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«I nuovi diritti rimuovono il dato della natura»

Perle nella conchiglia di un linguaggio piano, ma denso e profondo. Sono le risposte del cardinal Camillo Ruini, 89 anni, 17 dei quali trascorsi come presidente della Conferenza episcopale italiana. Insieme con Gaetano Quagliarello ha pubblicato da Rubbettino Un’altra libertà – Contro i nuovi profeti del paradiso in terra. Un dialogo sulla società contemporanea e il ruolo della Chiesa, curato da Claudia Passa. Un dialogo che il cardinale ha preferito non allargare ad altri argomenti nevralgici, come l’incontro con Matteo Salvini e il dibattito sul celibato dei sacerdoti.

La riflessione che conduce con Gaetano Quagliariello prende le mosse dall’Evangelium vitae nella quale Giovanni Paolo II attribuiva le minacce alla vita all’estensione del concetto di libertà individuale. A un certo punto osserva che, confermata l’attualità di quell’enciclica, «oggi la situazione si è appesantita». In che cosa vede questo appesantimento?

«Lo vedo in particolare, per quanto riguarda l’Italia, sul versante della fine della vita, dove purtroppo si è fatto spazio al suicidio assistito e all’eutanasia, pur cercando di evitare queste parole».

Con la crisi delle ideologie e del marxismo in particolare, anziché «perseguire la costruzione della società perfetta si cerca l’esistenza perfetta». Ne è una conferma la trasformazione dei partiti comunisti in partiti radicali di massa. È da qui che nascono i «nuovi diritti» e la rivoluzione antropologica in atto?

«I cosiddetti nuovi diritti e la rivoluzione antropologica nascono da una parte dall’assolutizzazione della libertà individuale, per la quale i desideri diventano diritti, dall’altra parte dallo sviluppo scientifico e tecnologico che ha reso possibile una trasformazione dell’uomo ottenuta non per via economica e politica, come pensava Marx, bensì intervenendo direttamente sulla nostra realtà biologica. Il fallimento dell’utopia marxista, sancito dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine dell’Unione sovietica, ha spinto molti marxisti a trasferire dalla società all’individuo la loro ricerca del paradiso in terra, come aveva previsto Augusto Del Noce».

È un’errata concezione della libertà individuale che autorizza l’uomo a disporre della vita e della morte attraverso l’interruzione della gravidanza e le pratiche eutanasiche?

«Direi di sì. Si tratta sempre di una falsa assolutizzazione della nostra libertà, come se ci fossimo dati la vita da soli e avessimo imparato da soli a comportarci da persone libere».

In materia di eutanasia, dal caso di Eluana Englaro a quello di Alfie Evans fino a quello di Dj Fabo, abbiamo assistito alla supplenza o invadenza di organismi giuridici in assenza di normative. Pensa si debba ammettere una presenza troppo flebile della comunità cristiana e delle massime gerarchie su questi temi?

«Penso sia giusto distinguere: avremmo potuto e dovuto fare di più, ma non si deve dimenticare che in molti casi, compresi quelli da lei citati, la Chiesa ha parlato chiaro e forte, anche se molti mezzi di informazione hanno preferito ignorare la sua voce».

Un esempio di libertà sganciata dalla responsabilità è dato dal fatto che, mentre si considera intoccabile il diritto all’aborto, si vogliono aver figli ricorrendo alle biotecnologie e all’utero in affitto?

«Il vero problema è che non si considera il figlio come una persona, ma come qualcosa di cui i genitori possono disporre, sopprimendolo se non è gradito, o invece procurandoselo in qualsiasi modo, anche con il ricorso all’utero in affitto».

Già nel 2005 Papa Benedetto XVI mise in guardia dalla «dittatura del relativismo». Oggi questo comportamento si è rafforzato sulla spinta del pensiero politicamente corretto, nuova «religione secolare»?

«Il relativismo fa certamente parte del “politicamente corretto”. La “dittatura del relativismo” pretende che il relativismo sia l’unico atteggiamento giusto e valido, cadendo così in una curiosa contraddizione perché proprio il relativismo sarebbe giusto in sé e non relativo ai nostri punti di vista».

C’è il pericolo che attraverso il politicamente corretto si affermino le dittature delle minoranze?

«Non si tratta soltanto di un pericolo, ma di una cosa che si è verificata varie volte, in particolare riguardo alla concezione del matrimonio e della famiglia».

I nuovi diritti hanno in comune la relativizzazione o l’annullamento del dato di natura?

«Purtroppo sì. L’idea di fondo è che una natura umana propriamente non esista e che noi siamo integralmente plasmati dall’ambiente in cui viviamo, dalla nostra cultura, dalle nostre scelte».

Come interpretare la tendenza a equiparare i rapporti omosessuali a quelli eterosessuali aperti alla procreazione e la diffusione crescente della teoria del gender?

«È un aspetto della dittatura del relativismo. L’omosessualità è sempre esistita e nel corso della storia il matrimonio si è configurato nelle forme più diverse, pensiamo alla poligamia e anche alla poliandria. Mai nessuno però aveva pensato a un matrimonio tra persone dello stesso sesso. Che oggi lo si rivendichi come una conquista di civiltà è il segno della profondità della crisi che ci attanaglia».

Il diritto a emigrare sembra contare più adesioni del diritto a crescere dove si è nati. L’emergenza migratoria dev’essere affrontata con l’accoglienza senza limiti o attraverso la pianificazione della politica?

«Non si tratta solo di un’emergenza, ma di un fenomeno di lungo periodo. Per governarlo bisogna coniugare le esigenze della solidarietà e dell’accoglienza – non dimenticando mai che per un cristiano ogni uomo è un fratello – con quelle del rispetto della legalità e della sicurezza dei cittadini, reprimendo le organizzazioni criminali che prosperano sull’emigrazione clandestina, sullo spaccio della droga e sullo sfruttamento della prostituzione. Sviluppare una cultura dell’accoglienza non significa affatto rinunciare ai nostri valori, senza dei quali non c’è futuro per noi».

Il multiculturalismo è un valore in sé stesso?

 «La molteplicità delle culture è un dato di fatto, da accogliere positivamente, ma non è un valore in sé, tanto meno il valore primo e il criterio decisivo a cui fare riferimento. In particolare per i credenti in Gesù Cristo il valore primo non può essere altro che Cristo stesso: proprio da lui impariamo ad amare il nostro prossimo, compresi coloro che la pensano diversamente da noi».

Un’altra emergenza è la salvaguardia del pianeta che nelle sue forme più intransigenti arriva a equiparare l’uomo alle altre specie animali, quando a non a considerarlo nocivo per la terra. Fatto salvo il rispetto del pianeta, come ritrovare equilibrio nel rapporto con l’ambiente?

«Rispettare e salvaguardare il nostro pianeta è oggi un’esigenza prioritaria, una questione di vita o di morte per l’intera umanità. Tutto questo però non ha nulla a che fare con l’equiparazione dell’uomo agli altri animali. Per la fede cristiana l’uomo è l’unica creatura visibile fatta a immagine di Dio. Ma anche su un piano semplicemente razionale la singolarità dell’uomo emerge chiaramente: è sufficiente pensare a quel fatto imponente che è lo sviluppo della cultura. Sia la fede sia la ragione ci dicono inoltre che dobbiamo impiegare questa nostra superiorità non per distruggere il resto della natura, ma per custodirlo».

L’ambizione di realizzare l’esistenza perfetta, che escluda imprevisti, dolore, handicap, si basa sulla presunzione di onnipotenza della scienza?

«La scienza autentica – in concreto i veri uomini di scienza – conosce meglio di noi i limiti della scienza stessa. Un’esistenza perfetta rimane comunque un’illusione pericolosa, che si ritorce contro di noi».

A suo avviso come può essere letta l’esplosione del coronavirus e il senso di insicurezza che comporta? Che riflessione ci impone sulla scienza, sulla caducità dell’uomo, sull’accettazione del limite?

«L’esplosione del coronavirus è un enorme imprevisto che condiziona la nostra vita e ci ha obbligati a modificare repentinamente i nostri modi di vivere, di lavorare, di rapportarci a vicenda. Certo, è una conferma di quel che ho appena detto sui nostri limiti. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: proprio questa pandemia sollecita l’impegno di tutti, ci fa meglio comprendere l’importanza della solidarietà, mette in luce un coraggio, una dedizione, una capacità di sacrificio che ci ha sorpreso positivamente. Così il coronavirus è un grande appello a essere migliori: detto con le parole del Vangelo, un appello a convertirci».

E che riflessione suggerisce sulla globalizzazione?

«L’intensificazione dei rapporti e degli scambi a livello mondiale contribuisce certamente alla rapida diffusione di questa epidemia. Non dimentichiamo però che cent’anni fa il contagio della “spagnola” non fu meno violento».

Dall’esplosione dell’epidemia conviviamo con la paura. Solo una presenza portatrice di speranza può aiutare a vincerla, come accadde agli apostoli sulla barca con Gesù mentre il mare era in tempesta. In un momento così crede che la Chiesa dovrebbe far sentire di più la sua voce ai credenti e a tutti i cittadini?

«Di fronte al coronavirus, e in genere di fronte ai mali che ci minacciano, come credenti chiediamo nella preghiera l’aiuto di Dio. Questa semplice richiesta ci fa riscoprire un aspetto fondamentale della nostra fede, che Dio cioè non è soltanto un Signore lontano e un po’ astratto, ma è il Padre che si cura di noi e che tiene nelle sue mani le vicende del mondo».

In conclusione, se dovesse suggerire una parola o un esempio ai cristiani del Terzo millennio, che cosa direbbe?

«Preferisco limitarmi all’esempio, che è quello datoci da Giovanni Paolo II. Gli sono stato vicino per vent’anni, ho visto come egli viveva alla presenza di Dio e perciò non aveva paura ed esortava tutti a non avere paura e a fidarsi di Dio. Viviamo in anni difficili, per la Chiesa e per l’Italia, e spesso ci siamo allontanati da Dio, ma Dio non si è allontanato da noi: la nostra vita e la nostra speranza possono e devono fondarsi su di Lui».

  La Verità, 15 marzo 2020

L’eredità di Sanremo? Il gender fluid è «avanti»

A bocce ferme… Oddio, non fraintendete, non fate i soliti maschilisti («Qui c’è del boccismo», direbbe Fiorello). Insomma, a riflettori spenti, che cos’ha lasciato in eredità la settantesima edizione del Festival di Sanremo? Oltre alla vittoria di Diodato, alla reunion dei Ricchi e Poveri, alla disunion di Bugo e Morgan, alla resilienza di Paolo Palumbo e all’amicizia tra Fiore & Ama (auguri per Sanremo 2021, podologo permettendo); oltre a tutto questo, qual è il vero messaggio, il testimone consegnato ai posteri dal Festivalone appena concluso? Pensiamoci bene. Più ancora della lotta alla violenza contro le donne, con tanto di monologhi e schieramenti di star (nessuno che abbia ripescato Donne di Zucchero, Festival 1985), qual è stato il vero lascito, strisciante, ma ribadito in svariate forme e situazioni più o meno artistiche e poco subliminali? Qual è il pensiero unico tracimato dall’Ariston? L’avanguardia è gender fluid, ecco il messaggio, e dite se non è vero. Gli outfit di Achille Lauro, il sermone di Roberto Benigni con la password biblica all’amore omosex, le fierezze di Tiziano Ferro… Uniamo i puntini. La bisessualità, anzi, la polisessualità, l’amore tra uomo e uomo, tra donna e donna, che però non disdegnano la contemporanea e tradizionalissima eterosessualità: tutto questo è il futuro, il progresso, persino l’ecosostenibilità, considerato che c’è chi comincia a suggerire la rinuncia a far figli come arma anti inquinamento. L’uscita dalla vetusta sessualità binaria (c’è del «binarismo»?) è contemporanea, moderna, disinibita, persino ecologica. Libera: ecco la parola (ma «liberismo» non va bene). Quello che va bene è assecondare gusti e inclinazioni. Nessuno può dettarci come esprimere le nostre passioni. Siamo nel Terzo millennio. Questa è la nuova frontiera del costume e del lifestyle. Ancora ci si scandalizza? Tiziano Ferro monologheggia: «Non sono sbagliato. Nessuno lo è». Parliamone senza manicheismi. Ma considerata l’aria che tira e il protagonismo della minoranza omo e bisex, non vorremmo si ribaltasse l’emisfero e, per compiacere mode e modernità, la maggioranza etero diventasse improvvisamente noioso simbolo rétro.

Tornando alle canzonette, nessuno scandalo, pura registrazione dei fatti. Meglio, fatterelli. Il gender fluid è stato il tema ricorrente della kermesse, testimonial ufficiale Achille Lauro fin dalla prima apparizione con body glitterato («glitteratismo»?). Dopo, molto altro. Al punto che vien da dubitare sia stato tutto studiato, programmato, scritto. O forse no, la polisessualità ormai è talmente naturale da venir fuori spontanea. Operazione studiata, ideologia o tendenza inarrestabile, non si sa cosa sia più preoccupante. Ecco i fatterelli. La precisazione di Tiziano Ferro dopo aver cantato «per la prima volta» al maschile Almeno tu nell’universo e la sua rima con «tu che sei diverso», canzone che Bruno Lauzi aveva destinato a una donna (Mia Martini, Sanremo 1989, èra di amori tradizionali). La lectio biblica di Benigni, il teologo di Sanremo, sul Cantico dei cantici gay friendly che ha fatto esultare una buona fetta del popolo dei social, intere redazioni di riviste patinate, backstage e passerelle del fashion, schiere di millennials queer e di critici snob per la demolizione della famiglia tradizionale consumata nell’orario di massimo ascolto. La tendenza era stata magistralmente anticipata da Dagospia che già la prima sera aveva appaiato le foto di Elettra Lamborghini e Achille Lauro in pigiama nude look sberluccicanti, con la fulminante didascalia Genitore 1 Genitore 2. Antimoralisti in visibilio. Poi dicono che la musica passa in secondo piano. A un festival della canzone, oltre che indossare capi firmati o citare look storici, bisognerebbe anche saper cantare, o no? Andiamo avanti. Ecco altri ammiccamenti e baci, compreso quello per la pace tra Fiorello e Ferro, con tanti saluti al marito di quest’ultimo e giuliva corsa nel retropalco. Altre apparizioni, nessuna esclusa, dell’interprete di Me ne frego nei suoi variopintissimi travestimenti da Ziggy Stardust, diva del cinema muto, Elisabetta Tudor regina d’Inghilterra e d’Irlanda. Una sfilata coreografica, una galleria d’invenzioni sceniche inneggianti al transessualismo e alla contestazione della famigerata sessualità tradizionale, sottolineata con altri baci e strusciamenti a Edoardo Manozzi (in arte Boss Doms), il truccatissimo chitarrista accompagnatore.

Impegnandosi, si potrebbe anche tollerare tutto questo fluidismo. Siamo nel Terzo millennio, appunto. La stonatura è negli osanna esagerati, anche quelli di Fiore, il mattatore di questo Festival, che ha voluto puntualmente farsi fotografare al fianco di Lauro. Perché «lui è avanti» («avantismo»?) e «ha riportato a Sanremo le performance che una volta erano di Anna Oxa, Patty Pravo, Renato Zero». Allargando il campo, si potrebbero citare anche Alice Cooper, David Bowie, Ozzy Osbourne, Marylin Manson e chissà quanti se ne dimenticano. Ma tant’è. «Se qualcuno lo fischia, vuol dire che è indietro», ha tagliato corto il talismano dell’Ariston nell’unica sentenza venutagli un po’ così, in un eccesso pedagogico forse sfuggitogli per stanchezza. Evitando i fischi, magari, ci permettiamo di dissentire e di non iscriverci a questo «avantismo». Anche perché, senza amore tradizionale, la stessa specie umana non farebbe molta strada, così per dire. E di difendere la libertà di continuare a baciare una persona dell’altro sesso senza doverci sentire «un passo indietro».

 

La Verità, 10 febbraio 2020

Butterfly, identità sessuale come opzione infantile

Un dramma con lo smalto per le unghie, il rossetto e la calzamaglia. Max è un ragazzino undicenne che vuole diventare Maxine. E lo vuole a costo di mettere a repentaglio l’amore fra mamma e papà – si chiamano ancora così – e l’unità della famiglia alla quale appartiene anche la trascuratissima sorella Lilly. È la storia di Butterfly, miniserie inglese in tre episodi sulla transizione di genere, ideata da Tony Marchant e diretta da Anthony Byrne (Peaky Blinders), trasmessa da Fox Life tra gli hurrà della colorita tifoseria gender.

Dunque, Max (Callum Booth-Ford) ha 11 anni e il primo giorno di scuola media si fa la pipì addosso perché non riesce a entrare nella toilette femminile mentre in quella maschile si sente a disagio. Già a otto anni, però, indossava abiti rosa e prediligeva le bambole al pallone, tanto che una volta, esasperato, il padre (Emmett J. Scanlan) aveva lasciato partire un ceffone, scandalizzando la madre (Anna Friel), più propensa ad assecondare le inclinazioni del ragazzino. Il contrasto sfocia nella separazione dei genitori mentre, con l’incoraggiamento della sorella maggiore («Per me tu sei mia sorella»), la tendenza di Max si accentua. Quando il padre torna a vivere in casa la situazione rimane complicata. A scuola i bulli non perdono occasione per mortificare Max e le differenze tra i genitori sui metodi educativi aumentano. Ma siccome la decisione di Max di operarsi prima possibile è prioritaria, non resta che iniziare la terapia che ritarda la pubertà. Gli scontri familiari richiamano l’intervento del tribunale dei minori, ma la fermezza di Max-Maxine, più degna di un venticinquenne che di un preadolescente, finisce per spuntarla su qualsiasi ripensamento.

La volontà di cambiare genere è il punto di partenza, incontrovertibile come un dogma. Un assioma basato su un’inclinazione emotiva. Se Max minaccia di evirarsi, il genere – non l’identità sessuale che è un fatto di natura – è un’opzione, qualcosa che si può cambiare in base a come ci si sente. Nessuno s’interroga realmente sui motivi del disagio del bambino, salvo un fugace accenno della madre all’auspicio che il nascituro fosse femmina.

Con Butterfly l’asticella dell’ideologia gender si alza. Non riguarda più solo certe nicchie del mondo adulto, ma coinvolge e contagia l’infanzia.

 

In «Tutto può succedere» una famiglia italiana

C’è una serie trasmessa un po’ in sordina da Rai 1 sulla quale val la pena soffermarsi per tre buone ragioni. La prima è che, salvo qualche show estivo-balneare, si tratta dell’unico prodotto non in replica messo in campo in queste settimane da Rai 1. La seconda è che, come documentano gli ascolti, è una valida alternativa al palinsesto unico dei Mondiali di calcio. L’ultima, e forse più importante ragione, è che rappresenta un’eccezione alla narrazione proposta dagli autori più gettonati (Una grande famiglia, Romanzo famigliare), secondo i quali la famiglia italiana è sempre più politicamente corretta. La serie s’intitola Tutto può succedere, è giunta alla terza stagione sebbene già dopo la prima se ne ventilava la chiusura, è prodotta da Cattleya ed è diretta da Lucio Pellegrini e Alessandro Casale (lunedì, ore 21.30, share sopra il 15%).

Protagonisti della storia sono i Ferraro, esuberante clan che vive alle porte di Roma. L’incursione dei ladri nella casa patriarcale dove vivono i nonni Ettore (Giorgio Colangeli) ed Emma (Licia Maglietta), dove sono cresciuti i quattro figli e tuttora ci si ritrova per grandi tavolate, ha minato la serenità di Emma che persegue di nascosto il progetto di cambiare casa. A scoprirlo è il figlio minore Carlo (Alessandro Tiberi) che, coalizzandosi con la sorella Sara (Maya Sansa), organizza l’opposizione. Il primogenito Alessandro (Pietro Sermonti), invece, lui così abituato ad «aggiustare le persone», è distratto dalla responsabilità dell’azienda che ha preso in mano su richiesta del fidanzato della figlia rimasto orfano, e finisce per trascurare la moglie Cristina (Camilla Filippi). Anche il matrimonio tra la secondogenita Giulia (Ana Caterina Morariu) e Luca (Fabio Ghidoni) è in pericolo… Infine ci sono i nipoti Ambra (Matilda De Angelis), Federica (Benedetta Porcaroli), Denis (Tobia De Angelis) e Max (Roberto Nocchi) che cercano di trovare ognuno la propria strada tra i primi amori e le prime intuizioni su cosa fare da grandi. Se le onde dei sentimenti e della quotidianità mettono sull’altalena i cuori e le giornate di tutti, alla fine c’è sempre quella tavolata capace di metabolizzare gli avvenimenti.

Ispirata all’americana Parenthood, Tutto può succedere non avrà l’ambizione di rivoluzionare il linguaggio della serialità moderna né, per una volta, l’obiettivo di anticipare la famiglia al tempo del gender, ma di sicuro ha il merito di fotografare con grazia lo spirito della famiglia italiana contemporanea, con le sue caotiche e fantasiose risorse di schiettezza e umanità.

La Verità, 27 giugno 2018

Tamaro: «Perché ho rinunciato a entrare in politica»

Una fiaba ai tempi di Instagram. Una grande allegoria con riferimenti religiosi nell’èra dei social network e della connessione h 24. S’intitola La tigre e l’acrobata (La Nave di Teseo, pagine 184, euro 16) il ventitreesimo libro di Susanna Tamaro. Una chiacchierata con lei, sul libro e non solo, aiuta a rimettere in ordine le gerarchie. Soprattutto, a rimettere al centro la persona, con le sue domande.

Perché una favola? C’è bisogno di trovare nuovi modi per comunicare attraversando il frastuono dei media?

«Sì, certo. Amo il linguaggio della fiaba fin da ragazza. È il linguaggio dei bambini e i racconti fiabeschi sono le scarpe con cui ho camminato a lungo. Oggi sento il bisogno di provare a riempire le parole vuote delle tante narrazioni da cui siamo circondati. Anche le fiction rischiano di impoverire le parole della letteratura. La fiaba è un genere classico, che usa gli archetipi dell’inconscio e permette di andare oltre la narrazione mondana».

È soddisfatta del risultato?

«Molto. È stato il libro più difficile da scrivere. Un libro complicato, che mi ha richiesto due anni di lavoro. In ventitrè libri questa è stata l’unica volta in cui mi sono interrotta non per qualche giorno. Per nove mesi sono stata senza scrivere, col libro aperto. Finché l’ho ripreso… Spero si legga d’un fiato».

Assolutamente, è una favola per adulti.

«Dai 14 ai 100 anni. Ha tanti lettori preadolescenti e anche più stagionati perché ha molti livelli di comprensione: ognuno percepisce il proprio».

La tigre è Susanna Tamaro?

«Lo ammetto, c’è molta autobiografia. Due anni fa quando tenevo una rubrica di aneddoti e racconti su Avvenire mi veniva spesso in mente l’immagine di una tigre. Finché ho deciso di metterla da parte, pensando che avrebbe potuto scaturirne qualcosa di nuovo. È un animale pregnante. C’è anche una poesia di Thomas Stearns Eliot – Gerontion – che parla di Cristo come tigre».

C’è anche un film di Benigni intitolato La tigre e la neve.

«È vero, me n’ero dimenticata. Anche quella è una specie di favola… Di recente avevo letto un libro di John Vaillant intitolato proprio La tigre (Einaudi), un reportage in Siberia».

I sentimenti dominanti nella prima parte della storia sono l’innocenza e un senso di estraneità al mondo. Anche qui molta autobiografia?

«Certo, la tigre vive un’incapacità a essere tigre fino in fondo. Fin da bambina mi sono sempre sentita estranea a ciò che avevo intorno. Guardavo le cose da fuori, m’interrogavo sul senso delle azioni. Come tante persone sensibili, massimamente gli artisti, mi ponevo le domande fondanti sull’esistenza. Questo atteggiamento può creare una distanza da ciò che ti circonda».

È un’estraneità anche nei confronti della società contemporanea?

«Mi sento molto fuori da questo tempo. Non riesco a capire, a seguire, c’è una velocità che rende difficili le cose. Credo che gran parte della mia generazione provi questa sensazione. Siamo nati quando non c’era ancora la tv nelle case. Ora è tutto veloce, anche un po’ fuori controllo».

Che rapporto ha con la tecnologia? È tutto oro quello che si connette?

«La tecnologia porta un mare di vantaggi in tutti i campi, chi può negarlo. Però ci vuole molta consapevolezza. Io non sono appassionata di elettronica, ma il tablet è una bacchetta magica moderna. A me piacciono gli animali: con il tablet la camera si riempie di giraffe, cammelli… Una tentazione e una distrazione irrefrenabili. Però la sera cominci a navigare e vai a letto nervosa, con un senso di vuoto perché ti sembra di non aver fatto niente. Serve un’autodisciplina, di tempo e di scopo. Usare la tecnologia per obiettivi precisi. Per i bambini il discorso è ancora più delicato».

Sono più indifesi.

«I bambini vanno protetti perché il cervello umano è una cosa plastica, che procede per fasi. Ogni funzione ha un tempo di apprendimento. C’è un’età in cui il bambino impara a parlare, poi a camminare, a leggere… Se lo riempi di nozioni e atti non necessari in quel momento, puoi ritardare l’apprendimento della funzione per cui è predisposto. Se gli insegni che con un click risolve il problema, azzeri il suo cervello, non lo alleni, non favorisci la creatività ».

Anche la frase «tra la libertà e il potere ho scelto la libertà» sembra aver a che fare con lei.

«È il motto della mia vita. Negli anni del grande successo avrei potuto fare qualsiasi cosa. Una volta una giornalista mi disse: “Finalmente ha raggiunto quello che tutti desiderano”. “Cioè?”, chiesi io. “Andare a cena con tutti i politici”. Giuro che non mi è mai venuto in mente nemmeno come desiderio; semmai come incubo».

Una scelta di potere quale sarebbe stata?

«Varie cose, oltre alla politica. Accettare contratti editoriali con molti zeri, programmi televisivi, entrare nel giro dei premi e dei circoli letterari».

Se n’è tenuta a debita distanza scegliendo di vivere in Umbria. Anche la tigre del libro non vede l’ora di evadere dal circo.

«Nel circo le tigri anziane le dicono: alla lunga ti adatterai, ti piacerà stare qui, ti piacerà il successo. Il circo è la metafora di un mondo con il quale ognuno deve fare i conti. Per lavoro, per sopravvivere, per convivenza civile. Situazioni nelle quali prevalgono quasi sempre logiche di potere. La vita mondana non fa per me. Uno scrittore deve lavorare molto, stare in solitudine, studiare. Ha tempi lenti che confliggono con quelli della modernità».

Anche la metropoli non fa per lei?

«A proposito di fiabe, c’è quella famosa di Esopo. Quando vado a Roma, mi sento come il topo di campagna che va in città e si trova sempre in affanno. Non ho più i riflessi adatti… E poi la campagna è una miniera per la scrittura che ha bisogno di immagini e metafore».

Lei è pessimista a riguardo della natura umana? Nel libro gli uomini non fanno una bella figura.

«Mediamente non la fanno. La natura umana è sempre stata terrificante. Adesso vediamo e ascoltiamo di più, ma questo ci fa sentire ancora più terrificanti. La post modernità ha demolito le basi della natura umana».

In che senso?

«Nel senso che si ritiene che solo il nostro desiderio ci crei e ci definisca».

Si riferisce alla teoria gender, in base alla quale la persona può stabilire il proprio genere di appartenenza?

«È un esempio. Si crede che tutto dipenda dalla cultura e poco o niente dalla natura. Penso che dobbiamo imparare a riconoscere ciò che siamo. Ciò che viene prima di noi. In una torta la cultura è come la glassa di cioccolata. Mentre la natura è tutto il resto, che sorregge la guarnizione. Oggi si tende a disconoscere anziché a riconoscere. Chi trascorre gran parte della vita dentro gli uffici nelle metropoli non è facilitato, perché perdendo il contatto con la natura dimentica quanto ne siamo parte, quanto ne siamo espressione. La distruzione della natura, la scomparsa della distinzione tra bene e male, l’arbitrio assoluto portano confusione nelle nostre vite».

Poi ci sono eventi come il terremoto. Lì in Umbria l’avrà sentito…

«Per fortuna ho Ia casa antisismica, ha oscillato parecchio ma è ben ingabbiata. Vivevo in Friuli e rimasi molto scioccata dal sisma del ’77. Quando mi sono costruita la casa qui la prima cosa a cui ho pensato è stata di farla antisismica. La terra che trema è interiormente destabilizzante perché dà la percezione della nostra precarietà. Siamo scossi dentro e, per tornare al discorso di prima, sperimentiamo in modo tragico che la natura è molto più potente della cultura».

Però continuiamo a rifiutare l’idea che l’uomo è un essere fragile, che dipende.

«Una certa cultura ha perversamente predicato il diritto alla felicità. Pensare che la vita sia una passeggiata è una falsità. La cultura contadina di qualche decennio fa ci insegnava che è fatta di scogli da affrontare e superare. Se ci si riesce».

Nel libro l’acrobata ridà la libertà alla tigre. Vede qualche acrobata nel nostro presente?

«L’acrobata rappresenta l’innocenza della grazia che libera dalle catene. Oggi non ne vedo molti in giro. Però c’è grande esigenza di trovarne. Qualche tempo fa ho letto un articolo che parlava dei nuovi eremiti delle montagne e della gente che ci va a parlare. Il frastuono generale rende impossibile far giungere parole liberatorie. Ma c’è enorme bisogno di parlare di cose fondanti, anche fuori dalle istituzioni preposte».

A un certo punto la tigre si convince che «bisogna essere in due per cambiare le cose».

«È la relazione che porta la salvezza. L’individuo da solo riproduce la propria ambiguità. Ricade schiavo del potere e della propria ambizione smisurata».

 

La Verità, 4 novembre 2016