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«Vi spiego perché Casalino va sostituito subito»

Uomo di pensiero, uomo di sinistra, uomo di giornali e riviste colte. Del resto, nella sua Bari, Giuseppe «Peppino» Caldarola è cresciuto nelle sale felpate della Editori Laterza. 73 anni, a lungo vicedirettore di Rinascita, mensile comunista fondato da Palmiro Togliatti, una breve direzione dell’Unità, una più lunga di ItalianiEuropei, la fondazione di Massimo D’Alema, ora a capo di Civiltà delle macchine, il trimestrale della fondazione Leonardo, Caldarola ha l’onestà dell’osservazione ponderata e di posizioni mai settarie. Qualche giorno fa ha scritto che per costruire il dopo pandemia bisogna ripartire da «scienza e umanesimo», stelle polari della rivista. Personalmente, penso che non basti.

Qual è la sua valutazione dell’operato del governo Conte nella crisi determinata dal coronavirus?

«Ci siamo trovati davanti a un problema inedito con un governo altrettanto inedito. Inevitabilmente, si è avuta un’azione a più facce. All’inizio una risposta titubante, poi una comunicazione incerta. Quando si è capito che le piccole misure erano insufficienti e, anche su stimolo dell’opposizione, si sono introdotte norme più rigide, il governo ha acquisito maggiore autorevolezza. Rimane il problema della comunicazione, ma sembra irrisolvibile».

Secondo lei Rocco Casalino va sostituito?

«Certamente sì. Non ho nulla da dire sulla persona. Ma a mio avviso siamo in presenza di una metodologia sbagliata, una scelta di spettacolarizzazione del premier che non gli giova. Credo servirebbe una figura più professionale, che sappia stare nell’ombra».

È solo un vizio di comunicazione quello che il 27 gennaio a Otto e mezzo ha fatto dire a Conte «siamo prontissimi» ad affrontare l’epidemia?

«Nell’epoca moderna si comunica in ore prestabilite e a quell’ora, caschi il mondo, l’uomo di governo parla. Il prolungarsi dell’attesa fa crescere i seguaci sui social ma anche l’inquietudine dei cittadini. La comunicazione rassicurante di Conte ha pagato il prezzo di centellinare la strategia della chiusura che, invece, andava decisa e comunicata subito».

Insisto: Conte diceva che il governo era «prontissimo».

«Si pensava di avere di fronte un virus curabile con la tachipirina e qualche posto letto. Sarebbe stato un linguaggio più veritiero dire: “Non siamo pronti, ma saremo pronti”».

Inseguivamo primati in Europa.

«La sottovalutazione ha coinvolto dal premier a Nicola Zingaretti a Matteo Salvini. Tutti pensavamo si trattasse di un’influenza un po’ più aggressiva. Solo i virologi più competenti hanno avuto l’esatta percezione del pericolo. Il mondo politico ha cominciato a capire quando si è visto che il contagio attaccava le zone forti del Paese».

Parlando di Europa, questa tragedia sancisce anche la fine della cosiddetta Unione?

«Sono stato europeista tutta una vita, l’ho difesa anche quando non lo meritava. Oggi quell’idea si è in poche settimane bruciata. È una sconfitta per la mia generazione, dobbiamo ripensare e trovare nuovi amici, nuove solidarietà nel mondo».

Che responsabilità ha chi ripeteva di essere in possesso delle contromisure?

«I componenti di tutta la classe politica attuale non hanno vissuto la guerra e il dopoguerra, non hanno visto il colera a Napoli e Bari, erano bambini durante il sequestro Moro, ragazzi durante il terremoto dell’Aquila. È una classe dirigente che, non per colpa sua, non si è confrontata con nessuno dei drammi italiani contemporanei».

È culturalmente impreparata a fronteggiare le emergenze?

«Lo è anche psicologicamente».

Questo deficit che forma prende nell’azione di governo?

«Prende la forma del giudizio ondivago. Si passa rapidamente da <non è niente> a <è gravissimo>».

E questo trasmette insicurezza?

«Una classe dirigente forte trasmette certezza di giudizio. Se lo sbaglia, lo corregge e trova quello giusto. Invece siamo appesi alle valutazioni di giornata di Roberto Burioni, di Ilaria Capua, di Massimo Galli».

Approva la cabina di regia aperta all’opposizione?

«Certo, a condizione che ci si entri disarmati».

Senza secondi fini politici?

«Questa battaglia si vince insieme o non la si vince. La guerra per decidere chi è stato più bravo comincia un minuto dopo la sconfitta del Covid-19. Fino a quel momento siamo tutti corresponsabili».

Le norme adottate contemplano limitazioni eccezionali della vita dei cittadini: può stabilirle un governo con un premier non eletto?

«Il governo ha una maggioranza parlamentare. Negli anni del terrorismo uno schieramento che faceva capo agli Stati uniti e l’altro all’Unione sovietica hanno introdotto e osservato norme molto borderline che violavano alcune regole costituzionali. Oggi si potrebbe firmare un patto che metta insieme maggioranza e opposizione. E venti giorni dopo l’ultimo contagio si potrebbe andare a votare».

L’attuale premier è in grado di guidare un governo del genere?

«Credo di sì. Un patto è un patto, ci dev’essere disarmo non solo dell’opposizione, ma anche della maggioranza. La solidità del patto deriva proprio dal fatto che è stipulato tra forze opposte e reciprocamente antipatizzanti. Non che arriva un terzo personaggio…».

Mario Draghi.

«Draghi può servire ad altro, se lo faccia dire da un comunista. Potrebbe essere il De Gasperi della situazione che arriva nel dopoguerra, si fa dare gli aiuti e tira in piedi l’Italia».

In questa situazione sarebbe servito un sistema operativo più snello e decisionista?

«Avrei preferito da subito la nomina di un commissario. Una figura che, su delega del governo, si assumesse tutta la responsabilità operativa necessaria. In Italia, oltre a quello di Guido Bertolaso, al quale vanno i miei auguri, abbiamo avuto l’esempio di Giuseppe Zamberletti che, con determinazione e violando all’occorrenza le regole, ricostruì il Friuli in tempi record. E, in anni più recenti, l’esempio di Gianni De Gennaro che, dopo il fallimento di altri commissari, risolse l’emergenza rifiuti a Napoli».

Conte ha temuto che un supercommissario gli facesse ombra?

«Tenere la prima linea è stato il secondo errore di Conte. In queste situazioni serve una figura che in nome del governo possa ordinare a una fabbrica di riconvertire la produzione, vigilando che lo faccia. O ritirare l’ambasciatore se un Paese rifiuta di venderci le mascherine. Ho massima fiducia in Domenico Arcuri, ma temo sia arrivato tardi».

C’è chi guarda alla Cina e alla Corea invidiando la tracciabilità dei cittadini tipica dei sistemi dittatoriali. Non le pare che anche le nostre norme abbiano caratteristiche da regime?

«Noi stiamo applicando norme borderline, manca poco che siamo fuori dalla Costituzione. Inoltre stiamo gestendo l’emergenza con la logica dell’apparato di forza. Io rovescio la prospettiva: ai cittadini va dato un servizio».

Esemplifichiamo?

«Invece di essere usato solo per controlli e sanzioni, l’esercito potrebbe diventare tramite fra i cittadini anziani o malati e la distribuzione alimentare. Si firma un’intesa tra il ministero della Difesa e i grandi distributori. Si studia il sistema di pagamento, i cittadini ordinano la spesa, i militari caricano i camion e le consegnano. Si fa la selezione dei nuclei familiari idonei al servizio: anziani soli, famiglie con ammalati, con disabili eccetera. Secondo esempio. Dove ci sono zone di resistenza alle regole si controlla il territorio con l’aiuto dell’esercito».

Non crede che si parli molto del «dopo» e che si tenda a sfuggire al «durante»?

«Parlare del dopo è un esercizio intellettuale di consolazione. Non credo alle teorie catastrofiche. Mi auguro che si cominci ad apprezzare l’obbligo dell’interscambio».

Cioè?

«La possibilità che rinasca un’idea popolare di coesistenza pacifica anche tra schieramenti opposti e tuttavia consapevoli di aver bisogno, da avversari, l’uno dell’altro. Questo non è buonismo, ma coscienza della necessità di una reciproca collaborazione».

Paradossalmente con questa situazione abbiamo risolto il problema dell’inquinamento, del traffico, dello spreco di cibo, stiamo recuperando la solidarietà, imparando le risorse della digitalizzazione… Ci servono decine di migliaia di morti per apprendere il senso del limite? L’esito finale sarà la decrescita felice?

«La decrescita non è mai felice. A quelli della mia parte politica dico di non illudersi che sia finita l’epoca del turbocapitalismo. Dobbiamo confrontarci con tutto quello che sta accadendo sapendo che non c’è nessuna teoria di destra o di sinistra che ci dà la ricetta del futuro. In quello che lei chiama durante vedo un conflitto aperto di soluzioni».

Si spieghi.

«Credo che il segreto del dopo sarà la collaborazione interculturale. Questa forma di guerra che è la pandemia ha messo in mora due figure. La prima è il cretino, ovvero colui che parla senza sapere, derivata dalla convinzione populistica del M5s che un click vale decenni di studi. La seconda bocciatura è della figura dell’egomostro. Questa battaglia non la vincono i superuomini, ma le reti di collaborazione».

Che garanzie abbiamo che scienza e umanesimo basteranno in futuro?

«Non bastano perché a entrambe manca ciò che i cattolici chiamano fede e per i credenti di altre religioni è una dimensione meno elitaria dell’umanità. Capace di più interrogativi e di più voglia di affidarsi».

Anche perché scienza e umanesimo, pilastri del Nuovo ordine mondiale, hanno prodotto prima la crisi di Wall Street e ora questa di Wuhan. Basterà registrare meglio la macchina per ripartire?

«Non basterà. La globalizzazione è diventata una forma di ubriachezza molesta. C’è la necessità di una interdipendenza, di una nuova concordia nelle decisioni da parte dei veri poteri mondiali che non sono necessariamente quelli politici».

Sta dicendo che Trump non va bene?

«Esatto. Quello che posso sperare è che ci sia una presa di coscienza basata sul primato del vero, e quindi della scienza, dell’umanità, e quindi della relazione, della persona, e quindi dell’umiltà».

 

La Verità, 29 marzo 2020

«Io, obiettore di coscienza dei social network»

«Testimone di una trasformazione portentosa». Si definisce così Mauro Covacich, 53 anni, scrittore triestino che vive a Roma nel quartiere Flaminio. Autore schivo e profondo, com’è nel temperamento della gente di quel confine martoriato. Un confine crogiuolo. Il suo ultimo libro, La città interiore (per La Nave di Teseo che ha deciso di ripubblicare il «Ciclo delle stelle»: A perdifiato, Fiona, A nome tuo, Prima di sparire), è entrato nella cinquina finale del Campiello. In giugno ha ricevuto il premio intitolato a Fulvio Tomizza, uno dei tanti scrittori che hanno segnato la sua formazione. Gli articoli che Covacich scrive sul Corriere della Sera illuminano sempre qualcosa di cruciale, uno stato d’animo, una svolta culturale, le ragioni di una differenza. Come quello sulla tranquilla rinuncia ai social network per privilegiare rapporti in carne e ossa. Oppure quello sul cambio dello scenario psicologico che ha portato ai nuovi equilibri della politica. Nell’ultimo ha dipinto «la plaga dei coetanei», nonni che giocano a calcio, padri di cinquantenni con la tartaruga, a loro volta genitori di adolescenti che vestono da sciantose: «Tutti coetanei, che incubo».

In quell’articolo ha demolito un mito su cui sfreccia la nostra società da mezzo secolo: forever young, per sempre giovani.

«È uno strano per sempre, perché poi si muore».

Subito al dunque…

«Credo che l’illusione di restare giovani peggiori la vita perché le fa perdere forma. Una delle forme della vita è data dall’età. Essere bambino, poi adolescente, adulto, anziano. Questo non significa che uno non cerchi di stare meglio che può. Ma se sono un padre è giusto che mio figlio mi percepisca come un’altra cosa, diversa da lui. Quando vivevo con i miei genitori, le parole di mio padre le ascoltavo come provenienti da un altro mondo. Non erano le parole di un mio amico».

Da sempre i ragazzini vogliono diventare presto adulti e i vecchi ringiovanirsi: cosa c’è di male?

«Non mi sembra sia così. Fino a qualche anno fa i vecchi e i genitori erano figure autorevoli. Ora sembra che da 10 a 80 anni partecipiamo tutti alla stessa gara. È una pretesa che falsa la realtà, la adultera. Dobbiamo imparare ad accettare il momento in cui siamo fuori gara, senza che questo significhi essere morti. Oggi essere pensionati è una colpa, un tempo era uno stato in cui, non essendo più nell’agone, si poteva elargire la propria sapienza. Il vecchio le cose le aveva fatte e ora trasmetteva un pensiero. Adesso i bambini sono pressati dall’obbligo di diventare adulti, soprattutto le bambine bramano diventare ragazze, donne fatte».

Combattere il mercato globale e la pubblicità che vivono sull’industria anti invecchiamento, sulla smania di prolungare la giovinezza, la prestanza e l’avvenenza è una battaglia di Don Chisciotte?

«Definirla battaglia significa pensare che possa persuadere qualcuno invece sono rassegnato. Questo non m’impedisce di protestare. L’ossessione che abbiamo per il corpo ne annuncia anche la dissoluzione. Da una parte, non ipotizzando un dopo, è la nostra ultima certezza e cerchiamo di mantenerlo il più bello possibile come un’urna sacra. Dall’altra si è moltiplicata un’idea di amicizia che prescinde dall’incontro».

Invece?

«Penso che amicizia significhi anche avere a che fare con il corpo dell’altro. Se tradisco un amico devo aspettarmi che mi tiri un ceffone. Nella comunità digitale, pur parlando continuamente del corpo – alimentazione, diete, palestre – il corpo non c’è. È tutto virtuale. Anche l’amore si fa a distanza. L’esperienza sessuale mostra questa contraddizione».

In che senso?

«Il sesso si è trasformato in una prova atletica. Ci sono i tutorial per imparare le tecniche e diventare bravi. L’elemento personale, psicologico, l’arrischiamento, anche l’imbarazzo, l’emozione e la titubanza non ci sono più».

Convivere come coetanei azzera il carisma degli adulti?

«Se non c’è distanza tra l’adulto e il ragazzo non c’è prospettiva. La fine dell’autorevolezza dei professori comincia qui. Magari c’è l’eccezione di quello che irradia ancora fascino, ma dalla maggioranza dei ragazzi gli insegnanti sono considerati degli sfigati. Non perché siano più stupidi di una volta, ma perché si sono abbassati al livello degli studenti. Fanno parte della plaga dei coetanei di figli, genitori amici, studenti, allenatori, tutti nella stessa gara».

Tutti nei social network.

«Fanno i simpaticoni. Sperano di conquistare ascendente con la complicità. Danno il numero di cellulare ai ragazzi… Mi sembra aberrante che un ragazzino possa accedere al cellulare di un professore. È questione di status, non di problematiche sessuali. Come si fa a scambiarsi l’amicizia su Facebook? Se sei mio amico non sei più interessante. Tuttalpiù posso darti una pacca sulla spalla, ma non ti ascolto più con attenzione».

La categoria degli insegnanti è svalutata per colpa loro o della politica?

«Non credo sia colpa della politica. Certo, hanno fatto mille riforme e non se la sono cavata bene. Ma l’errore è il fatto che per i ragazzi il professore è diventato uno di loro. Posta le foto, aggiorna il profilo… L’eccesso di democratizzazione è fuorviante. Sono sparite autorità e autorevolezza. Le materie sono le stesse, ma ai miei tempi il professore suscitava un sentimento misto di paura e fascino. Non c’è più soggezione perché non c’è più differenza».

Le donne sono più vulnerabili al passare del tempo?

«Credo di sì. Ma credo che la vulnerabilità delle donne sia causata dall’aver assunto i tratti virili dei comportamenti sessuali e sociali degli uomini. L’emancipazione della donna ha preso una strada imprevista. Non credo che le femministe degli anni Settanta pensassero che meritare lo stesso trattamento degli uomini comportasse la mascolinizzazione della donna».

E per converso la femminilizzazione del maschio.

«Ci sono dati evidenti. Gli uomini hanno più attenzione per la cosmesi, i ragazzi si depilano, usano meno la macchina e si fanno venire a prendere a casa dalla ragazza. Una volta farsi la patente per andare a prendere la ragazza era motivo di orgoglio».

Nel libro La città interiore ricostruisce la mappa storica, esistenziale e psicologica dalla quale lei stesso scaturisce. Perché si è sottoposto a una ricerca così impegnativa?

«Ognuno di noi ha la propria città interiore, ognuno di noi è quello che gli altri lo hanno fatto diventare. Poi ci si mette del proprio. I genitori e i maestri che abbiamo avuto, i viaggi, i libri, le esperienze che abbiamo fatto determinano quello che siamo. Covacich è un cognome sloveno di una persona italiana. Per me è stato un lavoro e solo successivamente un libro necessario. Una sorta di resa dei conti. Avevo raccolto vari giacimenti, quello della famiglia e della storia, quello degli scrittori… È una ricostruzione anche topografica, una mappa d’identità».

Un’identità che contempla la rottura di confini ideologici e esperienze contrastanti come fare il bagnino e scrivere di notte oppure amare gli sport pensando all’Isef e iscriversi a filosofia.

«Alcuni contrasti si sono risolti. Ora conduco una vita dedicata con continuità alla scrittura. Negli ultimi 15 anni mi sembra di aver scavato nello stesso buco. Ho scritto libri molto autobiografici, romanzi con persone più che con personaggi. Persone vere in carne e ossa, mia madre, la mia compagna, i miei amici. Si sta definendo questa identità di scavatore, di uomo che cerca. Solo apparentemente è una vita risolta».

Da giovane con i suoi amici discuteva di gettatezza, l’essere venuti al mondo inopinatamente in una data epoca e in un dato luogo, rispetto alla quale c’è chi crede al caso e chi al destino: lei?

«Sono contento di vivere in quest’epoca di cambiamenti radicali. Personalmente credo al caso. Se si cresce in una bella famiglia a Stoccolma o in un campo profughi in Sudan nessuno può farci niente. Ma il secondo ha tutti i diritti di incazzarsi».

Quanto contribuisce la cosiddetta società dell’immagine, ora con i social network ancor più pervasiva, al rifiuto della vecchiaia e alla rimozione della morte?

«Non so se sia una delle cause o uno degli effetti di questa rimozione. Ma non si può fermare il mare con le mani. Io ho una posizione considerata snob, da obiettore di coscienza dei social. Il mondo dominante è questo, pochi privilegiati possono permettersi di starne fuori. Mi basta vedere i miei amici la cui vita nella maggioranza dei casi batte su altri ritmi. Non ho l’ansia di stare al passo con i tempi. Rivendico la libertà di essere antiquato, senza che questo significhi essere retrogrado o antimoderno. Mia madre a 78 anni ha scoperto Facebook ed è diventata un’altra persona. A me semplicemente non interessa».

I sociologi parlano di cultura del narcisismo.

«Non è rimasto altro che rispecchiarsi nella propria immagine. Il gesto stesso del selfie ha modificato il modo di guardare il mondo: davanti ci sei tu e il mondo – i paesaggi, i monumenti – è in secondo piano alle tue spalle».

L’io si è sostituito a Dio?

«Non credo. Il luogo di Dio è rimasto vuoto, ma si prova a riempirlo con altri palliativi: l’ambientalismo, il veganesimo. Credo che in modo inconscio a nessuno sfugga la propria fragilità. Il bisogno di certezze ce l’abbiamo tutti. I fanatismi, dal pornoshop alla militanza nell’Isis, sono risposte alla vacillazione dell’io».

A lei che cosa dà speranza?

«Io non ho speranza… Ma l’intervista non può finire così… In realtà, sono contento di vivere il presente, curioso di quest’epoca. Mi sento testimone di una trasformazione portentosa. Un po’ come un cronista alla fine dell’Impero romano. Non si sa cosa verrà dopo, ma la caduta dell’Impero è un momento molto stimolante».

 

La Verità, 18 novembre 2018

 

«Da Capanna alla D’Urso rimango un pezzo da 90»

Michele Cucuzza, perso di vista per dissolvenza. Quando lo abbiamo visto rispuntare su Italia 1, alla postazione social di 90 Special condotto da Nicola Savino, abbiamo detto in coro: «Già, Michele Cucuzza! Ma che fine aveva fatto?». Un conduttore tv, un volto Rai, un giornalista autorevole, protagonista di una dissolvenza, come si dice nel gergo cinematografico, era un inedito. La singolarità è proprio nel divorzio consensuale dalla Rai. Una figura giuridica e mediatica introvabile nel villaggetto globale italiano, dove si danno la rottura rumorosa, le dimissioni di protesta, la cacciata più o meno esplicita, l’uscita polemica. Cucuzza no, si è dissolto in sordina. «Per la verità la mia non è neanche una vera uscita», racconta seduto in un bar di Roma, zona Prati. «Continuo a collaborare con la Rai, in particolare con Radio 1 dove, con Tiziana Di Simone, conduciamo Caffè Europa, il programma settimanale del sabato mattina. Adesso, appena finisco di parlare con te vado a Saxa Rubra a registrare». Lui è così, uno semplice, che non si fa problemi. C’è un masso sulla strada? Corregge agilmente il passo e prosegue senza farci caso.

La tua forza è l’amore per il giornalismo in tutte le sue declinazioni?

«La molla è questa. In tv i direttori cambiano e cercano di rinnovare. Magari scelgono, giustamente, qualcuno più giovane. Io mi sono dato da fare, mi sono occupato delle mie due figlie, Carlotta e Matilde, e ho scritto un paio di libri…».

Che libri sono?

«Libri da giornalista. Uno s’intitola Il male curabile (Rizzoli), ed è un’indagine fatta con Mauro Ferrari, il matematico che dirige il Methodist Hospital Research Institute di Houston, dove combatte il cancro con l’applicazione delle nanotecnologie. Il secondo è Gramigna. Volevo solo una vita normale (Piemme), la storia di Luigi Di Cicco, un ragazzo in fuga dalla camorra che ora vive a Civitavecchia e da cui Sebastiano Rizzo ha tratto un film».

Oltre ai libri?

«Collaboro con Il Corriere dell’Umbria, diretto da Franco Bechis, e continuo a fare tv. Antonio Azzalini, ex vicedirettore di Rai 1, che ora dirige Telenorba, mi ha proposto di condurre Buon pomeriggio con Mary De Gennaro, un programma leggero, con ospiti, musica, lifestyle. Infine, ho scoperto di avere estimatori anche a Mediaset. Poco meno di un anno fa il responsabile delle risorse umane, Sergio Restelli, mi ha chiesto di entrare nel cast del programma di Savino».

Che rapporto professionale hai con la Rai?

«Dal 1998, una volta staccato dal Tg2, non sono più un dipendente. Quando ho iniziato a condurre La vita in diretta sono diventato un collaboratore esterno».

Scelta di vita professionale o di vita e basta?

«Una non scelta. Dopo La vita in diretta ho fatto Unomattina. Poi Mauro Mazza, il direttore di Rai 1 di allora, è passato ad altro incarico e le cose sono cambiate. Ora mi fa piacere che tanta gente sui social mi chieda dove può vedermi. Telenorba è la più grande tv regionale italiana, ha anche un accordo con una tv siciliana. Così, io catanese, vado in onda anche nella mia terra».

Qual è la tua maggiore soddisfazione professionale?

«Sono contento di aver modulato il giornalismo nei diversi linguaggi, la scrittura, la televisione, la radio…».

Quale servizio ti ha dato più adrenalina?

«Al Tg2 lavoravo nella redazione esteri. Dopo l’occupazione del Kuwait, quando si pensava che Saddam Hussein avrebbe invaso anche l’Arabia, ho seguito la preparazione della guerra alla quale partecipava anche la spedizione italiana. Poi ho coperto i funerali di Lady Diana e di Madre Teresa, due celebrazioni apparentemente molto lontane tra loro. Madre Teresa era l’ultima degli ultimi, che aveva fatto del soccorso ai diseredati la sua missione. Diana era una principessa che negli ultimi anni si era impegnata nelle campagne contro le mine e per i bambini colpiti dall’Hiv».

Difficile fare servizi così a Telenorba.

«Mica vero. Nel maggio 2017, per esempio, ho avuto l’opportunità d’intervistare Silvio Berlusconi che non avevo mai intervistato prima…

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«L’ictus di Daniela ci ha fatti rinnamorare»

Volto sorridente, capello morbido, occhi cerulei che incantano il pubblico femminile, Mimì Augello è il poliziotto più invidiato da quello maschile perché le indagini del Commissario Montalbano non gli precludono una vivace frequentazione del gentil sesso. Cesare Bocci, però, non è solo un investigatore playboy: tra i due episodi di una stagione e quelli della successiva, fa cinema, teatro, altra tv e si dedica alla compagna Daniela Spada e alla figlia Mia. Ora, al sabato sera su Tv2000, conduce Segreti – I misteri della storia, collana di biografie di grandi personaggi che ne svelano qualche tratto inedito. Anche lui ha una storia tosta e poco nota da raccontare. Lo incontro a Roma, nella scuola di cucina aperta da Daniela.

Cosa ci fa Mimì Augello nella tv dei vescovi?

«Più che propormi io sono loro ad avermi accettato. Il programma è un’idea di Fabio Andriola e Alessandra Gigante subito accolta dal direttore Paolo Ruffini. Insieme hanno pensato a un volto riconoscibile per lo studio e sono arrivati a me. Su Rai 3 avevo già condotto Il giallo e il nero che si occupava di grandi delitti irrisolti».

Qui si parla di storia.

«La storia mi è sempre piaciuta anche se non sono un divoratore di trattati. M’incuriosisce indagare nella vita delle persone. Segreti – I misteri della storia è una serie di biografie oltre le nozioni e le etichette che ci hanno consegnato i testi scolastici, il cinema e la pubblicistica. A volte si scoprono lati inediti di personalità che abbiamo catalogato in modo sbrigativo».

Per esempio?

«Per me è stata una scoperta apprendere che, dietro i suoi occhialetti, Camillo Benso conte di Cavour era un giocatore d’azzardo al quale piacevano le donnine e che in casa non riusciva a gestire un centesimo perché comandava il fratello. Oppure che la principessa Sissi, la romantica Elisabetta di Baviera interpretata da Romy Schneider, era prigioniera di ossessioni al punto da dormire ricoperta di carne cruda per nutrire la pelle con le sue proteine. Insomma, ci sono la storia ufficiale e la storia più minuta, ma più vera».

Lo stesso schema si può applicare anche a lei: il pubblico la conosce per quella parte nel Commissario Montalbano, mentre la sua vita è stata segnata dall’ictus post parto della sua compagna.

«L’abbiamo raccontato nel libro Pesce d’aprile – Lo scherzo del destino che ci ha reso più forti (Sperling & Kupfer, ndr). Era la prima domenica a casa dopo che Dany aveva partorito Mia, quando un fortissimo dolore le attraversò la testa: un embolo era arrivato fino al cervelletto. Al risveglio dal coma, dopo venti giorni, non mi riconobbe né ricordava di essere diventata mamma».

Bisognava ricominciare da zero.

«C’era una montagna da scalare. Era appena nata nostra figlia e dovevamo imparare a fare i genitori, ma adesso dovevamo imparare a farlo con questo handicap. Con l’aiuto di amici e persone care non ci siamo arresi. Una volta cadevo io, un’altra si scoraggiava lei, ma siamo andati avanti. Poco alla volta la nostra vita è ricominciata e ora, con tutte le fatiche, siamo felici. Ci siamo innamorati per la seconda volta».

Cesare Bocci con la compagna Daniela Spada e uno dei loro cani

Cesare Bocci con la compagna Daniela Spada e uno dei loro cani

Dove avete trovato il punto di resistenza?

«Dany dice che l’ha aiutata l’incoscienza. Uscita dall’ospedale ci ha messo un po’ per rendersi conto del suo stato di salute e delle sue limitazioni. Pensi al rapporto con una bimba di poche settimane: non poteva allattarla, soccorrerla, dedicarsi a lei. Nel libro scrive: “Sono una delle poche madri che ha imparato a camminare dopo sua figlia”».

La fede aiuta in questi casi?

«Dany è credente».

Nel dormiveglia in ospedale bisbigliava la messa in latino.

«La memoria è come un puzzle, questi infortuni hanno l’effetto di buttare all’aria il mosaico e ogni tanto una tessera ricade, ma non dove si trovava prima. Così, mentre si pensa che riguardi un fatto recente, magari risale a qualche decennio prima, come nel caso della messa in latino che Dany aveva ascoltato, bambina, dalle suore».

Dicevamo della fede…

«Lei è stata aiutata… Io mi ritengo cristiano nel modo di relazionarmi agli altri. Gli stessi pazienti sono persone prima che malati. Questo ci ha spinto a batterci per il rispetto della dignità e delle condizioni negli ospedali. E ci ha convinto a raccontare tutta la storia, per metterla a disposizione di altri che possono trovarsi in situazioni analoghe».

Come ha influito questa esperienza nella sua professione?

«Anche se la voglia di affermarmi ce l’avevo come tutti, essere figlio di gente di campagna mi ha sempre fatto tenere i piedi per terra. Ricordo che quando mi richiamarono per una serie volevo rifiutare: “Sei l’unico che lavora in famiglia, vai che io in qualche modo me la cavo”, sentenziò Dany. Quando mi trovai in camerino avvertii una calma improvvisa, niente a che vedere con la solita ansia da prestazione. Da queste cose o vieni sopraffatto o cresci e affronti le sfide successive con più realismo».

La sua carriera sarà segnata da Mimì Augello?

«È un personaggio che mi accompagna da vent’anni, nella serie più longeva d’Italia, in grado di ottenere ascolti che nessun’altra fiction ha mai fatto. Non posso che essere grato ai produttori e al regista Alberto Sironi. Proprio poco fa un passante si è congratulato per la parte del principe Raimondo Lanza di Trabia in Volare, la miniserie su Domenico Modugno. Anche Adesso tocca a me su Paolo Borsellino mi ha dato molta soddisfazione. Poi c’è il teatro, che mi fa uscire dagli schermi, piccolo e grande».

Cesare Bocci è stato un credibile Paolo Borsellino in «Adesso tocca a me» su Rai 1

Cesare Bocci, un credibile Paolo Borsellino in «Adesso tocca a me»

Permaloso, scansafatiche, spiazzato dagli eventi: quanto ha Augello del suo carattere?

«Permaloso lo è di più Montalbano. Scansafatiche no, ho sempre fatto lavori manuali. Spiazzato dagli eventi… diciamo che sono un po’ distratto».

Che rapporto avete sul set?

«Ormai siamo fratelli. Sironi, un lombardo che sa raccontare la Sicilia alla grande tanto che i siciliani lo adorano, ha scelto dall’inizio questo gruppo di attori. Quando è un po’ che non ci vediamo cominciamo a fremere e a mandarci messaggi. La Sicilia poi è fantastica da tutti i punti di vista, compreso quello del cibo».

Perciò Montalbano va molto al ristorante?

«Sì, e cazzia Augello perché metterebbe il parmigiano sugli spaghetti alle vongole. Girammo quella scena un mattino alle nove: “Dobbiamo mangiare sul serio la pasta a quest’ora?”, ci lamentammo. “Certo che dovete mangiarla”, sbraitò il regista. Cominciammo controvoglia, ma poi il sole, il mare, una forchettata dopo l’altra, facemmo pure il bis».

Andrea Camilleri?

«Quando comincia a raccontare resti a bocca aperta. Dopo un episodio incentrato su un traffico di organi di bambini con una discussione tra me e Luca, ci raggiunse a pranzo. Io lo salutai e lui borbottò: “Ieri sera tu hai fatto piangere me e mia moglie”; una frase che conservo come un complimento».

Figlio di una famiglia contadina, come le è venuto di fare l’attore?

«Mio padre era veterinario e negli anni Settanta, quando le campagne si spopolavano, comprò un terreno. I miei amici se la spassavano e io stavo su quel terreno. Che odiavo, ma che m’insegnò molte cose. A 22 anni, un amico invitò al cineforum dell’università Saverio Marconi che aveva aperto una scuola di recitazione. A Tolentino eravamo tutti attori. Mia madre, maestra della scuola, preparava i costumi, le storie, io stesso ero già salito sul palco. Finalmente m’iscrissi alla scuola di Marconi. Eravamo quattro ragazzi squattrinati, ma fondammo la Compagnia della Rancia e recitammo nei primi musical: Arlecchino innamorato, La piccola bottega degli orrori, A chorus line…».

Cesare Bocci con Luca Zingaretti, Peppino Mazzotta e il regista Alberto Sironi sul set del «Commissario Montalbano»

Cesare Bocci con Luca Zingaretti, Peppino Mazzotta e Alberto Sironi sul set di Montalbano

Suo padre come prese l’idea di fare l’attore?

«Come magni? mi chiese in marchigiano. Tornavo a casa tardissimo e lo trovavo a fare le parole crociate. Non poteva dirmi che era fiero di me, ma ritagliava le recensioni del Resto del carlino. Per una prima a Tolentino gli prenotai un posto. La notte lo trovai con le solite parole crociate e gli chiesi un giudizio. La musica era un po’ alta, la scenografia insomma… “E io, papà?”. “Tu sei molto bravo, ma in quella scena così, in quell’altra colà”: una recensione in piena regola».

Pur di recitare ha fatto l’attaccatore di numeri civici.

«Era stata decisa la revisione toponomastica del paese, un amico vinse l’appalto e mi chiamò: staccavamo i vecchi numeri e attaccavamo i nuovi andando porta a porta, conoscevamo tutti. Ho fatto il cameriere, il fabbro, l’imbianchino, il noleggiatore d’auto, il tecnico delle luci ai concerti di Ron, Mietta, Biagio Antonacci. Ho conosciuto Frank Sinatra al concerto di Pompei. Da capotecnico ero l’unico autorizzato a stare sul palco. Quando lo vidi entrare non mi trattenni e cominciai ad applaudire: una cazzata… Mi sorrise dietro il bicchiere di whisky».

Che cosa le piace e cosa no della nostra televisione?

«Mi piacerebbe che, come nei paesi anglosassoni, ci fosse più servizio pubblico. Se c’è un argomento importante vorrei che venisse trattato comunque, senza inseguire l’audience».

E dell’Italia di oggi?

«Non mi piace la distanza dalla politica che si è creata negli ultimi anni. Non mi piacciono l’anarchia, gli inciuci elettorali, la vittoria basata sull’attacco personale anziché sul programma. Non mi piace che i giovani non riescano a entrare nelle decisioni riguardanti il loro futuro. Che di fronte alle ingiustizie sul lavoro prevalga la rassegnazione del tirare a campare. E non mi piace che l’Italia sia fuori dai Mondiali».

E qualcosa che le piace e la fa essere ottimista sul futuro?

«Mia ora è adolescente e con lei mi accorgo che i giovani cominciano a farsi delle domande. C’è un piccolo risveglio, anche determinato dal Movimento 5 stelle che ha dato una scossa a tutto l’ambiente, a prescindere dal fatto di approvare i loro contenuti. L’abolizione dei vitalizi però era giusta, peccato».

La Verità, 7 gennaio 2018

Delle Piane: «Solo sul set le mie fobie spariscono»

Più che a lui, l’intervista andrebbe fatta ad Anna Crispino, la donna di 36 anni più giovane che lo accompagna e lo assiste in tutto e per tutto da quando lo conobbe, casualmente, alle prove di uno spettacolo al Parco Santa Maria della Pietà di Roma. Lei cantante, lui il suo attore preferito. Incontrai Carlo Delle Piane, sei anni fa, era appena uscita la sua autobiografia (Signori e signore, Carlo Delle Piane; edizioni Testepiene) e Anna era una «grande amica e donna paziente». Ora sono marito e moglie. Vivere insieme, però, no. Abitano vicini e lei gli porta da mangiare tutti i giorni, lo cura, lo accompagna dovunque, ne condivide attività e impegni e sopporta le sue fisime, infinite, con pazienza ma anche con la veracità tipica di una donna napoletana. «Ho una figlia di 14 anni», racconta Anna mentre Carlo si allontana per le sue abluzioni. «I miei rapporti col mondo maschile non sono stati buoni. Ho scelto di dedicarmi a lui. Avevo un padre fragile, pieno di paure, so cosa vuol dire. Ma è dura. Carlo lo sa, e se perdo la pazienza, si spaventa e mi rimprovera».

Ottantun anni compiuti giovedì scorso – «ma li festeggio domenica con pochi amici, Antonio e Pupi Avati» – e 104 film all’attivo, Delle Piane è il più longevo attore italiano avendo esordito nel 1948, quando di anni ne aveva dodici, scelto da Duilio Coletti e Vittorio De Sica a un casting nelle scuole, per il ruolo di Garoffi in Cuore. Da allora ha attraversato tutte le stagioni del cinema, dalle commedie del dopoguerra ai musicarelli, dal neorealismo alle pochade con Edwige Fenech e Renzo Montagnani. Diretto da Totò, Eduardo De Filippo, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman, Roman Polanski, Steno, Mario Monicelli, Sergio Corbucci, fino a diventare, per qualche anno, l’attore feticcio di Pupi Avati. Ha recitato per Ermanno Olmi, Luca Miniero e Paolo Genovese ed è Il bello del cinema italiano del documentario di Giuseppe Aquino (presto su Rai 5). Uno dei suoi maggiori rimpianti è non aver potuto accogliere l’invito di Jean Jacques Annaud, venuto apposta a Roma per convincerlo a interpretare un frate in Il nome della rosa. «Mi avrebbe messo a disposizione i migliori insegnanti per imparare le battute in inglese. Ma dopo una notte insonne gli dissi di no: non potevo recitare senza capire che cosa mi dicevano gli altri. Io ho imparato da De Sica, quasi un mio secondo padre. Si parla sempre del metodo Stanislavskij e dell’Actor Studio. Io dovrei parlare di De Sica». Il padre naturale di Carlo, sarto in casa sempre oberato di lavoro per mantenere tre figli maschi, era invece uno che recitava inventando continui infortuni per giustificare i ritardi nella consegna degli abiti. La madre Olga, casalinga, allergica al contatto fisico, aveva perennemente in mano uno straccio per spolverare. In mano Carlo ha sempre un fazzoletto di carta che lo protegge dalle maniglie. Fu dopo il risveglio da un mese di coma in seguito a un incidente stradale che, certe fobie latenti, s’impadronirono di lui. Non dà la mano per salutare o fare conoscenza con qualcuno, incarta il cappellino quando se lo toglie per evitare che tocchi una superficie estranea, al ristorante o in auto siede sopra un asciugamano. A un certo punto, salendo dei gradini stava perdendo l’equilibrio e io ho allungato un braccio per sorreggerlo: arrivati al ristorante ha strofinato a lungo la giacca nel punto dove l’avevo toccata. «È una prigione», dice Anna, «ma non ci può fare niente. Le fobie sono il rovescio della depressione. Non prende e non vuole prendere farmaci, avrebbe dovuto iniziare molto tempo fa».

Carlo Delle Piane con la moglie, Anna Crispino

Carlo Delle Piane con la moglie, Anna Crispino

Due anni fa ha avuto un’emorragia cerebrale, ma oggi la trovo più vivace di quando ci vedemmo nel 2011. Mi ha anche risposto al cellulare…

«Allora non ce l’avevo. Ho dovuto comprarlo quando sono stato a casa di Anna dopo l’emorragia. Lei non possedeva il telefono fisso».

Resta il fatto che mi sembra più dinamico e protagonista.

«Miglioro invecchiando, come il vino. Scherzi a parte, forse è perché ho ripreso a recitare e sono in attesa dell’uscita di un film di cui però non posso anticipare nulla».

Nemmeno il titolo o cast?

«Nulla».

Da spettatore, invece, come lo vive il cinema?

«Non entro nelle sale. Ma credo di non perdermi molto. Amo troppo il cinema per intristirmi con le solite commediole. Forse sono diventato troppo esigente e soprattutto il cinema italiano, così provinciale, mi appare di una semplicità disarmante».

Non salva nulla?

«Poche eccezioni. I film di Paolo Sorrentino, di Ferzan Ozpetek e di Paolo Genovese».

E del cinema straniero, magari visto in tv?

«Mi piace quello di Clint Eastwood, le sue regie così asciutte e personali. Penso a Million Dollar Baby e a Gran Torino. Non era facile prevederlo cineasta quando lo si vedeva nei panni di un cowboy. Mi piace anche Martin Scorsese. Andando indietro amo molto John Ford e Orson Welles: le nuove tecniche della regia e del montaggio sono nate con Quarto Potere e L’infernale Quinlan. E poi Billy Wilder, il più grande di tutti nelle commedie».

Clint Eastwood, tra i registi preferiti di Delle Piane

Clint Eastwood, tra i registi preferiti di Delle Piane

E tra gli attori?

«Marlon Brando è stato il vero innovatore, libero di inventare e aggiungere i suoi tic. La recitazione moderna è nata con lui, prima erano tutti così misurati. Senza Marlon Brando non ci sarebbe stato Robert De Niro. E anche Gene Hackman, grandissimo in La conversazione di Coppola».

Se dovesse scegliere i tre migliori film del cinema mondiale?

«Una cosa da niente. Metterei Fronte del porto… poi Il Padrino e forse qualcosa di Stanley Kubrick».

C’era una volta in America?

«Non amo molto il cinema di Sergio Leone. Lo trovo un po’ ricercato, troppi primi piani».

Quentin Tarantino?

«Grande regista. Diciamo che il suo cinema, così frenetico, non è il mio. Però ne riconosco il talento».

Tra i suoi film, se dovesse premiarne solo tre?

«Direi Una gita scolastica e Regalo di Natale. E il prossimo di cui non dico nulla, ma di cui sentirete parlare presto».

Il cinema è anche una gioia da condividere: scambia commenti e giudizi con qualche amico?

«Al massimo qualche telefonata. Avevo qualche rapporto negli anni in cui lavoravo con Pupi. Non esco molto e non coltivo le relazioni. Quando lo faccio devo sempre sapere dove vado e cosa trovo, perciò finisco sempre nei soliti posti, dove mi conoscono».

Segue la politica?

«Ne sono totalmente disgustato: vedo solo ipocrisie, false promesse per accaparrarsi i voti, sempre più politici indagati».

Ha sperato in una ripresa con il Movimento 5 stelle, anche qui a Roma?

«Da tempo non spero più».

E quindi non vota?

«Da parecchi anni».

Che cosa la turba di più?

«Penso a che cosa lasceremo ai bambini di oggi. Mi preoccupano lo sfascio dell’ambiente, il degrado delle nostre città, il menefreghismo, l’economia in crisi perenne. Su YouTube si trova anche una mia canzone intitolata Bambini».

Ha un’idea di che cosa si potrebbe fare per cambiare questa situazione?

«Come ho detto, non credo più nella politica. E i miei limiti sono palesi. Alcuni anni fa ho avviato l’adozione a distanza di una bambina del Bangladesh, che è proseguita fino a quando si è sposata. Così, mi hanno scritto che non aveva più bisogno. Ho iniziato ad aiutare altre tre femminucce che hanno dieci anni per portarle alla fine degli studi: una etiope, una colombiana e una brasiliana. Sono sempre in contatto con la Caritas. Faccio i bonifici, mi mandano le foto, le lettere, le pagelle scolastiche».

Carlo Delle Piane in «Regalo di Natale»

Carlo Delle Piane in «Regalo di Natale»

Dev’essere una soddisfazione. Diceva che trasmetteremo ai bambini un ambiente e delle città deturpate. Anche un’etica nichilista?

«Dominano l’egoismo e l’arrivismo. Si pensa solo ad arricchirsi e al proprio tornaconto. Anche nei rapporti umani è sempre il calcolo a comandare: se si dà qualcosa è per avere qualcos’altro in cambio».

Com’è la sua giornata?

«Anna, hai sentito che domanda mi ha fatto (ride)? La mia giornata… scrivo continuamente. Trascorro mattinate ad appuntarmi tutto quello che devo fare (estrae un foglietto con una grafia minuta). Per esempio: “Devo dire al giornalista che non parleremo del nuovo film”. Me lo sono scritto, dopo che al telefono gliel’ho detto non so quante volte. È una forma di ansia, un bisogno di controllo ossessivo, anche delle cose minime».

Ha mai pensato di scrivere un diario?

«Mi sarebbbe piaciuto. Non l’ho mai fatto e ne sono pentito perché avrei avuto molto da raccontare. Ma ho una grande pigrizia mentale. Per esempio: ho duemila vinili, molti sono ancora incellophanati. Anche a leggere, mi stanco dopo poche pagine. Ha capito che razza di vita? Se non avessi conosciuto Anna non so come sarebbe finita. Dopo l’emorragia sono ancora più pauroso. Tutta la mia vita l’ho vissuta diviso tra finzione e realtà. Recitare è come andare in terapia. Solo che invece di spendere, guadagno. Quando recito posso fare tutto, do la mano, abbraccio, sto in poltrona senza stendere un fazzoletto sul sedile».

La finzione la rende libero?

«È così. Divento il personaggio che interpreto».

È un processo mentale per cui cambia identità o rimuove la sua psiche?

«È come se mi sdoppiassi. Scindo la mia identità da quella del personaggio e le mie fobie scompaiono. A volte ironizzo su queste mie manie e dico ad Anna: quando morirò ricordati di far pulire bene la bara».

Alla fine si può dire che la sua vera vita è il cinema, quando fa cinema…

«Ho vissuto tutte le stagioni, dalla fanciullezza alla vecchiaia passando per la gioventù e la maturità. E ho recitato in tutte le età, dall’esordio a 12 anni a questo nuovo film che mi ha coinvolto dopo anni in cui mancavo. Credo non ci sia nessun attore italiano che abbia una storia così lunga».

C’è qualcosa o qualcuno che la fa sorridere, Anna a parte?

«Ho un pronipote di otto mesi, figlio di un figlio di mio fratello. Si chiama Francesco e quando lo vedo mi dà sempre grande gioia. E anche un po’ di preoccupazione…».

La Verità, 5 febbraio 2017