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Grande Marco, continua a giocare sulla tua nuvola

Chissà. Forse abbiamo trovato il giocatore da top ten. Probabilmente è presto per dirlo, ci vogliono altri test, le prove sulle superfici veloci, l’erba di Wimbledon, il cemento degli Us Open… Tutto vero; nel tennis è così, le favole si accendono e spengono nel volgere di due tornei. Però non si battono in sequenza Pablo Carreno Busta, David Goffin e Novak Djokovic se non si è qualcuno. Destinati a diventare qualcuno. L’immagine giusta l’ha usata Diego Nargiso su Eurosport: «Marco sta in un mondo suo, sta giocando su una nuvola, come dentro un sogno». È così. E anch’io, in qualche modo lo sono, perché non ho ancora identificato il soggetto: Marco Cecchinato, 25 anni, palermitano, allenato da Simone Vagnozzi, giunto alla semifinale del Roland Garros dopo questa imprevedibile serie di successi sulle barricate. Prima del torneo di Parigi era infatti numero 72 dell’Atp e già all’esordio aveva rischiato di uscire, spuntandola solo al quinto set (10-8) sul rumeno Marius Copil. Dunque, dopo averlo visto superare Carreno Busta (numero 11) e Goffin (ottava testa di serie del torneo), eccolo alla prova di Nole, ex numero 1 del mondo che si sta finalmente ritrovando dopo un misterioso, e in parte non risolto, periodo di appannamento.

Djokovic è uno dei miei preferiti, forse il preferito, lo vedo come un Borg 2.0, ne ammiro la tenuta mentale, il non essere mai morto, i recuperi acrobatici, il gioco in difesa e, molto, l’autoironia. Sapete com’è: troppo facile e scontato tenere per Roger Federer, chi non ne vede l’eleganza, il gesto superiore, l’incanto? Lui è il tennis. Dunque, sono contento del ritorno di Nole a livelli competitivi, anche se non ancora ai vertici assoluti. Match imperdibile ma, impegnato in altre faccende, finalmente mi sintonizzo su Eurosport (grazie Sky Go!) quando Cecchinato è sorprendentemente avanti un set. Guardo meglio: 6-3. Nargiso e Gianni Ocleppo stanno dicendo che Ceck sta riuscendo a imporre il suo gioco. Djokovic chiede l’intervento del fisioterapista e risale da 0-2 a 3-2. Si arriva al tie break con Nole che sembra aver ritrovato vigore e mobilità, diciamo all’80%, ma Cecchinato mantiene percentuali elevate di prime, alterna palle corte sia di rovescio che di dritto, e usa come una fionda il rovescio lungolinea che sorprende Djokovic dopo lunghi scambi sulla diagonale di sinistra. Mentre generalmente se ne loda il dritto, il rovescio a una mano di Marco è una bella realtà del tennis italiano. Piuttosto profondo, raramente difensivo o in beck, non subisce quello a due mani di Nole, e anche l’altro giorno non pativa troppo quello di Goffin.

Nel tie break Cecchinato infila una serie di vincenti e porta a casa anche il secondo set. Il calo di concentrazione nel terzo è inevitabile. Scende il livello complessivo del gioco e Nole lo incamera rapidamente con un 6-1. Il quarto set inizia dal warning inflitto a Cecchinato perché Vagnozzi gli ha portato un paio di scarpe negli spogliatoi. Non si può. Cecchinato è nervoso, va sotto 0-3 e io ne approfitto per uscire e sbrigare un paio di commissioni. Tanto, mi dico, faccio in tempo a tornare per godermi il quinto set, e speriamo non finisca come quello tra Fabio Fognini e Marin Cilic del giorno prima. Quando mi sintonizzo nuovamente, lo score dà 5-5. Anche stavolta guardo meglio, altro che quinto set… Serve Nole e «si salva», dicono i cronisti di Eurosport, portandosi sul 6-5. Cecchinato pareggia e si va al tie break. Uno dei più altalenanti e spettacolari degli ultimi anni, da montagne russe dell’emozione, finito 13-11 per The Cekinator (il suo nuovo nickname) in un’alternanza di set point e match point fatti di smorzate, lob, schiaffi al volo e passanti lungolinea. Come quello, imprendibile, con il quale ha superato Djoko proiettato a rete, chiudendo game, set e match. Alla fine, arriva anche il tweet gioioso e giocoso di Fiorello, uno che segue sempre le imprese degli atleti italiani.

Domani tocca a Dominic Thiem, uno che tira catenate sia di dritto che di rovescio. Vedremo… Intanto, proveremo a sapere di più di questo ragazzo di Palermo con un cognome veneto, rinato dopo una strana storia di scommesse, che qualche settimana fa ha vinto il torneo di Budapest battendo Andreas Seppi in semifinale, e superato Fabio Fognini al primo turno di Monaco la settimana successiva.

Forse abbiamo trovato il giocatore da top ten che ha preso una buona parte del talento di Fabio e un altro bel pezzo della testa e della solidità di Andreas.

Aspettiamo, tocchiamo ferro. «Spero che tutta l’Italia sia felice di questo risultato», ha detto lui a match concluso. Lo siamo. Ma tu continua a giocare su quella nuvola.

Perché Bibi Ballandi mancherà a tutti

Mancherà. Mancherà ai suoi artisti, ai collaboratori, ai suoi cari. Mancherà agli amici e anche a quelli che l’hanno conosciuto per lavoro e magari frequentato poco. Mancherà ugualmente, perché Bibi Ballandi, morto a 71 anni dopo aver a lungo combattuto il tumore, era così speciale che gli bastava poco per farsi amare. E per lasciare un segno con la sua umanità nobile e profonda. Un segno incancellabile. Hanno questo significato i tanti messaggi che tutti i cantanti e gli uomini e le donne di spettacolo hanno diffuso sui social o con brevi dichiarazioni. Fiorello ha sospeso per due giorni il suo programma su Radio Deejay. Milly Carlucci, quando ha bruscamente appreso la notizia in diretta a Unomattina, è rimasta addolorata e senza parole. Lo ricordano tutti con gratitudine e afflizione, da Gianni Morandi ad Antonella Clerici, da Laura Pausini a Paola Cortellesi, da Giorgio Panariello ad Adriano Celentano.

Ballandi era un pezzo di storia dello spettacolo e della televisione italiana. Aveva iniziato giovanissimo subito dopo la terza media, affiancandosi al padre Iso, tassista che accompagnava cantanti e orchestre per concerti in Emilia Romagna. Poco alla volta aveva iniziato a produrre gli spettacoli di Caterina Caselli, Mina, Orietta Berti, Little Tony, Rita Pavone. Negli anni Settanta si era avvicinato ai cantautori, lavorando con Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Pierangelo Bertoli, Roberto Vecchioni, e con Fabrizio De André per la tournée dopo il rapimento in Sardegna. Fondò lo storico «Bandiera gialla» di Rimini. Nel 1997 organizzò il concerto-evento per Giovanni Paolo II a Bologna dove si esibì Bob Dylan. Conobbe e istruì il giovane Beppe Caschetto, futuro agente di molte star, uno tra i più provati dalla morte di Bibi. Da fine anni Novanta aveva prodotto gli one man show di Fiorello («Per lui sono stato il padre che ha perso presto, per me è stato il figlio che non ho mai avuto»), Celentano, Panariello, Roberto Bolle, le tournée di Mariangela Melato e Renato Zero, i varietà di Antonella Clerici e Ballando con le stelle di Milly Carlucci. Era una persona preziosa, stabilizzatrice, ironica, insostituibile. Con la sua bonomia, la sua umiltà mista alla sagacia popolare che si condensava nei fulminanti proverbi («Volare bassi per schivare i sassi»; «Riunione di volpi, strage di galline»; «Predica corta, tagliatelle lunghe»), manteneva il buonumore e il controllo della situazione anche nei momenti di massima tensione che, nella produzione di grandi eventi capitano sempre, soprattutto quando ci sono di mezzo personalità eccentriche, pressioni politiche e interessi con tanti zeri.

Lo conobbi nel 2005, dietro le quinte di un grande show televisivo, e dopo pochi mesi di collaborazione dovette assentarsi per le prime cure. Mancherà moltissimo a tutti. Perché, in un ambiente così materiale e calcolatore come quello della televisione, un altro con la sua fede e la sua umanità non c’è.

«Vorrei tornare all’Ariston da direttore artistico»

Lui il primo Festival di Sanremo l’ha presentato a 28 anni. Era il 1980, preistoria. L’alba di un decennio di svolta. Irripetibile. Visto da qui, dall’Ufficio rotondo, Milano zona San Siro, tutt’altro che archeologia. È presente, attualità, nella storia di Claudio Cecchetto: dj, talent scout, fondatore di radio, produttore musicale, manager dello spettacolo, autore e conduttore televisivo. 65 anni, nativo di Ceggia, paesino della provincia di Venezia, figlio di un camionista. Una discreta parabola. Condurre la più importante manifestazione italiana a quell’età è da vertigini. Un sogno che si avvera ancor prima di essere sognato. Come si fa a non montarsi la testa? A iniziare a guardare tutti dall’alto? E soprattutto: dopo, che si fa? Si presenta il secondo e il terzo, in rapida successione. Senza fermarsi a pensare che sei andato più veloce del tempo. Che hai preso il destino in contropiede. E che a trent’anni hai già vinto tutto, come Beppe Bergomi campione del mondo a 19 anni, nel 1982. Cose che succedevano a quei tempi.

Nella sua biografia, parlando della proposta di condurre Sanremo, scrive: «Nella mia carriera ho sempre avuto l’impressione che quando c’era qualcosa da cambiare chiamassero me».  

«È così. Poi bisogna trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Gianni Ravera mi aveva visto a Discoring e voleva rinnovare il Festival reduce da un’edizione un po’ così. Era il momento delle radio libere. Sono stato fortunato a essere il rappresentante del cambiamento. Non ero io il cambiamento, ci ero dentro. Peraltro, c’era anche un problema. Che mi guardai bene dal sollevare».

Cioè?

«Era il Festival della canzone italiana, ma io conoscevo quasi solo musica straniera. Nelle radio si mettevano dischi d’importazione, dance, new wave, rock. Ma non volevo certo porre dubbi. E siccome la fortuna aiuta gli audaci, un mese dopo seppi che, oltre all’attrice Olimpia Carlisi, nella serata finale ci sarebbe stato anche Roberto Benigni».

Claudio Cecchetto con Roberto Benigni e Olimpia Carlisi al Festival di Sanremo del 1980

Claudio Cecchetto con Roberto Benigni e Olimpia Carlisi al Festival di Sanremo del 1980

Come ricorda quei momenti? Oggi sarebbero possibili?

«Negli anni Ottanta si osava molto più di adesso. Sì, stava nascendo la tv commerciale, ma si poteva ancora sperimentare. Per me era tutto un regalo, non volevo diventare un personaggio televisivo. Il mio sogno era la radio. Avevo l’incoscienza dell’età: più che per l’opportunità professionale, ero contento che mi vedessero mio padre e mia madre».

Le è piaciuto il Festival di Claudio Baglioni?

«Mi è piaciuto, sì. Sono abituato ad aspettare prima di dare giudizi: se una proposta è diversa dalle tue aspettative non significa che sia brutta, diamole una chance. Dopo la seconda serata ho mandato questo sms a Baglioni: “Volevo farti i complimenti per Sanremo. La tua presenza in video rende piacevole tutti i contenuti del festival e grazie a te emerge anche il talento delle persone che hai scelto. Grande, un abbraccio. Ps. Mai visto il pubblico in sala a Sanremo così contento”. Questo è quello che penso».

Non c’è stato solo Fiorello.

«Perciò ho aspettato la seconda serata. Fiorello è una forza della natura, il divario è così evidente. Invece, guardando meglio, mi sono accorto che aspettavo riapparisse Baglioni. La sua presenza metteva a posto le cose, dava le misure. Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino sono entrambi bravi e professionali, ma è stato Baglioni la ricchezza del Festival».

Il «dittatore artistico» che ha inserito tanti artisti della Friends & Partners, la società che lo produce.

«Queste sono cattiverie per i titoli dei giornali. Se devi fare un bel Festival chiami chi fa squadra. E magari così riesci a spendere meno. Poi ci sono anche gli altri, i Negramaro non erano di Friends & Partners. Anche quando conducevo il Festivalbar dicevano: Cecchetto fa cantare i suoi, Sandy Marton, Tracy Spencer… Ma era gente affermata a livello internazionale. Conta che il pubblico sia contento e mi pare lo sia stato».

Cosa fa quando c’è Fiorello in tv? Vi sentite prima e dopo?

«Ci siamo sentiti, era contento. Fiorello non è un Robocop. Ha bisogno di avvertire affetto attorno a sé. Quando è salito all’improvviso sul palco quell’uomo, lui ci avrebbe fatto mezza serata. È un’anima sorridente, un cuore allegro, diverso da un comico».

Però fa divertire.

«Che non è solo far ridere. Ha la comicità della nostra gang, che ricorda i vecchi caffè degli artisti, dove si discuteva e si cresceva. Il posto favorisce le contaminazioni: Jovanotti che incontra Fiorello che incontra Gerry Scotti che incontra Fabio Volo che incontra Max Pezzali. Una catena del talento».

Fiorello è stato presentato come lo scaldapubblico.

«È riduttivo. Fiorello garantisce una partenza positiva. È uno generoso, preferisce essere all’inizio delle cose. Non dice: prima voglio vedere se funziona. Piuttosto, la sua partecipazione alza l’asticella per quelli che arrivano dopo».

Fiorello ospite della prima serata del Festival con Baglioni e Michelle Hunziker

Fiorello ospite della prima serata del Festival con Claudio Baglioni e Michelle Hunziker

Come fa un ragazzo nato a Ceggia, seimila anime, a diventare Claudio Cecchetto?

«Culo. Volevo intitolare Che culo il mio libro. Sottotitolo: quello che ho avuto e quello che mi sono fatto».

Ha un’immagine di questa storia?

«Ci dev’essere qualcuno lassù che ha pensato a me. Io ho cercato sempre di farmi trovare pronto e nello stesso tempo di non montarmi la testa. Ho cercato di trasmettere questa semplicità anche ai ragazzi. Quando vedevo il rischio, partiva il discorso preventivo: ricordiamoci sempre da dove veniamo, che la nostra è una condizione fortunata e non dovuta. Ringraziamo il cielo che ci sia, ma quello che abbiamo ottenuto è gratis. Ho sempre pensato che se fai bene le cose prima o poi i risultati arrivano».

Da ragazzino voleva fare il batterista. Un giorno di riposo della band andò nello studio per cambiare le pelli dei tamburi e vi trovò i suoi compagni che suonavano con un altro batterista.

«Da ragazzi si pensa che la batteria permetta di non studiare la musica. A me piaceva il ritmo. Mi piace sentire suonare bene la batteria; ma se io non la suono bene non piace neanche a me. Volevo stare in quella band, ma dopo il primo momento di stupore, mi accorsi che quel ragazzo suonava meglio. Lì è scoccata la scintilla del talent scout. Se trovo uno che sa fare bene una cosa e collaboriamo affinché si affermi, in qualche modo mi affermo con lui».

Dice Jovanotti che «il mondo di Claudio Cecchetto è un posto dove un ragazzo che mixa i dischi diventa un cantante che scrive le sue canzoni, il commesso di un panettiere diventa lo scrittore che vende di più e un animatore di villaggi diventa il più grande showman in circolazione». Scoprire e valorizzare i talenti degli altri è il talento dei talenti?

«Certamente è un talento. Bisogna vedere le persone, intravederle. Fabio Volo venne a Radio Capital per convincermi a trasmettere un suo disco. Rimanemmo mezz’ora a parlare: “Cosa ti piace fare?”. “Leggo molti libri”. Gli proposi un baratto: “Ti metto il disco a patto che tu venga a trasmettere da me”. Ero pieno di dj che sapevano solo di musica, finalmente uno che legge. Fiorello arrivò a Radio Deejay con Bernardo Cherubini, fratello di Lorenzo, che gli aveva detto che lì era pieno di ragazze. Andammo a cena e vidi subito quell’energia, un po’ grezza, ma esplosiva e incontenibile. Peraltro, lui imitava cantanti italiani e Deejay trasmetteva solo musica inglese. Poco alla volta ci siamo integrati, modernizzati, ognuno rimanendo sé stesso».

Jovanotti, Fiorello, Max Pezzali, Amadeus, Gerry Scotti, Leonardo Pieraccioni, Fabio Volo, Dj Francesco, Sandy Marton. Si parla poco di Sabrina Salerno…

«Ho prodotto il suo primo album che conteneva Boys boys boys, ma non faceva parte della mia organizzazione. Ha camminato con le sue gambe. È una figura legata agli anni Ottanta e Novanta, anche se mi risulta abbia ancora seguito in Spagna».

Sanremo e Fantastico, poi il lancio di Radio Deejay: erano gli anni delle ideologie, gli anni di piombo. Non è mai stato sfiorato dalla politica?

«Avevo così tanto da fare… Finivo un progetto ed entravo direttamente in un altro».

C’era la guerra in Italia.

«Pensavo a creare un mondo migliore con i miei mezzi. Mia sorella è psicologa e si occupa di far star bene chi soffre. Anch’io mi sono sempre occupato del benessere delle persone. Sono figlio degli anni Settanta, ero partito dagli ideali: ci sono i problemi, i conflitti, ma possiamo anche divertirci. Non mi spiegavo come mai se i giovani partono sempre di sinistra, alla fine la sinistra perdeva lo stesso. Vorrei vedere più giovani in politica. Ma non come i giovani di Sanremo, che sono istruiti dai vecchi e fanno le stesse cose dei vecchi».

È uno dei pochi ad aver lavorato in Rai, in Mediaset e con il Gruppo Espresso: come se lo spiega?

«Avevo un prodotto di successo, che per loro era un business. La radio volevo venderla a Berlusconi, ma Adriano Galliani disse che non erano interessati. Glielo dissi quando Berlusconi mi chiese: “Perché non l’hai venduta a me?”. Se volevo che Deejay crescesse dovevo associarmi a un grande marchio. Nonostante tutto, il Gruppo Espresso ha usato Deejay per la musica non come veicolo politico».

Adesso che cosa sta facendo?

«Faccio il Cecchetto, come al solito, mille cose insieme».

Ok, il progetto principale?

«Sto seguendo il tour di Max Pezzali, Nek e Francesco Renga. Era un’idea buona, ma vogliamo creare un evento musicale che vada oltre la somma dei fan dei tre artisti».

Che rapporto ha con il web?

«È la nuova frontiera del talent scout. Radio e tv sono sature e hanno tempi sempre più stretti. Internet è il pianeta dove trovare gli artisti del futuro. Con Stefano Longoni cerchiamo ragazzi da lanciare attraverso un format che abbiamo chiamato Starcube e che è il contrario di The Voice. Dentro un cubo vedo l’artista muoversi e ballare con l’audio abbassato: dev’essere la sua presenza a farmi venir voglia di alzare il volume. È il mio metodo di lavoro: non ho mai fatto provini sulla voce, è il contatto con la persona a svelarne il talento. Se mi fossi basato sull’estensione vocale forse non avrei lanciato Jovanotti».

Claudio Cecchetto con Fiorello e Max Pezzali, due degli artisti da lui lanciati

Claudio Cecchetto con Fiorello e Max Pezzali, due dei tanti artisti da lui lanciati

Accoglienza finora?

«Tiepida, ma non demordo. Oggi i dirigenti tv producono solo format garantiti. Io non voglio sostituire prodotti già in voga, ma aggiungere un’alternativa. Prima o poi produrrò una puntata pilota».

Cosa pensa dei talent show?

«Sono il matrimonio giusto tra tv e discografia. La tv ha suggerito alla discografia di fare spettacolo e non solo musica. Il primo talent show fu Castrocaro. Gli artisti di successo possono emergere anche altrove, non è colpa dei talent se non esce l’artista».

Qualcuno che le piace di più di questi anni?

«Marco Mengoni ha buone possibilità di diventare un artista storico. Del livello di Tiziano Ferro, Cesare Cremonini, Negramaro, Max Pezzali, Biagio Antonacci. L’X Factor che produce più artisti è quello inglese perché c’è Simon Cowell, un talent scout. Per un cantante è difficile giudicare un altro cantante».

Mara Maionchi?

«È una discografica, un’animale televisivo. Un piacere sentirla su qualsiasi argomento».

Il momento che ricorda con più piacere della sua carriera?

«Il Festival del 1981. Uscendo alla fine della finale, il mondo mi era cambiato davanti. La gente mi voleva abbracciare, le ragazze m’infilavano il numero di telefono in tasca, scene di fanatismo. Quella volta ho pensato ai Beatles».

E quello che le provoca dispiacere?

«Ognuno ha qualche rimpianto. Ma con la fortuna che ho avuto non è proprio il caso di lamentarsi».

Un progetto ancora da realizzare?

«Ho avuto due nascite, quella naturale a Ceggia, e quella artistica, a Sanremo. Per questo, mi piacerebbe tornare a Sanremo da direttore artistico».

In un libro sul lavoro Primo Levi scrive che si avvicina alla felicità l’uomo che riesce a far coincidere la sua passione con il mestiere.

«Le prime volte che andavo in radio non c’era lo stipendio, si mangiava gratis al ristorante in cambio della pubblicità. Non mi mancava nulla, non pensavo a guadagnare. La felicità di svegliarsi ogni giorno sapendo di fare la cosa che mi piaceva di più era appagante. Se poi ti pagano anche, è il massimo».

Non c’è il rischio che la vita coincida con il lavoro?

«Solo così si hanno grandi risultati. Una passione non prevede il part time. Per esempio, in discoteca mi annoiavo. O mettevo i dischi o niente».

Va in vacanza?

«All’Elba. Sono amico del padrone dell’hotel. Organizzo la serata di Ferragosto. Metto i dischi, li scelgo, preparo la scaletta. Una settimana di preparativi. Spotify, I-tunes, un’ora in spiaggia al giorno. Dal 16 mi annoio. Quando mi chiedono che musica metto in sottofondo, rispondo: in sottofondo non esiste, quello che faccio è in sottofondo. Per questo non posso fare l’amore con la musica».

Il genere musicale del futuro?

«La musica trap. Quella di Ghali e Sfera Ebbasta».

Come talent scout su chi scommetterebbe?

«Su Oel, quello delle Focaccine dell’Esselunga».

Diciamo che non deve fare molta strada.

«Diciamo che lo conosco bene».

Che cos’è la gratitudine?

«È un sentimento ambivalente, che serve al gratificato e al gratificante. Si deve anche stare attenti a non pretendere una gratitudine maggiore di quella che ci si merita. Quando lanci un artista è come un figlio: dev’essere libero di andare e sbagliare, senza pensare di doverti ringraziare tutta la vita. L’artista ha la sua strada, lo sa che sei suo padre. Bisogna avere le palle per essere grati. I miei artisti le hanno».

La Verità, 11 febbraio 2018

A 90Special c’è Fiorello, mancano gli autori

L’idea era buona, ma l’esecuzione è stata scadente. Lo si sente dire spesso nelle telecronache delle partite di calcio, per un tiro sbagliato, un assist maldestro, un’intuizione geniale mal realizzata. La formulazione va applicata pari pari a 90Special, il nuovo programma condotto da Nicola Savino, figliol prodigo a Mediaset dopo la vacanza in Rai (Italia 1, mercoledì ore 21.25, share dell’11.8%). Dunque, rivisitare l’ultimo decennio del millennio, così ricco di mode e di creatività musicale e artistica era una bella pensata. Purtroppo, però, quando si fa televisione, bisogna applicarsi. Ci vogliono studio e scrittura, approfondimenti e contestualizzazione: i gadget e qualche facciona non fanno da soli un programma, e di sicuro non bastano a mettere a fuoco il famigerato «immaginario collettivo» dell’epoca. A meno che non si voglia spacciare un bazar confusionario per qualcosa di studiato. Ma anche per questo serve il lavoro degli autori, che qui sembra difettare parecchio. Impietoso il paragone con un analogo tentativo di rievocazione di un decennio storico, gli anni Settanta di Anima mia con Claudio Baglioni e Fabio Fazio, realizzato nella Rai 2 di Carlo Freccero.

Ad aiutare Savino erano stati convocati nientemeno che Fiorello e Jovanotti, «i ragazzi di via Massena» (sede di radio Deejay) e, almeno stando alla prima ora d’improvvisazione, la scelta aveva i suoi perché. Con due fuoriclasse della diretta, la giocata fluiva semplice e anche i passaggi più arrischiati arrivavano a destinazione. La circolazione della palla è diventata problematica (eufemismo) appena i due big hanno abbandonato la scena. Uscito Fiorello, per dire, senza una motivazione comprensibile è entrato Cristiano Malgioglio agghindato da Angelina Jolie in Maleficent (film del 2014). C’entrano un po’ di più, ma non tanto, Benji e Fede che canticchiano 50 special dei Lùnapop (1999). Il collegamento con Jovanotti a Lugano non torna e Savino si sbraccia, lanciando filmati e coinvolgendo il povero Michele Cucuzza, relegato all’inutile postazione social, e le incolpevoli Ela Weber e Katia Follesa. Il tutto senza una parvenza di copione che vada oltre a un generico sentimento di confusa nostalgia. Dopo mezzanotte, immancabile Rocco Siffredi. Auguri per le prossime puntate.

La Verità, 18 gennaio 2018

Rai al palo, La7 in riva al fiume, Iene con Travaglio

Ci sono serate in cui è impossibile limitarsi a recensire una singola trasmissione. L’idea è quella: dopo mesi di polemiche, Massimo Giletti debutta su La7 con Non è l’Arena contro Che tempo che fa di Fabio Fazio e la Rai, mamma e matrigna. Ci sono sere in cui è complicato scegliere, perché c’è sì, l’esordio conflittuale dell’ultimo esodato Rai, ma c’è anche Luigi Di Maio, fresco disertore del duello con Matteo Renzi, ospite di Fazio. E ci sono Le Iene ridens tra i due litiganti, con una puntata atomica: lo scherzo a Marco Travaglio e le rivelazioni di dieci attrici sulle molestie del regista Fausto Brizzi.

Giletti martella sul suo esordio a La7 da settimane. Ospitate ovunque, anche chez Maria De Filippi, tutti alleati contro il figlio viziato di Viale Mazzini. Domenica La7 ha schierato tutti i big per promuovere il nuovo affiliato, da Giovanni Minoli, il primo a credere in lui fin dai tempi di Mixer, che l’ha ospitato nel suo Faccia a Faccia (anticipato al pomeriggio), a Enrico Mentana pronto a condurre il tg (di domenica solo in occasione di elezioni), per intervistarlo a ridosso del via. Significativo lo scambio di battute: Giletti: «Sono qui per provare ad accendere La7 in tutto il Paese»; Mentana: «Ci proviamo anche con il tuo aiuto». Che Giletti sia sopra le righe è confermato dal monologo: «Quando uno entra in una tempesta spera solo di attraversarla e fare in fretta…». La porta sbattuta dell’ufficio di Orfeo, il film della carriera, il mestiere di «giornalista», scandito e sillabato. La Rai è riuscita a trasformare Giletti in un martire della censura. E «quel volpone di Cairo» (Fiorello nel video d’augurio) non ha perso l’occasione. Bisognerà vedere il rendimento di Non è l’Arena a lungo andare in prima serata. Su Rai 1 Fazio dialoga con Di Maio di legge elettorale, premier avversari, alleanze più o meno impossibili. Niente d’imperdibile o di diverso dal solito copione. Lo zapping si ferma su Italia 1 dove Davide Parenti, complice Alessandro Travaglio, ha ordito uno scherzo diabolico ai danni del padre Marco: «Papà, vado al Grande fratello vip». Grande televisione, vertice di goliardia. Una chicca tra le altre: «Ti danno solo 3000 euro? Ma neanche alla colf! Una cosa offensiva col cognome che porti». Ci sono serate in cui bisogna parlare di tre editori televisivi. Mediaset sarà anche «la feccia d’Italia» (Travaglio), ma con lucida ironia riesce a trasformare il suo reality più trash in un’arma intellettuale contro il suo più acerrimo nemico. La7 sta in riva al fiume a raccogliere e capitalizzare il successo dei fuoriusciti della Rai. La quale, invece, è sempre lì: ferma e immutabile.

La Verità, 14 novembre 2017

Annunziata fa interviste, ma non le concede

Coerente con la sua formazione al Manifesto dove vigeva l’ugualitarismo salariale tra giornalisti e impiegati, Lucia Annunziata, ex presidente Rai, si è detta disposta ad accettare il controverso tetto di 240.000 euro annui di cui si sta discutendo da diverse settimane. Su un’altra questione la conduttrice di In mezz’ora cade in contraddizione. Richiesta di un’intervista in argomento, lei regina delle interviste, ha declinato: «Proprio perché so come sono, non ne faccio mai», ha detto.

«Casa Capuozzo» all’una di notte Sono una sorta di spin off di Terra!, il settimanale di Rete 4 condotto da Toni Capuozzo, i quattro reportage in cui, partendo dalla casa di famiglia in Friuli, lo storico inviato dei tg Mediaset prova a raccontare gli immigrati oltre i luoghi comuni «del boldrinismo e del salvinismo». Peccato che la prima puntata sia andata in onda all’una meno un quarto. Accorciare un po’ Quinta colonna che lo precede?

Renzi batte Casaleggio di 1 punto Il contraddittorio non è stato acceso né in un caso né nell’altro. A Otto e mezzo di Lilli Gruber, a far da contraltare a Davide Casaleggio nel suo esordio tv c’era Gianluigi Nuzzi (share del 5.56%), mentre per Mattero Renzi c’era Paolo Mieli (share del 6.56%).

L’autospot e l’autostop di Fiorello Dopo i profumi e gli chef nuove star della comunicazione, nella campagna pubblicitaria per un noto marchio di telefonia, Fiorello prende di mira gli spot tambureggianti delle marche automobilistiche. «Pensavate che… No, io non cambio. Io resto…». Al parcheggio, però, la potente auto è sparita. E a lui non resta che usare il cellulare per chiedere aiuto a un familiare, a un taxi, fare autostop, chissà. Presa in giro della pubblicità, dei testimonial che cambiano marchi e anche di sé stesso.

E la bicicletta di Jovanotti Continuano a crescere le visualizzazioni su Youtube e su JovaTv, la web tv di Lorenzo Jovanotti, di Jova Zelanda, il documentario autoprodotto del viaggio in Nuova Zelanda, da solo in bicicletta. Venti giorni nei quali ha percorso tremila chilometri, dormendo in tenda o in motel. Niente cellulare, social e musica. 55 minuti di film girato con telecamerina e montato da Michele Lugaresi. Motivo? Pubblicare, tra un anno, un nuovo disco. Ma intanto Jovanotti vuole azzerare gli ultimi dieci anni di lavori e successi per non illudersi di aver trovato la formula vincente. Solo nella chimica «le formule si possono ripetere all’infinito e danno gli stessi risultati». Nella musica bisogna reinventarsi ed essere sempre in movimento.

«Adrian» più complicato del closing Che fine ha fatto Adrian, l’atteso fumetto di Adriano Celentano da anni in rampa di lancio su Canale 5? Ora che è stato firmato il closing per il Milan, chissà mai che riesca ad andare in onda.

 

La Verità, 14 aprile 2017

 

Fiorello antidepressivo c’inonda di buonumore

Travolgente. Trascinante. Tracimante. Come un’onda. Come l’ondata di buonumore che investe lo spettatore di Sky Uno e Tv8. È tornato Fiorello con Edicola Fiore, il programma cult del mattino e non poteva scegliere data migliore della Giornata della felicità che si festeggiava proprio ieri (alle 7.30 sul canale satellitare, alle 8 in chiaro e di nuovo su Sky Uno alle 20.30, in replica allungata). Edicola Fiore è il programma scaccia crisi. Lo show scaccia lamenti. L’antidepressivo del mattino. Ospite dell’anteprima il sindaco di Roma Virginia Raggi: «Bello, con i permessi è tutto a posto?». Attimo di panico sul volto dello showman. Poi: «Sì, tutto a posto». La seconda stagione del morning show – «noi siamo come le serie, andiamo a stagioni» – registra alcune novità rispetto alla prima. Intanto, il nuovo bar nel quartiere Vigna Clara, dove Fiorello arriva a bordo di un’Ape car rossa, inseguito da Stefano Meloccaro, lasciato a piedi per punirlo per l’eliminazione da Celebrity Masterchef. Poi una serie di nuovi personaggi, il fiorista indiano, il cameriere dell’Hilton, il rapper Danti in collegamento da Milano, il sacerdote della parrocchia Santa Chiara che impartisce la benedizione. Anche la sigla è cambiata, Jovanotti canta Edicola Fiore ci porta il buonumore in inglese dalle colline toscane, accompagnato da due rapper con lunghi dread. Se possibile, il ritmo è ancora più indiavolato della prima edizione. Forse persino troppo, tanto che Fiorello ammette qualche amnesia. Anche il cazzeggio è ancora più frenetico, con l’aiuto di Gabriella Germani che imita Angela Merkel innescando l’angolo delle cancelliere, l’ex ministro Annamaria Cancellieri (Fiorello stesso) e la giornalista del Tg3 Rosanna Cancellieri (ancora la Germani). I giornali e le notizie sono solo il pretesto per rompere la diga e provocare l’alluvione del buonumore. E poi gli ospiti, via skype o presenti in loco: Nicola Savino, Roberto Mancini, Sergio Castellitto, Benji e Fede… Un’altra trovata è l’inizio della stagione «dalla seconda puntata» perché, si sa, le prime sono sempre tutte uguali, formali e prevedibili, e poi mettono ansia. Sembra un dettaglio, ma è la chiave di tante cose, a cominciare dall’understatement televisivo di Fiore. Niente vincoli, niente stress da audience, niente competizioni esasperate. Ricordate quando diceva che gli piaceva la radio perché si può andare in onda senza farsi la barba. Fiorello, lo showman informale, l’entertainer casual, anarcoide, autoironico (lo stesso degli spot per il noto marchio di telefonia). Diverte perché si diverte lui per primo. La libertà di fare televisione senza pressioni sembra un solido motivo del suo buonumore contagioso. Difficile che il direttore di Rai 1, Andrea Fabiano, in missione per convincerlo a presentare il prossimo Sanremo, riesca a convincerlo.

 

Su Netflix il comico Grillo batte il gemello politico

E invece no, Grillo vs Grillo che la piattaforma Netflix ha da pochi giorni aggiunto alla sua offerta in streaming, non l’ho trovato così fazioso e tendenzioso. Un’ora e 35 minuti di show in grandissima parte autobiografico e con limitate digressioni politiche. Nessun accenno, per dire, a Matteo Renzi, a Matteo Salvini, a Virginia Raggi. Silvio Berlusconi vi compare solo un momento, ma nella veste di tycoon di Fininvest, quando offrì al comico genovese la conduzione di Ok, il prezzo è giusto appena acquistato a una cifra iperbolica («il mio agente, Marangoni, seduto vicino a me, sudava»). Lo spettacolo è stato registrato in un teatro di Genova il 16 dicembre scorso, in platea ci sono Gino Paoli, il vicino di casa di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, mai tirato in ballo. Ed è significativo il fatto che a trasmettere lo show sia una piattaforma americana e nessuno dei tanti editori nostrani, nemmeno La7 che ai grillini ha sempre dedicato parecchia attenzione. Sullo schermo gigante compare il leader del Movimento Cinque stelle, in giacca e cravatta, che pontifica sulla «democrazia che sa di pesce rancido», arzigogola genericamente sul futuro dei partiti e che, alla fine, si trasforma in un santone di bianco vestito, mentre lui, in platea, offre dei grilli seccati agli spettatori che li chiedono. Una cosa leggera. Di ciò che il politico sciamanico dice, nulla o quasi resta nella memoria. La parte più interessante e godibile è quella autobiografica, favorita anche dall’ambientazione genovese. Il movimento che nasce dall’insonnia, salutare e creativa, e dal conflitto tra depressione e desiderio di felicità che si concentra nel diaframma, «il nostro secondo cervello». Tutto si muove e si agita lì, e nelle conversazioni notturne con altri insonni. In alcune parti, lo show fa venire alla mente Volevo fare il ballerino di Fiorello, nel rapporto dialettico e conflittuale con il padre che lo vuole tenere in fabbrica e che non ride alle sue battute, ma poi se le rivende al bar con gli amici. Poi lo sbarco a Milano, nella stessa pensione frequentata da Paoli e De André, i primi spettacoli, fino alla chiamata in Rai. Che prova a imbrigliarlo, non devi parlare di nucleare (c’era il referendum): «Figuratevi, ho fatto il comico perché nessuno mi dicesse cosa potevo dire o non dire…». Si arriva all’incontro con Gianroberto Casaleggio e all’idea di «fare qualcosa per gli altri». Se da un comico e un imprenditore è nato un movimento politico – è la morale – tutto può succedere. Gli altri si alleano perché il M5s è un’anomalia non omologabile. Qualche volta la battuta è nebbiosa. Ma mai rabbiosa o iconoclasta. Certamente è uno show meno antisistema di tanti del passato, quando sbraitava davanti a slide fitte di organigrammi e assetti societari. Si ride, qualche volta amaro…

 

Quel «Rischiatutto» che poteva essere un grande show

Riecco Rischiatutto, dopo le puntate spot di aprile su Rai 1. Rieccolo su Rai 3, nonostante i messaggi subliminali di Fabio Fazio che avrebbe preferito la rete ammiraglia. Ma Campo Dall’Orto l’ha promesso a Daria Bignardi e difficilmente tornerà sulla sua decisione. Però, questo è il punto. Rischiatutto ci può stare, come si dice, su Rai 3, ma probabilmente è troppo e tende a debordare perché è alieno rispetto alla cornice che lo ospita. Ha una ritualità, un linguaggio, una grammatica istituzionale che travalica la scrittura informale della terza rete (giovedì, ore 21.15, share del 13,8 per cento). Anche Fazio in doppiopetto – pazienza per la cravatta marrone – ci mette del suo. Rai 3 è informazione, inchieste, cronaca, talk show. Quiz no, varietà ancora meno. Messo così, è una citazione, tv vintage con qualche piccolo aggiornamento e l’invenzione nazionalpopolare della materia vivente, che l’altra sera era Carlo Verdone, pretesto per tuffarsi nella storia del cinema e nella carriera dell’attore-regista. Dell’annunciata versione 2.0 non s’è vista traccia se si eccettua una domanda dal web, cui si può rispondere tramite pc. Per il resto, ciò che manca davvero è il contorno, il contesto, decisivo affinché un programma si trasformi in evento. Non si può certo pretendere che quarant’anni dopo la stagione d’oro di Mike Bongiorno l’Italia si fermi come allora. Però un pizzico di pathos e di show in più: questo sì. Doppiopetto a parte, si capisce che Fazio gioca anche lui, pur mantenendo un aplomb formale. Si capisce la sua scelta di restare fedele al format originale, una scelta filologica, con le frasi di Mike («faccia bene i suoi conti», «faccio partire il tempo e le leggo le domande una alla volta», «ci pensi bene»), la stessa tendenza a stuzzicare i concorrenti, il distacco professionale, il ruolo del Signor No, il mitico Ludovico Peregrini, che Fazio vuol trasformare in personaggio. Ma forse proprio questa è, oltre che la forza, la debolezza dell’impostazione. Fazio è troppo «dentro» il progetto. E, alla fine, la cornice trasmette all’operazione un’aria dimessa e malinconicheggiante. Come se la Rai non ci avesse creduto fino in fondo per farne un grande appuntamento. La lettura dei quiz dal tabellone delle materie che all’epoca era un macchinario di meraviglie, oggi appare pedissequa. Oltre alla suspense manca lo show. Bastava sceneggiare qualche quesito, oppure renderlo più social, più tecnologico, e tutto sarebbe risultato più attuale. Per proclamarsi fedeli all’origine, c’è già Rischiatutto storia, l’appendice con i concorrenti di allora, gli aneddoti sentimentali di Peregrini («dopo la serata andavamo a cena al Santa Lucia») e, tra le cose migliori, Fiorello che legge brani da La versione di Mike (Mondadori).

La Verità, 29 ottobre 2016

«Rischiatutto» al posto di «Dieci cose», perché no?

Domenica pomeriggio Fabio Fazio è stato ospite dell’Arena di Massimo Giletti su Rai 1 per promuovere Rischiatutto e un paio d’ore più tardi si è autopromosso insieme con il Signor No nel suo Che fuori tempo che fa (dove ha lanciato anche il programma di Mika, dal 15 novembre su Rai 2 e Le parole della settimana di Massimo Gramellini, da sabato su Rai 3: en plein di promozioni aziendali dopo le accuse di tirare la volata ai programmi di Sky). Da Giletti Fazio ha detto che Rischiatutto andrà in onda nella rete dove lavora dal 1985 per «una decisione presa dalla direzione generale in accordo con la direttrice di Rai 3, Daria Bignardi». Infatti, la Bignardi aveva voluto garanzie da Campo Dall’Orto al momento della nomina. Però, visto come stanno andando le cose, sarebbe sbagliato cambiare idea? E posto che il giovedì di Rai 1 è bello solido, perché non piazzare Rischiatutto 2.0 al sabato sera spostando Dieci cose al giovedì su Rai 3? Fazzismo per veltronismo…

SkyTg24 monitora l’Italia sismica. È partita ieri «Italia trema», l’inchiesta di SkyTg24 voluta dalla direttrice Sarah Varetto a due mesi dalla catastrofe in Abruzzo per sottolineare che ci ricordiamo del rischio sismico puntualmente dopo le tragedie. Gli inviati del canale all news sono andati nei luoghi colpiti da terremoti, cominciando da Reggio Calabria (devastata nel 1908), per poi passare a Napoli, «zona rossa» tra due vulcani attivi, fino all’esempio virtuoso di Norcia. Sei reportage in onda alle 20.20 e in replica alle 23.20.

Rai ente pubblico con lo zampino di… Non si è saputo più niente dell’inquadramento della Rai nella Pubblica amministrazione ipotizzato dall’Istat che ha improvvisamente recepito una direttiva europea allarmando giustamente i vertici di Viale Mazzini. Il Cda ha rimandato la palla al governo perché eviti l’equiparazione ai Comuni e alle Asl imponendo alla Rai di assumere dopo pubblici concorsi e di assegnare appalti dopo gare, anch’esse pubbliche. Non si è saputo più nulla: solo ci si ricorda che Valerio Fiorespino, già responsabile risorse umane licenziato dalla Rai, da settembre è capo del Dirm, dipartimento Istat dalla dicitura interminabile.

Chi interpreterà Berlusconi per Sorrentino. Venerdì l’ospite di Edicola Fiore era Paolo Sorrentino, reduce dalla «State dinner» alla Casa Bianca e Fiorello non ha perso l’occasione per sfruculiarlo. «È stata una cosa molto divertente, che non farò mai più», ha sintetizzato il premio Oscar citando David Foster Wallace. Altrettanto fulminante la gag di Fiore: «Sapete, Sorrentino sta pensando di girare un film su Berlusconi. Per interpretarlo, sul set si è presentato Silvio, ma dopo il casting la parte è andata a Renzi». Applausi.

 

La Verità, 25 ottobre 2016