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Le differenze non solo tecniche tra Juve e Milan

Poche, schematiche, considerazioni su Juventus-Milan finale di Coppa Italia, partita di non svolta della stagione rossonera.

Alcune differenze tecniche, qualcuna evidente qualcun’altra meno, e un paio di considerazioni finali.

Le parate di Gianluigi Buffon sui tiri di Cutrone e Suso e quelle di Gianluigi Donnarumma sul tiro di Douglas Costa e sul colpo di testa che ha portato al terzo gol.

I corner battuti da Pjanic sul dischetto del rigore e quelli battuti da Suso in zona morta, tre metri prima del primo palo.

I cambi della panchina: nella Juve Higuain per Dybala, nel Milan Kalinic per Cutrone (che non aveva sfigurato).

La persistente povertà di schemi offensivi del Milan, sempre in balia dell’estro altalenante di Suso, se si esclude il tiro da fuori area.

Certamente è anche una questione di maturità e di esperienza che manca alla squadra di Gattuso (lui compreso). Ma, in parte, è anche una questione tecnica.

Se, per la maturazione, basteranno quattro innesti lo capiremo dalle sfide da brividi con Atalanta e Fiorentina. Politano sarebbe una buona idea per cominciare (se qualcuno a caso non si metterà di traverso), poi un centravanti da 20 gol e due centrocampisti di qualità e quantità.

Infine, converrebbe blindare qualche elemento, tipo Jack Bonaventura, assistito dall’ineffabile Mino Raiola e corteggiato dalla medesima Juventus. Considerando la rosa bianconera tra centrocampisti, trequartisti e ali, alla corte di Allegri il buon Jack una decina di partite l’anno riuscirebbe a giocarle. Forse.

Perché il Milan sgobba molto ma segna poco

Stanchezza per la lunga rincorsa. Panchina corta. Rilassamento di alcuni giocatori, soprattutto le punte. Voci di mercato e incertezza sul futuro con l’avvicinarsi del finale di stagione. Sono alcuni dei tanti motivi individuati nel calo del Milan delle ultime settimane. Io vorrei segnalare un’altra lacuna, piuttosto determinante e su cui ho letto poche riflessioni: la sterilità offensiva. Una sterilità evidente di una squadra che, questo è l’apparente paradosso, sviluppa una notevole mole di gioco. Perché?

Provo ad andare oltre l’apparenza. Nelle ultime cinque partite il Milan di Gattuso ha realizzato tre gol: Bonucci su calcio d’angolo alla Juve, Kalinic in girata a centro area al Sassuolo, Bonaventura da fuori con il Torino. Zero reti con Napoli e Benevento. Il Milan gioca prevalentemente sulle fasce, spedendo pedissequamente cross in area che partono da Calabria o Rodriguez, oppure con il dribbling all’interno, o anche sul destro, di Suso. Il fatto è che non abbiamo questi grandi colpitori di testa. Per dire: domenica scorsa a Quelli che il calcio c’era ospite uno che si chiamava Mark Hateley e tutti ricordiamo un suo gol in un derby, sovrastando Fulvio Collovati.

I cross sono uno schema abbastanza aleatorio, speri che la prenda uno dei tuoi, circondato dai difensori. Ma se invece di Andry Shevchenko o Oliver Bierhoff hai Kalinic, a cui la palla sbatte addosso, non vai lontano. Solo Bonaventura, non certo uno specialista anche per questioni di statura, ha fatto un paio di gol di testa. Eppure noi giochiamo quasi solo sulle fasce, con Suso-Calabria e Bonaventura-Rodriguez. Se non c’è Calhanoglu, ancora di più. Qualche gol è arrivato con tiri da fuori, sempre Bonaventura, Suso e lo stesso Calhanoglu.

Mai che un milanista arrivi davanti alla porta, dopo un triangolo, un’azione in velocità, in seguito a un assist (tipo Iemmello del Benevento, per capirci) per una stoccata facile. C’è anche un certo egoismo, forse dettato da frenesia, quando un attaccante arriva in zona tiro si mette in proprio senza appoggiare al compagno, magari in posizione più felice.

Il Milan fa possesso palla, tira molto in porta, scaraventa in area tanti palloni, eppure segna poco. Anche le goleade con le squadre di bassa classifica scarseggiano. Voglio dire, per chiudere: c’è povertà di schemi offensivi, poche alternative al cross e al dribbling e tiro di Suso, pochi assist, pochi attacchi centrali che non siano il tiro da fuori. Difficile fare tanti gol in questo modo. Forse il ricorso al trequartista è inevitabile.

Inter e Milan, l’anima la danno gli italiani

Tutti al capezzale delle milanesi. Alla ricerca dell’anima perduta. Dov’è finita? Dove si compra? Forse nello stesso posto dove si comprava l’amalgama ai tempi del Catania di Massimino? I cinesi conoscono la parola? Il dibattito è acceso nei bar sport e nelle cattedre di tattica calcistica. Inter e Milan si sono dissolte alle ultime curve prima del rettilineo con vista sulle coppe europee. I nerazzurri, due punti nelle ultime sette partite. I rossoneri, due nelle ultime quattro. A San Siro maramaldeggiano tutti. Roma, Sampdoria, Napoli, Empoli, citando in ordine sparso. Per entrambi, uno di quei punti è arrivato dal pareggio nel malinconico derby della mediocrità.

Questa è la situazione. Ogni settimana si dà fondo alle analisi e anche i commentatori più sofisticati e scafati ormai gettano la spugna. Perché la crisi viene da lontano, non è carenza di risultati delle ultime domeniche. Le squadre milanesi non sono competitive secondo storia e blasone da illo tempore. Senza addentrarsi nelle traversie societarie con l’avvento dei cinesi, guardiamo la faccenda al presente che le accomuna con solo una minima differenza: qualcuno sottolinea che la famosa anima manca a entrambe le squadre, qualcun altro osserva che il Diavolo, almeno un briciolo d’orgoglio ce l’ha. Roba minima. E del resto, non basta passare da un allenatore o da un modulo a un altro per risolvere il problema. Esaurita la novità si precipita di nuovo nello sconforto. Come dimostra il triplo cambio in panchina all’Inter. Cercasi anima, dunque.

L’anima di una squadra la danno i leader. Questione di maglia e di appartenenza. Questione d’identità. E i leader possibilmente, se non inevitabilmente, devono essere italiani. La Juventus ha Gianluigi Buffon (leader anche nell’advertising, con le sue quattro campagne contemporanee) e Leonardo Bonucci, riabilitato dopo la clamorosa esclusione in Champions contro il Porto, seguita al diverbio con Massimiliano Allegri. Come ha notato Arrigo Sacchi, l’allenatore ha ristabilito le gerarchie e si è ripartiti, votati e vocati alla vittoria. La Roma ha in Daniele De Rossi e Francesco Totti i suoi capitani riconosciuti. E se qualche alto e basso l’ha resa meno vincente è proprio per la difficoltà a metabolizzare il fine carriera della sua storica bandiera. Andando indietro, tutte le squadre che hanno creato un ciclo avevano punti di riferimento in campo e nello spogliatoio. Il Milan di Sacchi e Fabio Capello aveva Franco Baresi e Alessandro Costacurta. Quello di Carlo Ancelotti ha avuto Paolo Maldini e Rino Gattuso. L’Inter del triplete aveva Marco Materazzi, Javier Zanetti e Zlatan Ibrahimovic.

Con intelligenza e ironia, in questi mesi Vincenzo Montella era riuscito a tenere i giocatori al riparo dall’incertezza derivata dalle vicende societarie. C’è chi sostiene che, firmato il closing, la squadra si sia sciolta perché gran parte dei giocatori si sono sentiti meno sicuri di essere confermati dalla nuova proprietà. È una lettura plausibile. Io ne aggiungo un’altra. Molti di quei giocatori sono in prestito o hanno contratti prossimi alla scadenza. E questa situazione c’era anche prima del closing. Il Milan d’inizio anno si era distinto per il progetto dei giovani italiani (Donnarumma, De Sciglio, Locatelli, Romagnoli, Bonaventura, Calabria) suggerito da Silvio Berlusconi. Quasi tutti ragazzi del vivaio, attaccati alla maglia, che avevano in Ignazio Abate un fratello maggiore. E ai quali basterebbe aggiungere pochi campioni per fare il salto di qualità. Dopo l’infortunio di Giacomo Bonaventura, uno che l’anima l’ha sempre data, si è aggiunto quello di Abate. Da quel momento il Diavolo ha iniziato a perdere gli artigli. Non a caso Montella dice spesso che un altro giocatore come Abate in rosa non c’è. Questione di leader. Di giocatori italiani attaccati ai colori. Vista da qui, la situazione dell’Inter, una babele multietnica di lingue e provenienze, è specularmente decodificabile.