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Anche Rai 1 vuole farci morire camorrologi

Moriremo tutti camorrologi. Oppure mafiologi. Insomma, esperti di criminalità organizzata in tutte le sue sfaccettature. Su Canale 5 è in onda Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale, su Netflix è visibile Suburra, mentre lunedì sera è iniziata su Rai 1 Sotto copertura. La cattura di Zagaria, seconda stagione dopo la prima, in due episodi, dedicata all’arresto del boss dei Casalesi Antonio Iovine. Stavolta, per prendere il capoclan latitante da vent’anni, interpretato da un Alessandro Preziosi che fa la faccia feroce, di episodi ce ne vorranno ben otto concentrati in quattro serate (Rai 1, lunedì, ore 21.25, share del 20.22%). I due boss camorristi furono incarcerati a poco più di un anno di distanza tra novembre 2010 e dicembre 2011 al termine delle operazioni guidate dal capo della Squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani e dunque ha una sua plausibilità la realizzazione di due serie con lo stesso titolo. Poco dopo l’arresto di Iovine, grazie alle soffiate dei collaboratori di giustizia, prende corpo la pista che porterà alla cattura di Michele Zagaria. Nella fiction, già nel primo episodio gli investigatori lo localizzano nel bunker di Casapesenna, suo paese natale. Ma la strada è ancora lunga perché, sulla base delle dichiarazioni di un pentito, il capo della polizia viene accusato di collusioni con le cosche. Accuse che innescheranno un procedimento giudiziario che si concluderà con la piena assoluzione nel giugno 2015, ma che hanno suggerito alla produzione un’identità di fantasia al personaggio di Claudio Gioè.

I clan camorristici non sono esattamente l’habitat di Lux Vide, incline a stemperare il noir criminale con le vite private dei poliziotti. Uno di loro vuole riconquistare la moglie, un altro ha in animo di lasciare la polizia per dedicarsi di più alla famiglia, il più giovane dei tre è fidanzato con la figlia del capo. Pure i camorristi hanno un cuore e il braccio destro di Zagaria cede al fascino di sua nipote. Ancor meno credibile appare l’intervento in cui Arturo deve piazzare «sotto copertura» una cimice per intercettare il boss nel bunker ma, nel momento di massima tensione, gli squilla il cellulare. Ingenuità a parte, Rai Fiction e Lux Vide sembrano averci preso gusto. Forse nell’intento di saturare il pubblico prima di Gomorra 3. Moriremo camorrologi.

La Verità, 18 ottobre 2017

Suburra, una Gomorra meno dirompente

Se quei sampietrini potessero parlare… Hanno visto cose che noi uomini del Terzo millennio nemmeno immaginiamo: «La suburra, un posto che non cambia da 2000 anni», dice il Samurai già nelle prime scene. Una delle trovate migliori di Suburra – La serie, dieci episodi su Netflix, è la grafica della sigla. La cinepresa zuma sul lastrico romano e i sampietrini di acciaio lucido si sporgono come squame rettili fino a comporre il titolo, trasmettendo un senso inquietante di violenza strisciante e contundente. La seconda trovata è l’architettura narrativa degli episodi. Che si avviano con un climax, una scena inaspettata sapientemente interrotta, per poi ricominciare da «il giorno prima», con un flashback che riporta all’anteprima, mostrandone l’epilogo, un’altra sospensione cattura curiosità.

L’esordio di Netflix con una produzione made in Italy corrisponde alle molte attese del pubblico di riferimento. Per la realizzazione del prequel del film del 2015, firmato da Stefano Sollima e tratto dal libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, il colosso della streaming tv è ricorso alla Cattleya di Riccardo Tozzi (produttrice di Gomorra, qui in collaborazione con Rai Fiction), a buona parte del cast del film di Sollima, e alla regia dei primi episodi di Michele Placido, già direttore di Romanzo criminale al cinema (sempre da De Cataldo).

Sui terreni del litorale di Ostia di proprietà del Vaticano e del clan Adami, si concentrano le mire delle cosche mafiose che vogliono trasformarlo in un porto per il traffico di cocaina. La testa di ponte dell’operazione è il Samurai (Francesco Acquaroli), burattinaio della politica capitolina con addentellati in Vaticano, che muove le pedine per fare il gran salto nella criminalità internazionale. Corrompe il politico outsider Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), vuole allearsi con Sara Monaschi (un’ottima Claudia Gerini), revisore dei conti in Vaticano. Il piano si scontra con le ambizioni di tre criminali emergenti: l’allucinato Aureliano Adami (Alessandro Borghi), lo zingaro Spadino (un credibile Giacomo Ferrara), e Gabriele, figlio di un poliziotto (Eduardo Valdarnini). Tra doppi giochi e vendette incrociate, la storia intreccia «patrizi e plebei, politici e criminali, mignotte e preti». In sintesi, «Roma», chiosa il Samurai: la Roma corrotta, cupa e dissoluta, protagonista di Mafia capitale, in parte già vista con la banda della Magliana di Romanzo criminale. L’intrigo ha tutti gli ingredienti giusti per farsi seguire anche da un pubblico largo. Ma forse, avendo una scrittura più elementare di Gomorra, non ne possiede la stessa forza evocativa.

 

La Verità, 12 ottobre 2017

«Nella mia Gomorra esiste la speranza»

Un timido che comanda malvagi criminali. Un veneto che dirige film in dialetto napoletano. Un collezionista di rock e jazz, pronto a rompere rapporti per dissidi musicali, che fa il regista. Claudio Cupellini, 44 anni, una dinastia di farmacisti alle spalle, insieme con Francesca Comencini regista di Gomorra – La serie (produzione originale Sky e Cattleya, in onda dal 17 novembre) è un uomo di contraddizioni. Contraddizioni fertili. Ci incontriamo prima di una conversazione all’università di Padova programmata dalla Fiera delle parole.

Come fa un veneto a dirigere una serie tv recitata in napoletano stretto?

«Più che un handicap, non essere del luogo è stato un vantaggio. Fin dall’inizio Cattleya e Sky non volevano registi napoletani. Io sono di Padova, Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Giovannesi, romani. Il mio orecchio è allenato da diversi anni alla parlata napoletana grazie ai miei collaboratori più stretti che sono di Caserta».

Perché i produttori volevano registi «stranieri»?

«Perché volevano uno sguardo meno coinvolto emotivamente. Un regista locale avrebbe potuto essere più indulgente con la propria città».

E lei ha avuto difficoltà a non esserlo?

«Direi di no, anche se ormai sono mezzo napoletano. Lavorando alle tre stagioni della serie ci ho vissuto a lungo. E anche prima, preparando Una vita tranquilla con Toni Servillo e Marco D’Amore, ero di casa. Un regista deve immedesimarsi con il posto dell’opera che dirige. Ma nei miei film si parla tedesco, francese. Qui anche bulgaro».

Gioco di squadra (prima stagione): Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini

Il registi della prima stagione: Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini

Il cinema è globalizzato, ma Gomorra è un prodotto glocal.

«Oggi il glocal è vincente. I broadcaster internazionali chiedono storie e costumi italiani. Pensiamo a Romanzo criminale, Gomorra, 1992 e 1993 prodotte da Wildside, a Suburra di Netflix. Lo stesso avviene con produzioni di altri Paesi, la francese Marseille, la bellissima Peaky Blinders, ambientata a Brighton».

Oltre che la lingua serve conoscere la camorra e le sue gerarchie?

«Devi conoscere le dinamiche criminali perché a Napoli devi viverci. Spesso giravamo nelle strade frequentate dalle bande. Gomorra è fiction, ma pur romanzando, siamo rimasti aderenti ai fatti. Nella seconda stagione abbiamo raccontato gli scissionisti. Nella terza si vedrà la guerra dei clan nel centro di Napoli».

Come nasce Claudio Cupellini regista?

«Fin dal liceo ho avuto la passione per la lettura, il cinema, soprattutto la musica. Queste passioni disordinate si sono consolidate frequentando la facoltà di Lettere, dove ho scoperto che il cinema le comprendeva tutte. Ho provato a fare qualche scarabocchio con la videocamera. Ero ventenne, ma c’erano ragazzi che già a 17 anni avevano prodotto i primi corti. Ho presentato un mio lavoro al Centro sperimentale di cinematografia di Roma e mi hanno preso».

Ha avuto dei maestri?

«Mi sarebbe piaciuto, ma no. Ho fatto alcuni incontri che mi hanno aiutato a capire come fare il mio mestiere. I maestri sono stati i film che ho visto».

Diciamo qualche titolo?

«Tornando a casa un sabato notte su Fuori orario vidi certi bambini che facevano cose meravigliose. Il giorno seguente chiamai un amico critico che mi rivelò il titolo: L’argent de poche (Gli anni in tasca) di Francois Truffaut. Poi ho seguito il cinema americano degli anni Settanta, Scorsese, Coppola e Malick».

Parlando di registi, Padova è una città laboratorio? Cito alcuni nomi oltre a lei: Enzo Monteleone, Carlo Mazzacurati, Antonello Belluco, Andrea Segre, Umberto Contarello sceneggiatore di Paolo Sorrentino, sempre sulla rotta Padova Napoli. Dimentico qualcuno?

«Marco Pettenello, nipote di Mazzacurati, bravissimo sceneggiatore. Più che un laboratorio, a Padova c’erano un fermento e una sensibilità particolari. C’erano docenti come Gian Piero Brunetta e Giorgio Tinazzi, il Centro universitario cinematografico, organizzatori culturali come Piero Tortolina. Per il resto, a parte Contarello, Monteleone e Mazzacurati che si frequentavano, molti di noi sono andati via per affermarsi».

Marco D’Amore è il suo attore feticcio?

«L’ho fatto esordire al cinema, siamo amici. È un talento di formazione teatrale avendo frequentato il Paolo Grassi di Milano e sostenuto lunghe tournée come quella della Trilogia della villeggiatura con Servillo. È uno da “buona la prima”. Con lui facevamo un gioco: vediamo quando sbagli una battuta. Non ha sbagliato nemmeno nell’episodio in bulgaro della nuova stagione di Gomorra. Finora al cinema ha raccolto meno di quello che merita».

Marco D'Amore in Gomorra 3, che Cupellini fece esordire al cinema

Marco D’Amore in Gomorra 3, che Cupellini fece esordire al cinema

I protagonisti dei suoi film sono persone senza legami, incapaci di trovare il loro posto nel mondo.

«Certi sentimenti sono come una risacca. Il senso della separazione, dell’incomprensione, di rapporti fragili fa parte della mia storia. In Alaska il personaggio di Valerio Caprino dice a Fausto: “Se dici che sei mio amico, io ci credo e mi affeziono. Ma se mi molli divento cattivo”. In fondo, è sempre una ricerca d’amore, il bisogno di essere accettati, di non essere abbandonati».

È un bisogno che nasce da un’esperienza precisa?

«Il mestiere di regista vive di ossessioni. Ho vissuto la lacerazione della mia famiglia, ho perso amici e parenti stretti in modo improvviso. C’è una frase di una canzone di Neil Young che mi ha molto colpito. Dice: ≤Nonostante la mia casa sia stata distrutta è la miglior casa che abbia mai avuto≥. L’ho scritta dietro una foto che ritrae me e mio fratello, e che ho regalato a mia madre».

Anche il prossimo film parlerà di questo?

«Non posso anticipare troppo. Ho iniziato a scriverlo e per la prima volta sarà un adattamento. Avrà un’ambientazione nuova rispetto ai precedenti, mentre la trama sentimentale non se ne discosterà molto».

Un altro attore che ritorna nei film suoi e di Segre è Paolo Pierobon. Ci sono i clan anche nel cinema?

«Più che clan ci sono attori che provengono dal teatro e che il cinema non ha ancora sfruttato come meriterebbero. Paolo Pierobon, anche lui del Paolo Grassi, è uno di questi. Per Alaska ha accettato una parte minore, dandole un carattere. Altri come lui sono Giuseppe Battiston, Valerio Binasco, Maurizio Donadoni».

Che cosa le ha dato Roberto Saviano sul set di Gomorra?

«Saviano vive lontano, ma la sua presenza aleggia sul nostro lavoro. Per la mia carriera l’incontro con il mondo di Gomorra è stato fondamentale. Una volta entrato, però, devi avere un bagaglio tuo. Non tutti i registi possono fare Gomorra, perché richiede un impegno mentale e fisico straordinario. Per girare i miei sei episodi abbiamo impiegato 100 giorni, il tempo che di solito serve per produrre due film e mezzo».

E Stefano Sollima?

«Con Sollima abbiamo avuto una collaborazione molto fertile, soprattutto il primo anno. Ogni regista è geloso della propria autorialità, ma tra tutti c’è sempre stata complicità e stima. Mi ha coinvolto nel progetto perché gli era piaciuto Una vita tranquilla».

Che cosa pensa della critica secondo la quale Gomorra mitizza le figure dei camorrisiti?

«Siamo stati molto attenti a non essere mai consolatori. La storia del cinema e della letteratura è lastricata dalla fascinazione del male. Ma in Gomorra la fine dei criminali e l’orrore sono chiari a tutti».

Cosa ci può anticipare della terza stagione?

«Azzardo che è la migliore delle tre. Oltre alla già riconosciuta compattezza narrativa, s’impone l’introspezione dei personaggi. Ciro, Genny e gli altri attraversano una linea d’ombra conradiana: sono stati uccisi i padri, hanno vissuto lutti non superabili, ora cominciano a fare i conti non solo con le loro azioni, ma anche con quello che sono diventati da adulti».

E la sua linea d’ombra qual è? Ha un suo rifugio personale?

«Sono le passioni di gioventù, rimaste vive come allora. La musica in particolare: per me è un luogo di consolazione e di limpidezza, nel quale cancello le scorie e trovo nuovi stimoli. Sono un tipo inquieto, coltivare i miei interessi mi rappacifica».

Musica preferita?

«Conosco rock, jazz e blues dagli anni Cinquanta a oggi. Praticamente sono cresciuto dentro un negozio di dischi del centro. Ho una collezione di cd, ma ora apprezzo i vinili anche come oggetto. Per me le morti di Lou Reed e David Bowie non sono stati un pretesto per mettere una foto su Facebook».

Che rapporto ha con i social?

«Quando Facebook è esploso ho vissuto un momento di curiosità e mi sono iscritto anche a Twitter. Ora non li frequento molto. Mi provocano nervosismo, soprattutto Facebook. Mi sembra di essere in un bar chiassoso, dove si esibisce il peggio dell’umano».

Letteratura?

«Mark Twain, Dostoevskij, John Irving, troppo poco apprezzato, Jean Cocteau».

Guarda la televisione?

«In modo discontinuo. Mi sono ubriacato di serie tv, ora guardo più film».

Film della vita.

«I quattrocento colpi di Truffaut».

Gomorra è un microcosmo chiuso, un mondo senza alternative per il quale forse Leonardo Sciascia parlerebbe di realtà irredimibile. C’è speranza in un posto così?

«Personalmente non riesco a vivere senza speranza. Non credo che il microcosmo della camorra sia irredimibile. Non è un posto di cui Dio si è dimenticato. Ma lo Stato sì, e ha lasciato che un altro potere lo sostituisse. In una realtà povera dove le istituzioni non ci sono, il cittadino si affida alla criminalità. Ci sono bambini che a dieci anni hanno già visto tutto. Da padre trovo che sia qualcosa di mostruoso. La speranza è minimale, ma esistono persone che, pur con una voce flebile, combattono quotidianamente contro il male».

 

La Verità, 8 ottobre 2017

 

Le mito-biografie dei boss di Saviano

Insomma, la realtà è sempre più forte della narrazione. E anche della rappresentazione. Sono andati in onda l’altra sera i primi due episodi di Kings of crime, sottotitolo Roberto Saviano racconta le vite dei boss (share dell’1.54% su Nove, del 3.34 su tutti i canali Discovery in simulcast). Nella prima parte lo scrittore ha tenuto una lezione a un gruppo di studenti su Paolo Di Lauro, capoclan che ha ispirato il Pietro Savastano di Gomorra – La serie. Nella seconda ha intervistato in una località segreta e a volto oscurato il collaboratore di giustizia Maurizio Prestieri, a lungo suo braccio destro. Aspettiamo di vedere il terzo episodio su El Chapo perché, di primo acchito, la tentazione di dire che Saviano tende a camorrizzare il pianeta, suffragata anche dalla citazione di Curzio Malaparte posta a esergo («Che cosa vi aspettate di trovare a Londra, a Parigi, a Vienna? Vi troverete Napoli. È il destino dell’Europa di diventare Napoli») è forte.

Dunque, Saviano in giacca e cravatta ci racconta il boss Di Lauro. È materia che possiede alla grande essendo il contenuto del suo bestseller, del film che ne fu tratto e della serie di Sky, esportata in tutto il mondo. Ora ce la ripropone in forma biografica e qui, forse, si cela il pericolo. Il racconto è sostenuto da immagini d’archivio, ritagli di giornali, testimonianze. Chi ha visto la serie vi ritrova la strage del bar Fulmine, l’urina fatta bere dal boss al luogotenente come atto di sottomissione, la ragazza del pusher torturata e bruciata, l’inafferrabilità del capoclan. Solo che, mentre nella rappresentazione della fiction il male è autoevidente, nella narrazione delle gesta del boss, della sua imprendibilità, del rispetto di cui gode e del suo potere invisibile, il rischio della mitizzazione è in agguato. Paradossalmente, per sottolineare la pericolosità del sistema e dei suoi capi, Saviano ne accentua inevitabilmente il potere di fascinazione, senza che le immagini di crudeltà e spietatezza ne rendano la feroce perversione. Più asciutta e diretta risulta la testimonianza dell’intervista con Maurizio Prestieri, il suo tormento, il riconoscimento dei danni procurati, il non dirsi pentito, perché il pentimento è un fatto spirituale. Qui il rischio di mitizzazione non c’è perché c’è l’ammissione di una vita vissuta dentro un incubo: «Io sono stato a New York, ho girato il mondo. Come un malato terminale. Perché un camorrista sa la vita è breve, che alla fine ci sarà il conto, più o meno salato. O la morte o il carcere. Però la morte… Quando vivi questa vita la morte appartiene sempre agli altri, mai a te». Anche Saviano si ritrae e ascolta.

 

La Verità, 6 ottobre 2017

Cinque cose su questo inizio stagione di Sky

Upfront Pienone di star agli Arcimboldi di Milano per il lancio dei palinsesti. Poco più di un’ora tra speech, video e show. Un mix di comunicazione, divertimento, seduzione. Momento più emozionante della serata il frammento di E poi c’è Cattelan con l’intervista a Tim Roth. Peccato che, sopravvalutando l’inglese di tutti i presenti, Ale e Tim abbiano finito per confabulare tra loro. Stessa sensazione, ma la lingua non c’entra, per il dialogo con Ilaria D’Amico a proposito di un ballo, una festa, Costacurta… non s’è capito. E dire che l’hashtag era Together. Per il resto, grande serata.

Serie Tin Star promette non bene, benissimo. Roth ha il solito carisma quando fa personaggi malmostosi e borderline. Qui è uno sceriffo dalla doppia personalità che vuole resettare il passato di alcolista. Si trasferisce con famiglia da Londra al Canada, vicino Calgary: scenario mozzafiato di laghi, boschi e montagne. A rovinare tutto arriva la raffineria di petrolio e un contorno di malavitosi, difficili da tenere a bada. Come i dèmoni dello sceriffo.

X Factor e gli show Da monitorare anche l’undicesima edizione del talent musicale. La scommessa è sempre la stessa: riuscirà la nuova stagione a migliorare la precedente? Si parte sempre scettici. Poi… La giuria è per metà nuova. Al posto di Alvaro Soler, Levante, al posto di Arisa, Mara Maionchi. Confermati Fedez e Manuel Agnelli. Totale: meno internazionalità (andando indietro: Mika e Skunk Anansie) e giuria tutta italiana per valorizzare, a contrasto, i tanti concorrenti di etnie straniere. E forse più attenzione agli over trenta che ai teenagers. Momento topico, le scintille con Angelo, un concorrente segato, quando Levante gli ha detto: «Non hai incontrato il mio gusto», e Agnelli: «Il mio sì, ma l’hai preso a pugni». Risultato: 1.327.000 telespettatori medi (4.57% di share, +3% sul debutto 2016). Il resto dell’intrattenimento è un gigantesco Masterchef con i suoi spin off e gli chef che si moltiplicano in tutte le salse. Sky Arte ha sempre un’offerta poliedrica, attenta alla musica, al collezionismo e alle tendenze hipster e bobo.

Piattaforma e tecnologia Sky fa sul serio anche in chiaro. Si crede molto in Tv8, partita bene con Guess my age di Enrico Papi. Imminente il lancio di Sky Q, nuovo decoder per vincolare ulteriormente il telespettatore offrendogli qualità e servizi che promettono di diventare irrinunciabili.

Strategia Si punta sulle serie, sia di produzione internazionale (Tin Star, Babylon Berlin, Britannia), che italiane (Gomorra 3, Il miracolo di Niccolò Ammaniti, in lavorazione Zero Zero Zero dal libro di Saviano e Django dal film di Franco Nero). Il messaggio è: recintiamo la serialità. Nonostante Suburra, Netflix non deve passare.

 

Dove va a parare la terza stagione di Gomorra

Quando si arriva alla terza stagione di una serie tv, peraltro già molto celebrata dalla critica oltre che baciata dal successo internazionale come Gomorra, non è facile continuare a crescere senza sbilanciarsi e perdere un po’ l’equilibrio. È accaduto a marchi prestigiosi della serialità europea come la britannica Fortitude e la francese Les Revenants che, dopo la stagione d’esordio, hanno esasperato certi toni, smarrendo compattezza narrativa. Anche un titolo come House of Cards, già pericolosamente esposto sul crinale della plausibilità, è atteso al varco dell’incombente quinta annata. Finora la serie tratta da un’idea di Roberto Saviano ha esplorato molte vie della ferocia della camorra con originalità della scrittura, imprevedibilità narrativa e centralità del territorio realizzando il fenomeno della serialità universalmente apprezzato. «Siamo appena tornati dagli screenings di Los Angeles dove sono stati presentati i prodotti della prossima stagione», svela Nils Hartmann, direttore delle produzioni originali Sky, «e dall’insistenza delle richieste dei produttori americani sulla data di uscita della nuova stagione posso dire che esiste un prima e un dopo Gomorra. Con questa serie è cambiata la percezione della produzione italiana e forse anche europea». Per tranquillizzare tutti va detto subito che si tratta di attendere solo fino a novembre, quando decollerà su Sky Atlantic. E, banalmente, dopo le imprevedibili morti di Imma Savastano, moglie di don Pietro nella prima stagione, e di Salvatore Conte, capo della cosca rivale, oltre che dello stesso don Pietro, nella seconda, vien da chiedersi che cosa dobbiamo aspettarci nella prossima. E questo più che per vagheggiare l’escalation di una storia già estrema, per tentare di capire quali strade proverà a perlustrare una serie che ha già notevolmente elevato la qualità della produzione. «Non si tratta d’innalzare il livello della ferocia infiocchettando il racconto o studiando abbellimenti per compiacere il pubblico», sottolinea Claudio Cupellini che, insieme a Francesca Comencini firma i 12 episodi (sei a testa) della nuova stagione. «È vero, a volte, come si legge anche in questi giorni, la realtà è più cruda della peggiore fantasia. Ma noi possiamo solo inseguirla con il massimo impegno, non avendo ancora la capacità di anticiparla». Nebbie dialettiche anti spoiler a parte, comunque nella prossima stagione le novità non mancheranno. Dopo una prima scena in Bulgaria, la contesa tornerà interamente a Napoli, dove le fazioni «dei Talebani», per le barbe arabeggianti dei loro appartenenti, contenderanno il dominio sul territorio ai clan di Genny Savastano (Salvatore Esposito) e del rivale Ciro Di Marzio (Marco D’Amore). Anche un rampollo della Napoli bene rimarrà sorprendentemente affascinato dal potere dei clan camorristici: «È uno studente universitario che può condurre una vita agiata, un personaggio che persegue un’affermazione di sé in ambienti lontani da quelli abituali», illustra Loris De Luna che lo interpreterà. Comunque, si tratta di un «personaggio coerente con tutta la storia», sottolinea Cupellini. «Noi non forziamo le sceneggiature per esigenze industriali. In questo siamo diversi dalle produzioni americane», rimarca Hartmann. «Romanzo criminale l’abbiamo fermato dopo due stagioni perché la storia si era compiuta. Invece, anche se non è facile migliorare lo standard delle precedenti, di Gomorra stiamo già scrivendo la quarta stagione». Se il concept è forte «si può aggiornarlo e ricollocarlo in nuove situazioni», accenna Roberto Amoroso, direttore creativo della fiction Sky. Nella prossima stagione, oltre a un approfondimento interiore dei vari personaggi alla ricerca della consacrazione criminale, il territorio sarà ancora più protagonista che nelle prime due. E questo è «un altro aspetto che ci differenzia dalla serialità americana fatta principalmente di testo e attori che lavorano in studio», osserva Riccardo Tozzi, produttore con Cattleya. «Gomorra allarga lo spettro della visualità, inserendo il realismo del territorio come elemento fondamentale della narrazione». Finora rimasta nella periferia delle Vele e nei quartieri fatiscenti di Scampia e Secondigliano, la guerra di camorra si allargherà a macchia d’olio fino a conquistare il centro di Napoli. Nel quartiere Forcella si girava ieri una scena del quinto episodio, diretto da Francesca Comencini, in cui la cosca di Ciro deve riconquistare una zona abbandonata. L’Immortale – è il suo soprannome – stende la cartina toponomastica della città cerchiando con il pennarello il luogo dove deve esplicarsi l’azione del commando: «Per sopravvivere dobbiamo essere sempre un passo avanti a chi ci sta addosso», ammonisce Ciro. «Ma noi non vogliamo solo sopravvivere», obietta qualcuno. «Questo lo vedremo», lo zittisce il boss. Ora, in conferenza stampa, Marco D’Amore conclude, savianeggiando: «Diamo il benvenuto nella serie a Napoli, nuovo protagonista in tutto il suo splendore e le sue contraddizioni. Consapevoli che Neapolis, città d’origine greca, potrà mettere le basi della sua rinascita solo partendo dalla risposta dei suoi cittadini».

La Verità, 30 maggio 2017 

Dove va la nuova Sky in sei mosse

Seratona al Teatro degli Arcimboldi di Milano per la presentazione dei palinsesti Sky, loro li chiamano Upfront… Red carpet con star e talent della casa e ragazzini vocianti a caccia di autografi da Del Piero a Ilaria D’Amico, da Claudio Bisio ad Alessandro Cattelan. L’esordio è all’insegna della grandeur, ma anche dell’autoironia. Mix non facile. Sulle note della colonna sonora di Star Wars, Cattelan plana sul palco su uno skate alla maniera di James Bond e annuncia: “Umiltà! È questa la parola chiave della serata…”. Per scaldare ancora l’ambiente l’orchestra esegue la sigla del Festival di Sanremo e poi si corregge con quella della Champions League (a proposito, in contemporanea la Juve esordiva su Premium e chissà se Sky ha piazzato il suo galà in contemporanea per rubarle visibilità). Altro esempio di grandeur autoironica. Al momento di The Young Pope, Cattelan compare nell’abito bianco indossato da Jude Law – papa Pio XIII° mentre una voce dall’alto lo rampogna: “Stavolta avete davvero esagerato… Però, siccome sono un fan, mi procurate due biglietti per la prima di X Factor?”. Dunque, grande spettacolo e parterre. Insomma, sarà perché l’anno scorso non c’ero e la differenza salta di più all’occhio, fatto sta che davanti a questa profusione di energie e risorse, vien da chiedersi dove va Sky? cosa vuol essere o diventare?

 

Fiorello con Meloccaro all'Edicola, dal 10 ottobre su Tv8

Fiorello con Meloccaro all’Edicola, dal 10 ottobre su Tv8

  • Sempre meno pay tv. Dimenticato il conteggio degli abbonati (in lieve calo), la tv di News Corp gioca su più tavoli e piattaforme. Molto spazio ai canali in chiaro. Tv8 in particolare con la crescita della “rete generalista” (+ 14 per cento), ma anche il posizionamento di SkyTg24 (0,8 per cento). Più incerte identità e audience di Cielo.
  • Televisione giovane. Sky lavora sulla ricerca e il lancio di giovani talenti. Dopo Cattelan, che dalla prossima stagione condurrà quotidianamente il suo EPCC avvicinando ulteriormente l’inavvicinabile Dave Letterman, ora il nuovo astro nascente è Lodovica Comello, già apprezzata per immediatezza e simpatia in Singing in the car su Tv8.
  • Televisione delle eccellenze. Tra i momenti più divertenti della serata il collegamento con Fiorello, solita forza della natura, con la squadra dell’Edicola (dal 10 ottobre su Tv8): “Semprini e Mika se ne sono andati in Rai… Vabbé, se vogliono guadagnare di meno…”. Sky vuole mantenere e ampliare firme e brand. Oltre Fiorello, Paolo Sorrentino, Gomorra, X-Factor e le collaborazioni con HBO e Showtime.
  • Si lavora per addizione. La tv si allarga in orizzontale senza perdere in penetrazione. L’esempio è il lancio di una serie di 18 documentari sotto il titolo Il Racconto del reale, in programmazione su Sky Atlantic, il canale delle storie. Tra gli autori ci sono Giancarlo De Cataldo, Mimmo Calopresti, Beatrice Borromeo, il gruppo di 42° Parallelo, Michele Bongiorno.
  • Innovazione tecnologica. Forse la novità più forte: è stato annunciato l’avvento del sistema AdSmart attivo sui decoder My Sky, che consentirà agli investitori di mirare per target e area geografica le campagne pubblicitarie, indirizzando spot diversi a diversi abbonati, con annunci affini ai gusti e alle preferenze degli spettatori.
  • Tv più italiana. Forse il processo più interessante. Con le serie esportate all’estero, con i talent e le nuove produzioni, con l’acquisizione di nuovi artisti, Sky si propone come soggetto editoriale più italiano. L’origine australiano-americana si stempera progressivamente. Con il nuovo claimSiamo le vostre storie – reso da un bellissimo video, Sky vuole stabilire un meccanismo di identificazione anche emotiva con il suo pubblico. Siamo la stessa cosa…

 

 

 

Santoro a Napoli, oltre Gomorra c’è la realtà

Ancora Napoli? Dopo tutto quello che abbiamo letto e visto in questi anni, da Marcello D’Orta a Saviano, dai film con Toni Servillo alle pièces teatrali fino alla Gomorra televisiva? Ancora Napoli, un’altra Napoli, in questo Robinù, opera prima di Michele Santoro, presentato nella sezione Cinema in Giardino della 73esima Mostra del Cinema di Venezia (ci sarà Napoli anche il 5 ottobre su Raidue, nella prima delle quattro serate con l’ex conduttore di Servizio Pubblico). Per smentire i politici, premier e sindaco De Magistris compresi, usi a ripetere “questa non è Napoli, non è l’Italia” quando si trovano davanti a una fotografia scomoda. O davanti a volti come quelli di questi di baby-boss, protagonisti della “paranza dei bambini” di cui i media non parlano – “l’altro giorno in una piazza ce n’era uno di otto anni che brandiva una pistola”, rivela il giornalista – perché non fanno più notizia, perché rimane una cosa locale, perché si ammazzano tra loro. E allora eccoci dentro i bassi di Forcella, Porta Capuana, i Tribunali, dentro il carcere di Poggioreale e di Airola, enclave criminali abbandonate dalle istituzioni.

Gioventù bruciata a Poggioreale, Michele al centro

Gioventù bruciata a Poggioreale, Michele al centro

Robinù è un tuffo nella realtà cruda di una gioventù carbonizzata. Realtà di adolescenti che hanno come traguardo “mettere paura” alla gente, “più reati fai, più macelli fai, più la gente ti teme” ripetono spavaldi, incoscienti, occhi che brillano. Realtà, non finzione. “Più che i protagonisti di Gomorra, che necessariamente diventano maschere, il modello di questi ragazzi con le loro barbe e le loro acconciature, sono i militanti dell’Isis, il radicalismo nel proteggere il territorio, la sfida continua con la morte, la mitologia del terrore”, analizza Santoro. È una disarmante galleria di adolescenti malavitosi, teorici della via criminale alla maturità che comincia con  il figlio di una guardia carceraria, abbonato alle bocciature, professori e genitori che si arrendono. “Non è che siccome mio padre vive così io non posso scegliere ‘o malamente e devo seguire la sua…”. Il discorso s’inceppa, le parole non vengono, il sorriso è malizioso: “… la sua”. Punto. Un altro sostiene che la carriera camorristica è normale, si può fare il carabiniere, il brigadiere, o il boss, evoluzione naturale del ragazzo di strada. Ma devi cominciare presto “perché se vai in galera a vent’anni, almeno quando esci a 40 hai tutta la vita davanti”. Per continuare a delinquere. Imbracciare ‘o kalash provoca adrenalina come “avere Belén tra le braccia”, esemplifica Mariano in un monologo da brivido.

Mariano, autore di un elogio del kalashnikov

Mariano, autore di un elogio del kalashnikov

Il volto più sconfortante è quello di Michele, ventiduenne con 16 anni da scontare a Poggioreale. Carismatico, irridente, consapevole. Rifiuta l’arruolamento nelle cosche perché vuole essere boss da subito. Poi ci sono i genitori. Madri e padri dilaniati dal dolore. Divorati dai rimorsi, impotenti, commoventi. Altri no. Mamme spacciatrici che finito di cucire il grembiule al bambino iniziano a distribuire ovuli di cocaina. Che ammirano i ragazzi di strada perché affidabili. C’è da fare a botte, ci sono. C’è da controllare il quartiere , ci sono. C’è da uccidere: ci sono sempre. Per la festa di compleanno di Michele si sparano i fuochi d’artificio davanti alle grate del carcere. I neomelodici intonano serenate sotto le finestre di chi è agli arresti domiciliari. Il carcere è tutt’uno con il quartiere. Le gerarchie, le preoccupazioni, lo scorrere del tempo sono uguali. La rassegnazione, l’abbandono delle istituzioni e del mondo adulto sembrano inevitabili. Ma in questo ritratto che Santoro definisce “pasoliniano c’è anche una grande passione per la famiglia e per la vita. In un Paese a crescita zero dove si fanno le campagne per la fertilità, quello è uno dei pochi posti dove si fanno figli con gioia”.

C’è di che riflettere. Santoro riparte da questo lavoro durato un anno e mezzo, realizzato con Maddalena Oliva e Micaela Farruocco, che sarà nei cinema a metà ottobre, distribuito dalla Videa di Sandro Parenzo, anche lui presente in sala. Ci sono anche Alba Parietti che si aggiusta il rossetto, il magistrato di Napoli, John Henry Woodcock, abbronzatissimo, Giulia Innocenzi in abito lungo, Gianni Barbacetto, in smoking, tutti nelle file della delegazione. In sala anche Enrico Ghezzi e Angelo Guglielmi. Si sperava nella presenza del ministro della Giustizia Andrea Orlando, ma non s’è visto. Santoro si augura che la Rai pensi a una prima serata, e che Mattarella, Renzi e magari il ministro della Pubblica Istruzione, Giannini, possano vederlo.

Michele Santoro ha presentato a Venezia Robinù, sua opera prima

Michele Santoro ha presentato a Venezia Robinù, sua opera prima

Nell’ottobre 2013 – permettemi questa digressione personale – scrissi sul blog del Giornale un post intitolato “Caro Santoro, fatti non parole”, dicendo che quell’anno alla Mostra aveva vinto un doc come Sacro Gra, che le chiacchiere dei talk show avevano stancato e le inchieste sul campo avevano un’altra forza. Con un’ironia che difetta a conduttori molto meno blasonati di lui, Michele m’inviò un sms così: “Caro Caverzan, fatti i fatti tuoi”. “Caro Michele, ho fatto solo il mio mestiere”, fu la mia replica. Oggi Santoro è al Lido con un documentario e con una preoccupazione umana, educativa. Diceva D’Orta che i ragazzini si arruolavano nella camorra perché era l’unica proposta credibile in campo. “C’è una sorta di welfare della criminalità, dobbiamo ammetterlo, finora vincente. Ma questi ragazzi hanno energia, passione, fanno figli. A 15 anni sparano nelle strade, a venti sono genitori, a 40, se ci arrivano, sono già nonni. Non possiamo dire che non sono Napoli. Dobbiamo offrir loro una strada, partire dall’educazione. Creare scuole dove non si sentano estranei. È difficile, ma è l’unica strada”. Sostiene Santoro.

Qual è il segreto di una buona pasta? Fiorello

In fondo Fiorello è come la pasta. Qual è il segreto per fare una buona pasta ? Ci puoi mettere tutti gli ingredienti più ricercati, se li hai. Altrimenti fa lo stesso. Fiorello potrebbe inventarsi uno show leggendo il vocabolario o l’elenco del telefono. Edicola Fiore è l’uovo di Colombo. L’idea era lì, talmente elementare che nessuno ci ha pensato. A cominciare dalla Rai per finire a Mediaset. Andava sul web da mesi, anni. Ha appena vinto il premio È giornalismo!, non la prima e l’unica volta che viene assegnato a un non giornalista professionista (con scorno dell’Ordine e dei sacerdoti dell’ortodossia). E dunque bastava provarci. Ci ha pensato Sky, la scia è partita, il fenomeno virale sui social, sui media, nelle conversazioni tra amici.

Lorenzo Jovanotti nella sigla di Edicola Fiore

Lorenzo Jovanotti nella sigla di Edicola Fiore

Fiorello ha arruolato Stefano Meloccaro, Jovanotti per la sigla, Fedez come corsivista in collegamento web, i Negramaro come guest star della prima puntata: “Noi siamo come le serie di Sky, nove episodi ma alla fine non si sa chi muore”. No, “siamo l’Unomattina di Sky e tu sei Franco Di Mare”. L’anteprima con Agonia cita le serie doc. Ci sarebbero anche le notizie da dare – 1,4 milioni di persone che devono restituire gli 80 euro, la spazzatura che sommerge le vie di Roma per lo sciopero dei netturbini – ma Fiore sommerge tutto con il “buonumore”, parola chiave, additivo imprescindibile della cura. Agonia, John Wayne, il Depresso, il Dottore, i Gemelli di Guidonia, stanno al gioco. All’autopresaingiro. E alla presa in giro della tv e del circo mediatico, la parodia di Gomorra, dei programmi scomodi che non fanno sconti a nessuno, di Sky che ti bombarda con la promozione e ti sommerge di repliche a tutte le ore e su tutte le reti. Il segreto di una buona pasta è Fiorello. In Italia la buona pasta piace a tutti. Tranne ai celiaci e ai vegani…

Fiorello con Stefano Meloccaro

Fiorello con Stefano Meloccaro

Post Scriptum Ieri sera, in vista del voto di domenica (mentre in Rai si frigna perché si parla troppo di referendum e poco delle amministrative) SkyTg24 ha rispolverato Il Confronto con i sindaci (stasera, davanti a Gianluca Semprini, per la prima volta si troveranno tutti i candidati di Roma). Su SkyUno, invece, ci sarà Gomorra e domani due nuovi episodi di Dov’è Mario: Sky punta a diventare il diario di giornata del ceto colto medio-alto.

La differenza tra Rai e Sky in tre notizie

Vista da Palazzo San Macuto, Gomorra è un incubo. Anzi, un miraggio irraggiungibile. Un’entità astrale, forse: sto parlando della serie, ovviamente. Tanto per gradire, ecco qualche domanda alla rinfusa. Mentre vogliono sapere come impiega il suo tempo Carlo Verdelli, direttore editoriale dell’informazione Rai, che idea si sono fatti i vari Michele Anzaldi o Maurizio Gasparri di Gomorra? Quanti secoli ci vorranno prima che la Rai produca una serie in grado di reggere il confronto con quella di Sky? Nel frattempo, vale la pena presentare interrogazioni parlamentari su una parolaccia pronunciata da un conduttore che credeva di avere il microfono spento? Mentre ci pensiamo, oggi si è svolta l’ennesima audizione in Commissione di Vigilanza del dg Antonio Campo Dall’Orto. Un paio d’ore a giustificare, illustrare, rispondere, rintuzzare supposizioni dei commissari vigilanti dell’intero arco costituzionale su nomine, fiction, programmini da proteggere e quant’altro. Sull’argomento mi sono già espresso di recente (http://cavevisioni.it/2016/05/05/le-sedute-della-vigilanza-una-docufiction-brezneviana-2/) e non ci torno.

Antonio Campo Dall'Orto, direttore generale della Rai

Antonio Campo Dall’Orto, direttore generale della Rai

Ciò di cui voglio parlare è la distanza abissale che intercorre tra la quotidianità della nostra tv pubblica, altrimenti chiamata prima azienda culturale italiana, e quella della principale tv a pagamento che agisce sul territorio nazionale. Precisazione: anche la Rai, grazie al canone che quest’anno avrà un gettito maggiorato, è una tv a pagamento. Mentre dal canto suo anche Sky, grazie a canali come Tv8, Cielo e SkyTg24, è una televisione in chiaro. Ci sono ampie parti sovrapponibili e confrontabili tra loro, soprattutto sul telecomando degli spettatori. Semmai, le differenze sono che una è una multinazionale con sede negli States, mentre l’altra, che dovrebbe rappresentare la nostra storia, è gravata dall’invadenza della politica. Rai e Sky sembrano gravitare a distanza siderale tra loro. Televisioni che corrono due gran premi diversi. Basta confrontare la quotidianità dell’una e dell’altra, basandosi sulle notizie di giornata.

Massimo Giannini, conduttore di Ballarò

Massimo Giannini, conduttore di Ballarò

Partiamo dalla Rai.

  1. La prima notizia di oggi, su molti siti e giornali, è l’epurazione di Massimo Giannini, il conduttore di Ballarò (Raitre) in rotta di collisione con il premier Renzi e nuovamente superato dal diMartedì (La7) di Giovanni Floris.
  2. La seconda notizia è rivelata dal Giornale. La produzione del reality show scolastico That’ll Teach ‘Em sul confronto tra i metodi d’insegnamento di mezzo secolo fa e quelli attuali, format inglese esportato in mezza Europa e previsto su Raidue, è stata vinta da Magnolia, società di provenienza del direttore della rete Ilaria Dallatana. Inevitabili le polemiche sul conflitto d’interessi.
  3. La terza notizia riguarda Paolo Bonolis. Definito “un fuoriclasse” da Campo Dall’Orto, il conduttore di Ciao Darwin ha parlato sia con i dirigenti Rai che con quelli Mediaset, ma alla fine ha deciso di rimanere a Cologno Monzese dove per lui si parla di un baby talent.
Ciro Di Marzio in Gomorra 2

Ciro Di Marzio in Gomorra La Serie, seconda stagione

Passiamo a Sky.

  1. La prima notizia riguarda gli ascolti di Gomorra – La Serie seconda stagione, uno show che ormai crea dipendenza. Gli episodi 3 e 4 trasmessi su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno sono stati seguiti da 1,1 milioni di telespettatori con un incremento di ascolti dell’89 per cento rispetto agli stessi episodi della prima stagione.
  2. Fiorello ha annunciato su Twitter che la sua Edicola andrà in onda da giugno su Sky. Ma non nella pay tv, bensì su Tv8, uno dei canali in chiaro sopracitati. Saranno solo nove morning show “per vedere l’effetto che fa”. Con probabile ritorno in pianta stabile, dall’autunno. Nei giorni scorsi qualcuno aveva precipitosamente annunciato l’approdo in Rai dello showman. In realtà la firma della collaborazione con Sky risale già a qualche mese fa.
  3. Terza anticipazione: il canovaccio di Dov’è Mario?, la serie in quattro serate da mercoledì su Sky Atlantic. Con un certo scorno dei colleghi che attendevano la conferenza stampa, Repubblica ha pubblicato “l’editoriale supercazzola” a firma Mario Bambea, l’intellettuale di sinistra interpretato da Corrado Guzzanti che si sdoppierà nel comico trash Bizio.

È proprio così ovvio che Rai e Sky siano tv a due velocità? È proprio inevitabile che, parlando a un pubblico più vasto, la Rai debba perdere così tanto in qualità di contenuti e linguaggi? Non sarà che l’invadenza della politica in Rai faccia un po’ troppo da zavorra?