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«La mia vita scandita dalle telefonate non arrivate»

Quanta vita, Rita dalla Chiesa. L’infanzia e la gioventù in caserma. Il padre ucciso dalla mafia. Il primo matrimonio, troppo precoce. Il secondo, con Fabrizio Frizzi di dieci anni più giovane. Il giornalismo, la televisione, il successo. Una rivelazione, questo Mi salvo da sola (Mondadori), autobiografia dolceamara ma molto vera, rapidamente entrata nella top ten delle vendite. Occhi verdi e capello biondo, la incontro in una pasticceria di Ponte Milvio a Roma.

Che cosa l’ha fatta decidere di mettersi così a nudo rivelando sentimenti tanto personali?

«La testardaggine di una dirigente della Mondadori e una giornata di sole a Torre Canne, un paesino tutto bianco della Puglia dov’ero in vacanza con mia figlia e mio nipote. Ho guardato il mare e le loro teste vicine, ho aperto il computer e ho cominciato a scrivere».

Senza riserve?

«Quasi. Mi sono autocensurata su Fabrizio. È stata una forma di discrezione che non ha tolto nulla al racconto. Sono cose belle, che appartengono a me e lui».

È un libro di telefonate non arrivate. Quella dei carabinieri per la morte di suo padre, quella dei vertici di Mediaset dopo la chiusura di Forum

«C’è anche quella del mio compleanno del 31 agosto. Era sempre mio padre a farmi per primo gli auguri, ma quel giorno no. Era offeso perché avevo mandato mia figlia in vacanza dai nonni materni e non da lui. Le antenne di mamma mi dicevano che Capri era più sicura di Palermo. Poi c’è la non telefonata dei Carabinieri per avvisarmi che era stato ammazzato. L’Arma è la mia seconda famiglia, ma in quel momento comandava un generale che non amava mio padre. La terza telefonata non arrivata è quella dei dirigenti Mediaset quando hanno saputo che stavo andando a La7».

Il giorno dell’uccisione di suo padre nessuno l’avvertì?

«No. Telefonarono il mio ex marito, papà di Giulia, e il mio compagno di allora. Entrambi mi chiesero se ero sola a casa, e lo ero. Più tardi ebbi la conferma dei miei sospetti».

La sua reazione fu una doccia lunga una notte, accucciata a terra, e «l’urlo silenzioso» che porta ancora dentro.

«Non sono mai riuscita a piangere per la morte di mio padre, di mia madre prima, e di Fabrizio poi. Mentre ho pianto per la perdita del marito di mia figlia, guardando mio nipote Lorenzo che adorava suo padre».

Spesso le figlie femmine idealizzano il padre: il suo aveva qualche difetto?

«Tantissimi. Avevo idealizzato il suo rapporto con mia madre. Si erano incontrati quando lui aveva 18 anni e lei 15, avevano superato insieme anche la guerra. Ho fatto un gran casino nella mia vita sentimentale perché cercavo un uomo come mio padre. Ma forse ero io a non essere come mia madre. Troppo ribelle. Probabilmente ero la pedina mancante nel rapporto di coppia. Tranne che con Fabrizio».

Un padre che aveva sconfitto il terrorismo era facile idealizzarlo?

«Io soprattutto lo stimavo. Avevo profonda ammirazione di un uomo con il quale si poteva parlare di tutto e che ti spiegava tutto. Non l’ho idealizzato perché ne riconoscevo certi spigoli del carattere, simile al mio».

Perché di sua madre non riesce a parlare?

«La sua morte è stata uno choc ancora più forte. A 52 anni se n’è andata in mezz’ora. In quell’infarto c’era tutta la preoccupazione per la vita che conduceva mio padre. Era una donna di grande intelligenza e cultura, laureata in lettere e filosofia, ma ha rinunciato a tutto per papà e per noi. Anche la perdita di mio padre è stata un trauma enorme. Ma in qualche modo lui aveva scelto una vita che lo esponeva. Non mi perdono di aver vissuto più a lungo di loro. E di non aver fatto in tempo a regalar loro un grande viaggio».

Mi racconta qualcosa di inedito di Frizzi?

«Non ha mai frequentato i piani alti di Viale Mazzini. Non ha mai avuto santi protettori».

Aveva l’affetto della gente, come si è visto dalle lunghe code alla camera ardente dopo la sua scomparsa.

«La gente lo amava, io lo sapevo perché giravo con lui. Era pieno di generosità verso chiunque. Per condurre serate di beneficenza partiva anche di notte senza prendere mai un euro, a differenza di tanti suoi colleghi. Era buono e in tv si vedeva. Si vedeva che lottava come un leone per dedicare la vittoria sulla malattia alla figlia Stella, tanto desiderata. Ha accettato qualsiasi cura, è tornato a lavorare quasi subito. In tante famiglie c’è qualcuno che lotta…».

Come si è spiegata il divorzio da Mediaset?

«Non me lo sono spiegata, ancora oggi mi fa stare male. Non tanto per Forum, avrei potuto fare altro, quanto per i rapporti con le persone. Quando hanno saputo che mi stavo accordando con Urbano Cairo avrebbero potuto chiamare. Ho lavorato con loro 32 anni. C’eravamo io, Corrado, Mike Bongiorno, Sandra e Raimondo, Maurizio Costanzo. Eravamo una famiglia, si lavorava con, non per. Mi ero esposta anche quando si paventava la chiusura di Rete 4 e quando c’era stata la discesa in campo di Berlusconi».

Com’era il rapporto con lui?

«È sempre stato affettuoso, mi ha anche proposto di entrare in politica. L’anno scorso mi ha chiesto se volevo “tornare a casa?”. Gli sono riconoscente perché ha saputo creare una realtà che ha dato lavoro a tanta gente. Sono sicura che lui non ha condiviso questo distacco. Ma qualcuno lo ha deciso, non so chi. Non credo sia un problema di età. Vedo che tra le conduttrici è la stagione delle signore più che delle signorine».

Ora è meno presente in tv.

«Su Rai 1 partecipo a Italia sì di Marco Liorni con Elena Santarelli e Mauro Coruzzi, Marco ci chiama i tre saggi. E, una volta la settimana, a Storie italiane di Eleonora Daniele. Poi ho un programma a RadioNorba».

Lo si scopre solo quando si scende di essere vissuti dentro un Truman Show?

«Sì, finché ci sei immerso non te ne accorgi. Certo, sapevo di fare aria fritta, di non operare al cuore o di alzarmi alle tre del mattino per fare il pane. Se hai un minimo di lucidità hai presente che è un gioco, e che ti può fare male quando scendi. Oltre ai Carabinieri, le persone per cui ho stima fanno mestieri diversi. Mi sono vergognata di quello che guadagnavo quando ho visto quello che mio padre aveva in tasca quando è stato ucciso».

Vedendo la situazione di Roma si è pentita di aver rifiutato la proposta di Giorgia Meloni di candidarsi a sindaco?

«Anzi, sono contenta di aver declinato. Mio padre una volta mi disse di non fargli fare brutta figura: un conto è un errore in una trasmissione televisiva, un altro nella gestione del bene comune. La politica mi appassiona però, non appartenendo a nessuno schieramento, sarebbe stato difficile essere credibile».

Cosa non le è piaciuto del comportamento di Lilli Gruber con Matteo Salvini?

«L’ho trovata particolarmente aggressiva. A volte vedo aggressività nei confronti di alcune persone e condiscendenza verso altri. A casa mia tratto tutti allo stesso modo. Se ho un ospite non lo devo attaccare perché la pensa in modo diverso. Cerco di essere intellettualmente onesta e provo a capire quello che dice».

C’è un’ossessione generale anti Salvini nei media?

«È la stessa che c’era nei confronti di Berlusconi. C’è la paura che possa vincere, che possa essere più forte di loro. Io vorrei che certi programmi mi lasciassero qualche dubbio. Invece, quando vedo che attaccano qualcuno in modo gratuito, mi scatta immediatamente la difesa della persona aggredita anche se non la penso come lei».

Litiga mai con suo fratello Nando che ha sempre militato a sinistra ed è stato parlamentare del Pd?

«Nando mi riconosce il fatto di essere pura perché non faccio parte di nessun coro. Sui social scrivono che sono di destra, altri che sono di sinistra. Qualcuno dice che mio padre si rivolta nella tomba perché mi batto per le minoranze sessuali. Pazienza, è il prezzo del fatto di non essere allineata».

Domenica andrà a votare?

«Certamente, ma proprio a mio fratello l’altro giorno dicevo che non so per chi. Potrei votare Salvini, ma non mi convincono alcune posizioni. Sono d’accordo con lui sulle Ong e su tante altre cose. E il suo pensiero viene spesso riportato in modo estremo. Ma credo che ognuno abbia il diritto di sperare di vivere meglio. Certo, non a scapito nostro, ma non me la sento di tirare indietro la mano».

Quali sono le altre cose su cui concorda con Salvini?

«L’impegno per la sicurezza delle persone e contro le abitazioni violate. L’abbassamento delle tasse e il tentativo di favorire i piccoli imprenditori strozzati dal fisco».

Che pensiero le suscita l’Italia di oggi?

«Mi suscita un grande punto interrogativo. Vedo tanta stanchezza e preoccupazione nella gente che avrebbe voglia di tirare su la testa. Serve un confronto rispettoso».

Che cosa pensa quando guarda le facce delle persone la sera sull’autobus?

«Guardo spesso le facce dentro gli autobus, immagino le storie, le preoccupazioni. Anche negli aeroporti internazionali, guardo le persone che si abbracciano, magari dopo tanto tempo di lontananza. Abbiamo tutti bisogno di un punto di riferimento, di un posto dove rifugiarci».

Mi salvo da sola è un titolo che contiene il riconoscimento del bisogno di salvezza. Farlo da sola è l’esito di troppe delusioni, una forma di presunzione o cos’altro?

«Né troppe delusioni, né presunzione. Noi donne abbiamo realmente una forza che ci porta a non soccombere, siamo più lottatrici. Sono tra quelle donne che non vogliono pesare sugli altri, che non hanno mai cercato l’uomo giusto per svoltare. Ho sempre fatto da sola, anche a costo di farmi del male».

Dopo tante perdite e tradimenti, cosa impedisce che l’amarezza sia l’ultima parola?

«Probabilmente la speranza: una nuova possibilità è sempre dietro l’angolo. Mio nipote mi vuole fidanzata, mi parla dei nonni dei suoi compagni di scuola… Pure a 90 anni crederò nell’amore. In tutte le sue forme».

 

La Verità, 19 maggio 2019

 

La Rai parla di futuro ma rilancia la Dandini

Lo slogan della Rai per il 2018-2019 è «Il futuro è già in programma», ma la sensazione è che il programma dovrà essere riveduto e corretto se non proprio resettato. Nonostante la presenza di gran parte degli artisti della casa, alla presentazione dei palinsesti negli studi di Via Mecenate a Milano tirava un’aria dimessa. Un senso di provvisorietà ha avvolto video e slide, appena mimetizzato dalla verve di Mario Orfeo, incrinata quando qualcuno gli ha citato il governo gialloverde. «Sono daltonico e non distinguo i colori», ha svicolato astutamente. Prima di illustrare un palinsesto che sarà un nuovo vertice a gestire, per puntellare la rotta incerta, l’amministratore delegato della Rai ha evocato e ringraziato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, facendo ricorso all’orgoglio di squadra del servizio pubblico, il cui compito è «accendere un calore, una voce, una compagnia. Qualcuno lo ha fatto meglio e ci ha insegnato molto», ha scandito, leggendo sul gobbo. Sul megaschermo alle sue spalle è comparso il primo piano di Fabrizio Frizzi che ha fatto scattare la standing ovation. «Questa immagine», ha proseguito, «è il ritratto del volto e del sorriso della Rai che vogliamo essere oggi e speriamo anche nel futuro». Quello che dovrebbe essere «già in programma», ma la cui scaletta, ieri, è stato difficile decodificare. Anche perché, per quanto si parli di futuro, il passato rimane sempre un porto sicuro visto che, dopo i remake di Rischiatutto e La Corrida, il pezzo forte sarà Portobello di Antonella Clerici.

Quest’anno i palinsesti non sono stati presentati rete per rete, con orari e giorni della settimana chiari affinché tutti potessero capire, bensì per grandi aree e con una serie di parole chiave, ben otto, all’interno delle quali sono stati affastellati titoli, generi e conduttori. Per dire: dentro «bellezza» è finito l’intrattenimento che «è una cosa seria», mentre sul video scorrevano i volti di Fabio Fazio, Renzo Arbore e Andrea Bocelli che inaugurerà la stagione di Rai 1 dall’Arena, e i volteggi di Roberto Bolle e dei concorrenti di Ballando con le stelle. Parlando di «partecipazione», invece ecco comparire Eleonora Daniele (Storie italiane), Elisa Isoardi (La prova del cuoco) e Caterina Balivo (Vieni da me), sedute vicine anche in platea, i quiz e L’Eredità condotta da Flavio Insinna. Per presentare l’informazione si è scomodata la «verità», per la fiction si è usato l’hashtag «libertà», per il cinema la parola «sogno», per le serie tv «fantasia». Non è stato facile cogliere il criterio delle varie categorie, considerato che gli unici titoli ai quali è stato dato risalto nella fiction sono stati L’amica geniale, Lorenzo il magnifico e Il nome della rosa, tre produzioni realizzate «con prestigiosi player di rilevanza mondiale». Il dubbio è che le presentazioni trasversali, per aree arbitrariamente delimitate, soccorra quando l’offerta è debole o quando non si vogliano far risaltare le differenze di contenuti tra una rete e l’altra.

Sempre rispettando la trasversalità, sono da registrare alcuni importanti ritorni. Oltre a quello di Mara Venier alla conduzione di Domenica in, con lo spostamento a ridosso del tg di Cristina Parodi, anche quello di Serena Dandini, «una donna intelligente e importante per l’intrattenimento e la satira», ha garantito il direttore di Rai 3 Stefano Coletta, riscuotendo l’applauso della claque presente. Nella «tv del cambiamento», come ha ironizzato a un certo punto Orfeo, e nella Rai che ha il futuro già in programma, per parlare dell’universo femminile, Dandini rispolvererà in prima serata le vecchie gag della Tv delle ragazze. A completare il capitolo, da segnalare il rientro di Licia Colò su Rai 2 con Niagara, dedicato allo «spettacolo della natura». Dopo i ritorni, gli spostamenti: il più importante dei quali riguarda Alberto Angela, trasferito su Rai 1 con Stanotte a… Pompei, prologo di quattro serate di Ulisse.

Nessun rimpianto, invece, su altri recenti abbandoni. Né a riguardo di Massimo Giletti, a proposito del quale Orfeo ha manifestato «solidarietà a Selvaggia Lucarelli per quello che le è stato riservato qualche domenica fa»; né di Milena Gabanelli, «che ha fatto una sua scelta e che spero possa tornare in Rai, con o senza di me». Nessun rammarico nemmeno per il mancato acquisto dei Mondiali di calcio, «un impegno non adatto al servizio pubblico», ha garantito l’ad, «perché Mediaset può compensare la spesa per i diritti non dovendo sottostare al tetto del 4% di affollamento pubblicitario». Orfeo è contento così, con i risultati di Fabio Fazio su Rai 1 (16.3% medio, +1.5% rispetto all’anno precedente) e il bis sanremese di Claudio Baglioni, collegato da Lampedusa, fiore all’occhiello della convention. Quanto a Fiorello «chi vivrà vedrà».

A palinsesti presentati, l’Ansa ha comunicato che l’11 luglio la Camera nominerà i suoi due componenti del nuovo Cda Rai, ai quali seguiranno quelli scelti dal Senato. Quale futuro «è già in programma»?

 

La Verità, 28 giugno 2018