moglie dice che la causa di tutto è la sua vita dissoluta.

«Non sono né un bevitore né un giocatore. Ho tenuto la stessa macchina per anni. Le uniche vacanze, in Egitto, erano un cambio merce di due serate. I miei figli possono testimoniare la mia condotta di vita».

Poi che cos’è accaduto?

«Un imprenditore, Lorenzo Arosio, si è fatto avanti offrendomi un appartamento in usufrutto gratuito a Vedano al Lambro. Poi ho incontrato l’associazione di Simone Di Sabato, un ex campione di pallanuoto che, con uno staff di avvocati, affiancati a quello di gratuito patrocinio, ha iniziato ad assistermi nel modo giusto. Dopo una serie di ricorsi l’assegno di mantenimento si è progressivamente abbassato. Poi ho venduto l’appartamento dove viveva l’ex moglie con i ragazzi e ne ho comprato uno più piccolo. E con la differenza ho iniziato a saldare una parte dei debiti».

Intanto sono ricominciate le serate?

«Qualcosa è ripartito. È come se dicessi al mio ambiente che sono pronto. L’associazione di Di Sabato mi ha trovato dei contratti da testimonial. Poi c’è Zelig Tv di Giancarlo Bozzo. Al mio show, Stars, incentrato sulla storia di un comico, c’erano parecchi ospiti a sorpresa. Antonio Ricci ha mandato un video così elogiativo che mi ha commosso. Sono venuti Cesare Gallarini, il primo socio di cabaret, Stefano Chiodaroli, Claudio Batta e Leonardo Manera, con il quale condivido l’esperienza di papà separato».

Si è rivolto anche all’Associazione padri separati?

«Certo, mi hanno aiutato molto. Se non si ha la casa non si possono vedere i figli e loro sono pronti a dartene una. La più vicina è a Cantù; magari i ragazzi non possono fermarsi a dormire, ma almeno si può trascorrere una giornata in modo dignitoso. Con loro e con altre onlus sto lavorando per far avanzare la proposta di legge per la bigenitorialità ideata dal senatore Simone Pillon».

C’è molto da fare su questo fronte?

«In Italia c’è una finta politica delle famiglie. Mancano un’avvocatura e una magistratura dedicate. Il massimo che fanno gli uffici di assistenti sociali è trovarti un letto al dormitorio. Ma il fatto peggiore è un altro…».

Dica.

«È la mentalità con cui vengono affrontate queste situazioni. C’è un pregiudizio di partenza per cui tutto ciò che riguarda il mondo femminile è accolto in maniera positiva, mentre ciò che viene dal mondo maschile invece è sbagliato. Le donne sono sempre vittime. Esagero per far capire: se un papà picchia un figlio si scatena l’apocalisse, se una mamma infila un bambino nella lavatrice è stato un raptus in un momento di disperazione. I casi delle maestre che maltrattano i bambini negli asili o gli anziani negli ospizi si chiudono rapidamente. Il femminicidio è un’enorme tragedia, ma in qualche caso bisognerebbe fare una ricostruzione più ampia. Anche i media hanno le loro responsabilità».

Però i giornali lei l’hanno aiutata.

«Le tv un po’ meno. Mi trattavano alla pari di coloro che si sono giocati una fortuna al casinò. Mentre qui c’è una disparità di trattamento legislativo».

Tornando al lavoro, quanto è difficile reinventarsi?

«È difficile all’inizio, quando subisci i colpi di coda della depressione. Io ho avuto la fortuna di conoscere Key Emotion, un gruppo di motivatori che mi ha fatto iniziare un percorso basato sulla fisica quantistica che seguono anche gli astronauti. Piccole cose come la respirazione per ossigenare il sangue, la passeggiata giornaliera, l’ascolto della musica 432 htz. Niente di esoterico eh».

Dopo l’incidente a Michael Schumacher nei suoi show ripropone ancora il capomeccanico di Maranello?

«Come no. Premetto sempre che non porto sfiga… Parlo anche di Sergio Marchionne, artefice della rinascita Ferrari. Poi ci sono Jean Todt e Luca Cordero… Adesso sto preparando un nuovo progetto di cui però non posso anticipare nulla».

A Vedano al Lambro, ancora più vicino a Monza, può trovare nuovi spunti?

«Mi sento a casa. Quest’anno ho fatto lo spettacolo Aspettando il Gran Premio, in piazza c’erano 5000 persone. Oriano Ferrari ha raccontato la sua storia, la coppia sclerata che compone con la moglie Davra, la nuova Formula 1…».

Ha sempre avuto la passione dei motori?

«Da bambino, mentre gli altri collezionavano i calciatori, io riempivo l’album di figurine dei piloti. Da grande invece ho fatto il navigatore nei rally».

Larsen, il microfonista tossico, è intramontabile o andrebbe aggiornato con le nuove sostanze?

«Non sono mai entrato nello specifico. Erano la postura e la mimica il linguaggio. Larsen nacque a Mai dire Gol con la Gialappa’s e Claudio Lippi. Era il cugino del Reinhold Messner che conquistava il Polo e pubblicizzava l’acqua minerale altissima, purissima… Lui invece era caduto in un pentolone di droghe ed era rimasto segnato».

Poi ci sono il sommelier ubriacone, il comandante dei Nox, il cuoco stralunato…

«Tutti personaggi che aggiorno e ripropongo alternandoli per non inflazionarli. Qualcuno funziona più di altri. Ma io sono contento anche di aver partecipato alla sitcom Belli dentro, ambientata

a San Vittore. I comici si dividono in due categorie: quelli vivi nella vita e quelli vivi sul palco. Per me ogni personaggio è un pretesto per raccontare una storia. E di storie nuove ce ne saranno sempre».

Come si fa a far ridere la gente quando si è pieni di debiti?

«Il palco dà adrenalina e ti apre un mondo nuovo. Anzi, per contrappunto, quando ci sono i problemi, si ha una carica doppia per non farsi schiacciare».

Quanto è cambiata la sua vita rispetto a prima?

«Parecchio. Ma vedo che si può vivere anche con 1300 euro, andando in pizzeria una volta al mese. Si impara ad apprezzare altre cose».

Quale considera il suo successo più grande?

«Aver riacquistato l’affetto e la stima dei miei figli. I due più grandi li vedo una settimana sì e una no, la più piccola tutte le settimane. Sono un bravo papà».

 

La Verità, 15 ottobre 2018