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Spinoza Live smaschera il festival di piaggeria

Le canzoni? Le canta, le cita o le fa citare. Dopo Claudio Bisio è toccato a Pio e Amedeo inchinarsi ai testi del cantautore-conduttore nell’esibizione più sulfurea del festival. Istruzioni a Claudio Baglioni su come fare tris nel 2020, con loro due al fianco. Anzi, mettendosi di fianco: «Magari tu fai un cartoon, una cosa tipo Baglion… se non lo prende la Rai lo vendiamo a Mediaset…». Il segreto però è niente ospiti stranieri: «Dilla tutta che lo facciamo al 100%. Prima…» «… gli italiani», ha completato lui. Ottima performance, rovinata dal pistolotto finale con citazione da Uomini persi: «Anche questi cristi/ Caduti giù senza nome e senza croci/ Son stati marinai dietro gli occhiali storti e tristi/ Sulle barchette coi gusci delle noci…». Festival di piaggeria.

«Il vincitore di Sanremo andrà all’Eurofestival. Dove potrebbe trovare Berlusconi»; «Pubblico tutto in piedi per Riccardo Cocciante. Che bastardi»; «A Patty Pravo invece dei fiori hanno consegnato le opere di bene»; «Motta canta Dov’è l’Italia? L’ha scritta durante gli scorsi Mondiali»; «Sanremo è l’apostrofo rosa tra un duetto di Baglioni e uno spot della Tim»; «Ricordiamo che in questo momento le tv del Venezuela stanno parlando della drammatica situazione a Sanremo»; «Stavo pensando che avendo vinto Sanremo Giovani l’anno scorso, Ultimo avrebbe potuto ritirarsi all’apice della carriera»; «Quando vedo duetti in cui non è coinvolto Baglioni me lo immagino dietro le quinte legato tipo Ulisse». Sono alcuni dei tweet di Spinoza Live, account di Spinoza.it, antidoto cult alla lentezza liturgica delle serate. Viva l’irriverenza.

 «Ho sempre detto di no perché è una fatica immane, ma se mi alleno bene non lo escludo». Ha risposto così Al Bano Carrisi a Giorgio Lauro e Geppi Cucciari di Un giorno da pecora che gli chiedevano se avesse mai pensato di condurre Sanremo. «Anni fa me lo proposero, ma ora sulla base delle due trasmissioni che mi hanno fatto condurre su Canale 5, ho notato che ci potrebbe essere una chiave nuova». Che sarebbe? «Basta aver visto 55 passi Nel Sole per capirlo…». Quanto all’edizione in corso Al Bano ha commentato: «Se fossi stato al posto del mio amico Baglioni avrei tagliato un po’ di più certe referenze nei miei confronti». Troppo autoreferenziale? «Sì. Ma non so se sia un difetto o un pregio». L’occhio del critico.

 Ma se non fosse stato «meno invadente dell’anno scorso» Baglioni che cosa avrebbe potuto fare? Fra i tanti, dittatore artistico è il nomignolo più adeguato al suo egocentrismo. «In realtà il Festival di Sanremo è il gruppo spalla del concerto di Baglioni», ha sintetizzato @fraguarino su Twitter. Straripante.

La Verità, 8 febbraio 2019

 

Il Festival degli «amici e compari» perde ascolti

Camminare dritti, allineati e coperti. Il binario è stretto e come ci si sposta un attimo si rischia il precipizio. È cominciato il 69° Festival di Sanremo, mancano tre serate all’alba di domenica. Di alba si deve parlare, considerata la lunghezza delle nottate dall’Ariston. Dopo l’ultima canzone la linea passa direttamente a Unomattina che inizia a scandagliare classifica e dietro le quinte. Poi, di collegamento in collegamento, si arriva alla nuova serata. Dunque, pochi margini di manovra e festival contratto, ingessato, con poca verve. Il dittatore artistico e i suoi vicepremier fanno squadra, stretti sul palco. Claudio Baglioni, Virginia Raffaele e Claudio Bisio sembrano un governo in scadenza. Non perché litigano come quello vero, ma perché il capo è stato nominato dalla dirigenza precedente.

Se si muovono di lato, diciamo a destra senza implicazioni, spuntano le insidie della politica e meglio non parlarne più come ha esortato Bisio. Se inclinano a sinistra sempre senza implicazioni, lato musica e artisti, ecco il campo minato del conflitto d’interessi con l’incombente Friends & Partners, amici e compari, ad allungarsi sul palco (s)fiorito, dove di «armonia» neanche l’ombra. A guardare verso l’alto non è che vada meglio, rapporti formali con i vertici a cominciare dal direttore di Rai 1 Teresa De Santis. Quindi, portiamo a casa il risultato e buonanotte ai suonatori, ai cantanti e anche al pubblico, estenuato e parecchio meno di quello dell’anno scorso (10,08 milioni e il 49.5% di share contro 11,6 milioni e il 52.1% del 2018): il risultato più basso dal 2008. Come mai questa débàcle? In fondo, è semplice. L’edizione numero 69 del festivalone è ripresa dove si era fermata la numero 68. Nessuna novità, nessun guizzo. Sono cambiate le spalle del direttore, il copione no. Ci si aspettava lo smalto della Raffaele, ma cambiata di ruolo risulta contratta anche lei. Non a caso dà il meglio come Mary Poppins. A questo punto l’unica parte dove voltarsi è l’autoreferenzialità, la conduzione egoriferita. Ancor più dell’anno scorso: un lungo megaconcerto di Baglioni intercalato dalle canzoni in gara. Pronti via e parte Via, cantata a tre voci. Il monologo dell’impacciato Bisio è sul direttore sovversivo di Passerotto non andare via, con incorporata caduta di stile sui migranti «paciarotti, col pentolone, che cantavano Hakuna matata». Tra una canzone e l’altra – Abbi cura di me di Simone Cristicchi la migliore, quindi non vincerà – i duetti con lo stesso Bisio, Andrea Bocelli, Giorgia. Fortuna che quest’anno il direttore-conduttore è meno invadente…

La Verità, 7 febbraio 2019

Elii narcisi e autori didascalici nel Festival tuttigusti

Giancarlo Leone Ha speso energie e risorse fino all’ultima stilla. Trasformando il Festival in un kolossal. All in: star internazionali, cantanti e comici nazionalpop, momenti commoventi, reunion storiche… Il Festival della quantità. Portarlo a casa alla vigilia dell’uscita con gli occhi puntati dei nuovi vertici non era facile. Non moriremo democristiani. 6,5

Carlo Conti Direttore artistico e conduttore uguale allenatore  giocatore. Conti fa l’uomo Rai e il presentatore, illustra il regolamento e chiama gli applausi. Perfetto per il Festival tuttigusti. Le famose “idee di fondo” le abbiamo già contestate in passato. Vedi il Festival della bellezza di Fazio. Meno accentratore di Baudo, ma disinvolto anche nelle curve pericolose come lui. 7,5

Elio e le storie tese Se hai loro in gara hai vinto. Il gruppo più elitario e di rottura della musica italiana. Dopo La terra dei cachi e La canzone monotòna cosa potevano fare? Vincere l’odio (“Se mi guardi con quel sguardo dentro agli occhi io ti sfido a innamorarmi di te”) è un catalogo di eccessi, un’esibizione di virtuosismi, un esercizio autoreferenziale. Fuori luogo. 4

Maurizio Pagnussat Al secondo anno di regia all’Ariston sembra più padrone della situazione. Tempestiva l’inquadratura di Campo Dall’Orto quando Panariello ha citato Renzi: “Ma perché, lui c’ha interpellato noi italiani per fa’ il presidente del Consiglio?”. Controllo, dinamismo, disinvoltura tra primi piani, panoramiche, controcampo. Una regia agile che valorizza la profondità della scenografia. 6,5

Autori Festival fin troppo scritto. E molto letto dal gobbo. Avendo Garko e la Ghenea forse conveniva sfrondare quelle presentazioni didascaliche dei cantanti. Ed evitare certi intermezzi telefonati nel tentativo, non riuscito, di sciogliere l’impaccio e giocare con l’autoironia. 4