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Le migliori teste italiane: l’apocalisse si avvicina

L’allarme è unanime. Le menti più lucide, i cervelli più autorevoli e disincantati lo ripetono all’unisono: la ripresa che speriamo per questa povera Italia non può essere guidata dal governo attuale. È un dato di formazione, di attrezzatura culturale, di inesperienza. Bisogna cambiare rapidamente pilota, dicono i migliori economisti, sociologi e filosofi, se non vogliamo che il pullman finisca nel precipizio della povertà e della protesta sociale violenta. Lo intonano da settimane senza che nei media, in gran parte omologati al pensiero mainstream, il loro invito superi il livello delle voci isolate. Provando ad avvicinarle ne scaturisce un coro. Giorgio Agamben, Quodlibet: «È evidente – e le stesse autorità di governo non cessano di ricordarcelo – che il cosiddetto “distanziamento sociale” diventerà il modello della politica che ci aspetta». Luca Ricolfi, intervista all’Huffington post: «La nostra società, se non si cambia rotta molto molto alla svelta è destinata a trasformarsi in una società parassita di massa». Giulio Sapelli, intervista alla Verità: «All’ora della verità arriviamo governati da eterni disoccupati». Massimo Cacciari, La Stampa: «Serve una cultura politica esattamente opposta a quella che si è manifestata in questi mesi». Giuseppe De Rita, intervista alla Verità: «La ripartenza non si fa con le sovvenzioni ad personam». Carlo Galli, La Parola: «Il Paese è chiamato a grandi scelte per ripartire a guerra finita, ma anche prima, a breve». Marcello Veneziani, La Verità: «Non possiamo lasciare la ricostruzione in mano ai nani».

Incurante del ridicolo, qualche giorno fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha presentato un piano strategico per trasformare «questa crisi in opportunità» sulle stereofoniche colonne del Corriere della sera e del Fatto quotidiano. Una fogliata di «profonde» riforme volte alla modernizzazione del Paese che va dalla sburocratizzazione alla capitalizzazione delle imprese e delle start up, dal sostegno green economy alla digitalizzazione dell’offerta formativa, dalla riforma dell’abuso d’ufficio all’introduzione di una nuova disciplina fiscale. Un vasto programma che abbiamo già orecchiato in altre solenni occasioni con «Giuseppi» in piedi dietro a un leggio su come verranno usati i molto promessi fondi europei. Un Recovery plan così altisonante che non l’ha sentito nessuno, non un approfondimento né una ripresa se si eccettua quella, obbligata, del ministro per gli Affari europei Enzo Amendola. Del resto, la credibilità, quando la si è persa è difficile riconquistarla. Mesi di conferenze stampa abborracciate, di decreti affastellati, di proclami labili e provvedimenti volubili, di alluvioni di fantastilioni e casse integrazioni mai arrivate, di rilanci futuri al tavolo da poker che i presentissimi sprofondi rossi hanno smascherato come l’ennesimo bluff, dando al «piano strategico» l’attendibilità di un desiderio da Miss Italia neoeletta.

Intanto l’apocalisse incombe. La tratteggia Agamben citando Patrick Zylberman: un certo «terrore sanitario» ci ha precipitato in una situazione «da fine del mondo. Dopo che la politica era stata sostituita dall’economia, ora anche questa per poter governare dovrà essere integrata con il nuovo paradigma di biosicurezza, al quale tutte le altre esigenze dovranno essere sacrificate. È legittimo chiedersi», conclude il filosofo, «se una tale società potrà ancora definirsi umana o se la perdita dei rapporti sensibili, del volto (con le mascherine ndr), dell’amicizia, dell’amore possa essere veramente compensata da una sicurezza sanitaria astratta e presumibilmente del tutto fittizia». Più che mai urgente è un cambio di direzione copernicano. Ma per Ricolfi, docente di Analisi dei dati all’università di Torino, può essere persino «già tardi». Di sicuro è improbabile che chi comanda ora sia in grado di guidarlo. «Questo governo è il primo governo esplicitamente e risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica. In esso», osserva «le peggiori pulsioni del mondo comunista ed ex comunista, rappresentato da Pd e Leu, confluiscono e si saldano con l’ideologia della decrescita felice propria dei Cinque stelle». Lo scenario tracciato dal responsabile scientifico della Fondazione Hume è cupo: «Nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione e l’export sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di Stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti». Anche Sapelli, insigne economista, parla di società parassitaria: «In autunno saremo circondati dai poveri come Buenos Aires negli anni Ottanta o il Perù negli anni Novanta. Grazie a questi politici l’Europa si sta sudamericanizzando. E come in Sudamerica avremo le zone dei ricchi e le zone dei servi, sorvegliati dalle torrette con le mitragliatrici». Non bastano sussidi e detassazioni, «sono indispensabili gli investimenti e la sburocratizzazione». Sapelli ha presentato un appello affinché si perseguano questi obiettivi, perché «nell’ora della verità» siamo governati da «una classe di ricchi globalizzati o di eterni disoccupati». Lo pensa anche Giuseppe De Rita: «Sarebbe interessante che qualche giornalista consultasse la Navicella parlamentare per studiare i curricula di ministri e sottosegretari e vedere cosa tornerebbero a fare se non rieletti». Quanto alla ripresa, prosegue il presidente del Censis, «non si fa con le sovvenzioni ad personam. Ma è frutto di un processo socio economico complesso che rimetta in moto filiere produttive, gruppi di imprese e territori. Se i cittadini non hanno fiducia e non escono di casa, se non arrivano i turisti, i ristoranti restano chiusi anche se gli si dà il bonus per riaprire». Ancora più ultimativa l’analisi di Cacciari: «Interventi assistenziali non basteranno più, anche ammesso e non concesso che ci siano stati finora, tempestivi ed efficaci. Non ci saranno neppure le risorse per incerottare tutti. Interventi a pioggia – e per di più, per necessità, ben avari – moltiplicheranno soltanto diseguaglianze e proteste». Se vogliamo davvero cambiare rotta, incalza l’ex sindaco di Venezia, serve «una cultura politica esattamente opposta a quella che si è manifestata in questi mesi, preda di quell’irresistibile impulso ministerial-centralistico e statalistico, capace di decreti più voluminosi della Recherche proustiana». In questo contesto si ripete che non è il momento di fare polemiche. «E invece di dialettica politica, e di elezioni, ci sarà presto bisogno», sottolinea Galli, analista del Mulino. «Il Paese è chiamato a grandi scelte, per ripartire a guerra finita – per quanto questa possa dolorosamente trascinarsi – ma anche prima, a breve», osserva il professore di Dottrine politiche a Bologna. «Una di queste è sulla Ue che, in coerenza con le proprie logiche e strutture, si appresta a sferrare un altro colpo alla nostra autonomia offrendoci come unica risorsa economica il Mes: prestiti (pochi) in cambio della Troika e di una nuova austerità». Soggiacendo ai diktat dell’eurotecnocrazia come sembrano voler fare gli attuali governanti, risulterà velleitaria la risalita post-pandemia, «un’opera gigantesca», scrive Veneziani. «Per fondare uno Stato sociale ci vuole il lavoro di un popolo, di una classe dirigente, di ministri e primi ministri che sanno rispondere davvero alla storia, ai popoli, e non si limitano a sceneggiare numeri di teatrino in tv, con la regia di uno del Grande fratello… Affidereste mai la rifondazione di uno Stato al collasso, di una società con una crisi economica e vitale senza precedenti, di un modello sociale di ricostruzione a gente così? L’ultimo che lo fece, dopo una catastrofe, si chiamava Alcide De Gasperi, il Recovery fund allora si chiamava piano Marshall».

Il Recovery plan invece propinatoci dal premier serviva ad avvisarci che non ha intenzione alcuna di spoltronarsi da Palazzo Chigi, né per la restante parte della legislatura e auspicabilmente neanche per la prossima. Ma chi conserva un residuo briciolo di speranza crede che la massima autorità statale cominci a considerare l’appello trasversale che giunge da molte tra le voci più autorevoli e disinteressate del nostro Paese. Le quali tutte, in coro, dicono, come usa a Milano, che per il governo Conte si è fatta una certa…

 

La Verità, 31 maggio 2020

«L’Italia dovrebbe vincere con il potere dell’arte»

Artista, artigiano, musicista, musicologo, autore, compositore, interprete, showman: Marco Castoldi, in arte Morgan. Persona controversa. Altrimenti non si spiegherebbe come possa esser finito al centro di un inestricabile ingorgo amministrativo giudiziario sentimentale culturale, sfociato nel pignoramento della sua dimora-atelier. Ora, per sensibilizzare le autorità sulla vocazione dell’artista e sul legame tra la creazione e il posto dove questa si genera e prende forma, Marco Castoldi ha pubblicato per La nave di Teseo Essere Morgan – La casa gialla, primo libro di una trilogia, corredato di numerose illustrazioni, che si apre con una lettera al ministro dei Beni e delle attività culturali.

Sulla copertina si firma Marco Morgan Castoldi. Come devo chiamarla?

Come vuole. Morgan è il nome d’arte di un cantante autore performer pianista saltimbanco partorito da una persona che si chiama Marco e si occupa di spettacolo artistico, fatto di musica e parole.

Nella casa-atelier si realizza la sovrapposizione tra persona e artista: espropriarlo vuol dire impedirgli di creare?

Sicuramente nella casa avviene il concepimento e spesso la realizzazione dell’opera. Il posto dove abita l’artista è il posto dove abitano le sue idee. E le sue idee sono la sua arte. In questo periodo ripetevo che da trent’anni sto in quarantena, per cui non c’è nulla di nuovo. Ma siccome me l’hanno tolta, non ho più nemmeno la libertà di stare in casa mia.

Dove ha trascorso il lockdown?

In case a breve termine, piene di bagagli, senza i requisiti tecnici per la mia attività musicale. Case scomode. Case casuali.

Come si mantiene? Eravamo rimasti al pignoramento alla fonte dei suoi introiti, ci sono novità?

Nessuna. Sono rimasto completamente inascoltato sia come cittadino che come artista. Il ministero che dovrebbe occuparsi di beni e attività culturali e organizzare il rapporto tra l’artista, la società e il mercato non fa nulla. Neanche fa finta di farlo.

Il pignoramento e lo sfratto sono opera di Asia Argento per il mancato mantenimento della figlia o dell’Agenzia delle entrate per il mancato pagamento delle tasse?

Non ho quasi mai mancato di mantenere le mie figlie. In realtà le cifre corrisposte sono più alte di quelle richieste. Perché oltre l’assegno mensile, ho assolto alle spese per la scuola e per le attività sportive e ricreative. Ricordo che la bambina è cresciuta con me per quattro anni. Poi ho versato alla madre 3000 euro al mese. Direi tanti per mantenere una bambina. Perciò mi è venuto il dubbio di aver mantenuto anche il tenore di vita da star della madre.

Ma gli alimenti li ha sempre pagati?

Non sempre. Ho avuto problemi con i manager. Ci sono stati momenti in cui non venivo pagato. Ho chiesto di pazientare, assicurando che avrei risolto la situazione. Negli anni ho versato qualcosa come 350-400.000 euro. Va bene, era la risposta. Poi però arrivavano le lettere dell’avvocato. Comportamenti miseri. Non si dovrebbe arrivare a questo tra persone che si sono dette «ti amo». Invece, è successo. E poi ci si atteggia a paladina della battaglia contro la violenza sulle donne.

Era insolvente anche verso l’Agenzia delle entrate?

Tutto è partito da lì. Mi hanno imputato un debito e hanno subito iniziato a pignorare le mie entrate senza discutere di rateizzazione. Non potendo più pagare gli alimenti si è innescata la catena.

Ha presentato reclamo?

L’Agenzia delle entrate è un’entità kafkiana, irraggiungibile. Sono andato di persona per definire una contrattazione basata sui miei introiti. Impossibile. L’anima della burocrazia è questa: dammi la prova che esisti, un documento con marca da bollo. Non basta vederti qui davanti, serve il documento…

Il merito di questa situazione è del suo manager?

Sono passato per diverse gestioni, tutte similmente opache. I manager di artisti non esistono come categoria. Non ci sono regole. Sono autodidatti che pensano di farla in barba all’artista. Il quale è distratto perché pensa alla sua attività creativa.

Perciò non può lamentarsi…

Anch’io ho vissuto da ricco. Le canzoni producono ricchezza. Ho avuto 100, ma loro se ne sono presi 500. Mio compito non è frugare nelle carte dei commercialisti, ma creare una canzone dalla quale tutti traggano vantaggi. Se compongo un ritornello troppo lungo la canzone non incassa due milioni di euro. Se è giusto sì. La mia responsabilità è fare canzoni perfette. Poi, improvvisamente, arriva una notifica di 2 milioni di tasse da pagare.

Con questo libro, introdotto da una lettera all’allora ministro Alberto Bonisoli, contesta il comportamento dello Stato sostenendo che, anziché penalizzarla, dovrebbe sostenerla.

L’obiettivo è mettersi attorno a un tavolo per capire il ruolo dell’artista nella società moderna. E stabilire un sistema di norme affinché le sue creazioni siano vantaggiose per tutti: artista, Stato e mercato. Sono molto competente per ciò che concerne la dimora dell’artista. È una visione che si allarga allo stato dell’arte in Italia fino alla politica del nostro Paese.

In che senso?

Com’è possibile che l’Italia che possiede il più grande patrimonio artistico al mondo sia un Paese economicamente sottomesso e indebolito nella sua sovranità, come abbiamo visto anche durante questa crisi del coronavirus? Un Paese in possesso, temo ancora per poco, di tutta questa bellezza dovrebbe dominare il mondo. Abbiamo avuto Antonio Vivaldi, cioè il maestro di Bach, Mozart e Beethoven. Abbiamo avuto Piero della Francesca, cioè tutti gli Andy Warhol messi insieme. Potrei continuare. Dovremmo governare il mondo…

Invece?

Siamo indebitati perché chi governa è ignorante e non capisce il valore della bellezza. Questi politici vanno aiutati. Vanno condotti per mano perché possano comprendere quanto vale la ricchezza di cui disponiamo.

Nel suo libro parla dell’artista «al centro del reticolo sociale».

L’artista è al centro della comunità, non più fisica o geografica, ma mediatica e virtuale. L’artista aggrega. Che cosa ricordiamo della storia del nostro Paese? I grandi artisti come Leonardo da Vinci o Dante Alighieri. La storia la fanno i grandi creatori o i grandi distruttori. Leonardo e Ludovico il Moro, Picasso e Hitler: dipende da che parte stiamo.

La legge è uguale per tutti: se un musicista rimane senza lavoro è come se accadesse a un commesso?

Il commesso ha la mia stessa dignità. Né più né meno. Ma sul piano sociale è diverso. Sui social scrivono: chi ti credi di essere? Se mi togli la casa mi togli anche il lavoro. Al commesso resta il negozio. Se non lavoro io, si ferma tutto l’indotto delle mie canzoni. A un concerto ho 50.000 persone davanti, qualche decina lavora dietro e attorno al palco, altri guadagnano con i diritti d’autore, poi ci sono le case discografiche, gli uffici stampa… Io posso sostituire il commesso in negozio, lui non può sostituire me.

Intanto il ministro è cambiato. Ora è Dario Franceschini, concittadino di Vittorio Sgarbi, prefatore del libro.

Quindi, per campanilismo dovrebbe leggerlo. Poi mi auguro di incontrarlo.

In quasi tutte le sue ultime esibizioni sono successi casini.

Sono rappresentazioni artistiche.

Con Sky siete in causa per X Factor.

Per forza. Mi hanno promesso un cachet, la mia partecipazione ha portato ascolti, ma non mi pagano giustificando il fatto con le mie intemperanze.

Anche con Maria De Filippi non è finita benissimo.

Idem. Pensando a Maria De Filippi, faccio «Ah!».

Prego?

Ah! Un’esclamazione alla Al Pacino. Nel palazzetto dove si registrava Amici una sera mi è esplosa una paura pazzesca… Sono scappato. «Dove stai andando?», urlavano. «Basta, sono un comunista, sono un comunista». Sono scappato per i campi, nella nebbia, ancora con l’auricolare addosso.

Mi prende in giro? Sembra la scena di un film…

È successo davvero.

A Sanremo sappiamo com’è andata con Bugo.

È stata un’invenzione teatrale, un’iniezione di spettacolo. Sa quanto ha reso il video a YouTube? 23 milioni di euro, con oltre 15 milioni di visualizzazioni. Ma né io né la Rai abbiamo avuto niente.

Ha rotto con Sky, ha rotto con Mediaset e con la Rai ci siamo vicini?

Tutt’altro. La Rai la amo perché è super partes. Sogno di realizzare una trasmissione che valorizzi quello che so fare. Il programma di Enrico Ruggeri è stato un buon passo avanti. Spero venga il mio momento.

Tornerà al Festival nel 2021?

Amadeus è una persona seria, ironica e professionale. Forse l’idea migliore sarebbe che io e Bugo tornassimo come ospiti. Io ospite di Bugo e Bugo ospite mio… Ci pensa? Con l’utopia di fare pace sul palco. E con la strizza che, se non riesce, si ripeterà un altro fattaccio.

Per concludere, c’è qualcosa che la fa essere ottimista?

Penso che mi rivolgerò alla magia.

Chi è Morgan?

Un angelo che va sul palco. E può essere commovente o divertente.

 

Panorama, 20 maggio 2020

Bello il calcio nostalgia, senza attori e sapientoni

Scherzi della nostalgia, certo. E dell’astinenza da calcio. Rivedere Italia Germania Ovest 1970, oppure Italia Argentina 1978, oppure ancora Italia Germania Ovest ma 1982, quella del Mundial, fa uno strano effetto. Fa scattare l’automatico era meglio quando si stava peggio. Oddio, peggio. Sicuramente meglio di questi giorni da reclusi. Provocazione: era meglio quel calcio lì. Asciutto, essenziale, schietto. Privo di tutte quelle insopportabili malizie che stanno intossicando lo sport più bello del mondo, oggi. Parlare di assenza di malizie quando i campi erano calcati da gente come Claudio Gentile o Marco Tardelli, come Daniel Passarella o Mario Kempes, come Gerd Müller o Paul Breitner, è tutto dire. Non che non succedessero cose strane, come per esempio nella finale del 1978 tra Argentina e Paesi Bassi (si chiamavano così, per la cronaca, 3 – 1 per la formazione di Cesar Luis Menotti) mal arbitrata dall’italiano Sergio Gonella, davanti al generale della giunta militare Jorge Videla. C’era gioco duro, c’erano i falli e si espelleva e ammoniva molto meno di ora. Ma c’erano anche meno sceneggiate, astuzie e proteste. L’arbitro fischiava, il giocatore si rialzava, si batteva la punizione. Meno ambiguità e protagonismi anche nelle telecronache a una sola voce che si limitavano al racconto, senza compiaciute lezioni di tattica. Un calcio più elementare e più selvaggio. Che Mediaset Extra ci sta permettendo di riassaporare nella maratona di Emozioni mondiali, tre giorni da giovedì a oggi, con il meglio dei match della Nazionale nella Coppa del Mondo dal 1970 al 2006. Quest’ultimo, altro torneo vittorioso ai rigori contro la Francia, dopo che in semifinale avevamo nuovamente battuto ed eliminato i tedeschi padroni di casa. Insomma, un concentrato di orgoglio azzurro in giorni di «stadi chiusi». Scherzi dell’astinenza oltre che della nostalgia. Alimentata dalle immagini in 4/3 dell’epoca. Dall’urlo di Tardelli dopo il gol del due a zero. O dalla voce di Nando Martellini e dallo storico triplice «campioni del mondo!» al Bernabeu di Madrid (11 luglio 1982). Oppure dal gol del 4-3 di Gianni Rivera alla fine dei tempi supplementari della «partita del secolo» (Città del Messico, 18 giugno 1970). Momenti nei quali tutti ricordiamo dov’eravamo e che, complice la clausura, si possono rievocare con chi allora non c’era. E chissà, considerata la probabilità che la quarantena si trasformi in ottantena, perché non riproporre anche altri storici match, senza l’assillo dell’audience? Tipo quelli della vertiginosa, rivoluzionaria e prediletta Olanda di Johan Cruijff e Ruud Krol, la nazionale più bella e sfortunata di sempre.

 

La Verità, 11 aprile 2020

«L’Italia ha bisogno di una start up del fare»

Montecarlo, Cagliari, Londra, Milano… Flavio Briatore è un globetrotter della concretezza. Più che mai ora, dopo la pubblicazione su Instagram del logo del Movimento del Fare che simboleggia una mano con dita rosse e verdi, palmo bianco e pollice che punta verso l’alto. L’iniziativa era attesa e, nell’aria frizzantina di questo settembre che registra le insoddisfazioni di Carlo De Benedetti e le tentazioni politiche di Urbano Cairo, ha dato la stura alle interpretazioni. Per correggere le quali è stato necessario un secondo post: «Il #MovimentodelFare è indipendente, non è legato ad alcun partito, né di destra né di sinistra».

Con la pubblicazione del logo ha rotto gli indugi: la freccia che punta verso l’alto è il simbolo della rinascita italiana?

Certo, puntiamo in alto per fare rinascere l’Italia. Ma la cosa importante da chiarire è che si tratta di un movimento apartitico e apolitico.

Niente a che vedere con un partito?

Niente, nessun legame né a destra e né a sinistra.  La nostra idea è radunare in vari settori come il turismo, la salute, la giustizia, lo sport, l’ambiente e l’economia, persone in grado di offrire la loro esperienza, mettendola a disposizione del Paese.

Professionisti, imprenditori…

Persone che, se non fossero unite in un movimento, sarebbero inavvicinabili. Persone che hanno lasciato il segno nel proprio campo, che non possono fare i politici passando ore ed ore in Parlamento perché hanno le loro attività da mandare avanti.  Ma che possono e vogliono dedicare qualche ora la settimana per fare da consulenti in vari settori.

«Fatti, non parole», secondo un vecchio slogan pubblicitario?

Esatto. Le faccio un esempio. Qualche giorno fa ho incontrato il governatore sardo, Christian Solinas, per studiare come rivitalizzare la Sardegna, bellissima ed una volta sulla cresta dell’onda, ma che oggi perde colpi rispetto a Ibiza, Saint Tropez, Marbella. Un esempio? Perché i calciatori vanno tutti a Ibiza o a Mikonos?

Già, perché?

Perché ci sono più eventi ed attrattive, tutto l’anno. Abbiamo pensato che la Sardegna deve allungare la stagione turistica, creando occasioni ed eventi che la rendano una destinazione appetibile non solo in piena estate. Ci sono tante idee e non solo per la Sardegna, e anche con l’aiuto di Lucio Presta, sto mettendo insieme un gruppo di professionisti.

Perché queste idee vengono a un imprenditore?

Vengono a chi è sul mercato, gira il mondo e ha attività commerciali non solo in Europa ma anche nel resto del mondo. Il movimento vuole aiutare a modernizzare il Paese con proposte manageriali, e lo facciamo a titolo gratuito perché altrimenti costeremmo troppo. Proposte che potranno essere adottate, ignorate, migliorate.

Stretta logica imprenditoriale.

Che i politici di professione non hanno e non possono avere. Prendiamo i grillini: prima di entrare in Parlamento pochi di loro facevano la dichiarazione dei redditi perché non avevano mai lavorato. Come possono trovare soluzioni adatte a un mercato sempre più sofisticato? Io penso di poter dare qualche consiglio sul turismo: ho fatto dieci volte il giro del mondo, conosco bene il Medio ed Estremo Oriente, l’Europa, gli Stati Uniti… E questo vale anche per professionisti di altri settori, dalla salute allo sport alla giustizia, dove un responsabile sceglierà i suoi collaboratori per formare un dream team di esperti.

Cos’è, un’opera di volontariato?

In un certo senso sì. Diciamo che sarà una grande start up gratuita a servizio dell’Italia, che userà principalmente Instagram come mezzo di comunicazione, niente oracoli.

Chi vorrebbe al suo fianco?

Per ora niente nomi. Ma parliamo di gente valida e a tutti i livelli, giovani e anche i meno giovani perché l’esperienza è una grande risorsa. Dalle e-mail e dalle segnalazioni vedo che c’è molto entusiasmo. Persone che si propongono anche per il fatto che si tratta di un movimento apolitico.

Vi rivolgerete agli enti locali e al governo?

Certo, ma possiamo dialogare con tutti. Potremmo aiutare e supportare le start up, suggerire come riformulare quelle che non sono riuscite ad affermarsi.

Si prefigge di aiutare l’Italia, ma vive all’estero.

La residenza in Italia non è indispensabile, anche Sergio Marchionne l’aveva all’estero. Da 37 anni sono iscritto all’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero ndr) e le mie opportunità di lavoro e di crescita le ho avute all’estero. Ma voglio ricordare che grazie alle vittorie con la Benetton in Formula Uno (3 campionati del mondo ndr) ho portato con orgoglio sui podi di tutto il mondo l’inno di Mameli.

I politici sono pronti per questo tipo di confronto?

È un’idea costruttiva e noi siamo pronti a dare una mano. Poi saranno loro a decidere se accettare le nostre proposte, ignorarle o rigettarle.

Che cosa pensa del nuovo governo?

In questo momento mi sembrano tutti concentrati sugli affari di Palazzo e vedo poche proposte. Mi auguro che capiscano che sono al governo per gestire il presente e il futuro del Paese e non quello delle loro carriere.

Lei che è il Trump italiano, come giudica il tweet del presidente americano in favore di Conte?

Secondo me Trump ha fatto un endorsement semplicemente perché ha apprezzato il savoir faire di Conte durante la crisi. E poi conoscendolo già, preferisce continuare a trattare con lui piuttosto che con un nuovo personaggio.

Ma Conte si preparava a guidare un governo di sinistra.

Oggi a sinistra, domani a destra. Continuiamo a chiedere elezioni, ma non ricordo qual è l’ultima volta che l’esito del voto ha stabilito chi doveva essere il premier. Ormai ci siamo abituati al fatto che le scelte dei cittadini contano quasi zero.

Il nuovo governo ha abbastanza a cuore le esigenze del mondo produttivo?

Temo di no. Invece, bisogna puntare sulla produzione, chi cerca il benessere deve favorire il mondo produttivo.

Come si fa se il principale partito del nuovo governo persegue la decrescita felice?

Credo che i Cinque stelle comincino a capire che non devono spingere su quel tasto perché gli elettori non li stanno più premiando. Dopo 15 mesi di governo c’è stata una specie di rivoluzione, innescata da Renzi che ancora una volta ha dimostrato di essere un politico con un ottimo intuito.

Dopo il reddito di cittadinanza si pensa al salario minimo.

Solo misure assistenzialistiche. Se i 700-800 euro del reddito di cittadinanza venissero dati agli imprenditori si creerebbe lavoro, si potrebbero assumere i disoccupati, con il vantaggio che almeno ci sarebbe un controllo in cambio di una prestazione d’opera. Invece, si riceve un sussidio, si fa un po’ di lavoro nero e si tira avanti senza controlli.

Auspica il taglio del cuneo fiscale?

Certo, in Italia il costo lavoro è insostenibile. Se un dipendente prende 2000 euro, all’azienda ne costa 4000. Se ci fosse una tassazione al 30% nessuno penserebbe di evadere. Ma con il 60% di tasse le aziende sono in seria difficoltà.

Perché secondo lei Forza Italia, capeggiata da un imprenditore geniale come Silvio Berlusconi, è diventata marginale?

Un grande imprenditore deve circondarsi di buoni manager che facciano crescere l’azienda. Non ci sono più le one man band. Se un marchio passa dal 40% del mercato al 7% vuol dire che qualcosa non va bene.

Forza Italia?

Forza Italia è Berlusconi. Purtroppo la sua squadra è rimasta sempre più o meno la stessa e non ha funzionato.

Anche Urbano Cairo accarezza l’idea di fondare il suo partito.

Cairo ha dimostrato di essere molto bravo. Ha risanato La7 e il gruppo Rcs e si è imposto come uno dei grandi manager italiani. Non so se abbia tempo di scendere in campo politico, perché è ovvio che questo impegno lo distoglierebbe dalle sue attività aziendali, con conseguenze sulle performance delle stesse.

Il nuovo governo farà le grandi opere?

Me lo auguro. Dobbiamo fare la Tav e anche il ponte sullo stretto di Messina. Tutte le nazioni ripartono con le opere pubbliche perché creano lavoro e fanno girare l’economia. Le opere pubbliche non sono aziende private dove il rapporto costi-benefici è fondamentale. Niente di più sbagliato. Sono invece opere a servizio dei cittadini, generano lavoro e sono investimenti a lungo termine per il futuro del Paese: ferrovie, autostrade, aeroporti, porti. Il Sud può rinascere puntando tutto sul turismo, creando le infrastrutture necessarie. Abbiamo un clima ottimo, sole, mare e posti magnifici. Il Sud potrebbe diventare davvero la Florida d’Europa.

Perché il Twiga di Otranto non è decollato?

Beh… Era una licenza che avevamo dato a dei bravi imprenditori locali che volevano fare un upgrade di strutture già esistenti. Siamo stati bloccati e il progetto è sfumato.

Perché la politica italiana non fa niente per sostenere il turismo?

Il ministero del Turismo, che dovrebbe essere il più importante per l’Italia, non ha neanche una sede centrale propria.  Sono andato a trovare il ministro Gian Marco Centinaio che aveva le deleghe, mi ha ricevuto negli uffici dell’agricoltura. In compenso, le varie regioni hanno uffici prestigiosi di rappresentanza all’estero, da New York a Hong Kong con burocrazia e costi enormi, assolutamente inutili. Il turismo dev’essere centralizzato e il pacchetto Italia va promosso e sviluppato in modo unitario.

Cos’è, miopia, inettitudine, mancanza di pianificazione?

Le tre cose insieme. Le faccio un altro esempio: Viareggio è la capitale italiana della nautica, i costruttori sono tutti lì, ma non c’è un porto. La Costa azzurra, che è un terzo della nostra Sardegna, ha il triplo dei suoi porti. Ripeto, se i politici mi dessero retta, daremmo vita a una Florida europea.

Charles Leclerc è avviato a superare i successi di Michael Schumacher e Fernando Alonso scoperti da lei?

Visto che cosa ha fatto ultimamente, non solo a Monza, penso che sia un predestinato. Dipenderà da come lavorerà e coltiverà il suo enorme talento.

Ciro Grillo, figlio di Beppe, è stato denunciato con tre amici per stupro da una ragazza milanese. La serata era iniziata al Billionaire di Porto Cervo, la denuncia è stata fatta nella caserma dei carabinieri di via Moscova a Milano. Secondo lei come ha fatto una notizia così a restare coperta 40 giorni?

Premesso che quando uno esce dal Billionaire può fare quello che vuole, penso che se non fosse stato il figlio di Grillo non ne avrebbe parlato nessuno. Non getterei la croce su dei ragazzi prima di sapere con certezza che cos’hanno fatto. Mi sembra strano che la denuncia sia arrivata dieci giorni dopo i fatti.

 

Panorama, 18 settembre 2019

Pif e l’Italia dal punto di vista del marziano

E chi se lo ricordava Carlo Palermo, alla cui vita la mafia attentò nel lontano aprile 1985? E chi se la ricordava la strage di Pizzolungo, nella quale, al posto del magistrato, persero la vita tre persone innocenti, che viaggiavano casualmente nella loro macchina tra l’autobomba allestita da Cosa nostra e la vettura di Palermo e della scorta. Una storia completamente dimenticata, messa al centro della puntata d’esordio di Caro Marziano, la striscia serale ideata e realizzata da Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, (Rai 3, lunedì-venerdì, ore 20.30, share del 7,3%). In fondo, l’idea è semplice: una videolettera indirizzata a un alieno per raccontare il nostro Paese, magari partendo dai suoi angoli meno noti. Una sorta di escamotage linguistico dal sapore vintage. Quante volte ci siamo detti, anche nelle redazioni dei giornali, «se provi a spiegare questa faccenda a un marziano o al primo passante per strada ci metti un’ora». Pif c’impiega i 12 minuti di un video realizzato con telecamerina e poi rimontato, che si conclude con un appello al marziano del protagonista della storia.

Il nuovo viaggio in Italia parte, dunque, dalla strage di Pizzolungo, paesino in provincia di Trapani, altra città rimossa dalle cronache nazionali. Per farlo ha chiamato Margherita Asta, figlia della donna e sorella dei due gemellini, tutti morti nell’attentato. Senza cedere alla commozione Margherita ha ricordato quella giornata e il favore del destino che le permette di farlo: quel mattino i suoi fratelli stavano litigando sui vestiti da indossare, così lei, per non tardare a scuola, usufruì del passaggio di una vicina di casa. Una volta giunta in classe, fu chiamata dalla professoressa e riaccompagnata a casa. S’incaricò la zia di comunicarle l’accaduto. Il padre, invece, lo apprese ancora dopo. Insieme andarono sul luogo dell’attentato e, sul muro di un palazzo ben distante dal luogo dell’esplosione, Margherita vide la macchia di sangue dei suoi famigliari, dilaniati dall’autobomba. Oltre un anno dopo il padre si risposò, dando una nuova madre a Margherita, ma provocando una disapprovazione dei paesani superiore a quella per la strage mafiosa. Pif alterna al racconto in presa diretta le immagini dei telegiornali dell’epoca, riuscendo a non perdere in leggerezza, ma al contempo, senza nulla togliere alla drammaticità della vicenda. Confermando uno stile documentaristico stupito e disincantato, lontano dall’architettura ideologica di Michele Santoro e dalla retorica dell’impegno civile di Roberto Saviano. Ci si augura che, con la scusa d’illustrare qualcosa ad un altro, riusciamo a capirla meglio anche noi.

 

La Verità, 5 maggio 2017

 

Santoro abbandona l’antagonismo e prova a esplorare

È un Michele Santoro diverso, più votato alla ricerca che alla denuncia, quello che si è visto in Italia, primo di quattro appuntamenti bimestrali (Rai 2, ore 21.15). Lo share dell’8,1 per cento (1,7 milioni di telespettatori), non eccelso considerata la modesta concorrenza in campo, segnala la difficoltà a seguire una trama di due ore e mezza piuttosto articolata. La prima diversità che segna il cambio di registro è l’assenza di Marco Travaglio (presente tra il pubblico), sostituito come corsivista da Tomaso Montanari, storico dell’arte, blogger. Dal linguaggio antagonista che aveva al centro la politica si è passati a una narrazione più costruttiva che guarda alla società nel suo complesso. Saldato l’ultimo conto e rigettate le accuse di aver favorito Berlusconi alle ultime elezioni, ecco il docufilm Tutti ricchi (per una notte), aggiornamento del Tutti ricchi di qualche anno fa. Ora c’è la crisi, ma a Dubai, tra gli ospiti del Billionaire di Flavio Briatore e nei locali di Ibiza, si inseguono i soliti idoli: soldi, successo, sesso, sballo. È la gerarchia dominante tra i giovani: solo che oggi tutto è più effimero. Gli strumenti d’ingaggio sono le droghe chimiche o sintetiche, oppure quelle virtuali e digitali, i selfie con i vip, la popolarità sui social network (esemplari le interviste alle fashion blogger, addict di Uomini e donne). Santoro dissemina d’indizi la sua ricerca e a un certo punto compare un Lele Mora, quasi irriconoscibile, impegnato nel volontariato, che attacca Fabrizio Corona. La fotografia della dissoluzione giovanile dell’ultimo spezzone di Ibiza è disturbante: non bastano le buone azioni dei sindaci Giuseppe Sala e Luigi De Magistris a compensare. Gli ospiti sono parte di una docufiction: prima il riscatto del rapper Salvatore Bandog, poi la passione dell’attore Mimmo Borrelli. Fino alla «redenzione» con la resilienza di Alex Zanardi, il campione paralimpico rinato dopo il drammatico incidente automobilistico.

La Verità, 7 ottobre 2016