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Le differenze non solo tecniche tra Juve e Milan

Poche, schematiche, considerazioni su Juventus-Milan finale di Coppa Italia, partita di non svolta della stagione rossonera.

Alcune differenze tecniche, qualcuna evidente qualcun’altra meno, e un paio di considerazioni finali.

Le parate di Gianluigi Buffon sui tiri di Cutrone e Suso e quelle di Gianluigi Donnarumma sul tiro di Douglas Costa e sul colpo di testa che ha portato al terzo gol.

I corner battuti da Pjanic sul dischetto del rigore e quelli battuti da Suso in zona morta, tre metri prima del primo palo.

I cambi della panchina: nella Juve Higuain per Dybala, nel Milan Kalinic per Cutrone (che non aveva sfigurato).

La persistente povertà di schemi offensivi del Milan, sempre in balia dell’estro altalenante di Suso, se si esclude il tiro da fuori area.

Certamente è anche una questione di maturità e di esperienza che manca alla squadra di Gattuso (lui compreso). Ma, in parte, è anche una questione tecnica.

Se, per la maturazione, basteranno quattro innesti lo capiremo dalle sfide da brividi con Atalanta e Fiorentina. Politano sarebbe una buona idea per cominciare (se qualcuno a caso non si metterà di traverso), poi un centravanti da 20 gol e due centrocampisti di qualità e quantità.

Infine, converrebbe blindare qualche elemento, tipo Jack Bonaventura, assistito dall’ineffabile Mino Raiola e corteggiato dalla medesima Juventus. Considerando la rosa bianconera tra centrocampisti, trequartisti e ali, alla corte di Allegri il buon Jack una decina di partite l’anno riuscirebbe a giocarle. Forse.

Flop Juve? Allegri senza piano B e presunzione

La finale di Champions League con il Real Madrid l’ha persa soprattutto Massimiliano Allegri e Antonio Conte avrà goduto, non si sa quanto in segreto. L’allenatore bianconero non è stato capace di capire che cosa stava davvero succedendo e di cambiare la partita in corso d’opera. Alla fine, tutte le domande degli osservatori si sono appuntate sul calo della Juventus tra il primo e il secondo tempo. Ma risposte convincenti non ne sono arrivate. Sono stati bravi loro (Sacchi); gli episodi sono girati male (Buffon); Pjanic aveva un problema a un ginocchio (Allegri).

Le cose sono un tantino più serie. Da diversi mesi, cioè da quando è passata al 4-2-3-1, ovvero al cosiddetto modulo «a 5 stelle» (Higuan, Dybala, Madzukic, Dani Alves o Cuadrado, Pjanic), la Juventus ha sempre giocato per andare in vantaggio nella prima mezz’ora. Di un gol o possibilmente di due. Il segreto era dominare subito il match, schiacciando l’avversario nella propria metà campo, attraverso il pressing alto che può essere prodotto con efficacia da una squadra farcita di punte e mezze punte. Una volta conquistato il vantaggio di uno o due gol, a mezz’ora dalla fine Allegri provvedeva puntualmente a coprirsi, togliendo qualcuna delle stelle e innestando Marchisio o Lemina o Rincon. Una squadra così sbilanciata, infatti, non può reggere 90 minuti senza sfilacciarsi.

Massimiliano Allegri non ci ha capito niente

Massimiliano Allegri non ci ha capito niente

Con il Real Madrid il piano A non è riuscito. La Juventus prima è andata sotto, poi ha recuperato con un gol bellissimo ma irripetibile di Madzukic. Nell’azione precedente il Real aveva mancato il raddoppio perché Isco è incespicato sulla palla al limite dell’area. Commentando il match, sia Allegri che Buffon hanno sottolineato di non esser riusciti a chiudere in vantaggio il primo tempo come, a loro avviso, meritavano. Nel secondo tempo non è scattato il piano B e non si può gettare la croce addosso a Higuain e Dybala che in tutta la seconda frazione di gioco non hanno mai visto palla. È stato il Real ad attuare il pressing alto, recuperando subito il pallone in uscita, il terzo gol di Ronaldo con l’incursione di Modric è esemplare. I quattro centrocampisti di Zidane (Kroos, Casemiro, Modric e Isco) hanno sovrastato il reparto juventino (Pjanic e Kedhira con Dani Alves a fluttuare sulla fascia). Tardivo e inutile l’ingresso di Cuadrado, quando il gioco girava sempre dalle parti di Modric e Kroos.

Alle motivazioni tecniche ne va aggiunta una di tipo umano, che ha concorso in misura non trascurabile alla disfatta. Ed è la presunzione, una certa sicumèra che nei giorni precedenti ha alimentato la convinzione di essere superiori, la sensazione che «il primo triplete» non poteva sfuggire e nemmeno poteva farlo il Pallone d’oro a Gianluigi Buffon. La pressione è lievitata con i troppi proclami, un’arietta da trionfo scontato, la presunzione di essere favoriti, l’obbligo di vincere.

Il Real, più abituato a questo genere di partite, ha giocato più tranquillo e sornione. Fine della storia.

A commento del risultato, Andrea Agnelli ha detto: «L’anno prossimo dobbiamo essere più cattivi».

Alla Champions di Premium manca il tono dell’evento

Con l’eliminazione della Juventus ad opera del Bayern Monaco l’avventura italiana nella Champions League è giunta al capolinea (a completamento del triste epilogo anche l’eliminazione della Lazio in Europa League). Anche se rimangono da giocare le fasi finali, agonisticamente assai interessanti, l’esclusione delle nostre squadre è propizia per fare il punto sul primo anno di esclusiva Premium. Per la pay tv di Mediaset, questa stagione è, in realtà, da considerarsi come una sorta di anno zero durante il quale si dovevano testare la macchina, i conduttori, le sinergie tra redazione e telecronisti, i commentatori e gli opinionisti e, nel complesso, l’offerta dell’intero pacchetto. Il martellante battage della primavera-estate aveva creato molte aspettative a riguardo della confezione dell’evento. Ma, a ben guardare, è stata forse proprio la dimensione dell’evento a latitare, in particolare nello studio di Premium Champions-League. C’è qualcosa di routinario, una patina dimessa nella gestione degli appuntamenti. Entrando nel dettaglio, nella squadra delle voci non si sono registrate novità di rilievo. I telecronisti sono sempre Sandro Piccinini, che sembra aver rinfoderato le sciabolate, e Pierluigi Pardo, tendente a elevare i decibel per rendere l’enfasi dei momenti topici. Più sporadica la voce di Roberto Ciarapica. I commenti tecnici sono affidati prevalentemente ad Aldo Serena e Antonio Di Gennaro, con rare presenze del pur apprezzato Roberto Cravero.

Il punto più debole del pacchetto è però lo studio post-partita. Non tanto nella conduzione di Sandro Sabatini (ex Sky) che ha voluto farsi affiancare da Giorgia Rossi, tutto sommato un buon mix di competenza ed effervescenza, quanto nella resa degli opinionisti fissi. È anche la logistica a non aiutare: Alessio Tacchinardi con la Juve o Federico Balzaretti con la Roma, Arrigo Sacchi o Paolo Rossi e Graziano Cesari sono affiancati su tre seggiole, sperduti e inevitabilmente dimessi in uno studio senza pubblico, che sembra una piazza vuota. Tolto Sacchi, che col suo passato di guru e la sua ossessione calcistica manifesta ancora autorevolezza da studioso, agli altri commentatori sembrano difettare approfondimento e aggiornamento. Non manca la lettura tecnico-tattica del match, quanto la conoscenza ampia del movimento calcistico, i link internazionali, l’evoluzione in chiave moderna e, di conseguenza, la capacità di collocare il singolo match e il nostro calcio in un contesto più ampio. In questo modo si rischia di rimanere dentro una prospettiva provinciale come dimostrano le polemiche tra Sacchi e Allegri. O l’eccessivo spazio dato a piccole beghe nostrane (la Juve si è offesa per un tweet di Reina inneggiante al gol di Thiago Alcantara… Càspita!). Non che un tavolo o una scrivania, magari l’uso di un monitor o di un tablet risolvano tutti i problemi e trasformino d’improvviso Balzaretti e Tacchinardi in scienziati di questa disciplina opinabilissima che si chiama calcio. Però aiuterebbero. Di più ancora, aiuterebbe un po’ di studio.

Il bello verrà adesso che non ci sono più italiane. Visto il panel delle qualificate, la Champions mantiene una buona dose di fascino che, se non porterà nuovi abbonati a Premium, potrebbe essere il banco di prova per sperimentare nuove soluzioni e nuovi volti in vista della prossima stagione. Quando, in lizza potrebbero esserci ancora Juventus, Napoli e Roma, tifoserie ben distribuite lungo tutto lo Stivale (solo con la qualificazione di una milanese, le cose andrebbero numericamente meglio). Il tetto di 2 milioni superato già a dicembre e  gli ascolti dei match clou (1,5 milioni abbondanti e il 5,72% di share per Bayern-Juventus) incoraggiano a investire nuove risorse nell’esclusiva della competizione che sta trainando la crescita della pay di Mediaset. Ma bisogna cambiare passo.