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Il diario un filo troppo apocalittico di Verdelli

Detta in modo brutale, la questione sollevata dal libro di Carlo Verdelli Roma non perdona – Come la politica si è ripresa la Rai (Feltrinelli) è la seguente: il cambiamento della Rai può essere realizzato solo da dirigenti e manager esterni o potrebbero farcela anche capi allevati nella pancia del pachiderma? Lo scaravoltamento, come lo chiamava entusiasticamente la presidente Monica Maggioni, può essere opera solo di alieni, qualcuno catapultato da fuori, o possono riuscire nell’impresa anche coloro che ci sono nati dentro e conoscono corridoi e sottoscala come le loro tasche? Scremata dal risentimento, da una certa dose d’incazzatura che pervade il racconto di Verdelli, ridotta al nocciolo, la questione è, in fondo, questa. Messa così, d’istinto, vien da dire che probabilmente è più libero, svincolato da legami pregressi e debiti di riconoscenza chi viene da lontano. Gli «interni» difettano inevitabilmente della distanza indispensabile per possedere una visione disincantata e operare senza cedimenti e partigianerie. È un fatto oggettivo, strutturale, verrebbe da dire. Chi viene da dentro è troppo dentro: per ragioni fisiologiche e filosofiche.

Carlo Verdelli è stato direttore editoriale per l’Offerta informativa della Rai dal 26 novembre 2015 al 3 gennaio 2017, quando si è dimesso dopo la bocciatura, senza voto, del Consiglio d’amministrazione del suo Piano di riforma dell’informazione realizzato in cinque mesi (quello di Luigi Gubitosi, altrettanto abortito, aveva richiesto due anni). Niente Tg2 a Milano, creazione delle macro aree al posto dei tg regionali, TgSud, fusione di RaiNews24 e TgR, redattore multisuo e mobile journalism. Niente di niente. Solo promesse e dimissioni. Come Verdelli, con motivazioni diverse e diverse modalità, uno dopo l’altro si sono dimessi quasi tutti i dirigenti di quella stagione: Antonio Campo Dall’Orto, sei mesi dopo, Daria Bignardi che era direttrice di Rai 3, Ilaria Dallatana di Rai 2, per ultimo Gabriele Romagnoli, capo di Rai Sport.

A Roma li chiamavano «i milanesi», anche se Campo Dall’Orto è veneto e Romagnoli bolognese. Il corpaccione li ha rigettati, come tanti pezzettini sputati da Polifemo, racconta l’autore. Verdelli è finora l’unico che si è espresso pubblicamente su quell’esperienza, probabilmente perché il suo divorzio è stato il più brutale ed è arrivato dopo una nomina a sorpresa che aveva suscitato non poche aspettative. Io stesso ne nutrivo alcune. Va detto che, aldilà della sua vicenda personale, la stagione di Campo Dall’Orto era parsa inaugurare effettivamente un nuovo corso. La media company, l’ingresso nell’era digitale, la razionalizzazione delle testate giornalistiche, il gioco di squadra, un diverso dinamismo nell’intrattenimento e nella fiction. In sintesi, il trasloco del servizio pubblico televisivo dal Novecento al Terzo millennio.

Tuttavia, personalmente, avendo seguito numerosi tentativi poi abortiti, sono molto scettico sulla possibilità di rinnovarsi della Rai. Ci sarà un motivo se, come scrive Verdelli, nella morìa delle tante madri italiche, la lira, la Fiat, la naia, la Dc, Mamma Rai, insieme a mamma Roma, è l’unica sopravvissuta.

A farla breve, sempre in quel modo brutale, il motivo è che la politica non taglia il ramo su cui sta seduta. «La Rai è la torta nuziale di chi vince le elezioni». È un bottino, la prateria nella quale i partiti piazzano amici, parenti, amanti, politici trombati. Sebbene, puntualmente, contestualmente al suo insediamento, ogni nuovo governo dispieghi come un manifesto la volontà di tenere la politica fuori dalla Rai.

Anche la mission consegnata da Matteo Renzi al nuovo amministratore delegato suonava allo stesso modo. Vai, cambia la Rai e fregatene dei partiti. Poco alla volta però le cose sono cambiate. E la marcatura dei suoi uomini si è fatta soffocante. Prima sono scesi in campo gli «organismi dissuasori», l’Usigrai, la Commissione di Vigilanza, il Cda. Dopo breve monitoraggio degli innovatori, è toccato ai ventriloqui del capo. È «“la peggiore gestione nella storia della Rai” (copyright di Maurizio Gasparri, pasdaran della destra che fu berlusconiana?», si chiede Verdelli. «Macché, di Michele Anzaldi, diversamente allegro deputato Pd e portavoce dell’ultimo Renzi)». «Questi non hanno capito chi ha vinto», ribadì sempre Anzaldi per coloro che non avevano afferrato il concetto. I tre consiglieri di minoranza, Giancarlo Mazzuca, Carlo Freccero e Arturo Diaconale «hanno fatto meno danni alla Rai di Campo Dall’Orto di quelli inviati per sostenerla», annota l’attuale direttore di Repubblica. Insomma, il delitto del fuoco amico è il dato più evidente di quella stagione.

Risulta perciò piuttosto pretestuosa la scelta di Verdelli di apporre come post-scriptum di ogni capitolo dei flash «dal paese dei balocchi», mostrando incongruenze e volgarità dei nuovi politici e del governo gialloverde, smanioso di occupare l’azienda radiotelevisiva. Milena Gabanelli, Massimo Giannini, Massimo Giletti e Nicola Porro sono stati accompagnati alla porta in epoca renziana. Mentre il simpatico Fabio Fazio è ancora al suo posto a quasi un anno dalle nomine di Fabrizio Salini e Marcello Foa. Quel post scriptum è un attacco a un post nemico che arriva dopo il the end sulla stagione di Campo Dall’Orto e Verdelli. In mezzo c’è stato anche il film di Mario Orfeo, con Monica Maggioni sempre presidente. Il che dà a tutto il diario – privo di ammissioni di colpe, tipo una certa sindrome da bunker della struttura creata ad hoc – un tono da dopo di noi il diluvio. Quella stagione è stata, sì, un’occasione persa per la Rai, l’ennesima, triste dimostrazione della sua irriformabilità. Ma non sarà un filo troppo apocalittico far intendere che, con il successivo arrivo dei barbari, sia stata anche l’ultima spiaggia della politica, del Paese e dell’Italia tutta?

 

Nei momenti topici l’informazione Rai latita

«L’Arena» fa ascolti e utili, perciò la chiudono

Tutti, giustamente, concentrati su Fabio Sazio. E sul suo nuovo, faraonico contratto: 11,2 milioni in quattro anni. (A proposito: da quando si fanno contratti a così lunga scadenza? Di solito non si fanno di due in due, con eventuale opzione?) Però, che ne dite se, per un momento, parliamo del caso Giletti? Che, anche se potrebbe sembrarlo, non è uno scherzo. Il Consiglio d’amministrazione di Viale Mazzini riunito sotto la regia di Monica Maggioni e con la partecipazione ordinaria del neodirettore generale Mario Orfeo, ha deciso di chiudere L’Arena di Rai 1. Così, d’emblée, senza farsi troppe remore. Il suo conduttore è stato dirottato al sabato sera per dodici show musicali. Si sa, la presentazione dei palinsesti incombe (mercoledì a Milano). E quindi giornalisti e presentatori rimbalzano da una rete all’altra, da un pomeriggio festivo a una prima serata feriale, da un programma giornalistico di comprovato successo a uno show d’intrattenimento da inventare. Il tutto, com’è accaduto a Massimo Giletti, senza una discussione o un coinvolgimento decisionale. Anche tra i volti storici della Rai ci sono figli e figliastri. C’è chi è super coccolato e accontentato. E chi viene spostato da una casella all’altra senza essere consultato. Con il risultato di apprendere del nuovo impiego da qualche indiscrezione via Internet o dei giornali. Del resto, se la buona educazione non la si impara da piccoli, difficile la si sappia esercitare una volta seduti sul cavallo di Viale Mazzini.

Modi a parte, la vicenda dell’Arena è significativa per parecchi altri motivi. Ideato e condotto da Giletti e giunto alla dodicesima stagione, il programma può vantare una media di ascolti superiore al 20% di share, quasi 4 milioni di telespettatori, che lo ha reso sempre vincente sulla concorrenza. Da rubrica di Domenica In e interamente prodotto in Rai, il talk show è progressivamente cresciuto, fino a conquistare piena autonomia dal contenitore domenicale, di cui, occupando le prime due ore del pomeriggio, è divenuto addirittura il traino. Non a caso, in questi anni, il conduttore dell’Arena è rimasto lo stesso, mentre quelli di Domenica In sono cambiati. Nell’ultima stagione, grazie agli introiti pubblicitari provenienti da una quarantina di spot, il talk ha prodotto un utile di 7 milioni di euro. Basterebbero questi numeri per mettere L’Arena tra i titoli intoccabili appartenenti al patrimonio del servizio pubblico.

Berlusconi all'Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Berlusconi all’Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Al conto economico attivo, va poi aggiunto il valore editoriale del programma, ripreso spesso dai media per i suoi colpi giornalistici. In questi anni Giletti ha condotto numerose inchieste contro la casta, smascherando scandali come i ritardi nella ricostruzione del terremoto in Umbria, il riciclaggio del denaro proveniente dalla vendita della casa di Montecarlo di Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, l’esorbitante numero di guardie forestali nelle regioni del Sud, l’abusivismo in Sicilia… Ha intervistato i politici di tutti gli schieramenti senza mai farli sentire troppo a loro agio, da Mario Capanna a Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, il quale mancò poco che abbandonasse lo studio a causa delle domande poco compiacenti. Insomma, pur privo di sponsorizzazioni griffate perché non iscritto al megapartito del politicamente corretto, L’Arena è un esempio di giornalismo anarchico e restio ai diktat del Palazzo, chiunque sia il suo principale inquilino.

Quando è stato nominato direttore generale, si temeva che il sonno di Orfeo sarebbe calato sull’informazione della tv pubblica, peraltro pagata dai cittadini di tutti gli orientamenti e quindi tutti detentori del diritto di essere rappresentati. Invece, ai palinsesti si applica la tecnica del «panino» in auge nei tg governativi, dove il sottile lo strato dell’opposizione è schiacciato tra la fetta di Palazzo Chigi e quella della maggioranza di governo. Fonti beninformate riportano che, per giustificare la chiusura dell’Arena, il dg abbia parlato del bisogno «di tranquillità e di serenità» del pubblico nel dì di festa. Chissà perché è un bisogno che spunta sempre quando ci sono di mezzo programmi dissonanti rispetto alla voce del padrone. Per dire, un anno dopo, la soppressione di un talk di approfondimento come Virus non ha ancora trovato una motivazione plausibile. E l’avvicendamento alla direzione del Tg3 di Bianca Berlinguer con Luca Mazzà e la scelta di Ida Colucci al Tg2 ha, per la prima volta nella storia Rai, uniformato tutti tre i telegiornali generalisti alla linea della maggioranza di governo.

Con la soppressione dell’Arena l’omologazione si espande ulteriormente (si salva solo Porta a Porta). Forse, l’unica pecca di Giletti è stata, lo scorso autunno, aver battuto con Viva Mogol un programma di Maria De Filippi, solitamente incontrastata dominatrice del sabato sera. Un successo che si è trasformato in un boomerang per il giornalista. Sul contratto del quale non sono circolate cifre, a differenza di quello predisposto per il conduttore di Che tempo che fa. A questo proposito, non si fermano le polemiche. Michele Anzaldi, responsabile della comunicazione del Pd, ha presentato un esposto a Corte dei Conti e Anac, mentre il grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza, ha detto: «Quando era stato preventivato di toccare lo stipendio a Fazio, classico comunista col cuore a sinistra e portafogli a destra, voleva scappare in un’altra tv». Tuttavia, non è detto che la lievitazione del cachet funzionerebbe con Giletti (già in passato segnalato vicino a Mediaset). Il quale, più che al portafoglio, tiene alla sua creatura televisiva. Che invece è stata soppressa.

È vero, avrebbe tutte le caratteristiche per sembrare uno scherzo. Invece.

La Verità, 25 giugno 2017

Tutto chiaro, sulle notizie cala il sonno di Orfeo

Diradata la foschia, il capo del tg più allineato è diventato direttore generale della Rai. Più chiaro di così? La nomina di Mario Orfeo (a proposito: sarà dg o ad?) è la chiusura del cerchio, la prova del nove, la pistola fumante del pasticciaccio brutto di Viale Mazzini. Orfeo era dal primo momento il candidato dell’inner circle renziano: da Matteo Renzi a Maria Elena Boschi, passando per Luigi Lotti. Mai una lamentela, mai un problema da loro. Anzi, canali lubrificati e connessioni rapide. Gestione perfetta della campagna referendaria con sordina messa agli esponenti del No. Ridimensionamento dello scandalo Consip. Nell’agenda del neodg non mancano buoni rapporti anche con settori del centrodestra, tanto che la nomina è stata condivisa anche in cda, con l’eccezione di Carlo Freccero.

Antonio Campo Dall’Orto ha lavorato due anni per trasformare un’azienda di comunicazione obsoleta in media company. Ha commesso qualche errore, chi non ne fa? Ma si era fatto la balzana idea che la Rai andasse riformata e portata nel Terzo millennio. Pittoresco, quel Campo Dall’Orto. Di tutto ciò alla politica non fregava una beata mazza. C’era il referendum costituzionale e ora si avvicinano a grandi passi le elezioni, con la legge che si riuscirà ad arrangiare senza il concorso dei grillini. Complice, non si sa quanto consapevole, Monica Maggioni, che ora si vede scavalcata dalla scelta di un ex direttore del Tg2 e del Tg1, ha vinto la linea di Michele Anzaldi, il pasdaran renziano che un giorno sì e l’altro pure seppelliva sotto gragnuole di ultimatum giornalisti e conduttori non allineati al verbo del capo.

Tre indizi facevano già la prova. Prima il clamoroso flop di Politics di Gianluca Semprini con il recupero dell’irrequieta Bianca Berlinguer (rimossa dal Tg3) aveva molto innervosito gli ambienti renziani. Poi la bocciatura del piano per le news di Carlo Verdelli, senza possibilità d’illustrarlo in cda, aveva costretto alle dimissioni l’autore. Infine il semaforo rosso allo stesso piano riveduto con la scabrosa proposta di nominare Milena Gabanelli alla direzione del portale Rainews.it è stato il colpo di grazia su CDO. Poche chiacchiere, lo scoglio era il controllo dell’informazione. Altro che la media company, gli stipendi degli artisti e balle varie. Ora di indizi ce ne sono addirittura quattro e tutto è lapalissiano. La nomina di Orfeo, il normalizzatore inviso ai 5 Stelle, quadra il cerchio. La copertura si completerà con la promozione di Antonio Di Bella al Tg1 (o di Andrea Montanari). Per una volta il «solito ignoto» è stato scoperto rapidamente. Si sa, quando si avvicinano le elezioni… «Mario Orfeo, è lei che gestirà la Rai per conto del Pd renziano e della nuova Forza Italia durante la campagna elettorale?». Sì, è lui. Fine delle trasmissioni.

Risé: «Politici e giornalisti omertosi sulla cannabis»

Claudio Risé ha una vita doppia. È psicanalista e giornalista. È tra i fondatori del quotidiano La Repubblica e ha partecipato alla nascita della Comunità di San Patrignano. Vive tra Milano e Bolzano, precisamente a Renon, da dove si gode la vista mozzafiato delle vette del Sella, del Sassolungo, dello Scillar e del Catinaccio. «Sono milanese, ma ho sposato una donna di qui (Moidi Paregger, medico specializzato in omeopatia e medicina antroposofica ndr): come potevo convincerla alla metropoli?». Così lui si divide, un paio di giorni a Milano tre volte al mese, il resto quassù «vicino alla natura, non saprei trovare di meglio. E poi Sigmund Freud, che ci veniva in vacanza, scrisse a Collalbo alcuni dei suoi testi più importanti. C’è anche una lettera a Jung in cui decanta questi posti. Invece Bronislaw Malinowski, lo studioso polacco che si può considerare il fondatore dell’antropologia, stabilì qui proprio la sua dimora di famiglia. Insegnava a Londra, andava in Australia per le ricerche sulla popolazione della Melanesia, e poi tornava tra queste montagne». La casa di Risé, sviluppata in altezza, è fatta di scale e stanze strette e vetrate larghe, per godere il panorama. Le pareti, invece, non si vedono, ricoperte di libri: «Circa ventimila, di antropologia, filosofia, scienze umane, storia delle religioni, organizzazioni politiche, economia. Quelli di psicologia, invece, sono nella casa di Milano». Più che mai personaggio controcorrente, in anni di femminismo e femminilità imperanti, ha pubblicato diversi saggi dedicati al «maschio selvatico» e al padre, «assente inaccettabile». Sul settimanale Io donna del Corriere della Sera, una delle numerose testate cui collabora, cura il blog intitolato «Psiche lui».

Sigmund Freud a Renon con la moglie

Sigmund Freud a Renon con la moglie

Come fa a tenere insieme tutte queste attività?

«Grazie alla passione per la vita e alla curiosità per la psiche umana».

Lei però ha iniziato come giornalista.

«Mi ero laureato all’Institut Universitaire des Hautes Etudes Internationale di Ginevra perché volevo entrare all’Onu. Divenni allievo di Jean Meynaud, l’inventore dei gruppi di pressione, ma intanto mandavo corrispondenze economiche da Parigi e Ginevra all’Espresso. Quando vollero aprire una redazione a Milano di economia, mi fecero un’offerta importante e tornai a Milano».

Dove trovò Eugenio Scalfari.

«Era il padre nobile dell’avventura, ma presto litigammo su Michele Sindona (il banchiere e faccendiere siciliano membro della P2 ndr). Passai al Corriere, poi feci il vicedirettore di Espansione, ma quando fondò Repubblica Scalfari mi richiamò. Ho fatto il giornalista in senso stretto per dieci anni, senza esserne appagato. L’anno scorso ho festeggiato cinquant’anni d’iscrizione all’Ordine».

Come arrivò alla psicanalisi?

«In quegli anni di riflessione su me stesso tornò prepotente la curiosità per la psiche. Gli amici dicevano che era la mia vera vocazione perché da sempre rompevo le scatole con l’antropologia… Così, ripresi a studiare. Quando nacque l’Ordine degli psicologi presentai i miei lavori e iniziai a insegnare nelle università».

Tra i suoi lavori più osteggiati c’è un libro del 2007: Cannabis – Come perdere la testa, e a volte la vita.

«L’ho scritto nel 2007 quando mio figlio aveva 14 anni e l’ho dedicato a sette miei amici, alcuni dei quali morti a causa della droga».

La copertina del libro sulla cannabis di Claudio Risé

La copertina del libro sulla cannabis di Claudio Risé

Diversa dalla cannabis, immagino. Che cosa pensa del dibattito sulla liberalizzazione tornato d’attualità dopo il caso del ragazzino di Lavagna che si è ucciso durante la perquisizione della sua camera?

«Alcuni di quei miei amici sono morti proprio a causa della cannabis, erroneamente considerata una droga leggera. A fugare ogni dubbio sulla sua dannosità basta il fatto che l’hashish è molto apprezzato da chi ha interessi alla sua diffusione perché nel 95% cento dei casi è la base di partenza alla tossicodipendenza. È lo strumento d’iniziazione alla droga».

Quali effetti ha?

«Molto precisi. All’inizio trasmette una sensazione di rilassamento e di sospensione dalle contingenze immediate. Innesca uno stato di limitata incoscienza. Ci si sente un po’ fuori, ma non troppo come avviene con l’eroina e l’lsd. Si dice che è una droga sociale perché c’è qualcuno che te la propone come integrazione con i tuoi pari. E poi la prendono tutti, anche gli adulti, magari tuo padre, qualche insegnante e i politici, come dimostrò un famoso servizio delle Iene. Ben presto, soprattutto nei giovani e giovanissimi, il fumo produce isolamento. Uno degli effetti più ricorrenti sono le paranoie, le cosiddette pare, espressione non a caso nata in questi ambienti. Si crede che gli altri siano ostili. I genitori, gli amici, anche la fidanzata: non solo non ti vogliono bene, ma ti vogliono fregare».

Chi sostiene che sia innocua sottolinea che se ne fa anche un uso terapeutico.

«In maniera molto ridotta, sotto controllo medico, per patologie specifiche e con dosaggi infinitesimali».

Qundi nessun dubbio che sia nociva?

«Tutti gli istituti scientifici e medici nazionali e internazionali sono unanimi nel riconoscere la dannosità della cannabis e dei suoi derivati. E insistono affinché venga espunta dagli elenchi delle droghe leggere. Chi la assume con continuità ha un crollo nel rendimento scolastico. Oppure stenta a garantire continuità nel lavoro. In particolare nel cervello di un adolescente, che è in formazione, può produrre danni devastanti. La cannabis agisce sulle funzioni cerebrali, nervose e motorie, riduce le capacità cognitive e di memoria. Venendo assorbito attraverso i grassi, il suo principio attivo agisce anche in tempi medi lenti. Per questo la disintossicazione è molto impegnativa».

Tornando al dibattito sulla liberalizzazione, non potrebbe essere il modo per sconfiggere i cartelli dei trafficanti?

«Personalmente, non credo, ma lo Stato faccia le sue scelte. Importantissimo è che non le faccia in base all’idea falsa che l’haschish e la marijuana sono innocui. Sono indignato dalla disinformazione che sta alla base di questi discorsi. Sono sconcertato dall’acriticità, che forse è connivenza, di giornalisti e opinionisti. Due giorni dopo la vicenda di Lavagna, il Times ha pubblicato due pagine nelle quali un Lord della Camera britannica raccontava la storia di due suoi figli deceduti per overdose di skunk, un tipo di cannabis molto potente che si coltiva anche indoor. In Italia nessuno ha ripreso la notizia. Tolte rarissime eccezioni, come il professor Giuseppe Remuzzi oltre al sottoscritto, i nostri media sono omertosi».

E i nostri politici?

«Basta dire che, a differenza di Francia, Svizzera e Germania, l’Italia è l’unico Paese europeo che non ha fatto campagne di sensibilizzazione televisive o cartellonistiche contro l’assunzione di stupefacenti prima di mettersi alla guida. Insieme con la Cecoslovacchia l’Italia è il Paese con gli indicatori più elevati di consumo di droga. E, non a caso, siamo anche in testa alle classifiche di abbandono scolastico e di mancato accesso al lavoro».

A proposito di scuola, non l’ha colpita il fatto che attorno al ragazzo e alla madre di Lavagna ci fosse il vuoto, al punto che lei è ricorsa alla Guardia di finanza?

«Queste sostanze creano dipendenza. Da solo un ragazzo non riesce a uscirne. Quando con Vincenzo Muccioli andavamo a recuperare nelle sale d’aspetto delle stazioni quelli che scappavano, erano loro che ci dicevano di legarli. Quando una madre vede il crollo verticale del rendimento scolastico e il declino della passione sportiva di suo figlio non può non allarmarsi. Scuola, Chiesa, organizzazioni politiche? Restano le macerie».

Antonella Riccardi al funerale del figlio Giovanni

Antonella Riccardi al funerale del figlio Giovanni

Richiedo: che responsabilità ha la politica?

«La responsabilità principale. Prendiamo la scuola: cos’è stato fatto? La crisi della nostra società nasce dalla distruzione della scuola. L’educazione avviene lì. Un ragazzo ha bisogno di formarsi, cioè di assumere una forma. E la forma, che è fatta anche di limiti, dev’esserci qualcuno che te la dà, accompagnandoti».

Invece?

«Abbiamo criminalizzato ogni tipo di formazione. Nella scuola perché dev’essere solo istruzione. E nella famiglia perché i ruoli, il padre e la madre, sono scomparsi e tutto è interscambiabile. Poi abbiamo bandito anche la formazione religiosa perché siamo un mondo laico e il progresso è laicità. L’Occidente ha stabilito la necessità dell’assenza di regole. Così eccoci in quella che Zygmunt Bauman chiamava la società liquida, dove tutto straripa senza argini».

È la società dell’arbitrio. Un mondo in cui l’uomo è libero sia di abortire che di far figli a ogni costo.

«È la società dell’abolizione del limite. Lo dicevano già Nietzsche e Dostoevskij: “Se Dio è morto, tutto è possibile”. Invece, l’uomo si forma attraverso i limiti. La soluzione non è certo una società repressiva, ma la misura cantata dai trovatori. Oggi tutto è abbondante ed eccessivo. Il 75% delle morti deriva dal mangiare troppo, dal bere, dal drogarsi. La cannabis, che spegne e addormenta, è funzionale a questa evoluzione perché contribuisce a eliminare il senso del dramma dalla vita».

L’età più drammatica è proprio l’adolescenza. Ma se mancano gli educatori come si fa?

«L’adolescenza è l’età più delicata. Soltanto aiutando i ragazzi a riconoscere e accettare l’idea che per diventare uomo devi combattere li portiamo dentro la vita. Dobbiamo aiutarli a capire che l’esistenza è una cosa tosta. In fondo, quando la madre di Lavagna invitava a cercare lo straordinario diceva qualcosa di simile. La faccenda è anche socialmente vergognosa perché i più colpiti e indifesi di fronte alla diffusione degli stupefacenti sono gli strati più poveri, del sud, poco istruiti. Solo l’accettazione della drammaticità della vita permette di coglierne la bellezza. E farla intravedere è compito di noi adulti».

 

                                                                                                      La foto di testata è by Ludiko Film – BS

 

La Verità, 26 febbraio 2017