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Quei miracoli non riusciti di «Cyrano»

La cornice è romantica, la storia di Giulietta e Romeo, Montecchi e Capuleti e quel gran figo di William Shakespeare, mica bruscolini. Letture, citazioni, cultura, come in un circolo nel quale il narratore racconta qualcosa che sa già. Sa come finisce, però lo partecipa al pubblico, lo dispensa sapientemente, perché così dovrebbe andare il mondo. Tutto è edificante, in questo lessico sentimentale. Tutto è normale, normalizzato o normalizzabile, anche le storie più eccentriche che non lo sono. Perché, la polpa è molto meno romantica della cornice. Ci sono i coniugi che vivono separati in casa perché non riescono, anche per ragioni economiche, a tagliare definitivamente e, dopo un anno, si risposano e ricominciano. Lieto fine, ma con l’ombra delle password sui cellulari da cambiare di continuo. Oppure ci sono i cugini di secondo grado fidanzati, lei 25 anni lui 18, osteggiati dalle famiglie. Ci sono le due ragazze omosessuali, una matronale l’altra mingherlina, un terzo dell’amica, che convivono dopo essersi lasciate.

Quando si deve riempire tre ore di televisione, l’amore è come il maiale e la mostrificazione, finanche la pornografia dei sentimenti, è davanti alla telecamera. Ecco i rapporti poliamorosi, veicolati da una collaboratrice del Corriere della Sera. Una ragazza convince il fidanzato a un rapporto a tre non occasionale; il terzo è maschio e non è chiaro se l’intreccio è anche omosessuale o solo un’alternativa per lei. Non è tradimento perché i protagonisti sono consapevoli, consenzienti e conviventi. Poi il terzetto diventa quartetto (tre ragazzi e una ragazza), ma anche il primo fidanzato inizia a diversificare il sentimento e vorrebbe farsi l’harem, ma per ora le nuove compagne riluttano alla convivenza. Si vedrà. Come si vedranno le scelte del bimbo frutto della relazione primaria che è giunto ad allietare la comune. Lo psicoterapeuta approva: più che egoismo o altruismo è «equilibrismo tra persone molto competenti in materia di relazioni». Solo Ambra Angiolini è scettica: è già difficile l’equilibrio in due, figurarsi in tre o in quattro.

Il programma si chiama Cyrano – L’amore fa miracoli, va in onda il venerdì sera su Rai 3, la rete diretta da Stefano Coletta, ed è scritto e presentato da Massimo Gramellini e Ambra Angiolini. Per ora il miracolo dell’audience, ferma al 3.1% di share (637.000 telespettatori), non riesce a farlo. Ma potrebbe riuscire in quello di far incazzare i nonviolenti che pagano il canone al servizio pubblico.

La Verità, 1 aprile 2018

Fazio e Gramellini anticipano L’Ultima parola

Niente più leggio, niente più la rubrica separata a chiudere in modo un po’ forzato come una parentesi spegnendo il fermento del cazzeggio tra amici, come avevo scritto una settimana fa su Cavevisioni.it. Fabio Fazio e Massimo Gramellini hanno modificato la scaletta di Che fuori tempo che fa, anticipando l’Ultima parola all’interno del talk ( http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-3299b40c-7c23-4684-8f07-71b8256c93a8.html ), e collegandola all’argomento della serata: i segreti nascosti nei cellulari, sulla scorta dell’uscita del film Perfetti sconosciuti con Giuseppe Battiston e Valerio Mastandrea, presenti in studio.

Questo blog ha suggerito una correzione a un programma di  Raitre ed è stato ascoltato.

Che fuori tempo che fa, meglio il varietà del pulpito

Una delle cose migliori di questa edizione di Che tempo che fa è la sigla pescata da Fazio e dai suoi autori in un disco di Sam Cook del 1962. S’intitola Twistin’  The night Away e sprigiona energia allegria leggerezza. Di cose belle in questa annata del programma di Raitre, la quattordicesima, ce ne sono parecchie, in particolare nell’edizione del sabato, Che fuori tempo che fa. Innanzitutto la riscoperta comica di Nino Frassica, un fuoriclasse assoluto. Se c’è un esempio dell’essere felicemente fuori tempo è il Frassica del sabato sera. Solo il siparietto del finto Rischiatutto vale la serata e a Fazio la palma della miglior trovata dell’anno. Ma l’antologia delle gag e dei calembour meriterebbe un pezzo a parte. Un filo più didascalica è la presenza di Fabio Volo che ha bisogno di tempi più lunghi, vedi intervista a Tarantino. Promettente anche la partecipazione fissa di Gigi Marzullo, come quella di Maurizio Ferrini, anche lui come Frassica un’invenzione di Arbore. Sabato tra gli ospiti c’erano Fausto Brizzi, autore di Ho sposato una vegana, purtroppo, accompagnato da Claudia Zanella, attrice, nonché la vegana in questione, giustamente bersagliata per l’integralismo tipico di chi sceglie questa filosofia non solo alimentare. Tanto più che, oltre a Katia Ricciarelli – s’intuisce una buona forchetta – l’altro ospite era lo chef Massimo Bottura, fresco vincitore di un importante premio europeo. Come s’immagina, tenere l’equilibrio tra palati così diversi non era facile, ma tra il serio e il faceto, terreno in cui dà il meglio, Fazio ci è elegantemente riuscito. In questi casi, quasi sempre, il problema si pone alla fine dello show, quando torna in campo Massimo Grammellini.

Il fatto è che in Fazio convivono due anime. Quella leggera goliardica arboriana, e quella moralistica savianesca. A volte si combinano armonicamente, come accadde in Vieni via con me (ma erano anni di polemiche e conflitti culturali accesi). Altre volte no. Fateci caso, anche nel nome e cognome di FF sono presenti queste due anime. Basta il cambio di consonante dall’uno all’altro per trasformare la morbidezza e l’affabilità di Fabio nel suono tagliente e allusivo di Fazio. Tenere in equilibrio queste due componenti non è cosa facile. Quando c’erano direttori come Angelo Guglielmi (Diritto di replica) e Carlo Freccero (Quelli che il calcio, Anima mia) veniva meglio. Ora si va per tentativi. Fazio ha sempre avuto bisogno di un partner, una sponda a cui mandare la palla. Claudio Baglioni, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto. Con la quale si registra il sodalizio più duraturo, forse proprio perché le performance di Luciana estremizzano in chiave satirica il suo lato leggero-graffiante. Quello che lui esibisce nel breve monologo d’inizio puntata.

Da qualche anno nel programma è cresciuto il ruolo di Gramellini, editorialista e vicedirettore de La Stampa, un fuoriclasse del corsivo. Il suo Buongiorno vanta, come La Settimana enigmistica, innumerevoli e vani tentativi di imitazione. Solo che, in televisione, i corsivi possono risultare un filo pedanti (memorabile l’imitazione di Checco Zalone). Dipende soprattutto dal contesto. Nella nuova versione misto-talk, con tanti ospiti, alcuni fissi, a chiacchierare e cazzeggiare al tavolo come tra amici, Che fuori tempo che fa è un concentrato di energia e spensieratezza che potrebbe persino durare più dell’ora e mezza canonica.

Un vero varietà, senza aggiunte. Alla maniera dell’arboriano Quelli della notte. Gli interventi di Gramellini sono due, uno all’inizio, Le parole della settimana, che, con qualche inevitabile alto e basso, sono un buon avvio dello show. E uno alla fine, L’ultima parola, che però arriva a chiudere come una parentesi un po’ forzata il fermento della puntata. A quel punto Che fuori tempo che fa diventa, purtroppo, un varietà con uso di pulpito. Il problema è che Gramellini, oltre che coautore, è anche co-conduttore…