Articoli

Tarchi: «Il centrodestra? Alleanza immaginaria»

È colpa di noi giornalisti se Marco Tarchi non usa cellulari e dialoga solo tramite posta elettronica. Fece questa scelta una ventina d’anni fa, per «mettermi al riparo dall’uso pubblico, altrui, del tempo privato, mio. Se avessi avuto la tentazione di procurarmi un cellulare, mi sarebbe passata nel periodo 1994-96, quando, essendo uno dei pochi studiosi che sapeva qualcosa del mondo post neofascista improvvisamente risorto, ricevevo, al numero fisso di casa, continue chiamate di giornalisti che mi tenevano al telefono per 30-40 minuti chiedendomi di tutto, per poi scriverci su un articolo, sovrapponendo le loro opinioni alle mie e citandomi di passaggio in due righe. Stava diventando una persecuzione, a cui il non-uso di un cellulare mi ha sottratto». Insomma, ecco un raro caso in cui la voglia di visibilità non s’è mangiata la qualità della vita e un certo rispetto per le proprie opinioni. Ovviamente, Tarchi non usa i social media, detestandone «la capacità di moltiplicare egocentrismo, superficialità e volgarità».

Romano di nascita e fiorentino d’adozione, 65 anni, professore ordinario alla facoltà di Scienze politiche di Firenze, già ideologo della Nuova destra italiana vicina ad Alain de Benoist, dopo una burrascosa espulsione dal Msi abbandonò la politica militante per dedicarsi agli studi. Dirige Diorama.it, mensile di «attualità culturali e metapolitiche» e pubblica per Il Mulino. L’ultimo libro (2014) s’intitola Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo.

 

Perché le elezioni francesi sono importanti anche fuori dalla Francia?

«Perché sono un test sulle capacità di crescita elettorale del populismo. Che si trova di fronte il perfetto rappresentante di quei poteri forti contro cui rivolge gran parte dei suoi strali».

Dopo la Brexit e l’elezione di Trump si è detto che l’era della globalizzazione è al tramonto. Oltre che dalla Francia, da dove potrà venire un terzo segnale?

«Non sono certo di questo tramonto. A sostenere la bontà della globalizzazione ci sono una molteplicità di soggetti – politici, economici, culturali – molto potenti soprattutto nel mondo della comunicazione. La loro capacità di seduzione e suggestione sul pubblico è tuttora elevata. La sfida populista è ardua, malgrado la sua presa sempre più estesa. In Austria, dopo il successo sfiorato nella corsa alla presidenza della Repubblica, la Fpö (Partito della Libertà, nda) potrebbe aggiudicarsi il primo posto alle elezioni legislative. E l’Afd (Alternativa per la Germania, nda) probabilmente entrerà in parlamento in Germania. Sono segnali destinati ad ampliarsi, in questa fase».

In Italia stiamo assistendo al ritorno di Matteo Renzi. Crede che saprà inaugurare una stagione nuova come ha annunciato o si tratterà del sequel di un film già visto?

«Propendo per la seconda ipotesi. Dubito che Renzi riesca a liberarsi dal complesso di onniscienza e onnipotenza che lo affligge e che voglia davvero convincersi di aver commesso gravi errori. Per lui, a sbagliare non possono essere che gli altri. È la stessa sindrome che ha afflitto Berlusconi».

Paolo Gentiloni si ritirerà senza fiatare?

«Non mi pare che il personaggio aspiri a costruirsi una figura, e una statura, autonoma. A meno che non gli si prospetti un’insperata finestra di opportunità, come possibili futuri alleati di governo disposti a concludere patti solo a condizione di escludere Renzi dalla presidenza del Consiglio, penso che tornerà in seconda fila».

Beppe Grillo, oltre la dicotomia destra/sinistra (LaPresse)

Beppe Grillo, oltre la dicotomia destra/sinistra
(LaPresse)

Come evolverà il tripolarismo italiano?

«Dipenderà in notevole misura dalla legge elettorale che verrà adottata e dalle mosse dei principali soggetti in campo. Uno dei quali, il centrodestra, è solo potenziale, e difficilmente riuscirà a sommare aritmeticamente i voti che a ciascuna delle sue componenti oggi attribuiscono i sondaggi, perché su molti temi le posizioni di Lega e Forza Italia sono incompatibili».

Sarà necessario un ritorno al proporzionale? Oppure l’unica strada praticabile sarà un Nazareno bis per escludere il M5s?

«Il Nazareno bis potrebbe forse produrre un governo delle larghe intese. Ma se questo fallisse nel tentativo di sanare i problemi del Paese, sarebbe la premessa di un trionfo successivo del M5s. Quanto al sistema elettorale, io sono da sempre un fautore del proporzionale puro, perché credo che le elezioni debbano prima di tutto dare una rappresentanza effettiva e soddisfacente alle opinioni dei cittadini. Ai partiti spetta poi tradurre la loro volontà in accordi e confronti. In quasi tutta Europa, il sistema proporzionale produce governi stabili, non il caos descritto dai fautori del maggioritario».

Del movimento capeggiato da Beppe Grillo le piace il tentativo di superare le categorie di destra e sinistra o qualcos’altro?

«Credo che il superamento della dicotomia sinistra/destra sia nelle cose, e il fatto che Grillo lo abbia capito va a suo merito. Molte persone, oggi, ragionano sui fatti, non sulle interpretazioni codificate nelle ideologie novecentesche o sui loro residui. Non sempre il M5s riesce a tradurre le intuizioni del suo portavoce e garante in scelte politiche conseguenti, ma non c’è dubbio che la sua azione abbia sottratto la politica italiana a un’ingessatura bipolare funesta».

Populismo è il termine politico più in voga: l’accezione dominante però è negativa, una sorta di anticamera della dittatura. Eppure, come dice Ernesto Galli della Loggia citando la Costituzione, la sovranità appartiene al popolo…

«Io mi batto, sul terreno scientifico, contro la degradazione del populismo a etichetta insultante. È una mentalità che può piacere o meno, ma che richiama la centralità del popolo come fonte legittima del potere in democrazia, e incita a ricostituirne un’identità comune: obiettivo non disprezzabile».

A sinistra si procede per scissioni, ma anche a destra l’alleanza tra Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni appare irta di difficoltà. Qual è la possibile carta vincente del centrodestra?

«Non ne vedo. L’eterogeneità di questi soggetti è profonda. Oggi si sta affermando uno spartiacque tra fautori e avversari della globalizzazione e dei suoi effetti, e su questo tema cruciale Berlusconi e i liberali stanno su un versante, Salvini, Meloni, i populisti e i sovranisti sull’altro. Ricomporre il dissidio è impossibile, far finta che non esista produrrebbe un’armata Brancaleone».

Salvini, Berlusconi e Meloni. Per Tarchi un'intesa senza futuro

Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Per Tarchi, un’intesa senza futuro

Mi sta dicendo che per il centrodestra e per gli elettori moderati non c’è speranza?

«Gli elettori a cui l’ipotetico centrodestra vorrebbe rivolgersi non sono tutti moderati. Anzi, molti di loro sono attratti da parole d’ordine radicali come quelle della Lega. Senza contare che molti moderati stanno con Renzi, che ha saputo spostare a destra un partito storicamente di sinistra. Non siamo più negli anni Novanta, l’anticomunismo non è più un collante. Il centrodestra è un’entità più immaginaria che reale».

Non sarà che il suo giudizio così drastico è inficiato dalla negativa esperienza personale in quell’area?

«Per niente. E poi non ho appartenuto a “quell’area”, ma al Msi, che era tutt’altra cosa. Una vicenda che si è conclusa più di 36 anni fa. Non sarebbe il caso di evitare di ricordarmela ogni volta che esprimo un giudizio sulle varie destre? Ragiono da analista, non da ex: categoria che detesto».

Qual è il suo pensiero in materia d’immigrazione?

«Difficile sintetizzarlo. Credo che il fenomeno migratorio di massa sia più una fonte di problemi che una risorsa, come vorrebbe la retorica del politicamente corretto. E che, sul piano pratico, non la si debba affrontare ricorrendo a due opposti e simmetrici ricatti psicologici – quello della paura, per cui ogni immigrato è un criminale potenziale, e quello della commozione e della compassione, per le quali ogni immigrato è un “piccolo Aylan” disperato e indifeso. Credo anche che diluire sempre più i caratteri specifici che hanno costituito ciascun popolo sia una grave ferita inflitta a quella diversità che è il fondamento della bellezza, non solo estetica, del mondo. Apprezzo il dialogo tra i popoli e le culture, detesto la loro omologazione sradicante».

Ci sono spazi d’integrazione della popolazione islamica nel nostro Paese?

«Ci sono, ma bisognerà vedere come saranno utilizzati da entrambe le parti. Imparare a convivere con l’altro-da-sé è sempre molto difficile, e per riuscirci occorre prima di tutto ammettere e conservare la reciproca diversità, trovando compromessi pratici accettabili. L’assimilazione, alla lunga, provoca alienazione e ripulse. Si veda ciò che accade nelle banlieues francesi».

Come giudica il magistero di papa Francesco sull’argomento?

«Giudico le sue come opinioni, che come quelle di tutti gli esseri umani sono discutibili. Comprendo la sua posizione, ma sostenere l’accoglienza indiscriminata di chiunque approdi in Europa mi pare una scelta irresponsabile, destinata a produrre future sciagure. Lo ha sostenuto anche Giovanni Sartori, un grande politologo a me caro, e concordo con lui».

Segue i programmi di politica in tv? Come valuta la rappresentazione che la televisione dà della politica italiana?

«Ne seguo saltuariamente qualcuno. Non posso, e non voglio, portarmi sempre il lavoro a casa… La televisione consente alla politica italiana e ai suoi protagonisti di presentarsi per quel che sono. Purtroppo».

 

La Verità, 7 maggio 2017

 

Camon: «Io, diseredato per l’altare a mia madre»

Parliamo da un’ora e mezza e adesso, mentre gustiamo il pranzo preparato dalla moglie, Gabriella Imperatori, anche lei giornalista, Ferdinando Camon dice: «Qui, in questa stanza, mio padre mi ha diseredato. Si presentò con mio fratello, due testimoni e il notaio. In Un altare per la madre avevo scritto che eravamo poveri». È il più macerante dei rimpianti con il quale lo scrittore veneto convive. Quel libro è esso stesso un monumento alla madre. E anche al padre, che costruisce quell’altare lottando contro il tempo e la morte. Altro che ripudio, la reazione doveva essere di gratitudine. «Invece io li capisco», riprende Camon. «Ho firmato quell’atto. Per loro, scrivendo della nostra povertà ho disonorato la famiglia, il nostro sangue. C’è la famiglia e c’è il resto del mondo. La famiglia è più importante di un libro». Parliamo, e il tormento riaffiora: «Potevamo volerci bene. Siamo rimasti a lungo distanti. Poi ho assistito mio padre in ospedale. Mio fratello m’invitò a una serata in un ristorante. Ma fu una cosa un po’ ambigua. C’erano 400 persone e un tenore veronese, mediamente famoso. Appena varcai la soglia, intonò Rondine al nido, come se io stessi tornando sui miei passi».

Camon ha 81 anni e vive in una casa talmente carica di libri che ha dovuto acquistare un nuovo appartamento dove trasferire parte della biblioteca e lo studio. «È costato poco perché aveva un’ombra sinistra. Ci si nascose per qualche tempo Marco Furlan, uno dei due componenti di Ludwig, la banda di killer seriali che tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta, commise 16 omicidi, rivendicandoli con deliri neonazisti. Sul campanello ho lasciato il suo cognome, piccolo feticcio di un passato tragico e cupo». Per Camon la provincia non è un limite. Se c’è una periferia centrale la si trova nella sua letteratura di padovano che non frequenta i salotti, neanche quelli della tv. I suoi libri sono tradotti in 25 Paesi. La vita eterna fu pubblicato con prefazione di Pier Paolo Pasolini; Occidente lo costrinse ad abbandonare la città con la famiglia a causa delle minacce di morte; Un altare per la madre, Premio Strega, ha venduto quasi 2 milioni di copie; La malattia chiamata uomo è stato rappresentato per 4 anni in un teatro di Parigi.

Chi vincerà in Francia?

«Emmanuel Macron. Sarà una vittoria europea e prevedibile, ma per me deludente. In Francia e ancor più in Italia ci giochiamo la partita della vita».

In che senso?

«Risparmi, lavoro, futuro dei nostri figli, tutto dentro un’idea di Stato. Purtroppo l’Italia non è uno Stato: non ha giustizia, equità, meritocrazia, sicurezza. Si vorrebbe qualcuno che rovesciasse il tavolo. Invece la partita è truccata».

Cioè?

«Ad ogni votazione, non so come giudicare Matteo Renzi. Lo considero onesto, ma limitato. Non cambierà nulla».

Preferirebbe Le Pen e i suoi emuli?

«Preferirei chi rovesciasse il tavolo dell’Europa. Oggi lavoro più di vent’anni fa, ricevo meno, pago più tasse, lo Stato è sempre più indebitato, ogni volta che s’incontrano Pier Carlo Padoan e Angela Merkel veniamo cazziati e ad ogni manovra si spremono soldi non si sa da dove. Qualcosa non quadra».

Non ha fiducia in Renzi. E in Beppe Grillo?

«Grillo è nato come rovesciatore del tavolo. Non so cosa farebbe dopo. Però sul cominciamento di un’altra partita concordo».

Il saluto di papa Francesco all'imam Ahmad al-Tayyib in Egitto

Il saluto di papa Francesco all’imam Ahmad al-Tayyib durante la visita in Egitto

Anche lei crede come Michel Houellebecq che il destino dell’Europa sia la sottomissione?

«L’islam non è integrabile, ma l’immigrazione continuerà. Quelli che vengono qua restano in gran parte islamici. Lentamente cambieranno anche loro e il loro cambiamento partirà dai loro nuclei più deboli. Andando a scuola i figli modificheranno il rapporto con gli adulti. Frequentandone altre, le donne cambieranno il loro rapporto col marito. Ma ci vorranno 3-4 generazioni. Perderanno questo Allah che è la fonte di tutto il loro essere e fare. Ma anche la nostra civiltà s’imbastardirà. Non sarà più una civiltà come vent’anni fa, cristiana, cattolica, costituzionalista. Già in chi accoglie questi migranti funziona l’idea, per me inammissibile, che non è indispensabile la loro adesione alla nostra Costituzione. Uno dei miei figli vive a Los Angeles. Quando ha fatto la pratica di cittadinanza, gli hanno dato il testo della Costituzione americana. Gli hanno lasciato un mese per studiarla e dopo lo hanno chiamato per interrogarlo. Non riesco a capire come a Londra possano esistere otto corti islamiche che emettono sentenze applicando la sharia. Che Stato è quello che ammette il funzionamento di un diritto altro rispetto al suo?».

Lei ritiene che l’islam non sia integrabile perché stabilisce la superiorità dell’uomo sulla donna, del musulmano sull’infedele, dello sceicco sul povero. Non c’è via d’uscita?

«Questi tre cardini impediscono che un islamico possa essere cittadino europeo».

Dove sbagliano i nostri politici?

«Vagheggiano l’islam moderato. L’islam moderato è quello che rinuncia a questi tre cardini. Dunque, non è più islam. Questa condizione ci dev’essere quando uno ottiene la cittadinanza. Non, forse, dopo tre generazioni».

Cosa pensa del magistero di papa Francesco sull’immigrazione?

«Papa Bergoglio mi piace in tutto quello che fa. È un vero cristiano. La sua rivoluzione in tema di accoglienza è forte. Ma il suo Dio non è quello di Pio XII. L’immigrazione dei decenni scorsi dall’Europa dell’Est era conseguenza del fallimento della storia comunista. L’immigrazione attuale dall’Africa e dall’Asia è esito del fallimento della civiltà islamica che, tagliando fuori dalla produzione le donne, non avrà mai lo sviluppo occidentale. Gli Stati europei hanno sempre pensato: voi siete la causa, il vostro fallimento non ci riguarda. Da perfetto cristiano, Bergoglio parla in termini di umanità: il fallimento di popoli appartenenti a un’altra storia ci riguarda. È un messaggio rivoluzionario e carico di futuro di cui sento la grandezza. Ma sono figlio della mia storia».

«Alberto Moravia rideva anche di fronte alla sua morte»

Camon: «Alberto Moravia rideva anche di fronte alla sua morte»

Lei è nato a Urbana, un paesino della bassa padovana: un destino nel nome?

«Sono figlio di contadini poveri. In casa, io e i miei tre fratelli, mio padre e mia madre camminavamo a piedi nudi sulla nuda terra. Non c’era l’acqua corrente, c’era da mangiare perché i contadini avevano bestie, frutta e verdura. Portavo maglioni che mia madre ritingeva immergendoli in mastelli, da dove uscivano a chiazze. Le ragazze non mi guardavano. Il paese non aveva e non ha un’edicola e un cinema. Campi contadini buoi stalle dialetto. Alla fine della guerra i partigiani furono audaci e cattivi, i tedeschi crudeli. In Lombardia i partigiani dormivano nei fienili pagando ai contadini locali per il rischio di nasconderli. Non ho mai visto mio padre prendere soldi per ospitare i partigiani nei fienili».

Suo padre e i suoi avi lavoravano i campi. Facendo lo scrittore si è inurbato e ha smentito la continuità della stirpe, di cui ha scritto nell’ultimo romanzo.

«Ero disperatamente bravo. I professori ripetevano: “Sarebbe un peccato se non continuasse a studiare”».

Uno dei suoi temi ricorrenti è la scomparsa della civiltà contadina. Perché è così importante?

«Charles Peguy sostiene che è “il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo”».

La fine della civiltà contadina e l’avanzare della scristianizzazione sono legate?

«No. La morte della civiltà contadina è una conseguenza dell’avvento della tecnologia e dell’industrializzazione. Un tempo i contadini toccavano la pelle degli animali e il legno della vanga. Oggi toccano il metallo del trattore. Quel mondo aveva un’idea di genitori e figli, di vecchiaia, di Dio, di morte e di salvezza. Il massimo cambiamento è avvenuto nella concezione e nella pratica del sesso. La civiltà contadina ne aveva un’idea spaventata e peccaminosa. Ora crescono ragazzi non legati, il matrimonio è solubile. Io preferisco il mondo di prima. Il progresso ha come prezzo la fine di quella civiltà».

Si definisce uno scrittore della crisi.

«Narro il prezzo del progresso».

Ha seguito la storia dell’isola della laguna veneta dove non si celebra messa per mancanza di fedeli?

«Chiesa vuol dire adunata, assemblea. È chiaro che se il popolo si sposta, cambia concezione di sé e forma una nuova adunanza. Per restare a contatto con questa realtà la Chiesa deve spostarsi anche lei. È ciò che sta facendo Bergoglio».

Esponendosi alle critiche di mutamento della dottrina in tema di famiglia.

«Certo. Io sono stato forgiato dall’idea che il mio Dio non è il Dio degli altri. Che tra Cristo e Allah non c’è compatibilità. La nuova chiesa di Bergoglio applica questa compatibilità».

Applica?

«Applica. In sostanza viene finalmente a cadere il principio che diceva: “Extra Ecclesiam nulla salus”, fuori dalla Chiesa non c’è salvezza. Questo principio ha tormentato le intelligenze cattoliche, a cominciare da Dante Alighieri. Nel canto XIX del Paradiso Dante chiede a Dio dove stia la giustizia se l’uomo che, nascendo in riva all’Indo e non sentendo parlare di Cristo, non si salva. Ma l’aquila, che parla in vece di Dio, risponde: “Or chi tu sei che vuoi seder a scanna e giudicar lontano mille miglia con la veduta corta di una spanna”. Ho capito, io non ci vedo, ma tu sei Dio, dammi la risposta. Nella Commedia non la dà. Ai parroci della laguna che una volta m’invitarono per essere consigliati sulla predicazione dissi che dovevano abolire quel principio. Sottovoce uno di loro mormorò: “Extra Ecclesiam sola salus”, solo fuori della Chiesa c’è salvezza. Il che mi è sembrato un po’ audace».

Papa Francesco è stato criticato per aver detto nell’intervista a Eugenio Scalfari che ciascuno ha una propria «visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene».

«Papa Francesco stabilisce che: “Etiam extra Ecclesiam salus”, anche fuori della Chiesa c’è salvezza».

Piero Fassino nel 2006 ignorò Camon come candidato al Senato del Pd

Piero Fassino nel 2006 ignorò Camon come candidato al Senato del Pd

Dopo l’addio a Urbana, è sempre rimasto a Padova. La vita di provincia l’ha penalizzata?

«Ho sempre saputo che non sarei andato a vivere a Roma o a Milano. In provincia hai un rapporto più fragile col potere. Una dozzina d’anni fa si svolgeva a Buenos Aires una fiera del libro dedicata alla letteratura italiana. La Lombardia e il Lazio organizzarono la trasferta dei loro scrittori. Repubblica mandò un inviato al seguito. Un giorno mi arrivò una telefonata dall’ambasciatore italiano in Argentina: “Perché non è qui? Almeno lei ha dei libri tradotti”. Partii e tenni una conferenza davanti a 2000 persone. Andai nelle scuole, piene di figli d’immigrati che volevano sapere delle loro terre, Vicenza, Padova, Rovigo. Quando entravo nelle classi si alzavano in piedi e partiva l’inno di Mameli che tutti cantavano. Lo scrittore era uno di loro».

Cosa vuol dire che il rapporto col potere è più fragile?

«Ho sempre pensato che mi serviva un grande giornale e scrivo per La Stampa. Poi mi serviva un grande editore italiano e ho Garzanti, che ha pubblicato Pasolini, Mario Soldati, Carlo Emilio Gadda, Goffredo Parise. Avevo bisogno anche di un grande editore francese e ho avuto Gallimard, che ti rende uno scrittore di respiro mondiale. Poi ho avuto grandi editori in Unione sovietica e in America latina. Insomma, ho avuto tutto standomene qui. Per completarmi m’interessava l’esperienza politica. Volevo far fruttare la mia conoscenza del mondo della scuola, avendo insegnato a tutti i livelli. Ora abbiamo un ministro non laureato. Invece, è rimasto un desiderio incompiuto».

Questo è il suo secondo rimpianto.

«Per due volte mi candidarono a sinistra, ma il partito mi boicottò. Ci misi una pietra sopra. Nel 2006 tornarono alla carica: “Stavolta t’imponiamo. Vieni alla manifestazione con Flavio Zanonato, allora sindaco, e Piero Fassino”. Andai e fui presentato a Fassino come possibile candidato per il Senato. “Certo, mi venga a trovare a Roma”, incoraggiò. Dopo qualche tempo provai a contattare la sua segreteria, invano. Allora mi rivolsi a Veltroni che conoscevo da quand’era stato ministro dei Beni culturali. Dopo qualche giorno mi chiamò: “Fassino non ricorda di averti mai incontrato”. Seppi dopo che la candidata in Veneto per il Senato era Anna Maria Serafini, sua moglie».

Ha in progetto un nuovo romanzo?

«Non voglio fare l’errore di Alberto Moravia che alla fine scrisse un sacco di cose inutili. Vorrei pubblicare solo ciò che può restare».

Forse per Moravia scrivere era un modo per ingannare l’avvicinarsi della fine?

«Al contrario, è in me il terrore della morte. Perciò evito di fare cose mortali. Moravia era cinico anche di fronte alla propria fine. Mi raccontò che una volta in Sudamerica s’imbarcò su un piccolo aereo che doveva scavalcare una catena montuosa. L’aereo stentava a prender quota e le montagne si avvicinavano: “Pensai che è facile morire”, mi confidò. “E che cosa hai fatto?”, gli chiesi. “Una bella risata”. In quel momento, ho pensato che non sarei mai stato uno che ride davanti alla morte».

La Verità, 30 aprile 2017

 

E se Povia fosse una specie di Grillo pro life?

L’ultima volta che si è sentito parlare di Giuseppe Povia è stato al Festival di Sanremo. Come a tutti gli ospiti, Carlo Conti aveva chiesto a Francesco Totti qual era la sua canzone preferita e lui ha pronunciato il nome proibito: «Povia». Non il titolo di un brano, ma il nome di un cantante. Anzi, di un cantautore. Nome all’indice all’Ariston. Di Povia il grande pubblico ricorda le controverse partecipazioni proprio al Festival della canzone italiana. Uno anche vinto nel 2006, conduttore Giorgio Panariello. Nel 2008, Pippo Baudo lo escluse dalla competizione, in coppia con Francesco Baccini avevano proposto Uniti. Nel 2009, invece, conduttore Paolo Bonolis, Luca era gay si classificò al secondo posto. Nel 2010 arrivò alla serata finale con la canzone La verità, ispirata al caso di Eluana Englaro. Fin qui il suo rapporto con Sanremo. In realtà, di Povia ce n’è un altro, con una vita artistica lontana dal Festival, fatta di concerti in circuiti alternativi e di album autoprodotti. Una vita artistica che sconfina nell’attivismo pro life e non solo. L’ultimo suo video su Facebook (oltre 320.000 visualizzazioni) è una contestazione punto per punto di un lungo servizio di Nadia Toffa delle Iene favorevole alla maternità surrogata. Si potrebbe chiamarla controinformazione, usando una parola di moda a sinistra. Ma se Le Iene stesse si presentano come un programma di controinformazione, allora il corto circuito c’è tutto. Perché, in realtà, oggi sono mainstream l’utero in affitto a pagamento e il «genitore 1» e «genitore 2». Mentre è considerato retrogrado chi sostiene che il padre è un uomo e la madre una donna. Con qualche eccesso complottista, bisogna riconoscere che nei video, nel blog e nel cd Povia ha il coraggio di mettere a nudo questo meccanismo. Il problema è che, di Povia, ce n’è un altro ancora. Forse già prigioniero del personaggio o del ruolo di piccolo guru, conclude i suoi interventi con l’invito a ordinare il disco o ad allestire concerti e raduni in cui farlo esibire. Per farsi intervistare di persona pone una serie di condizioni, è reticente di fronte alle domande sul suo passato e la sua formazione personale. E, infine, non disdegna d’insegnare come si fanno le interviste.

Peccato.

Francesco Totti all'ultimo Festival di Sanremo

Francesco Totti all’ultimo Festival di Sanremo

Ripartiamo dall’ultimo Festival di Sanremo. Perché Totti che pronuncia il suo nome all’Ariston dà la sensazione di violare un tabù?

«Ci sono due tipi di pubblico: quello della tv e quello del web. Il primo prende quello che gli dai, ma si accorge se c’è un fuori copione. Il gelo che hanno mostrato Karl e Mary per sempre quando Totti ha fatto il mio nome indica come io sia un cantautore al momento non con…forme. Nel web il pubblico è più attento e selettivo perché si può esprimere, fino a quando sarà permesso. Infatti ho centinaia di migliaia e a volte milioni di visualizzazioni per la musica e per i temi che tratto».

Ha un rapporto travagliato con il Festival, nel 2006 l’ha vinto con Vorrei avere il becco, l’anno prima la sua I bambini fanno ooh era stata esclusa perché l’aveva cantata a una manifestazione.

«Vorrei avere il becco è dedicata a tutti i nonnini che come i piccioncini si sono accontentati delle briciole e hanno ricostruito l’Italia distrutta dalla guerra, poi costituita nel ’48. I bambini fanno oh è stata una vittoria comunque».

Nel 2007 ha partecipato al primo Family Day: molto controcorrente nel mondo della musica e dello spettacolo in genere…

«Già lì avevo capito che l’ovvietà sarebbe stata controcorrente. Infatti oggi se dici che un bambino deve crescere con una figura maschile e una femminile sei un rivoluzionario».

Come nasce Giuseppe Povia, cantante? Com’è stata la sua formazione?

«Sono sempre stato un autodidatta che adatta le canzoni in base al tema che tratta».

Torniamo a Sanremo. Nel 2009 presentò il brano Luca era gay: polverone prevedibile?

«Se canti temi sociali si accende un dibattito. Ma la cosa imprevedibile è stato il coraggio di un grande conduttore: Paolo Bonolis».

Possiamo chiarire otto anni dopo chi era il Luca della canzone? Lei ha più volte detto che non era Luca Di Tolve, ex ballerino e organizzatore di crociere per omosessuali poi convertitosi all’eterosessualità e organizzatore di corsi per la presunta guarigione.

«Luca nella vita reale si chiama Massimiliano. Conosciuto nel 2004, ateo convinto».

In quella canzone cantava «nessuna malattia, nessuna guarigione». Come va considerata l’omosessualità?

«Noi siamo quello che pensiamo e conduciamo uno stile di vita, gay o etero, in base alla relazione sociale che abbiamo avuto nella vita stessa. È un punto di vista personale, ma anche la scienza è divisa su questo argomento e quando è così tutti hanno torto e tutti hanno ragione.

Le malattie sono il cancro, la leucemia…».

Quali sono le cause dell’espansione delle teorie gender?

«In breve, molto in breve, le cause sono il business e soprattutto Usa e Gb che ci inondano di tendenze. Per approfondire venite a vedere un mio concerto o, meglio ancora, un concerto/convegno con l’avvocato Gianfranco Amato. Le date sono sulla mia pagina Facebook».

La nuova frontiera sono le cosiddette nuove genitorialità attraverso la gestazione per altri… L’utero è di chi lo affitta?

«Sì, ma come dico nel brano Dobbiamo salvare l’innocenza “la vita non si vende e non inganna” e a rimetterci sono sempre i bambini».

Perché le minoranze sessuali sono sempre più potenti? Adesso c’è anche l’oscar della comunicazione per chi si mostra più bravo a comunicare lo stato delle persone Lgbt…

«Le minoranze hanno sempre comandato il mondo in ogni campo».

Che cos’è l’omofobia?

«Omofobia è un termine inventato nel 1971 da George Weinberg, psicologo magari bravo ma ideologizzato. Non vuol dire niente se non paura dell’identico, che vuol dire ancora meno. Non c’entra niente con l’omosessualità. Ma con la scusa dell’odio e dell’ignoranza si vuole creare una nuova legge. Se dovesse passare, dire che un bambino deve crescere con una mamma e un papà potrebbe mandarti in prigione. Dipenderà dal giudice. Ricorda il nazismo o i regimi totalitari sovietici, come sostiene Gianfranco Amato».

Che margini ci sono per difendere la famiglia tradizionale senza esserne accusati?

«Per ora tutti, la si può difendere a spada tratta. Ma se siamo arrivati al punto di domandarcelo, c’è da preoccuparsi. Negli anni 50/60, se non sbaglio, il partito comunista fece un manifesto con raffigurati donna, uomo e figli in difesa della famiglia. Oggi l’evoluzione di quel partito la sta distruggendo con la scusa del progresso».

L’ultimo suo cd, il decimo, s’intitola il Nuovo Contrordine Mondiale. C’è relazione tra gli argomenti e il fatto che sia un album autoprodotto?

«Sostanzialmente mi sono sempre autoprodotto, ma sbagliavo a regalare i diritti e le edizioni in cambio di una promozione adeguata che poi non avveniva».

Ora lei tiene concerti/convegni e ha un blog piuttosto militante. Sta diventando il Beppe Grillo di centrodestra? Ha mai pensato di fondare un movimento o ne supporta qualcuno già esistente?

«Sono un artista libero e canto ovunque mi facciano esprimere. Non ho lo la tessera di nessun partito, dico ciò che penso e di conseguenza mi danno una collocazione. Io mi metto a ridere perché nessuno sa mai cosa potrei dire di lui, da sinistra a destra».

Parla meno di famiglia e bambini e più di potere e pensiero unico…

«Ho fatto un disco a 360° che parla di finanza, economia, diritti e sociale. Non si trova nei negozi e si  può ordinare solo a ufficiostampa@povia.net».

In Chi comanda il mondo parla di «una dittatura di illusionisti finti economisti equilibristi terroristi padroni del mondo peggio dei nazisti» e nel video lei ha il simbolo dell’euro dipinto sulla faccia: un po’ forte no?

«E non si è accorto che nel video ci sono anche Mario Draghi, Angela Merkel, la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e il panfilo Britannia dove nel ’92 si è decisa la svendita dell’Italia? Questi sono quelli che ci comandano, bene o male decidetelo voi. L’euro non è una moneta, è una dittatura. Ormai l’hanno percepito tutti».

Mi sono accorto, sì. Il suo è complottismo un po’ inquietante.

«Il complottismo è quando non ci sono documentazioni. Io documento tutto ciò che dico e per questo ringrazio anche Paolo Barnard, l’unico giornalista di inchiesta serio in Italia».

Un po’ se le va a cercare… non le va bene nemmeno Garibaldi.

«Pensi che c’è gente che crede ancora che uno con mille soldatelli abbia conquistato un regno di 9 milioni di persone. Povero Sud: aveva tre volte la ricchezza di tutti gli Stati del nord messi insieme. E non lo dico io, ma importanti storici revisionisti. Prima dell’unità di Italia al sud non esisteva emigrazione né disoccupazione».

C’è qualcuno o qualcosa in giro che le suscita un sorriso se proprio non vogliamo azzardare un moto di speranza?

«L’innocenza dei bambini».

La Verità, 2 aprile 2017

 

 

 

 

Su Netflix il comico Grillo batte il gemello politico

E invece no, Grillo vs Grillo che la piattaforma Netflix ha da pochi giorni aggiunto alla sua offerta in streaming, non l’ho trovato così fazioso e tendenzioso. Un’ora e 35 minuti di show in grandissima parte autobiografico e con limitate digressioni politiche. Nessun accenno, per dire, a Matteo Renzi, a Matteo Salvini, a Virginia Raggi. Silvio Berlusconi vi compare solo un momento, ma nella veste di tycoon di Fininvest, quando offrì al comico genovese la conduzione di Ok, il prezzo è giusto appena acquistato a una cifra iperbolica («il mio agente, Marangoni, seduto vicino a me, sudava»). Lo spettacolo è stato registrato in un teatro di Genova il 16 dicembre scorso, in platea ci sono Gino Paoli, il vicino di casa di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, mai tirato in ballo. Ed è significativo il fatto che a trasmettere lo show sia una piattaforma americana e nessuno dei tanti editori nostrani, nemmeno La7 che ai grillini ha sempre dedicato parecchia attenzione. Sullo schermo gigante compare il leader del Movimento Cinque stelle, in giacca e cravatta, che pontifica sulla «democrazia che sa di pesce rancido», arzigogola genericamente sul futuro dei partiti e che, alla fine, si trasforma in un santone di bianco vestito, mentre lui, in platea, offre dei grilli seccati agli spettatori che li chiedono. Una cosa leggera. Di ciò che il politico sciamanico dice, nulla o quasi resta nella memoria. La parte più interessante e godibile è quella autobiografica, favorita anche dall’ambientazione genovese. Il movimento che nasce dall’insonnia, salutare e creativa, e dal conflitto tra depressione e desiderio di felicità che si concentra nel diaframma, «il nostro secondo cervello». Tutto si muove e si agita lì, e nelle conversazioni notturne con altri insonni. In alcune parti, lo show fa venire alla mente Volevo fare il ballerino di Fiorello, nel rapporto dialettico e conflittuale con il padre che lo vuole tenere in fabbrica e che non ride alle sue battute, ma poi se le rivende al bar con gli amici. Poi lo sbarco a Milano, nella stessa pensione frequentata da Paoli e De André, i primi spettacoli, fino alla chiamata in Rai. Che prova a imbrigliarlo, non devi parlare di nucleare (c’era il referendum): «Figuratevi, ho fatto il comico perché nessuno mi dicesse cosa potevo dire o non dire…». Si arriva all’incontro con Gianroberto Casaleggio e all’idea di «fare qualcosa per gli altri». Se da un comico e un imprenditore è nato un movimento politico – è la morale – tutto può succedere. Gli altri si alleano perché il M5s è un’anomalia non omologabile. Qualche volta la battuta è nebbiosa. Ma mai rabbiosa o iconoclasta. Certamente è uno show meno antisistema di tanti del passato, quando sbraitava davanti a slide fitte di organigrammi e assetti societari. Si ride, qualche volta amaro…

 

Massimo Fini: «Io, antimoderno, tra Montanelli e Grillo»

Dalle finestre della casa di Massimo Fini si ammirano le torri della zona ex Varesine di Milano. «Una bella vista», butto lì accorgendomi subito di aver fatto una gaffe: «Una vista che non mi fa stare tanto tranquillo», è la replica, «con questo grattacielo a banana che ha tutta l’aria di venirmi addosso…». L’antimodernismo di Fini è anche architettonico e urbanistico. E in effetti, vista da qui, l’eccentrica curva della Torre Diamante che si allarga dall’asse delle fondamenta può risultare un tantino incombente. Per recuperare esterno il mio compiacimento di trovarmi lì a intervistare lo scrittore che molti dei direttori per i quali ho lavorato avrebbero voluto tra le firme dei loro giornali. «È vero, Maurizio Belpietro, Vittorio Feltri e anche Mario Giordano mi hanno chiesto più volte di scrivere, ma ho sempre declinato (per la presunta incombenza dell’editore Silvio Berlusconi ndr). Forse a causa del fatto che sono più individualisti e liberi, i giornali di destra sono più attenti al mio lavoro. Fosse stato per L’Espresso e La Repubblica non sarei esistito. Non tanto per un fatto strettamente ideologico, quanto perché sono delle confraternite, enclavi impenetrabili».

A differenza del Fatto quotidiano per il quale scrivi?

«Al Fatto ho un rapporto più che ottimo con Marco Travaglio, il quale mantiene un atteggiamento di grande riguardo verso di me. Chissà quanti pezzi non condivide tra quelli che gli mando, ma li pubblica ugualmente da vero liberale montanelliano».

Massimo Fini con Marco Travaglio: «Con lui ho un rapporto più che ottimo»

Massimo Fini con Marco Travaglio: «Con lui ho un rapporto più che ottimo»

E tu condividi tutto del Fatto?

«Travaglio ha gettato tutto il giornale a corpo morto sulla linea del No, mentre io non vado a votare. Ho anche perso la scheda elettorale».

Ma sull’argomento hai scritto.

«Ho scritto che le costituzioni risentono del periodo nel quale vengono fatte. La nostra voleva evitare il ritorno dell’uomo forte. Ora però servono decisioni rapide. Per questa ragione ritengo che il Senato andrebbe abolito del tutto. Ma per farlo serve un dibattito approfondito, non un quesìto referendario secco».

Se avessi votato il tuo sarebbe stato un No?

«Certo. Considerando anche il fatto che prima si doveva riformare la legge elettorale».

Anche se si è sempre rifiutato di scrivere per Il Giornale, dove ho lavorato, Fini lo ha a lungo frequentato per motivi apparentemente più banali, in realtà più sostanziali. Amico e compagno di giochi di carte di Massimo Bertarelli, critico cinematografico e firma degli Spettacoli, veniva in redazione per vedere insieme le partite del Manchester United dove giocava il suo idolo, il campione olandese Ruud van Nilstelrooij. Il fatto me lo rese simpatico, almeno quanto il temperamento di non allineato, insofferente verso tutte le parole d’ordine come documenta la sua produzione saggistica, ora raccolta nell’opera omnia pubblicata da Marsilio sotto l’eloquente titolo La modernità di un antimoderno. Intervistarlo è una soddisfazione perché si racconta con generosità, senza remore e tatticismi.

Un anno e mezzo fa annunciasti che, essendo quasi cieco, avresti smesso di scrivere e di collaborare con i giornali. Ma Travaglio ti ha convinto a continuare. Come c’è riuscito?

«Ha fatto intervenire alcune persone, anche Renzo Arbore che è un mio lettore fin dai tempi dell’Europeo. Ed Ermanno Olmi, pure lui un’ottima conoscenza».

Olmi se ne intende di rinascite produttive. Dopo aver detto che Il villaggio di cartone sarebbe stato il suo ultimo film, per fortuna sua e nostra ha diretto Torneranno i prati. È stanchezza o un modo per farsi pregare?

«Io ho cominciato dal primo libro a dire che era l’ultimo. In La ragione aveva torto?, che è del 1985, mi sembrava di aver detto tutto quello che avevo da dire. Dopo ne ho scritti altri 17. Se è capitato anche a giganti come a Lev Tolstoi o Thomas Mann di pubblicare un libro di troppo, lo si può perdonare anche a noi piccini».

Si decide di smettere, ma poi…

«Nel mio caso la malattia agli occhi mi ha precluso il giornalismo di reportage come me l’aveva insegnato Nino Nutrizio. Si usano i piedi per andare nei posti, poi si ascolta, si annusa, si parla. Non potendo viaggiare nello spazio alla scoperta di qualche dettaglio che riveli il tutto di una storia, ho iniziato a viaggiare nel tempo e con la mente. Scrivo commenti, attingo dal mio istinto speculativo».

Com’è la tua giornata?

«Al mattino, se un argomento m’ispira, scrivo, grazie a una segretaria che mi aiuta. Al pomeriggio spesso vengono a trovarmi dei lettori, colleghi giovani. Qualcuno gentile mi legge dei libri. Ma così sono passato da 100 a sei o sette l’anno. La sera esco con un’amica o altri amici».

Vedo solo macchine per scrivere qui.

«Il computer ce l’ho in studio, ma non ho mai imparato a usarlo. Eravamo in tre, con Montanelli: adesso siamo rimasti solo io e Feltri a scrivere a macchina».

Chi è stato per te Indro Montanelli?

«Un uomo di grande stile non solo nel vestire, ma nel modo di essere. Come le persone che hanno piena coscienza del proprio talento, non te lo faceva cadere dall’alto. Nel Novanta raccolsi i miei scritti polemici in un libro che s’intitolava Il conformista e la Mondadori disse che ci voleva la sua prefazione. Così mi presentai da lui, tremante: “È peggio di quel che pensi, non ti chiedo una recensione ma la prefazione”. Non mi fece nemmeno finire: “Te la devo”, mi disse anche se non mi doveva nulla. In tre giorni ebbi quella prefazione che mi ritraeva alla perfezione e che conservo come una medaglia».

«Eravamo in tre a scrivere a macchina - dice Fini - adesso siamo rimasti io e Feltri»

«Eravamo in tre a scrivere a macchina – dice Fini – siamo rimasti io e Feltri» (Tam Tam)

Quali sono le tue consolazioni?

«Che non ho ancora raggiunto la pace dei sensi e quindi ogni tanto mi capita di scopare. Poi seguo il calcio, lo sport della nostra generazione, il tennis era da ricchi, il basket importato dall’America. Da ragazzo giocavo libero, avevo senso della posizione, riflessi, velocità e mi esaltavo nei salvataggi estremi. Dalla volta in cui, mentre giocava il Torino la mia ex moglie entrò in sala e beccamo gol nel derby, oltre a mio figlio qui non entra più nessuno. Dopo van Nilstelrooij, seguo Andrés Iniesta, signore in campo e fuori. In Spagna il calcio si vive in modo più festoso che da noi. Sembra un evento economico, fatto per la tv, mentre è nato per lo stadio».

Che cosa vuol dire essere antimoderni?

«Qualcosa di molto serio. Il centro del sistema occidentale sono l’economia e la tecnologia. L’uomo è un’appendice. La Rivoluzione industriale ha innescato un processo irreversibile che ha trasformato la persona in consumatore. Nel 1988 Bill Clinton disse che “la mondializzazione è un fatto e non una scelta politica”. E Fidel Castro confermò: “Gridare abbasso la globalizzazione equivale a gridare abbasso la legge di gravità”. Non abbiamo chance».

Lo dobbiamo all’illuminismo?

«Dall’illuminismo in poi la dea ragione ha preteso di organizzare tutto. Mentre l’uomo ha bisogno del mistero, come fa dire Fëdor Dostoevskij al vecchio cardinale di Siviglia nella Leggenda del Grande Inquisitore. Se stai in una stanza vuota illuminata in tutti i suoi recessi, senza più niente da scoprire, finisce che ti spari. La modernità ha azzerato l’istinto. Ti faccio un esempio: quando c’è stata la tragedia dello Tsunami nelle isole civilizzate sono tutti morti, tranne gli indigeni delle tribù Andemani. Un attimo prima il mare era calmo e piatto, ma loro avevano visto antilopi e bufali agitarsi. Così si sono allontanati dalla costa, salvandosi».

Non vorrai dire che dobbiamo tornare alle tribù?

«Voglio dire che c’è una parte istintuale nell’uomo che non va demonizzata. Illuministi e post illuministi vorrebbero eliminare ogni forma di aggressività e di violenza che invece sono anche un’espressione di vitalità. In alcune società, che noi consideriamo arretrate, sopravvivono sistemi che riescono a canalizzare l’aggressività, come certe rappresentazioni della guerra finta, le feste orgiastiche, il carnevale. Anche lo sport può avere questa facoltà. Da noi è tutto scientifico e programmato, ma poi la cronaca è piena dei “delitti delle villette a schiera”, come li chiama Guido Ceronetti».

Dopo che l’economia ci ha trasformato in consumatori, la tecnologia ci sta trasformando in robot?

«La tecnologia doveva servire per farci lavorare meno, invece ci espelle dal ciclo produttivo costringendoci ad accontentarci di lavori peggiori. Nel frattempo esplode il carrierismo. Ludwig von Mises, economista austricaco, sostiene che il sistema occidentale è fondato sull’invidia. La combinazione economia più tecnologia ha instaurato questo modello paranoico: non produciamo per consumare, ma consumiamo per produrre».

Critichi l’illuminismo, ma il filosofo del Movimento Cinque Stelle per il quale simpatizzi è Jean Jacques Rousseau.

«Rousseau è un illuminista atipico, che aveva anticipato le derive della società dello spettacolo. I grillini hanno il merito di superare categorie come destra e sinistra e liberisti e marxisti, vecchie di due secoli. Poi certo, Grillo è un casinista, ma con la battaglia sul reddito di cittadinanza sta riuscendo a sostituire la centralità del lavoro con quella del tempo. Per bloccare la crescita di un movimento eterogeneo il sistema è pronto a compattarsi. Basta vedere cosa sta accadendo con la giunta di Virginia Raggi accusata di colpe da imputare a chi l’ha preceduta».

 

Jean Jacques Rousseau, filosofo di riferimento dei grillini. Ma per Fini è «un illuminista atipico»

Jean Jacques Rousseau, ispiratore dei grillini. Per Fini è «un illuminista atipico»

Cosa significa che «il successo è oggettivamente conquistabile, ma psicologicamente irraggiungibile»?

«Significa che è importante inseguire dei sogni, pericoloso è raggiungerli. Perché una volta raggiunti ti accorgi che non colmano le tue aspettative. C’è una discrasia tra ciò che ti aspetti e ciò che conquisti. La Costituzione americana si è data come scopo il diritto alla felicità, ma così ha condannato l’uomo all’infelicità».

Eppure tutto il sistema occidentale onora il dio successo.

«Serve per tenere in piedi questo modello paranoico. Il vizio oscuro dell’Occidente è pensare che la propria cultura sia migliore delle altre. In Oriente non hanno il mito del successo. Oltre che dalla cultura giudaico-cristiana, veniamo dalla civiltà greca che postulava il rispetto dell’altro da sé e non voleva imporre la sua tradizione ai persiani. Invece abbiamo perso il senso del limite».

Parlando di occidente e delle altre culture, cosa pensi del fondamentalismo islamico e dell’Isis?

«Più dell’Isis temo la scienza tecnologicamente applicata. L’insensato e progressivo allontanarsi dalla natura che, se elabora e afferma una legge, lo fa attraverso processi secolari e millenari. La scienza e la tecnologia vogliono spingere oltre la frontiera e dominare tutto in poco tempo. Vogliono stabilire i confini dell’anima, con esiti grotteschi come stiamo vedendo, per esempio con la pratica dell’ibernazione. Nella civiltà contadina, grazie alla religione, la morte era metabolizzata in una dimensione metafisica. Oggi si vuole risolverla nella fisica».

È l’uomo che vuole sostituirsi a Dio?

«Nella voce “Galileo” del Ribelle dalla A alla Z, facendo uno sforzo su me stesso, sostengo che Bellarmino aveva ragione quando disse a Galileo: “Fai pure i tuoi studi come ipotesi, ma se la certezza matematica vuole misurare tutto porterà solo guai”. Perciò, alla lunga, pur avendo ragione nel merito, Galileo aveva torto, e Bellarmino, avendo torto, aveva ragione».

Perché in un’altra voce del dizionario del Ribelle assesti una sberla a Dio?

«Dio ha creato una creatura tragica, l’unico essere vivente consapevole della sua fine. Le religioni esistono per lenire l’angoscia della morte. Il rumeno Mircea Eliade, il più grande studioso del sacro, ha scoperto che esiste un solo popolo che non conosce né Dio né culti, fatto che non gli ha impedito di vivere felice: e sono i famosi Andemani di cui ti parlavo prima, dediti a feste e scherzi osceni. Il progressismo obbligatorio ci ha imposto la mitologia del futuro, un tempo che definisco inesistente. Un miraggio che genera una rincorsa affannosa e impotente come quella dei levrieri dei cinodromi che inseguono un’irraggiungibile lepre di stoffa».

Roberto D’Agostino ha messo come distico del suo programma tv una frase del saggio di Star Wars: «Il futuro è». Cioè, il futuro è presente grazie alla tecnologia e al web che stanno generando un nuovo Rinascimento, paragonabile a quello iniziato con la scoperta della stampa dopo il Medioevo.

«Non nego che la tecnologia porti dei vantaggi. Ma porta più danni, il primo dei quali è il distacco dalla propria interiorità. Per dialogare con un tizio che sta in Giappone grazie al web finiamo per non conoscere il vicino di casa. Tutto questo lo dico con umiltà. Pongo dei dubbi, senza avere certezze come gli illuministi che critico».

Il Ribelle ha un porto in cui approdare e trovare riposo?

«Il Ribelle è condannato alla solitudine. Attenzione, non è un rivoluzionario, ma solo uno che vuole tener fede alla promessa fattasi da ragazzo di dipendere solo da se stesso e non dal mondo che lo circonda. C’è un passo della Nascita della tragedia in cui Friedrich Nietzsche parla degli “animali intelligenti che inventarono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della storia universale”. Ma fu breve perché dopo poco “gli animali intelligenti dovettero morire”. Noi che ci diamo tanta importanza siamo un attimo dell’universo. Detto questo, dobbiamo vivere il nostro attimo nel modo migliore perché, fermandoci a Nietzsche, dovremmo spararci».

La radice esistenziale del Ribelle è l’orgoglio?

«Un orgoglio luciferino. In Paradiso perduto John Milton ha scritto: “Meglio essere primi agli inferi che servi in cielo”. Forse il limite principale del ribelle è la mancanza di duttilità».

Anche questo orgoglio può essere sostituirsi a Dio?

«Con Baudelaire rispondo che l’unica scusante di Dio è di non esistere».

Però se ne parla parecchio. Non è che ti fa obiezione la figura di Gesù Cristo?

«Mi piace molto il Cristo umano, non quello che si crede Figlio di Dio. Per esempio, ho amato molto Jesus Christ Superstar che aveva per protagonista un Cristo dubbioso, culminante nel momento in cui sulla croce si rivolge al Padre chiedendo: “Dio mio perché mi hai abbandonato?”».

Hai avuto don Luigi Giussani come professore, che ricordo ne hai?

«Come di un uomo di grande intelligenza. Eppure lo considero un corruttore: non si può mettere tanta pressione e tanto carisma nel confrontarsi con ragazzi di 15 o 16 anni. La sua figura faceva il paio con il professore di storia, un marxista per il quale la rivolta ungherese era un rigurgito nazifascista».

Almeno avevano qualcosa da proporre ai giovani. Oggi c’è qualcosa o qualcuno che ti dà speranza?

«Me l’ha data per un po’ la nuova destra di Alain de Benoist, Marcello Veneziani, Stenio Solinas. Poi si sono un po’ persi».

Perché in Italia la destra è spesso volgare e impresentabile?

«Una volta Franco Fortini mi disse che quella di destra è una grande cultura. Sono i suoi rappresentanti politici a non averne. Quando li ascolto in tv mi chiedo se qualcuno abbia mai letto una pagina di Nietzsche. Detto ciò, non è che la sinistra sia meglio, come continua a credere. Il suo complesso di superiorità poteva avere qualche motivazione all’epoca di Giorgio Amendola. Non certo con le mezze figure di oggi».

Una consolazione è anche la pubblicazione di La modernità di un antimoderno?

«Se l’antimodernità ha un senso, forse tra qualche anno questo libro potrà diventare un classico. Diciamo che è un messaggio in bottiglia lanciato verso il futuro».

Allora esiste…

 

La Verità, 5 dicembre 2016

La parabola di Santoro e il benvenuto di Fazio

Un rito iniziatico. Un’affiliazione. C’era qualcosa che strideva l’altra sera nell’ospitata di Michele Santoro chez Fabio Fazio. Qualcosa che non tornava dal punto di vista estetico e dei linguaggi. Il tribuno arruffato nel salotto pettinato dei «ceti medi riflessivi» (Edmondo Berselli); il conduttore più controverso e osteggiato della tv italiana nel tempio del telepoliticamente corretto (gli altri ospiti, per dire, erano Roberto Vecchioni, Claudio Bisio e Serena Dandini). Tutto vero e incredibile: fino a qualche settimana fa. Perché oggi le cose non stanno più così. Santoro è cambiato o perlomeno sta di molto cambiando, abbandonando le vestigia di combattente d’opposizione per iscriversi al Partito della nazione. Nessuno meglio di Fazio poteva dargli il benvenuto nella nuova famiglia. Poteva registrare l’accredito a Palazzo. È questo il valore simbolico della puntata di Michelone a Che tempo che fa dell’altra sera, naturale conclusione di un periodo di impegno per il Sì al referendum di domenica. Santoro è in prima linea, schieratissimo. Lettere su Facebook sulla riforma costituzionale; mega interviste a raffica su come deve e può essere la nuova Rai, autopromozioni televisive. Il Venerdì di Repubblica, Libero, Il Foglio, il talk della domenica, insomma tutta la filiera editoriale governativa dalla quale distribuire giudizi, dare pagelle, infilzare i nuovi avversari. Che, questa è la faccenda più clamorosa, sono i sodali di ieri. Soci di nome e di Fatto (quotidiano).

Michele Santoro ospite di «Che tempo che fa» il 27/11/2016

Michele Santoro ospite di «Che tempo che fa»

Per spiegare tanto attivismo si possono tentare tre ipotesi. Ipotesi anagrafico-egocentrica: passano gli anni e, non più strategico come un tempo, mal sopporta la marginalizzazione. Ipotesi psicologica: per mascherare l’imbarazzo del cambio di squadra e mimetizzare il senso di colpa, spara sugli amici. Ipotesi professional-opportunistica: hai visto mai che ci scappi un ruolo nella Rai post 4 dicembre quando, con la vittoria del Sì, si preannunciano revisioni di organigrammi e rimescolamenti di poltrone?

La vicenda che più stupisce è l’eccesso di livore della campagna con morti e feriti lasciati a terra sulla strada della conversione renziana. Compari di battaglie politiche e mediatiche, partner rumorosamente scaricati. Marco Travaglio in primis: un tipo un filo limitato e schematico a sentire Michelone, invece problematico e dubbioso: «Ho sempre considerato Marco più contemporaneo di me. Più in sintonia col mondo del “mi piace” – “non mi piace”, che è la grammatica di Internet e di Facebook». Ancora: «Travaglio, nella mia televisione, è stato un confine che mi sono dato per essere sicuro che il programma non rinunciasse a una posizione scomoda nei confronti del potere». Sarà. Ma oltre a marcare il carattere antipotere, di certo con Travaglio la sua televisione ha scalato pure l’Auditel, visto che i picchi d’ascolto arrivavano durante l’intervento del direttore del Fatto quotidiano. Un giornale – altra vittima della giravolta – «fin dentro ai necrologi schierato per il No. In ogni sua riga. È ridicolo. Trovo imbarazzante possedere delle quote di un giornale senza sfumature, che non ha dubbi», ha chiosato Santoro, preconizzando un divorzio societario complicato e doloroso. Quanto a Beppe Grillo «l’ho riportato io in tivù, è un fenomeno che ho certamente enfatizzato, e quando era proibito farlo, perché immaginavo una rigenerazione della classe dirigente…». Dopo l’abbrivio le parole diventano pietre: «Alla fine Grillo è potere, è partito, è politica. Solo che finge di non esserlo, nasconde la sua natura, vuole apparire diverso. Ipocrita. Come quando si presenta con i jeans lisi, ma ha la Ferrari in garage». E il suo «Movimento Cinque Stelle è destra. Destra pura»: è la sentenza che rispolvera categorie novecentesche. In coda ce n’è anche per Carlo Freccero, suo storico direttore di rete, difensore e pusher ideologico, colpevole della scarsità di talenti giovani in tv, che sarebbero di più se «smettesse di fare politica con Grillo e tornasse a creare la seconda serata in Rai». A sinistra D’Alema e Bersani sono «patetici quando dicono che se cade Renzi non succede nulla». Perché invece, «se cade Renzi cade la sinistra in questo Paese», sostiene il filogovernativo Santoro.

Quando Michele Santoro e Marco Travaglio andavano d'amore e d'accordo

Quando Michele Santoro e Marco Travaglio andavano d’amore e d’accordo

Nello storytelling della conversione, la poltroncina del salotto faziesco era l’approdo naturale, la vetrina col logo giusto, il posto dove riposarsi e ritemprarsi prima dell’ultima settimana di campagna. «Questa sera non parliamo di referendum», ha premesso Fazio a inizio intervista. C’è la par condicio e tutto il resto. Siamo qui solo per spingere il documentario Robinù, sulla rampa di lancio delle sale cinematografiche.

Uno dei protagonisti di «Robinù», il documentario sui giovani camorristi di Santoro

Uno dei protagonisti di «Robinù», il documentario sui giovani camorristi di Santoro

Una scena via l’altra, i ragazzi della camorra, il welfare della criminalità e la mitologia del kalashnikov. Un documentario forte, il 6 e il 7 dicembre nei cinema: «Vorrei che andaste a vederlo in tanti» e poi «che si vedesse anche in televisione, sarebbe necessario», ha caldeggiato il padrone di casa congedando l’ospite al termine dell’intervista. Tranquilli, ragazzi, è tutto a posto. Siamo qui per registrare l’arrivo di un nuovo amico, l’ex conduttore più controverso della televisione italiana.

 

La Verità, 29 novembre 2016

 

 

Freccero: per cacciare Renzi mi alleo con la destra

Il vero oppositore di Matteo Renzi non è un politico di lungo corso assetato di rivincita. Non è uno showman leader di un movimento. Non è un comico televisivo molto in auge. È Carlo Freccero. Un filosofo dei media, utopista e disinteressato, consigliere d’amministrazione Rai suggerito dal M5S, uomo di televisione tra i più carismatici e vulcanici in circolazione, con un curriculum pieno di cicatrici e medaglie, dalla partecipazione alla genesi della tv commerciale come consigliere del primo Silvio Berlusconi alla prestigiosa parentesi come direttore di La Cinq e poi di France 2, quindi da oppositore sui canali Rai del Cavaliere sceso in politica. Colpito ma non affondato dall’editto bulgaro. Autore a tutto campo di saggi su media e tv. Ecco, si capisce come mai l’intellettuale contro il premier, ribattezzato “il ragazzo del contado di Firenze”, è una guerra asimmetrica che sta creando problemi a chi ha più potere.

Il premier Matteo Renzi, bersaglio di Carlo Freccero

Il premier Matteo Renzi, bersaglio di Carlo Freccero

Carlo Freccero, perché ce l’ha a morte con Renzi?

«Perché è autoritario, accentratore, governa con i suoi quattro amici e le lobby».

Di premier accentratori ne sa qualcosa…

«In confronto a quello che sta facendo Renzi l’editto bulgaro era un atto poetico».

Addirittura.

«Massì, un impeto, una stizza, una reazione frontale. Qui subiamo manovre scientifiche, calibrate. La censura berlusconiana nella tv generalista è ruspante, mentre quella dei politici 2.0 è subdola, invisibile, avvolgente».

Lei si sente in missione per conto del No?

«Sono in tour. Sono stato a Pescara da quelli di Sel, a Roma con Massimo D’Alema, a Matera con Forza Italia, a Savona… Adesso voglio andare anche ai raduni della Lega. Per mandare a casa Renzi mi alleo anche con la destra».

Un’alleanza strategica, ma temporanea, immagino.

«Non si tratta di rapporti personali, si tratta di idee. Nei giorni scorsi Salvatore Merlo sul Foglio ha sostenuto che anche per il referendum la scelta non è sulle idee e i contenuti, ma sulle persone. Ancora una volta il discorso non riguarda la riforma della Costituzione, ma la presunta simpatia/antipatia, credibilità o involontaria comicità del No e del Sì. Come dire: “Vuoi mettere Renzi rispetto al baffuto D’Alema e all’ipercinetico Brunetta?”. Come se il referendum si risolvesse in un concorso di simpatia tra due testimonial».

Ammetterà che Renato Brunetta e Massimo D’Alema compongono una strana coppia.

«La coppia dei testimonial del No suscita l’ironia dei renziani proprio perché tra loro profondamente diversi, eterogenei, non omologati. Il pensiero unico trova divertente e deride ciò che non è formattato, riproducibile industrialmente. Come l’orata da porzione, l’hamburger rigorosamente stampato, il prodotto standard. In questo momento la differenza non è tra destra e sinistra, ma tra pensiero unico, diktat del governo, e opposizione. Tutto ciò che si oppone a questa schiforma mi va bene. E che il fronte del No sia fatto di differenze, anche eccessive, non è solo bello, ma anche didascalico».

Carlo Freccero: «I nuovi media passano presto dalla favola all'incubo»

Carlo Freccero: «I nuovi media passano presto dalla favola all’incubo»

Al Festival di Camogli dov’era stato invitato per una lectio su Media apocalittici e integrati in omaggio a Umberto Eco, Freccero ha condito di citazioni la critica «.it», «.com» e «.net»: «Ricordatevi, accade sempre così: quando appare un nuovo media, il telefono, la televisione, ora la Rete, sembra una fatina. Ma dopo un po’ la favola si trasforma in incubo…». Chissà cosa ne pensa l’amico Beppe Grillo. Dopo l’intervento ecco l’assalto di ex allievi, signore estasiate, telespettatori dei talk di La7. «Mi raccomando, votiamo no. Così lo mandiamo a casa».

Un mantra. Una missione che sembra un’ossessione.

«Macché ossessione. Renzi governa con le lobby e la propaganda. Un caro amico che parla per metafore e di cui non faccio il nome, dice che il premier pubblica troppi dischi e così non va più in classifica».

Sarà mica Pierluigi Bersani questo amico?

«No, è un uomo di spettacolo. Comunque, la tecnica è la propaganda, ormai è parte integrante della politica. E io rispondo con le stesse armi».

Va bene: mettiamo che la sua missione abbia successo. Chi mette al posto di Renzi? Disfare è facile.

«Uno migliore si trova. Il popolo è sovrano e non devono decidere le banche o la J. P. Morgan che ha chiesto esplicitamente una riforma delle costituzioni dei Paesi dell’Europa meridionale. Su questo mi trovo d’accordo con Giulio Tremonti».

«Con Giulio Tremonti - dice Freccero - abbiamo un patto stile Amici miei»

«Con Giulio Tremonti – dice Freccero – abbiamo un patto stile Amici miei»

Qualche sera fa su Raitre, a Gianluca Semprini che gli chiedeva delle pensioni Tremonti ha risposto parlando della riforma del Senato…

«Meraviglioso. È una gag, una goliardata stile Amici miei. Con Tremonti abbiamo un patto, andiamo in tv e tiriamo fuori il referendum a prescindere. Tremonti vede l’apocalisse del capitalismo».

Adesso anche Maurizio Gasparri parla di pensiero unico.

«C’è una collaborazione politica. Con Gasparri ci chiamiamo per nome. Con Brunetta ci scambiamo messaggini».

Cosa fa l’avversione per Renzi…

«Qualche sera fa ero a Matera ad un evento del centrodestra. Alla sera In Onda invita in collegamento me e Quagliariello. In studio c’erano Alessandra Moretti e Renata Polverini. Si parla della riforma costituzionale e del referendum. Alla fine Quagliariello fa la sintesi: “Vedi, Moretti, voi avete come alleato Verdini, noi abbiamo Freccero…”».

Da Bari, però, Renzi l’ha bacchettata dicendo che lei parla della riforma costituzionale come di una «riforma mussoliniana».

«Me l’hanno detto. Io però non ho mai usato quell’espressione. Magari ho detto di peggio. Ma come ho risposto all’agenzia che me l’ha riferito, bisogna ricordarsi che anche Pinocchio è originario del contado di Firenze. Al tempo del fascismo gli italiani avevano affidato la gestione del Paese a un uomo forte, che però aveva i suoi interessi nel Paese stesso. Oggi si vuole rafforzare un esecutivo che è espressione di interessi in conflitto con i nostri come le banche e le multinazionali».

Con l’endorsement dell’ambasciata americana e i suggerimenti di Angela Merkel, la battaglia si è fatta parecchio seria…

«È esattamente ciò che volevo dire. Le multinazionali americane sono disposte a investire da noi solo a condizione che gli eventuali profitti che da questi investimenti scaturiranno non ricadano sul territorio, ma ritornino integri alla patria di provenienza della multinazionale o, addirittura, ai paradisi fiscali dove hanno fittiziamente posto la residenza. Il caso Apple insegna».

Il simbolo della Apple, recentemente multata dalla Ue

Il simbolo della Apple, recentemente multata dalla Ue

Perché il referendum unisce destra e sinistra?

«Non c’è niente di strano nel fatto che destra e sinistra si alleino in nome del No. In un regime culturale – in cui la storia è morta, la differenza soppressa e solo il pensiero unico è considerato legittimo – è naturale che le frange del No si uniscano. In Grecia, Alexis Tsipras è riuscito a fare il governo con la destra, per evitare di unirsi a quelli che la crisi l’avevano prodotta. Io non mi sento in contraddizione con la sinistra. Possiamo dare al termine sinistra tantissimi significati. Ma, come diceva il grande sociologo Raymond Aron, su un unico punto c’è certezza: il termine sinistra deriva dalla collocazione fisica che aveva l’opposizione nel Parlamento post-rivoluzionario francese. Stare a sinistra significa opporsi».

A proposito di opporsi, non trova che, a differenza della sinistra del suo partito che vivrebbe perennemente in congresso, Renzi stia facendo qualcosa di concreto per il Paese?

«In questi anni, la propaganda del fare con cui siamo stati bombardati ha trasformato la Costituzione in un reperto archeologico da rottamare perché si oppone alla governabilità. Questo fare incessante ci chiede solo di spogliarci continuamente dei nostri diritti».

Lei è stato suggerito nel Cda Rai dal Movimento 5 stelle. Pensa che la débâcle della giunta Raggi sia recuperabile o i grillini hanno perso definitivamente in credibilità?

«I grillini hanno imparato che le bugie fanno parte della gestione del potere. Hanno fatto molti pasticci, è chiaro. Ma mi auguro che trasformino la scivolata in una rincorsa per risalire. Magari approfittando dell’occasione del referendum».

Quante chance dà al tentativo di Stefano Parisi?

«Malgrado non sia prodiano ha dei modi prodiani e in questo momento non è uno stile adatto alla destra. Tuttavia, ho visto che tra i suoi sponsor c’è Antonio Pilati. E dove c’è Pilati c’è potere».

Come andrà a finire? Tracci uno scenario da qui a fine anno.

«Decenni di centrismo, di dittatura della maggioranza, hanno livellato le differenze sino a provocarne l’estinzione. Io sto parlando adesso non da sinistra, ma prendendo come modello il pensiero liberale. Il terzismo e l’unanimismo hanno affossato le libertà. Perché non si può glorificare l’individuo e, insieme, la maggioranza. È quanto, ad esempio, teorizzavano i radicali. Non esiste libertà senza tutela dell’individuo e delle minoranze. Oggi se sei politicamente scorretto desti scandalo. Invece, per conto mio, il vero scandalo è, al contrario, quando la maggioranza non rispetta la libertà di espressione delle minoranze. E quindi spero che rinascano la destra e la sinistra e non tutto finisca nel grigiore del Partito della Nazione».

 

Post scriptum L’intervista è finita, ma, prima di salutarci Freccero butta lì l’ultima cosetta da niente: «Prima o poi spero di rivedere Silvio Berlusconi. Siamo alla fine della Seconda Repubblica, alla fine di un percorso…».

 

La Verità, 21 settembre 2016