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L’omaggio delle Iene a Nadia è una festa della vita

Si fa presto a dire «spettacolarizzazione della morte». A cavillare sulla calligrafia del… come chiamarlo, omaggio, ricordo, abbraccio virtuale proposto l’altra sera dalle Iene alla loro prima uscita stagionale, dopo la morte di Nadia Toffa avvenuta il 13 agosto scorso. Si possono avanzare alcuni rilievi formali a questo commovente ricordo messo in scena dalle cento iene di Italia 1 (ore 21.35, share del 14.9%, 2,5 milioni di telespettatori). Togliamocele subito da davanti queste perplessità secondarie. Il discorso affidato ad Alessia Marcuzzi, per esempio, conduttrice con Nicola Savino di questa edizione dello show, forse non la più autorevole o carismatica della squadra. Per quanto discutibile, lasciare che a introdurre il filmato di Nadia fosse una dei due conduttori, è stata una scelta ancorata a un criterio oggettivo. Poi la retorica della «guerriera», parola abusata in questi mesi per raccontare l’impari battaglia. Parola selettiva, di fronte alla malattia. E quelli che sono privi di questa forza, di questo spirito indomito? Nell’abbraccio alla sofferenza devono rientrare anche quelli che guerrieri non sono e non riescono a esserlo per mille motivi. Domandina: chi ha braccia così larghe? Infine, le assenze per motivi di lavoro di Ilary Blasi e Teo Mammucari tra le cento iene presenti, le più anziane e passeggere, le meno memorabili e riconoscibili, a causa del tempo che ci cambia tutti.

Però, fatta la tara delle questioni formali, dobbiamo andare alla sostanza e apprezzare il coraggio e la capacità di rischio messa in campo da Davide Parenti e il suo branco. La vicenda dolorosa di Nadia ha commosso l’Italia da quando volle rivelare la prima volta di avere «il cancro, come lo chiamava lei», e un numero crescente di persone ha potuto apprezzare la forza d’animo con la quale questa ragazza ha condiviso il suo dramma. Sempre con il sorriso e uno sguardo positivo, senza nascondersi la realtà e il dolore profondo. Per un attimo l’abbiamo rivista sprigionare tutta la sua vitalità negli ingressi in studio, prima della malattia. Poi l’abbiamo rivista segnata dalle terapie, ma non negli occhi e nel sorriso. «Non è importante quanto vivi, ma come vivi», ha sottolineato nel video girato per condividere gli ultimi tempi. È la sua eredità. Grazie a lei e alle Iene, l’altra sera è andata in scena una inusitata e sorprendente festa alla vita. In un tempo in cui la morte è il più grande dei tabù, e nel quale, non a caso, si continua a discutere di suicidio assistito e di eutanasia, una serata così fa bene al cuore.

La Verità, 3 ottobre 2019

Un Tiki Taka tra presunte gag e miss scosciate

Ormai è assodato, il calderone sgangherato più comico che tecnico è l’applicazione dei «Mondiali allegri e brillanti» che Pier Silvio Berlusconi auspicava presentando il palinsesto Mediaset di Russia 2018. Non solo Balalaika – Dalla Russia col pallone su Canale 5, pure Tiki Taka Russia su Italia 1, con il magniloquente Pierluigi Pardo, si iscrive al genere del varietà calcistico: commento delle partite condito con gag da bar sport. Il programma di Italia 1 patisce una serie di vincoli in materia di diritti che gli impediscono di accedere alle interviste post partita ai protagonisti. Senza lo spogliatoio, contenuto e approfondimenti tecnici risultano inevitabilmente indeboliti. A quel punto Mediaset ha scelto di virare sul costume e sul comico. I servizi degli inviati grondano di giochi di parole, di metafore, di citazioni e rimandi a titoli cinematografici e formule alla moda. Il pianto per la crisi dell’Argentina, i gol di uragano Harry Kane, il mondiale dei giocatori madridisti, i risultati ribaltati last minute… Un mare nel quale Pardo sguazza con il salvagente della verve autoreferenziale. «Vediamo questo servizio della tv svedese che usa una tecnica che era in voga una volta», ha premesso prima di avvitarsi nella citazione: «Scusate, ho detto in voga, non lo dicevo dal 1978, c’erano ancora gli Abbagnale». Massì, Pardo ricorda il grande Giampiero Galeazzi, oltre che nella corporatura, anche nell’enfasi e nel vocione. La differenza è che Bisteccone era sé stesso (come Pardo quando parla di calcio, ospite di Otto e mezzo). Invece Tiki Taka è debordante, eccessiva, vagamente tracotante. Farcita delle scollature abissali e delle scosciature inguinali della statua(ria) Ria Antoniou, del controcorrentismo sistematico di Giuseppe Cruciani, delle presunte gag di Andrea Pucci, delle prese in giro gratuite del pubblico di Cristiano Militello. Tutto troppo facile e scontato. Senza collegamenti dagli stadi, si riciclano le storiche maschere di Teo Teocoli in Maidiregol, da Gianduia Vettorello a Felice Caccamo. Difficile parlare di calcio per un tempo superiore ai tre passaggi nonostante le partecipazioni di Ciro Ferrara e Marco Amelia, tra i pochi che non soccombono alla baldoria. Gli altri, i talent più autorevoli, da Arrigo Sacchi a Xavier Zanetti a Paolo Rossi, si son visti pochino. Forse preferiscono Mondiali Mediaset Live, la rubrica dell’ipnotica Giorgia Rossi.

 

La Verità, 26 giugno 2018

A 90Special c’è Fiorello, mancano gli autori

L’idea era buona, ma l’esecuzione è stata scadente. Lo si sente dire spesso nelle telecronache delle partite di calcio, per un tiro sbagliato, un assist maldestro, un’intuizione geniale mal realizzata. La formulazione va applicata pari pari a 90Special, il nuovo programma condotto da Nicola Savino, figliol prodigo a Mediaset dopo la vacanza in Rai (Italia 1, mercoledì ore 21.25, share dell’11.8%). Dunque, rivisitare l’ultimo decennio del millennio, così ricco di mode e di creatività musicale e artistica era una bella pensata. Purtroppo, però, quando si fa televisione, bisogna applicarsi. Ci vogliono studio e scrittura, approfondimenti e contestualizzazione: i gadget e qualche facciona non fanno da soli un programma, e di sicuro non bastano a mettere a fuoco il famigerato «immaginario collettivo» dell’epoca. A meno che non si voglia spacciare un bazar confusionario per qualcosa di studiato. Ma anche per questo serve il lavoro degli autori, che qui sembra difettare parecchio. Impietoso il paragone con un analogo tentativo di rievocazione di un decennio storico, gli anni Settanta di Anima mia con Claudio Baglioni e Fabio Fazio, realizzato nella Rai 2 di Carlo Freccero.

Ad aiutare Savino erano stati convocati nientemeno che Fiorello e Jovanotti, «i ragazzi di via Massena» (sede di radio Deejay) e, almeno stando alla prima ora d’improvvisazione, la scelta aveva i suoi perché. Con due fuoriclasse della diretta, la giocata fluiva semplice e anche i passaggi più arrischiati arrivavano a destinazione. La circolazione della palla è diventata problematica (eufemismo) appena i due big hanno abbandonato la scena. Uscito Fiorello, per dire, senza una motivazione comprensibile è entrato Cristiano Malgioglio agghindato da Angelina Jolie in Maleficent (film del 2014). C’entrano un po’ di più, ma non tanto, Benji e Fede che canticchiano 50 special dei Lùnapop (1999). Il collegamento con Jovanotti a Lugano non torna e Savino si sbraccia, lanciando filmati e coinvolgendo il povero Michele Cucuzza, relegato all’inutile postazione social, e le incolpevoli Ela Weber e Katia Follesa. Il tutto senza una parvenza di copione che vada oltre a un generico sentimento di confusa nostalgia. Dopo mezzanotte, immancabile Rocco Siffredi. Auguri per le prossime puntate.

La Verità, 18 gennaio 2018

Il vip è come il maiale e la Gialappa’s lo sa

In fondo, il vip è come il maiale… Ci sono interi pianeti tv cresciuti sulla costruzione delle very important person. E altri satelliti edificati sulla loro demolizione, o almeno, la loro messa alla berlina, vera o presunta (da Scherzi a parte a Emigratis a Temptations Island). Il sospetto che sia tutto un inciucio, distruzione compresa, è ben più che un sospetto. Ci sono alcune cose da dire intorno alla faccenda. Intanto che l’assegnazione della patente vip è quanto di più labile e arbitrario. Ma questo è più che assodato dopo che, come ha notato Guia Soncini nella sua «modesta proposta» su Il, magazine del Sole 24 ore, i social, mutatis mutandis, hanno regalato quella di maître à penser a gente che qualche anno fa «al massimo avrebbe asserito di essere in grado di tirare il rigore di Baggio». Questa lunga premessa è per dire la difficoltà a investire ore per seguire il Grande Fratello Vip con annessi tatticismi per nomination ed eliminazioni. Ci si può rifare con il corso accelerato di MaidireGfvip della Gialappa’s (Italia 1, mercoledì ore 23.45, share del 7.93%, terza rete assoluta dietro Rai 1 e Rai 3). Se anche il decadimento è spettacolo o meglio, lo sono la sua rappresentazione e la sua messa in scena, il programma della Gialappa’s è un cult. Anzi, una galleria stracult. Con i loro fulminei interventi e le loro vocine insinuanti Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci maramaldeggiano sugli esemplari già al di là del bene e del male, infierendo a rottamazione avvenuta. In vetta c’è Simona Izzo (appena eliminata) che, entrando nella casa, si ripromette di dimagrire e s’ingozza di biscotti, cereali e frutta secca. Poi accusa i compagni di sventura di essere «acefali e non sistemici», ma non le riesce d’inserire le cialde e accendere la macchina per farsi un caffè. Stracult sono i tutorial di Cristiano Malgioglio che insegna a stirare le mutande a tal Luca Onestini col quale flirta apertamente salvo «tradirlo» con Lorenzo Flaherty per provocarne la gelosia. Il momento topico però è l’Odissea di Carmen Di Pietro, il «video on demand» richiesto dai telespettatori. Che non è, come si potrebbe pensare, l’esperienza delll’ex moglie di Sandro Paternostro nella casa del Gieffe, ma la sua versione del poema omerico. Troppo facile per la Gialappa’s.

La Verità, 13 ottobre 2017

«Vent’anni di Iene, ma il meglio deve arrivare»

Il segreto di Davide Parenti è che è innamorato del suo lavoro. Lo fa con passione e senza risparmiarsi. Anche per questo, forse, sebbene domenica inizi la ventesima stagione, la pelliccia delle Iene è ancora nera e lucida. Parenti è un tipo complesso, sta dietro le quinte, è di sinistra e lavora da sempre a Mediaset. Ha pure l’erre francese che di solito è partner fisiologico di una certa supponenza. Invece, sarà perché siamo coetanei o perché incombe l’esordio stagionale, lo trovo disponibile e persino umile.

Vent’anni di Iene. La prima parola che le viene?

«Un bel miracolo».

La seconda?

«Abbiamo fatto un buon lavoro».

Che cosa glielo dice?

«Il fatto che ci siamo ancora, non tanti durano così a lungo. La share media dello scorso anno è stata del 10.4% su una rete che fa circa la metà. È come se su Rai 1 ci fosse un programma che fa il 40%».

C’è.

«Sì, il Festival di Sanremo, un evento. Noi andiamo in onda due volte la settimana. Su Canale 5 Barcellona Juventus fa il 25%, su Italia 1 il 18. Fazio faceva l’11 su Rai 3 e fa il 20 su Rai 1. La rete è performante».

Vorrebbe andare su Canale 5?

«Storia antica, ogni azienda ha i centravanti e i terzini. Noi lavoriamo affinché Italia 1 superi Canale 5».

Il servizio più divertente della puntata di domenica?

«Uno scherzo a Elenoire Casalegno, che debuttò come valletta di Pressing, nel quale le sembrerà di parlare con il fantasma di Raimondo Vianello. Abbiamo campionato la sua voce, è venuto bene».

Nel calcio si dice che per continuare a vincere ci vuole fame. E in tv?

«Passione per il proprio lavoro. Come quella di certi artigiani. Siamo dei ristoratori che offrono ai clienti quello che mangiano loro. Non facciamo un menu per gli altri. C’è una bella differenza».

Un'immagine non troppo simbolica del gioco della balena blu e dei suoi effetti

Un’immagine non troppo simbolica del gioco della balena blu e dei suoi effetti

Con i servizi sulla blue whale si è appannata l’immagine delle Iene?

«Un po’ sì. Sono piovute critiche, molte ingiuste, alle quali, non essendo in onda non abbiamo potuto replicare. Se si legge Wikipedia sulla blue whale vien fuori che abbiamo intervistato madri di persone suicidate che erano attrici. Ovviamente, non è così».

Le Iene vittime delle fake news?

«In un servizio avevamo inserito immagini prese dalla tv russa di persone che si buttavano dai tetti. Si è scoperto dopo che quei casi non c’entravano con la balena blu. Non è una fake news. Le morti causate da quel gioco esistono, in Russia, in Francia, altrove. Abbiamo sbagliato a non verificare meglio. Ma da questo a essere accusati di aver portato in Italia la blue whale… In Italia non è ancora provato il rapporto di causa effetto di alcune morti. Ma c’è l’autolesionismo, c’è la gente che si taglia e che sprofonda nella depressione. La blu whale è un gorgo che risucchia. Parlarne è doveroso».

Altri infortuni in passato?

«Se si riferisce a Stamina lo ritengo un buco nero della sanità italiana. Quando abbiamo parlato per la prima volta di Davide Vannoni operava gratis nell’ospedale civile di Brescia. Era autorizzato dal servizio sanitario nazionale. Fin dal primo pezzo, è lì da vedere, abbiamo detto che c’era qualcosa di poco chiaro e che Vannoni non era affidabile. Poi siamo andati a trovare i bambini, Giulio Golia è diventato quasi un loro zio. I genitori dicevano che i loro figli ne traevano giovamento. A un certo punto si è deciso che una cura compassionevole era diventata una truffa. Ma nessun incaricato della sanità pubblica è andato a conoscere queste famiglie».

La ricerca esasperata dello scoop può far deragliare?

«Non mi sembra sia successo. Sono pronto a sostenere qualsiasi tavola rotonda su questi argomenti».

Le riporto alcune critiche ricorrenti: moralismo da ditino alzato.

«Può essere che a volte esageriamo. Ma siamo in buona fede e se commettiamo errori lo ammettiamo. Non mi pare capiti spesso».

Morbosità e voyeurismo.

«Ci occupiamo delle cose che interessano a noi. Mi faccia degli esempi».

Decine di servizi su preti pedofili o locali per scambisti.

«Ne facevamo di più qualche anno fa. Comunque, in Italia ci sono 9 milioni di persone che vanno a prostitute: è un fatto. L’unico modo per capirlo è andarci, vedere chi è quella persona, qual è il linguaggio. 9 milioni di uomini che hanno 9 milioni di donne al loro fianco vanno a prostitute. Proviamo a raccontarlo in modo non banale».

E che magari aiuti gli ascolti…

«Da quando c’è la Rete con tutti i siti porno il nudo paga sempre meno».

Perché a un certo punto vi siete fermati nell’inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione nei locali dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali?

«Si è esaurita. Avevamo documentato tutto, provando che nei locali di un’associazione che riceve soldi pubblici c’erano azioni di sfruttamento della prostituzione. Andare oltre ere sconfinare nella persecuzione».

È difficile in questo momento criticare i gay?

«Siamo un programma aperto alle diversità. Abbiamo fatto molti servizi contro le discriminazioni sessuali. Ma le discriminazioni non devono esserci nel bene e nel male. E se c’è sentore di reati…».

Avete argomenti prioritari?

«Assolutamente no. In vent’anni è stato fatto tutto. Cambia il trattamento. Ora le storie si allungano perché vogliamo svelare i meccanismi. Se raccontiamo di una donna stalkerizzata da un uomo, poi andiamo da lui e gli diciamo di smetterla. Entriamo nella storia, provando a cambiarla».

Come si chiama questo giornalismo?

«Non siamo una testata giornalistica, ma intrattenitori. Abbiamo un’etica, un punto di vista. Anzi, più d’uno, discutiamo molto. Se ci accorgiamo che un pezzo era sbilanciato da una parte, ci torniamo con una versione diversa».

Quanti siete?

«In questo momento ci sono 38 inviati, 25 autori, più cameramen, grafici, montatori e la redazione… più di 100 persone e un indotto di altre 50».

Come controllate?

«Un gruppo di autori senior mette in crisi la bontà delle notizie e dei trattamenti».

Presenti al mondo Le Iene attraverso due inchieste.

«La prima è Drug wipe, il narcotest ai parlamentari. Con un escamotage abbiamo toccato la fronte con un panno per togliere la sudorazione. Analizzando il sudore si può sapere se nelle 36 ore precedenti si è fatto uso di sostanze stupefacenti. Il 33% del campione di politici ne aveva fatto uso. È un’inchiesta finita sui giornali di tutto il mondo. Però ho preso 15.000 euro di multa e sei mesi di galera con l’accusa di violazione della privacy, poi cambiata in vilipendio delle istituzioni».

La seconda?

«Un pezzo di Nina Palmieri sulla storia di un malato terminale omosessuale che voleva lasciare la casa al compagno che, alla sua morte, l’avrebbe persa. Abbiamo incontrato il padre che non accettava l’omosessualità del figlio dicendogli che conta l’amore non il sesso. Alla fine si è ricreduto. La legge sulle unioni civili era lontana».

Enrico Lucci conduce Nemo - nessuno escluso

Enrico Lucci conduce Nemo – nessuno escluso

Cosa pensa di Nemo, nessuno escluso?

«Che è un buon programma e Rai 2 ha fatto bene a confermarlo sebbene non abbia avuto ascolti eccellenti. Anche Le Iene all’inizio non ebbero successo, ma a forza di essere difese…».

Quanto vi manca Enrico Lucci?

«Tantissimo. Gli artisti sono sempre insostituibili».

Avete preso Antonino Monteleone.

«Non solo lui. È un ottimo giornalista, molto strutturato. Gli chiederemo di avvicinarsi al nostro stile da saltafossi».

Quanto conta la squadra?

«Se i singoli giocano bene tutta la squadra gioca meglio. Il ritorno della Gialappa è fondamentale».

Attaccate preti pedofili e maghi fasulli: pochino i poteri forti?

«Non mi sembra. Tutti i giornalisti sanno che con l’editore si deve fare i conti. Grazie a Mediaset Le Iene sono un programma molto libero. Credo che da nessun’altra parte si potrebbe fare un programma così. In una tv commerciale gli investitori pubblicitari sono determinanti. A volte questa azienda fa una tv volgare, ma sul nostro sito si possono trovare i pezzi nei quali abbiamo criticato gli inserzionisti più importanti».

Ha ragione Antonio Ricci quando dice che uscire dalla piattaforma Sky è stata una scelta alla Tafazzi?

«Sicuramente è stata una decisione che ad alcuni programmi è costata più che ad altri. Le strategie di Mediaset si fanno su tavoli diversi dal mio, ma credo che Le Iene abbiano pagato questa scelta».

E quando sottolinea la scarsa presenza social dei contenuti Mediaset?

«Su questo dissento. Con 5 milioni di amici su Facebook Le Iene sono il programma italiano più social. E detengono il record mondiale di condivisioni: 660.000. È il video su un papà che accompagnava a scuola la figlia affetta da una strana malattia e restava tutta la mattina davanti alla scuola per poter intervenire in caso di emergenza».

Lei è il papà delle Iene e Ricci di Striscia la notizia. Siete padri di figli unici?

«Dall’esperienza di Striscia sono nate Le Iene, dalle quali sono derivati altri programmi».

Nessuno forte come i fratelli maggiori.

«Diamogli tempo».

A che punto è il documentario sull’immigrazione che aveva proposto a Vice?

«Lo stiamo ancora girando. In compenso, è quasi pronto quello realizzato con Claudio Canepari sulla campagna elettorale di Ismaele Lavardera, candidato sindaco a Palermo. Si dice che la politica ha bisogno di trasparenza: Lavardera ha filmato in chiaro e con candid camera i comizi e gli incontri con gli altri politici. Lo vedremo presto su Italia 1».

E la collaborazione con Vice?

«Rientra in un progetto che prevede la rielaborazione con lo stile delle Iene di materiali di grandi reporter internazionali su temi come inquinamento, effetto serra, droghe, grande criminalità e terrorismo. Anche questo presto su Italia 1».

Un segreto per ripartire quando è depresso o scarico?

«Non sono mai depresso».

Chi è Davide Parenti?

«Urca! Vediamo… Sono un formidabile rompicoglioni che sta alle regole ma non obbedisce. Sono imbattibile nel mio lavoro, salvo arrivare spesso secondo».

La Verità, 29 settembre 2017

 

 

Emigratis e il fascino dell’escalation del trash

Con l’hashtag davanti a «rivediamoli», coraggiosamente Italia 1 sta proponendo le repliche della seconda stagione di Emigratis, il programma in cui i due comici foggiani Pio e Amedeo, abbigliati oltre ogni vetta del trash, scroccano vacanze lussuose in giro per il mondo a vip più o meno malcapitati (lunedì, ore 21.15, share del 5.34%). Il programma ha un pubblico di cultori anche insospettabili (Andrea Salerno, direttore di La7) e la rete Mediaset ha scelto di dargli la forma della maratona. Oltre agli stessi Amedeo Grieco e Pio D’Intini, è firmato da Fabio Di Credico e Aldo Augelli, mentre la voce narrante è di Francesco Pannofino. Stavolta siamo in Estremo oriente, tra Shangai, Tianjin, Pechino, Sepang e Kuala Lumpur e il duo comico è in missione per dissuadere cinesi e malesi dal venire in Italia perché il nostro Paese «è una m…». Il vertice dello show però arriva quando i due arrivano a tu per tu con qualche personaggio noto.

Ci sono due motivi per soffermarsi davanti alle gag di Pio e Amedeo. Il primo consiste in un certo voyeurismo masochista: vedere fino a che punto arriva l’escalation del trash. L’ignoranza al potere è un intruglio di sfrontatezza, insolenza e volgarità, quest’ultima in dosi massicce, che ha una sua perversa attrattiva. Il secondo motivo può essere la curiosità di vedere i vip sbertucciati dall’impudenza dei due ragazzotti. Nessuno invece crede all’idea di rivalsa sociale dell’italiano povero sul ricco. Esiste un intero filone televisivo che vive di burle e infortuni ai danni dei famosi. Lunedì prossimo, per dire, partirà su Canale 5 Grande Fratello Vip. Da Scherzi a parte, la tv commerciale ci ha costruito una certa fortuna: prima creo il vip e poi lo demolisco, o almeno lo metto alla berlina. È tuttavia difficile immaginare che Fabio Cannavaro, che regala ai due il noleggio per due anni di altrettante Audi, Maria Grazia Cucinotta, che paga cene e soggiorni in hotel, e Bel