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Di seriali ci sono solo i figli extra matrimonio

Ora che su Romanzo famigliare sono sfilati i titoli di coda si possono tirare le somme di una delle serie che ambivano a rinnovare la fiction Rai. Il bilancio è perlomeno controverso. Anche nella società bene, alta borghesia ebraica imprenditorial finanziaria, con tanto di elicottero in giardino, autista e domestici in servizio permanente, esistono le famiglie disfunzionali. Prima di arrendersi alla malattia degenerativa e finire congelato nella cella frigorifera che l’esperta colf non ricorda di aver trovato aperta e sventatamente chiuso allorché tutti ci si interroga su dove sia scomparso, il capostipite (Giancarlo Giannini) aveva già allestito un rosario di invidie e inimicizie tra mogli, amanti, figli e figliastri, alcuni dei quali di origine Est europea. L’unica figlia nata all’interno del matrimonio (Vittoria Puccini) resta precocemente incinta e, maltrattata dall’invadente genitore, fugge con il compagno (Guido Caprino), ufficiale di Marina a Roma. Anche la figlia e nipote (Fotinì Peluso) si trova gravida a sedici anni, ma ci pensa la zelante ostetrica (Anna Galiena), a sua volta madre extra matrimonio in età avanzata di una ragazza down, a guidarla nel mistero di mestruazioni che vanno e vengono, e nella raffica di ecografie, una ogni mezz’ora di trama. Emblematiche un paio di scene degli episodi finali. Ora che il parto si avvicina sarebbe bene che anche il padre della creatura nella pancia della sedicenne si palesasse, e mentre la dottoressa sta scrivendo il nome di quello naturale, si spalanca la porta della sala d’attesa sull’altro amichetto della puerpera: basta accartocciare il modulo con il nome giusto (o sbagliato?) e compilarne un altro per cambiare la paternità del nascituro. Mezz’ora dopo, al nuovo malore, la solita ostetrica accorre con la figlia down, spiegando che quest’ultima è frutto di una relazione con un uomo sposato, che «gli adulti non esistono» e che siccome lei si è «sentita» di tenerla ugualmente nonostante ne conoscesse l’handicap, ritiene che ognuno debba «sentirsi» libero di scegliere. Insomma, meglio premunirsi, perché il romanzo sarà famigliare con la «g», ma tutti i figli vengono concepiti fuori da rapporti coniugali. Per il resto, oltre che sul terreno affettivo, la famiglia inanella una serie di tradimenti e ricatti senza requie e senza uno straccio di giudizio, anche in materia di beni mobili e immobili. Ci penserà il figliastro ucraino, fino a quel momento ritenuto il più bastardo della congrega, a salvare villona e burattini rivelandosi un genio della finanza dal cuore buono.

Se questa è la nuova fiction di Rai 1, quasi quasi conviene tenersi quella vecchia. Romanzo famigliare è una produzione Wildside, con la regia e la sceneggiatura di Francesca Archibugi. La share della puntata finale è stata del 19.8%.

 

La Verità, 31 gennaio 2017

Anche Rai 1 vuole farci morire camorrologi

Moriremo tutti camorrologi. Oppure mafiologi. Insomma, esperti di criminalità organizzata in tutte le sue sfaccettature. Su Canale 5 è in onda Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale, su Netflix è visibile Suburra, mentre lunedì sera è iniziata su Rai 1 Sotto copertura. La cattura di Zagaria, seconda stagione dopo la prima, in due episodi, dedicata all’arresto del boss dei Casalesi Antonio Iovine. Stavolta, per prendere il capoclan latitante da vent’anni, interpretato da un Alessandro Preziosi che fa la faccia feroce, di episodi ce ne vorranno ben otto concentrati in quattro serate (Rai 1, lunedì, ore 21.25, share del 20.22%). I due boss camorristi furono incarcerati a poco più di un anno di distanza tra novembre 2010 e dicembre 2011 al termine delle operazioni guidate dal capo della Squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani e dunque ha una sua plausibilità la realizzazione di due serie con lo stesso titolo. Poco dopo l’arresto di Iovine, grazie alle soffiate dei collaboratori di giustizia, prende corpo la pista che porterà alla cattura di Michele Zagaria. Nella fiction, già nel primo episodio gli investigatori lo localizzano nel bunker di Casapesenna, suo paese natale. Ma la strada è ancora lunga perché, sulla base delle dichiarazioni di un pentito, il capo della polizia viene accusato di collusioni con le cosche. Accuse che innescheranno un procedimento giudiziario che si concluderà con la piena assoluzione nel giugno 2015, ma che hanno suggerito alla produzione un’identità di fantasia al personaggio di Claudio Gioè.

I clan camorristici non sono esattamente l’habitat di Lux Vide, incline a stemperare il noir criminale con le vite private dei poliziotti. Uno di loro vuole riconquistare la moglie, un altro ha in animo di lasciare la polizia per dedicarsi di più alla famiglia, il più giovane dei tre è fidanzato con la figlia del capo. Pure i camorristi hanno un cuore e il braccio destro di Zagaria cede al fascino di sua nipote. Ancor meno credibile appare l’intervento in cui Arturo deve piazzare «sotto copertura» una cimice per intercettare il boss nel bunker ma, nel momento di massima tensione, gli squilla il cellulare. Ingenuità a parte, Rai Fiction e Lux Vide sembrano averci preso gusto. Forse nell’intento di saturare il pubblico prima di Gomorra 3. Moriremo camorrologi.

La Verità, 18 ottobre 2017

Manfredi, Bocelli e le carambole di Fazio

Non servivano le assicurazioni di Miriam Leone sulle capacità interpretative di Elio Germano, domenica sera entrambi ospiti di Che tempo che fa. Anche se un po’ se la tira, chi ha visto La nostra vita (miglior attore al Festival di Cannes) e Il giovane favoloso sa di cosa si parla. In arte Nino, il film tv su Nino Manfredi prima che diventasse il grande artista che è stato, si regge quasi interamente sull’istrionismo dell’attore romano (Rai 1, lunedì, ore 21.20, share del 23.40%). Essendo diretto e sceneggiato dal figlio di Manfredi, Luca, bisogna credere che le quote romantiche siano ridotte al minimo, e che le inclinazioni guittesche del padre fossero tanto pronunciate e non proposte solo per consentire a Germano di esprimere le sue, altrettanto notevoli, come nell’imitazione della gallina, o durante la discussione di laurea, sostituita da un assaggio di Arlecchino, servitor di due padroni. In questi casi andare sopra le righe è un attimo, ma gli autori, tra i quali c’è lo stesso Germano, sono riusciti a non eccedere in forza di un copione definito. Unico superstite di un quartetto di malati di tbc, Nino s’infila nella Seconda guerra, forte di un’ironia che sfiora l’incoscienza e che turba il padre maresciallo. Il quale, incapace di riconoscerne la vocazione, lo vuole a tutti i costi laureato in giurisprudenza. La vicenda si snoda tra promettenti provini, intemperanze giovanili e ultimatum paterni, fino all’incontro con la futura, bellissima moglie (Miriam Leone) e all’approdo alla ribalta di Canzonissima. Consacrazione alla quale, in verità si arriva con qualche salto narrativo di troppo.

Lunedì prossimo un altro biopic dedicato ad Andrea Bocelli proseguirà il discorso di Rai 1, inaugurato con la miniserie su Domenico Modugno e continuato con C’era una volta Studio Uno, volto a promuovere gli artisti che le appartengono o che hanno fatto la storia della televisione. Alle fiction dedicate a santi, sportivi e carabinieri, si aggiunge il filone su cantanti e attori.

P.s. Come tre giorni fa Elio Germano e Miriam Leone, anche Andrea Bocelli domenica prossima sarà ospite di Fabio Fazio. Il quale, invitando a vedere il film del giorno successivo, promuoverà il traino che precede il suo Che fuori tempo che fa del lunedì. Una mano lava l’altra e tutte due lavano Rai 1.

La Verità, 27 settembre 2017

Campo Dall’Orto: “La mia Rai? Digitale e con tante serie”

No, non se l’aspettava tutto ‘sto casino attorno alla Rai. “È una pressione trasversale, che coinvolge tutte le parti politiche, anche quelle che dovrebbero sostenere le decisioni del presidente del Consiglio”. Continua a leggere

Come si spiega il flop di 1992 su La7

Domenica scorsa la serie 1992 su La7 ha fatto registrare nel primo episodio l’1,20 per cento di share (343mila telespettatori) e l’1,42 per cento nel secondo (314mila). È il punto più basso toccato dalla fiction ideata da Stefano Accorsi e prodotta da Wildside per Sky Italia (che la trasmise in primavera) dopo i primi due appuntamenti, iniziati al 3,10 per cento (815mila nel primo episodio e 650 nel secondo), scesi al 2,62 nel secondo (meno di 600mila spettatori) fino allo spostamento nella programmazione dal venerdì alla domenica.

I bene informati dicono che l’editore Urbano Cairo sia alquanto contrariato per questi dati che frenano la risalita negli ascolti in atto a La7 con conseguente benefico influsso sulla raccolta pubblicitaria (+10 per cento in dicembre e segno positivo anche in gennaio). Ma che lo sia altrettanto, se non di più, perché i dieci episodi della serie, spalmati su cinque serate (e chissà se, a questo punto, si arriverà alla fine), sono costati 3 milioni e mezzo, in pratica 700mila euro a serata. Una cifra pagata dalla precedente proprietà (Telecom Italia Media) che si avvicina parecchio ai costi medi di una fiction per Raiuno o Canale 5 (circa 800mila euro a serata) con altri risultati.

A questo punto viene da chiedersi come mai una serie accolta con favore al suo esordio su Sky stia invece naufragando appena preso il mare aperto della tv generalista.

Formulo schematicamente alcune ipotesi esplicative di questa differenza di rendimento secondo scuole di pensiero diverse, lasciando ai lettori di scegliere la o le preferite.

  1. Sky gode di un pregiudizio positivo da parte della stampa specializzata che elogia a prescindere ogni sua produzione.
  2. Realizzare uno show per un pubblico di nicchia, istruito e d’élite, è molto più facile che accontentare una platea di massa.
  3. Ogni prodotto ha bisogno di un “ambiente” che la traini, di un clima culturale che la favorisca. Sky è brava a instaurarlo per i suoi show mentre le tv generaliste non ci riescono.
  4. Ora che siamo immersi in grandi crisi internazionali (e i talk show si occupano d’immigrazione, terrorismo e banche), quella di Tangentopoli risulta un’epoca psicologicamente lontana.
  5. Buona parte dei telespettatori abituali di La7 sono anche abbonati a Sky e, semplicemente, hanno già visto, o almeno adocchiato, la serie.

Sono curioso di conoscere la vostra opinione.

Un paese di donne eroine e uomini infidi

Ci sono dei buoni contenuti professionali nella serie trasmessa in queste settimane da Raiuno che l’altra sera ha superato negli ascolti un big-match di Champions League come Barcellona-Roma (5,3 milioni di spettatori e il 20,72% di share per la fiction Questo è il mio paese di Raiuno, 4,5 milioni e il 16,27 per la partita di calcio su Canale 5). C’è del buon mestiere: conoscenza dei meccanismi narrativi, recitazione, una location indovinata e, soprattutto, c’è una storia italiana credibile, con le conflittualità pubbliche e private del nostro tempo. Niente di rivoluzionario, per carità. Niente di sconvolgente: un prodotto – di Cross productions – spendibile e vedibile su Raiuno, confortato da discreti risultati di audience.
Siamo a Calura (nella realtà Vico del Gargano), splendido paesino del sud arroccato sulle colline a strapiombo sul mare, soggiogato dalle trame delle famiglie mafiose. A far esplodere il contrasto tra bellezza del posto e malvagità umana è il ritorno di Anna (Violante Placido) che qui, da adolescente, aveva vissuto grandi amicizie e ora, docente di economia senza cattedra, ha convinto a cambiar vita il marito ingegnere (Fausto Sciarappa) e i tre figli, la più grande dei quali (Valentina Romani) inizia a filare col misterioso Cosimo (Cristiano Caccamo), primogenito di un potente latitante. Subito le vecchie amiche coinvolgono Anna in una lista civica finché, causa la malattia di Emilia, l’ex docente si ritrova sindaco in prima linea contro le connivenze tra i politici (Ninni Bruschetta) e la criminalità. Inevitabile che gli equilibri familiari siano messi a dura prova. Anche perché dal passato riemerge Corrado (Francesco Montanari), passione di gioventù mai definitivamente rimossa, e ora potente imprenditore in buoni rapporti con il capoclan locale (Michele Placido).
La sceneggiatura firmata da Sandro Petraglia e Elena Bucaccio e la regia di Michele Soavi ci portano nelle iniziazioni mafiose con rito pseudoreligioso e nelle processioni con la statua del santo portata a braccio dagli incapucciati affiliati ai clan. L’intreccio tra i poteri forti locali di cui parecchio si è letto di recente risulta credibile. Anche l’equilibrio tra vicende private e conflitti pubblici è ben bilanciato. Dove il realismo sparisce è nella manichea separazione fra buoni e cattivi della storia. Tra le donne, tutte figure positive, scorrono energia, complicità e spirito di resilienza, mentre gli uomini, salvo rare eccezioni, sono ambigui, vigliacchi, pusillanimi. Un cedimento al politicamente corretto e alle mode post-femministe da cui una fiction originale avrebbe potuto tenersi lontana, risultando certamente meno scontata.