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«La scuola che preparano ci porterà in una distopia»

Gli uomini di potere lo sanno: quando si mettono le mani sull’educazione, ci si appropria del futuro». Elisabetta Frezza non ci mette molto ad andare al sodo. Cinque figli, solidi studi giuridici e inguaribile tendenza all’approfondimento, autrice dell’introvabile MalaScuola. Gender, affettività, emozioni: il sistema “educativo” per abolire la ragione e manipolare i nostri figli (Leonardo Da Vinci), questa elegante signora di Padova intervistata spesso da Byoblu.com di Claudio Messora, nasconde dietro occhi azzurri una lucidità metallica. Al recente appello contro la scuola che sta trasformando lo studente in «paziente», scritto sotto l’egida del Ciatdm (Coordinamento internazionale associazioni per la tutela dei diritti dei minori), sottoscritto da associazioni, politici, presidi e professionisti, e indirizzato al premier, ai ministri dell’Istruzione e della Salute e ai presidenti di Camera e Senato, nei giorni scorsi è seguita una comunicazione nella quale si chiede «al presidente del Consiglio pro tempore l’immediato scioglimento del Comitato tecnico scientifico» e, tra le altre cose, si diffidano le autorità scolastiche dall’assumere qualsiasi iniziativa sanitaria in assenza del consenso della famiglia.

Iniziative durissime, signora Frezza.

«Sì, non è il momento delle sfumature. Ma mi conforta il fatto che abbiano trovato larga adesione. Stiamo ottenendo grandi riscontri, centinaia di mail di genitori e professionisti della scuola».

Che cosa l’ha spinta a scrivere questi appelli?

«Prima di tutto le misure annunciate per il ritorno a scuola: l’obbligo a tenere comportamenti conformi, il distanziamento, l’uso delle mascherine, i corridoi a senso unico alternato, che costringeranno gli scolari a seguire regole demenziali».

Per esempio?

«Ne ho avuto un assaggio con l’iscrizione di mio figlio al ginnasio, in occasione del sorteggio per smistare i ragazzi nelle classi. Una lunga fila di genitori in attesa della misurazione della temperatura, poi il lavaggio delle mani con il gel, l’autocertificazione sanitaria, la firma con penna personale per non veicolare il contagio. Ho visto questa gente docile e assoggettata, come fossimo improvvisamente precipitati in una distopia. Paradossalmente, se le autorità scolastico-sanitarie avessero chiesto di fare 10 flessioni, una piroetta e cantare Bella ciao nessuno avrebbe eccepito».

Perché da avvocato è da tempo in prima linea sui temi della scuola?

«Qualche anno fa mi sono cancellata dall’albo degli avvocati. Da madre di cinque figli ho assistito al degrado progressivo dell’istituzione scolastica e la mia formazione giuridica mi ha portato a guardarci dentro».

Che scuole hanno frequentato?

«Una piccola materna ed elementare privata che ora sta per chiudere. Poi scuole medie e liceo classico statali».

Il degrado di cui parla in cosa consiste?

«Fino a qualche anno fa, un po’ per inerzia del sistema un po’ perché resistevano alcuni bravi insegnanti, la struttura reggeva. Poi, gradualmente ma scientificamente, è stato smantellato pezzo per pezzo quell’impianto gentiliano che ha fatto della scuola italiana un modello di eccellenza sulla scena mondiale, per sostituirlo con una scuola ad impostazione spiccatamente aziendalista e mercatista».

Questo degrado si sta accentuando con l’emergenza sanitaria?

«L’epidemia è il pretesto che arriva al momento giusto. È l’ultimo ordigno che dà il colpo di grazia a un edificio già diroccato, permettendo di introdurre maggiore controllo sanitario e sociale. E di realizzare il definitivo annichilimento culturale».

Addirittura?

«Stiamo assistendo a un’evidente sostituzione dei contenuti: via le materie fondamentali, avanti l’ideologia. E poi l’ipertrofia digitale. L’abbiamo sperimentato già durante la quarantena con la didattica a distanza. In casa, con cinque figli connessi davanti allo schermo e muniti di cuffie sembrava di essere in una stazione spaziale. Si rende lo scolaro dipendente dalla protesi tecnologica, destinata alla fine a prendere su di lui il sopravvento. Pensiamo solo all’atrofia di tante attività manuali ed espressive a partire dalla scrittura. La navigazione ha sostituito la consultazione. Tutto viene smaterializzato».

È un processo irreversibile?

«Temo di sì. Anche l’introduzione dei nuovi banchi-autoscontri è funzionale. Il tavolo è scomparso e quel piccolo appoggio che lo sostituisce non può certo ospitare un quadernone, un libro di testo, magari il vocabolario. Sono fatti apposta per rendere definitiva la didattica 2.0 o 3.0 con la lavagna interattiva multimediale e il tablet. E non è l’unica conseguenza».

Le altre?

«Isolano ulteriormente lo scolaro. La figura del compagno di banco scompare, con tutto quello che significa anche dal punto di vista psicologico oltre che didattico».

Questa modifica dell’apprendimento si estende anche ai contenuti?

«Vedremo come sarà la nuova educazione civica che, approvata nell’agosto scorso, entrerà in vigore da quest’anno».

Un’idea non ce l’ha?

«Il nome della materia ci è familiare. Ma finora era una materia ancillare della storia, con l’obiettivo di fornire i rudimenti del diritto costituzionale. La nuova educazione civica sarà invece un contenitore di mainstream e comprenderà l’insegnamento di varie “educazioni”, tra cui l’immancabile educazione alla legalità o alla cittadinanza globale – e pazienza se si tratta di un meraviglioso ossimoro – e allo sviluppo sostenibile. In definitiva sarà un altro strumento volto a formare una massa di cittadini standardizzati e obbedienti».

Chi non concorda con l’educazione alla legalità?

«A dirla così nessuno. Ma da che mondo è mondo ci sono leggi ingiuste. Basti pensare a quelle razziali, per fare un esempio. Nella formula “educazione alla legalità” viene oscurata e assorbita l’idea di giustizia e il suo valore oggettivo che trascende la legge positiva. È un altro stratagemma per inculcare l’obbedienza all’autorità costituita, a prescindere da qualsiasi vaglio di ragione. Invece, se la storia ci ha insegnato qualcosa, a partire da Antigone, la legge ingiusta non va ciecamente obbedita, anzi, va combattuta proprio in nome di un principio superiore di giustizia».

Non sta disegnando uno scenario troppo cupo?

«Questo processo viene da lontano e ora sta solo accelerando. L’introduzione del modello aziendalista ha trasformato la scuola delle conoscenze in scuola delle competenze. Oggi non bisogna sapere, ma saper fare. Tutto ciò che non è utile può essere eliminato, a partire dalla storia o dalla filosofia».

Com’è avvenuta questa trasformazione?

«Con la buona scuola sono stati introdotti criteri di valutazione arbitrari, disancorati dalle materie di insegnamento. Si parla di soft skills, o competenze trasversali che riguardano le relazioni, il “benessere gruppale”, il “problem solving”, attitudini interdisciplinari che scardinano la centralità della didattica e dello studio».

Un altro spiraglio aperto all’ideologia?

«Al monopensiero obbligatorio. Quello che poi si articola in varie aree tematiche ed è improntato all’ambientalismo spinto, al genderismo, al pansessualismo, allo scientismo, all’omofilia, all’eurofilia, all’inclusività e chi più ne ha più ne metta. Tutti contenuti veicolati attraverso programmi e libri di testo aggiornati, progetti assortiti che spesso e volentieri entrano nelle scuole in groppa a esperti esterni, estranei al corpo docente, anche all’insaputa dei genitori».

Il suo libro intitolato MalaScuola è nato come critica alla «buona scuola» del governo Renzi?

«Fu un docente di teologia a incuriosirmi sul fenomeno gender, quando questo era ancora fuori dai radar, ben prima della epifania della legge renziana. Ben presto ho constatato quanto e come nella scuola si diffondevano i corsi di educazione alla sessualità e all’affettività. Quando poi ho letto il testo della legge 107 nell’estate del 2015, insieme a una collega, ho smontato il marchingegno introdotto con il comma 16».

Che sarebbe?

«Attraverso una sorta di matrioska normativa, cioè con un doppio rinvio, concatenato e permanente, la norma è di fatto soggetta a un periodico aggiornamento, realizzato attraverso semplici atti amministrativi che sfuggono a ogni controllo parlamentare perché elaborati da funzionari incardinati nel Dipartimento delle Pari Opportunità, in ossequio alla normativa europea».

Una cosa che porta lontano.

«Tutto è cominciato alle conferenze Onu del Cairo e di Pechino del 1994 e 1995. Nelle quali, come ha documentato Dale O’Leary nel suo The Gender Agenda, sono state pianificate scientificamente, con mezzi e risorse potentissime, la diffusione dell’ideologia gender, la decostruzione della famiglia e la promozione della cultura omosessualista».

Tornando alla scuola?

«Con il progetto Polite (Pari opportunità nei libri di testo ndr), l’accordo siglato tra l’Associazione italiana editori e il dipartimento delle Pari opportunità, si punta a correggere tutti i libri di testo secondo i dettami della teoria di genere, eliminando da antologie e sussidiari i contenuti politicamente scorretti in favore di altri allineati alle nuove ideologie».

La sua analisi non è esattamente un’iniezione di speranza: non sarà un tantino complottista?

«Vorrei fosse così. Purtroppo la documentazione che abbiamo a disposizione è così chiara ed esplicita da impedire ogni fantasia complottista. Lo dimostra l’impegno delle tecnocrazie internazionali come la nostra Fondazione Agnelli, dove – guarda caso – l’ex ministro Valeria Fedeli siede nel Cda. Queste centrali sono già sintonizzate sull’Agenda Onu 2030, un concentrato di filosofie mondialiste. Di cui il Global compact on education, il grande evento che si svolgerà in Vaticano il prossimo 15 ottobre sarà la summa teologica. In quell’occasione verrà sottoscritto un patto educativo globale in vista di un nuovo umanesimo. Non a caso la stessa identica espressione usata da Conte nel discorso d’insediamento del governo giallorosso».

 

La Verità, 1 agosto 2020

«Trovo intollerabile l’intolleranza dei buoni»

L’ultimo libro di Giuseppe Culicchia, E finsero felici e contenti. Dizionario delle nostre ipocrisie (Feltrinelli), è un saggio talmente lucido e godibile che andrebbe letto nelle scuole, corso di educazione civica, oppure adottato nelle facoltà di Scienze politiche e Scienze della comunicazione. Cinquantacinque anni, torinese, autore di Tutti giù per terra, da cui è stato tratto l’omonimo film con Valerio Mastandrea, da libraio Culicchia è diventato scrittore, saggista, traduttore dall’inglese e dal francese. La sua satira demolisce uno a uno i luoghi comuni dello storytelling da salotto, non necessariamente televisivo.

Cominciamo da lei, Culicchia: genitori?

«Mio padre, nato a Marsala, arrivò ventenne a Torino nel 1946. Essendosi innamorato della fidanzata di un suo amico, volle allontanarsi da quella storia. Mia madre era un’operaia tessile piemontese, figlia di un’operaia tessile. Si conobbero a metà degli anni Cinquanta e si sposarono».

Infanzia dura?

«Ero il figlio del barbiere meridionale. Diciamo che ho sperimentato sulla mia pelle una forma di razzismo senza peli sulla lingua. Ma ho avuto la possibilità di gustare gli agnolotti e il cous cous».

È vero che ha fatto il libraio prima di diventare scrittore?

«Per dieci anni. Ho scritto Tutti giù per terra nel 1994, ma fino al ’97 ho continuato a stare in libreria. Non ero sicuro di riuscire a mantenermi con le parole».

Era partito piuttosto bene.

«Sì, ma avrei potuto gestire meglio la situazione. A 28 anni ero già felice di aver pubblicato il mio primo libro. Non avevo un agente e non ce l’ho tuttora».

Formazione?

«Sono stato ventenne nel 1985, l’epoca dei paninari. Doveva ancora arrivare la prima ondata migratoria di nordafricani. Torino era molto diversa, c’era stata la marcia del 40.000 e si avvertivano i primi effetti della crisi».

Amici, politica?

«Frequentavo gli ambienti punk e i tifosi del Toro. Ascoltavo i Clash, i Sex pistols, creste verdi o rosso ciliegia».

Che cosa le ha ispirato questo libro?

«Ero in vacanza in Baviera nel 2005 e iniziavano a infastidirmi certi vocaboli che leggevo sui giornali. Le riforme del lavoro che in realtà erano controriforme. Le bombe intelligenti e le vittime civili chiamate danni collaterali. In alcune università americane fu bandito Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain».

Che lei aveva tradotto.

«La censura di Twain scattata per l’uso della parola “negro” era una follia. Twain era un abolizionista, si era arruolato nell’esercito sudista, disertando dopo due settimane. Mi tornò alla mente la profezia di George Orwell sulla neolingua».

Da allora, anni di raccolta di storpiature linguistiche e doppiopesismi?

«Adesso il tema è molto sentito. Quando Feltrinelli ha deciso di pubblicare il dizionario non erano accaduti fatti che l’hanno reso ancora più attuale».

Che cos’è l’ipocrisia?

«C’entra con il mestiere di attore, con la recita che inizia dopo che ci siamo guardati allo specchio e andiamo in ufficio. Per di più ora, ciò che un tempo si diceva al bar diventa di dominio pubblico tramite i social, che trovo molto antisocial. La signora che ha postato un vecchio scatto alle Maldive la incontriamo sotto casa; per cercare lavoro miglioriamo il curriculum. Tutti vogliamo mostrarci meglio di ciò che siamo».

È una maschera che riguarda anche il pensiero?

«Ci si uniforma alle mode e ci si astiene da esprimere il proprio per non essere criticati».

L’omologazione è frutto di superficialità o del potere del pensiero unico?

«Il condizionamento è forte. Qualche anno fa nel quartiere Aurora di Torino alcuni cittadini pakistani si organizzarono in ronde per fronteggiare lo spaccio degli africani. Se fossero stati italiani, avremmo letto titoli sbrigativi. Invece, siccome erano pakistani si scriveva: poveracci, non possono avere gli spacciatori sotto casa. Un caro amico che vive in piazza Vittorio a Roma, modello d’integrazione, mi ha raccontato che poco alla volta la convivenza si è complicata e ora c’è un comitato antidegrado: “Mia moglie, appena vede qualcosa che non va, chiama la polizia: sarà mica diventata improvvisamente fascista?”. Ecco, mi sembra che gli slogan prevalgano sul tentativo di capire».

Di fronte a certi argomenti scatta il riflesso condizionato.

«Un gigantesco cane di Pavlov. Se Dolce e Gabbana, di sicuro non due omofobi, si dichiarano contrari all’utero in affitto cadono sotto la pubblica esecrazione. Chi non si allinea è fascista. Lo sarà anche Marco Rizzo, uno degli ultimi orgogliosi comunisti, per aver detto che la maternità surrogata è mercificazione del corpo della donna?».

Il personaggio meno ipocrita e quello più ipocrita di oggi.

«Il più ipocrita è sicuramente il premier olandese Mark Rutte che dice peste e corna dell’Italia e condona le tasse ai grandi marchi della new economy. Uno che non si è mai preoccupato di essere politicamente corretto è Sinisa Mihajlovic. Ha riscosso unanime solidarietà quando si è saputo che aveva la leucemia, ma appena ha detto che in Emilia romagna avrebbe appoggiato la candidata di Matteo Salvini è stato sommerso di critiche».

Un altro capolavoro è stata l’idea di Michela Murgia di sostituire patria con matria?

«E pazienza se esisteva già madrepatria. A volte l’ideologia ci fa coprire di ridicolo. Se dobbiamo chiamare assessora una donna, il mio dentista uomo devo chiamarlo dentisto?».

Per l’omicidio delle donne si parla di femminicidio perché è un fenomeno diffuso?

«Il trattamento linguistico specifico non è una questione di quantità. A questo punto adottiamolo per tutte le minoranze: migranticidio, gaycidio, lgbtqicidio, diversamentabilicido. Nelle intestazioni delle lettere tipo cari/e compagni/e c’è chi comincia a usare l’asterisco car* compagn*. Ma un conto è leggerlo, un altro pronunciarlo».

Per il sesso valgono mille sfumature.

«Una docente inglese ha raccontato sul Guardian di esser stata rimproverata da una sua apparente studentessa perché le si è rivolta con il pronome femminile “she”, mentre, siccome ha una personalità multipla, avrebbe dovuto usare il plurale, “them”. Alla fine ha dovuto scusarsi e spiegare che non voleva mancarle di rispetto. Ormai si cammina sulle uova… Ma c’è una cosa che mi preme dire…».

Prego.

«Non vedo nella sinistra lo stesso impegno per difendere i diritti civili anche nel promuovere i diritti del lavoro. Oggi, per un figlio che si è laureato si spera in uno stage da 400 euro al mese, 3 euro all’ora. Poi ci lamentiamo se i migliori se ne vanno all’estero. Su questi temi la sinistra è scomparsa. Anzi, sei contestato se ricordi che la legge che ha introdotto il precariato l’ha fatta il primo governo Prodi. L’Italia ha compromesso il futuro delle giovani generazioni, che cosa ne sarà tra vent’anni? In Germania lo Stato rimborsa alle famiglie tutto quello che hanno speso per la formazione dei giovani perché la loro istruzione riguarda il futuro del Paese».

Perché se si promuovono tutti, la scuola non deve lasciare indietro nessuno e i genitori 1 e 2 spianano la strada ai ragazzi aumenta il disagio adolescenziale?

«Forse sarebbe stato meglio pensarci prima di abolire il voto di condotta. Quando s’inizia ad andare a scuola si entra in un’istituzione pubblica e si compie il primo passo da cittadino. La messa in discussione del principio di autorità ha portato alla deriva attuale dell’uno vale uno. Ma qui ci vorrebbe un altro libro».

È davvero convinto che quando Martina Navratilova si dichiarò omosessuale c’era più tolleranza di oggi?

«Fu molto coraggiosa a esporsi, ma aveva vinto nove volte Wimbledon ed era una figura di riferimento. A confronto con l’ossessione attuale per la correttezza gli anni Settanta erano più liberi. C’era un giornale come Il Male che faceva vignette con il Papa in piscina. La satira era accettata. Di recente quando la Navratilova ha detto che le tenniste transgender sono avvantaggiate rispetto alle donne, una cosa scontata, è stata espulsa dalle associazioni Lgbt».

Con la cancel culture siamo oltre il politicamente corretto: cosa pensa del manifesto dei 150 intellettuali di Harper’s Magazine?

«Penso che ci voleva una presa di posizione così in America. E forse non solo lì. Cosa significa che chi non è di colore non può scrivere un romanzo sul razzismo? Se è esistito, di sicuro Omero non ha partecipato alla guerra di Troia. Isaac Asimov era un robot anche lui? Se la letteratura fosse solamente scrivere di sé sarebbe davvero triste, non tutti gli scrittori hanno la vita di Ernest Hemingway. Però Halle Berry non ha potuto interpretare il ruolo di un trans perché non appartiene a quella minoranza. E all’ultima Festa del cinema di Roma Martin Scorsese è stato accolto dalle proteste delle femministe perché nei suoi film non ci sono donne protagoniste. Trovo intollerabile l’intolleranza di chi si professa tollerante».

Nel suo libro nota che dire «ho anche amici gay» vuol dire essere omofobi: è indispensabile il ddl Zan per tutelare le persone omosessuali?

«Di sicuro l’Italia, paese mediterraneo, cattolico e legato a una certa idea di famiglia, non è tra i più tolleranti nei loro confronti. Non conosco il decreto nel dettaglio, ma una legge non può risolvere la questione alla radice perché chi si esprime in modo irrispettoso, certo non cambia modo di pensare perché sanzionato».

La parola chiave del nuovo conformismo è inclusività?

«Il paradosso sta nel fatto che da un lato si rivendicano le differenze delle minoranze, dall’altro, se dici che le differenze esistono vieni attaccato perché dobbiamo essere tutti uguali».

Com’è stata accolta dagli editori l’idea di questo dizionario?

«Senza problemi. Non hanno eccepito su nulla, ma si sono augurati che i lettori fossero dotati di autoironia. È un libro divertente, ma non accomodante. Credo che alcuni possano essere in disaccordo, ma anche che il confronto sia un’occasione di arricchimento. Vale aldilà del mio libro».

Non sarà troppo ottimista?

«Forse sì, il mio è un auspicio».

 

La Verità, 26 luglio 2020

 

«Racconto donne anarchiche oltre i cliché»

S’intitola femm., scritto senza maiuscole e con il punto abbreviativo, il nuovo libro di Paola Rivolta che si presenta come una grande alternativa. Questa: la possibilità di parlare di donne senza appiattirsi sull’ideologia, senza doversi necessariamente schierare con gli uomini che odiano le donne o viceversa. Un libro rarefatto e profondo, con una copertina minimal, controcorrente anche nella scelta narrativa, diciotto racconti brevi che hanno per protagoniste figure femminili del presente e del passato, donne controverse, malinconiche, prevalentemente sole, tutte figure di fantasia con la sola eccezione di quella del primo ritratto, autobiografico. Paola Rivolta, dunque: nata a Milano 62 anni fa, già autrice di Scarfiotti. Dalla Fiat a Rossfeld (Liberilibri come femm.), madre di due figlie, residente a Potenza Picena.

Come mai è finita sulle colline marchigiane?

«È stata una scelta di vita e d’amore. Qui avevamo una casa di famiglia dove venivo d’estate fin da ragazza. Poi mi sono innamorata di un uomo di queste parti. Non mi sono mai sentita una vera cittadina, anche se ho vissuto pienamente gli anni Settanta milanesi, facendo politica da cane sciolto».

Cioè?

«Alle superiori davo fastidio sia a sinistra che a destra. Ero tendenzialmente anarchica e recalcitrante alle regole. Stavo ormai finendo il liceo, quando qualcuno mi disse che certi studenti di prima e seconda venivano a scuola con la curiosità di vedere cosa m’inventavo fuori dalle lezioni».

Dopo i Settanta?

«Siccome sembravo portata per le materie letterarie e artistiche mi sono laureata in agraria, facendo la pendolare dalle Marche. Niente di più lontano dallo scrivere di oggi. Poi ho avuto la fortuna di trovare lavoro in un grande allevamento di cavalli da corsa, qui, nella valle dell’Asola. Pensavo che avrei fatto l’agronomo, invece il primo giorno, prima di partire per i campionati europei, il capitano Ermanno Mori mi mostrò un grande casolare: “Voglio creare un grande museo del cavallo, ci pensi. Quando torno, tra una settimana, ne parliamo”. C’erano libri, fotografie, stampe, dipinti».

Era cominciato l’avvicinamento alla scrittura?

«In un certo senso sì, una scrittura applicata al mondo dell’ippica nel quale m’immersi. Era una scuderia all’avanguardia, ci venivano allevatori dal Nord Europa. C’erano decine di puledri, le competizioni, io aiutavo i cavalli e i padroni problematici… Sa, spesso sono i padroni che complicano la vita agli animali. Sono stati anni splendidi, ma dopo la morte del titolare, tutto si è ridimensionato».

Tornare a Milano?

«Mai pensato, la mia casa si affaccia sulla campagna, ho il mare vicino, amo questi odori. E ora ho più tempo per scrivere».

femm. per cosa sta esattamente? Femmine, femminile, femminista?

«Sta per femmine e io sono una femminista, ma il libro non è portatore di messaggi. Non credo che la letteratura – forse sarebbe meglio dire narrativa o scrittura – serva a diffondere messaggi. È un libro femminista perché dà voce alle donne, ma non lo è nel senso politico del termine».

Non crede che proprio la possibilità di parlare di donne in modo non ideologico sia il pregio maggiore del libro?

«È una scelta. L’ideologia non appartiene alla narrativa. I miei racconti lasciano molto di non detto. Al centro ci sono individui, persone, quasi a prescindere dal fatto che siano donne. Il libro precedente era molto maschile, questo ha per protagoniste figure femminili, ma credo possa interessare molto anche gli uomini. Personalmente, non credo alle differenze tra scrittura maschile e femminile».

Perché in queste donne ritorna un senso di malinconia e solitudine?

«La parola giusta credo sia incompiutezza. La mia esperienza è questa, non vedo tanti cavalieri senza macchia e senza paura, avvolti nella piena e costante felicità. Anche le persone di successo vivono alti e bassi».

Sono storie irregolari, anarchiche come lei da giovane?

«Sono donne normali, persone fragili, attraversate da dubbi e debolezze».

Anche donne che sbagliano, peccatrici: si può dire?

«Si può, non esistono termini vietati, ognuno è responsabile delle parole che usa. Personalmente, non do un giudizio morale. Quando l’editore ha letto i primi racconti e mi ha chiesto di scriverne altri mi ha detto che lo affascinavano proprio per la loro amoralità. Non voglio salire su un piedistallo, credo che la letteratura debba affiancare i suoi personaggi, non giudicarli. Peccatrici, perché c’è una donna killer? Fa il suo mestiere, con le sue titubanze».

Almeno quelle. Peccatrici, in alcuni casi, per mancanza di consapevolezza del potere che esercitano sugli uomini.

«Sicuramente non sono eroine».

Come descriverebbe la differenza tra femminilità e femminismo?

«La femminilità è qualcosa che attiene alle femmine, il femminismo è il tentativo di affermare una visione del mondo ancora lontana dalla società in cui viviamo, nella quale le donne sono spesso penalizzate. È un progetto di cambiamento per il quale combattere. Il mio libro non combatte, ma racconta».

In società si può parlare facilmente di questi temi senza suonare il tasto delle donne vittime e infilarsi in una lista di rivendicazioni?

«Non sono una teorica e non ho scritto un saggio. Inoltre, il femminismo non è uno solo, ma sono tanti. Anche questo è un problema. Una buona parte di ingiustizie, mai denunciate prima, sono emerse in questi ultimi anni. Pensiamoci, in tanti paesi la parità nel diritto di voto o allo studio è stata raggiunta da pochi decenni. Certo, tutti i movimenti di rottura comportano degli eccessi collaterali. Ma c’è ancora molto da fare, per esempio nell’uguaglianza a livello retributivo o nello sport professionistico. E poi nella quotidianità…».

Nella quotidianità?

«Ho due figlie femmine, me ne accorgo quando esco con loro. Davanti allo specchio siamo lì a chiederci se la gonna sia troppo corta o la camicia troppo scollata. Se andiamo al cinema, dove parcheggiare può essere un problema perché all’uscita sarà buio e dovremo fare un pezzo di strada da sole. Banalmente, la quotidianità è fatta di palpatine, di sguardi molesti. Tutto questo rende le donne guerrigliere».

Se si monitorano gli sguardi maschili più o meno lubrici forse si dovrebbe sorvegliare anche l’impatto seduttivo femminile. Ci sono uomini volgari o insinuanti, ma non vede anche lei un sesso maschile intimidito e che sta perdendo il suo grado di virilità?

«Lo vedo, la perdita di virilità è una fuga. Penso che si possa essere virili sapendo rispettare la femminilità delle donne. Quasi tutti i miei amici sono uomini. Io stessa ho una forte componente razionale. Credo che dobbiamo superare gli stereotipi. Per fortuna su Facebook, l’unico social che frequento, comincio a vedere maggiore complicità da parte di uomini che rifiutano la logica della lotta tra generi».

Il movimento #Metoo ha favorito questa consapevolezza o ha esasperato lo scontro tra i sessi?

«Credo abbia favorito una presa di coscienza perché ha aiutato le donne a parlare di ciò che subiscono. Il 95% delle denunce finiscono in condanne. Ci si pensa tante volte prima di denunciare una molestia sessuale perché farlo non è la soluzione del problema, ma l’inizio di un percorso faticosissimo. Se si hanno dei figli… Si può essere costretti a cambiare città…».

È un movimento partito da Hollywood, dove questi problemi non ci sono.

«Se non fosse partito da lì non avrebbe avuto la cassa di risonanza che ha avuto e nessuno si sarebbe mosso. Quelle denunce sono servite anche a chi subisce molestie dal datore di lavoro, in ufficio o al supermercato. Banalmente, prima, quando una ragazza lo raccontava in casa alla fine la risposta era: un altro lavoro dove lo trovi?»

Invece adesso?

«C’è un po’ più di controllo perché la denuncia incombe».

Parlando di complicità fra i sessi, sicuramente il movimento #Metoo non l’ha favorita.

«Probabilmente no. Ma dobbiamo chiederci su cosa la creiamo. Non certo sulle vecchie regole e sui vecchi comportamenti. Un certo modo di ragionare è così pervasivo che ha contagiato anche le donne. A volte mi accorgo io stessa di usare formule maschiliste. Ci sono degli eccessi? D’accordo. L’importante è che qualcosa cambi. Poi le esasperazioni si correggono».

Cosa pensa della polemica che ha coinvolto Luca Argentero perché ha detto che vuole continuare a sentirsi il maschio della coppia e non gli va di avere davanti una donna che si offende se le apre la portiera o le versa l’acqua a tavola? Gli uomini sono inibiti dall’essere galanti?

«Sono gli eccessi di cui parlavo prima. Sono l’acqua sporca che sta insieme al bambino. Anche negli anni Settanta è stato così. Il romanticismo va difeso, ma io credo che una donna più libera, meno sottomessa, si possa tramutare in una maggiore libertà per l’uomo. Bisogna uscire dalle logiche di potere anche tra i sessi».

Il politicamente corretto, il femminismo esasperato, il potere crescente delle minoranze Lgbt per il quale oggi si arriva a sostenere che il sesso è una scelta e non una dotazione rischiano di eliminare il romanticismo e le differenze? Intervistato da Mattia Ferraresi sul Foglio Breat Easton Ellis, l’autore di American Psycho, ha parlato di «totalitarismo dei buoni».

«Questo rischio c’è. Sono quei famosi eccessi… Come il razzismo dei neri nei confronti dei bianchi: esiste. Oggi è tutto molto manipolato ed è difficile valutare le concatenazioni dei fenomeni sociali e di costume. L’unico criterio per provare a farlo che io conosco è mettere sempre al centro la persona».

 

La Verità, 22 settembre 2019