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Fazio, Gruber e le altre sfumature anti gialloblù

Certo, ci mettono del loro e parecchio. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, Danilo Toninelli e Rocco Casalino. Ingenuità, inesperienza, smania di apparire, dichiarare, concionare. E poi litigi: non voglio passare per fesso; e io per bugiardo… Sarà giovane età: So’ ragazzi, verrebbe da dire, se la situazione non fosse seria. Però se proviamo a prendere in esame l’ultima settimana di talk show e approfondimenti vari, dobbiamo riconoscere che la televisione è tutta schierata contro il governo gialloblù. Amplificatore delle agenzie di rating e alleata dei commissari europei più brontoloni. Una tv monocolore d’opposizione, un monoscopio antigovernativo, con una sfumatura diversa per ogni canale.

Il caso più clamoroso ed esplicito è quello di Che tempo che fa, Rai 1. Dopo la polemica sul ruolo di Carlo Cottarelli che tutte le domeniche fa le pulci alla manovra e invita gli italiani a fare sacrifici a 6.500 euro a ospitata, Fabio Fazio ha pensato bene d’invitare il sindaco di Riace Domenico Lucano, indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma eroe conclamato del suo socio Roberto Saviano (se ne parlerà in uno dei prossimi Cda Rai). Opposizione frontale.

Su La7 tutte le sere va in onda Otto e mezzo, una newsletter quotidiana nella quale si dice e ridice che i due vicepremier sono inetti, incapaci, maldestri e quanto mai potranno andare ancora avanti, mentre l’Europa, brava e buona, ci rimbrotta bonariamente indicandoci la strada giusta. Dopo aver riciclato Mario Monti come oracolo di Bruxelles (ricordate il mantra: «Ce lo chiede l’Europa»?), ora il nuovo astro è Gianrico Carofiglio, ex magistrato e romanziere con una breve parentesi sui banchi del Pd, convinto assertore dell’alleanza fra M5s e partito democratico. Quanto a Massimo Cacciari, presenza abituale chez Lilli Gruber, la sua apocalisse si dispiega sul governo legastellato come prima aveva fatto con quelli a guida Matteo Renzi, Enrico Letta, Mario Monti, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Amintore Fanfani… Opposizione militante. Restando nella rete diretta da Andrea Salerno, questa settimana per colpire Di Maio e Salvini Piazza pulita e Propaganda live hanno schierato gli stranieri. Nel giorno della lettera di avvertimento sulla manovra della Commissione europea, Corrado Formigli ha sfoderato un’intervista esclusiva al simpatico Pierre Moscovici, mentre, il giorno dopo, Diego Bianchi, in arte Zoro, ha esibito in studio Michael Moore, il regista americano di Fahrenheit 11/9: «Noi in America con Trump abbiamo copiato Berlusconi, ma ora voi, con Salvini e Di Maio, state cercando di battere Trump». Qualche giorno prima, invece, Giovanni Floris aveva consegnato la puntata di DiMartedì a Renzi, convocato non si è capito bene se come senatore semplice di Scandicci, divulgatore televisivo, conferenziere o angelo della morte della sinistra. Inutile dire che stando alla sua versione, in confronto ai vicepremier attuali, Attila è una crocerossina. Il filo rosso di tutti questi «approfondimenti» lo garantisce l’onnipresente direttore dell’Espresso Marco Damilano. Opposizione scapigliata.

Pigiando sul telecomando, anche su Rete 4 non tira vento favorevole all’esecutivo Conte. Stasera Italia mescola di più gli ospiti, dando voce anche agli esponenti della maggioranza e tentando di mantenere uno spirito pluralista (l’ex ministro Pier Carlo Padoan, il presidente Pd Matteo Orfini, il neopentastellato Gianluigi Paragone). Ma alla fine lo scetticismo salottiero di Barbara Palombelli vince su tutto e tutti. Non va meglio nel racconto del Paese reale proposto dalle inchieste di Gerardo Greco in Viva l’Italia. Opposizione pettinata.

Come oasi d’informazione non troppo orientata finora aveva funzionato il notiziario di SkyTg24, abbastanza asettico e professionale e perciò utile a registrare i semplici fatti della giornata. Purtroppo, da quando è comparso l’ircocervo gialloblù, anche la rete all news di Sky ha smarrito imparzialità. Lo si vede dai toni allarmati, dall’insistenza sulle notizie negative – dall’acqua potabile di Matera ai roghi nell’hinterland milanese – dalla scelta dei titoli e delle analisi nella rassegna stampa. L’apice si raggiunge nell’angolo finanziario affidato a Mariangela Pira, capocordata dell’ascesa dello spread. Opposizione gufa.

Esasperati dalla monocromia si cerca riparo sul Nove, il canale dove a sua volta è riparato Maurizio Crozza. Ma anche qui i suoi Fratelli sono tutti tonti e rispondono ai nomi di Luigi Di Maio, Danilo Toninelli, Giovanni Tria. Almeno quella del comico genovese è satira dichiarata e spazia fino a coinvolgere Renzi, Vittorio Feltri, Fedez e Chiara Ferragni. Opposizione globale.

P.s. Nel frattempo le nomine della Rai sono nuovamente slittate. Se confermate, le indiscrezioni secondo le quali si vogliono valorizzare le risorse interne dell’azienda sarebbero un piccolo segnale di cambiamento.

Giletti, Bennett e i dubbi sul romanzo d’appendice

Come scoop era stato presentato e scoop è stato. Per la puntata d’esordio della seconda stagione di Non è l’Arena su La7, Massimo Giletti ha intervistato Jimmy Bennett, l’accusatore di Asia Argento, che ha scelto di fornire la sua versione dei fatti in Italia (domenica ore 20,30, share del 7.1%). Quando aveva poco più di 17 anni, Bennett sarebbe stato violentato nella camera di un hotel vicino a Los Angeles. In California i rapporti sessuali con un minore di 18 anni sono reato ma, quattro anni dopo, anziché sporgere denuncia, la presunta vittima chiede un risarcimento milionario per i danni alla carriera causati dalla violenza. La vicenda ha elementi controversi. Dieci anni prima l’accusatore aveva recitato il ruolo del figlio in un film diretto e interpretato dall’accusata, a sua volta madre degenere. Anche fuori dal set lui la chiama mamma. Quando si rivedono, trascorsi dieci anni, si verifica la presunta violenza sessuale. Allorché lei diventa paladina del movimento Me too lui chiede il risarcimento. Il compagno di lei, chef di fama mondiale, paga una prima tranche per togliersi la seccatura, ma dopo qualche mese si suicida. In agosto il New York Times pubblica tutta la storia.

Con Bennett in studio, Giletti ha allestito una ricostruzione perfetta, senza cedimenti voyeuristici, ma ponendo le domande giuste. Capelli biondo platino spruzzati di rosa, giacca, jeans e sneakers, l’efebico accusatore ha risposto incrociando spesso lo sguardo con il suo avvocato, Gordon Sattro. Giletti si è confrontato con l’inattaccabilità della vittima, uno dei dogmi della società moderna, disseminando l’intervista di dubbi. A cominciare da come possa dispiegarsi la violenza di una donna se l’uomo non è consenziente, per proseguire con la richiesta tardiva del risarcimento, le foto successive al rapporto in cui Jimmy e Asia sono in atteggiamento confidenziale, la cena insieme che ha concluso la giornata. L’elemento nuovo del racconto è il fatto che la violenza sarebbe avvenuta dopo che Argento avrebbe prospettato a Bennett la partecipazione a un nuovo film. Motivo per cui, paragonandola a Harwey Weinstein, l’accusatore ha parlato di «abuso di potere». Ma anche su questo Giletti ha eccepito: da una parte c’è un produttore capo di una potente società, dall’altra un’attrice-regista molto meno accreditata. Restano dunque ancora alcuni lati oscuri in questa sorta di romanzo d’appendice moderno. In ballo ci sono l’attendibilità del ragazzo, la reputazione di un’attrice e la monoliticità di un movimento planetario. Vedremo se e come Argento replicherà.

 

La Verità, 25 settembre 2018

Lilli e il nuovo mondo. Da demolire a tutti i costi

«Vi ricordo che domani sarà in edicola il nuovo Sette con un’intervista a Maria Elena Boschi, quindi non perdetevelo». Ha chiuso così, Lilli Gruber, la puntata dell’altra sera di Otto e mezzo su La7. Oltre all’intervista all’ex ministro per le Riforme costituzionali, il magazine del Corriere della Sera diretto da Beppe Severgnini, abitualmente in studio, contiene l’abituale rubrica nella quale la stessa Gruber, sempre abitualmente, randella i populisti («Tutti i populisti mentono. Sono pericolosi e opportunisti», «La collettivizzazione del dolore conduce al peggior populismo», per citare le ultime puntate).

La nuova stagione di Otto e mezzo si è inaugurata appunto nel segno dell’abitudine e della continuità. Solito studio, solito Punto di Paolo Pagliaro, solita corte degli oracoli. Del resto, squadra che vince non si cambia. Tuttavia, c’è un però: la concorrenza di Barbara Palombelli su Rete 4 che, sebbene non la spunti in termini di share, rappresenta un’alternativa che le contende ospiti e temi. Così, intanto, nel calcolo degli ascolti Otto e mezzo ha deciso di scorporare l’anteprima dal programma. La novità principale però è il tenore della conduzione. Fin dalla puntata d’esordio, con l’intervista esclusiva a Alessandro Di Battista, la Gruber ha scelto una linea spiccatamente antigovernativa. I tasti suonati sono la subalternità del M5s alla Lega, le differenti posizioni in varie materie, l’impossibilità di realizzare le riforme economiche promesse, lo sforamento della legge di stabilità che produrrà un’apocalisse, e poi quanto mai potrà durare un governo così, l’avvento del razzismo in Italia, la crescita dei piccoli Mussolini, l’alleanza della Lega con l’estrema destra europea… Qualche giorno fa Marco Travaglio le ha risposto che di subalternità non si può parlare perché, anche se Salvini va sui giornali, alla fine i provvedimenti concreti portano la firma dei ministri grillini: il decreto dignità, la vertenza Ilva, la legge anticorruzione… In una puntata successiva anche Paolo Mieli ha detto che questo è un governo del M5s perché Giuseppe Conte è stato voluto da Luigi Di Maio, che peraltro si è tenuto le deleghe di spesa più importanti. Niente da fare, anche se gli oracoli la smentiscono, lei procede inscalfibile. E al sottosegretario alla Presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti ha chiesto a raffica: «Lei si sente di destra? Le piace stare insieme a Casa Pound? Le piacciono gli ungheresi di Orbàn? In Italia c’è un allarme razzismo?».

Il ruolo di paladina della narrazione antigovernativa bisogna sudarselo…

La Verità, 21 settembre 2018

«Ho voltato pagina, non torno in Rai»

Anche Milena Gabanelli rallenta per l’estate. Ma, dall’epicentro della sua attività multitasking – due pezzi a settimana per il Corriere della Sera, altrettanti video per il sito di Dataroom, le ospitate su La7 – può rispondere alle domande della Verità e riflettere sulla sua nuova vita fuori dalla Rai.

Poco più di sei mesi di Dataroom: facciamo un bilancio? Più riscontri cartacei o dai video?

«Sono riscontri diversi perché seguono strade differenti: quelli su cartaceo più tradizionali e istituzionali (magari ti telefona un ministro), i video hanno un pubblico più giovane e non si bruciano nella giornata di pubblicazione. Ce ne sono alcuni che diventano virali dopo un mese perché vengono intercettati dalle infinite vie del Web. I numeri in sei mesi? Un centinaio di video, accompagnati da altrettanti articoli di approfondimento».

Il video con più visualizzazioni?

«La storia dell’acquisto del Milan e dei soldi che il cinese non aveva. La domanda di chi fossero quei 700 milioni è sempre aperta e appetitosa».

Altri riscontri?

«Si sta alimentando il dialogo con quel mondo che si informa solo nelle piazze virtuali. Un’utenza molto difficile, diffidente, piena di pregiudizi e poco disponibile al confronto, anche perché quasi nessuno ha voglia di esporre le proprie viscere a chi sembra non ascoltarti nemmeno. Ti chiedi: ma perché devo replicare a uno che dopo averti smontato il pezzo con considerazioni basate sul nulla, ti manda “a darla via per strada”? Bisogna essere un po’ masochisti, no? Però il verminaio può solo proliferare se non si fa la fatica di entrarci e confrontarsi. Rispetto a qualche mese fa vedo che è un po’ cambiato il tono; sanno che rispondo e quindi interloquiscono in modo meno violento e io preferisco dialogare con chi non la pensa come me».

Da quante persone è composta la redazione di Dataroom?

«Da due giornalisti e due grafici, però si interagisce anche con tutti i colleghi del Corriere».

In base a quali criteri sceglie gli argomenti?

«Scelgo temi che possono essere rappresentati attraverso l’oggettività dei numeri, in modo da comprenderne le ricadute e le possibili soluzioni. Faccio un esempio: di quanto aumentano ogni anno gli acquisti online? Parallelamente di quanto è aumentato il traffico pesante in città per le consegne della merce acquistata su internet? La maggior parte di questi furgoni sono classe euro 3. In conclusione: ogni volta che acquisti online un prodotto venduto anche nel negozio sotto casa, contribuisci ad aumentare l’inquinamento».

Anche questo è giornalismo di servizio.

«Il giornalismo è per sua natura di servizio, altrimenti è solo servo».

Da servizio pubblico, sarebbe stato perfetto in Rai.

«Sarebbe, ma così non è stato».

Parlando di Rai, qualche giorno prima che fossero nominati i consiglieri di amministrazione, ha scritto un pezzo pieno di numeri in cui ha sottolineato il ritardo dell’informazione online: un vuoto lasciato dal rifiuto dell’ad Mario Orfeo di accogliere il suo progetto di Rai.it.

«Il rifiuto fu del Consiglio d’amministrazione prima dell’arrivo di Orfeo, che lo subordinò alla riforma complessiva del piano news. E quando lo scorso giugno arrivò Orfeo ha preferito non porre più la questione. Alla fine non hanno fatto né la riforma né il sito di news online. Credo sia l’unica tv pubblica al mondo a non averlo».

Quel pezzo poteva essere letto come una ripicca o come una candidatura a futura memoria: né l’uno né l’altro?

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«I grandi media non capiscono il governo»

La generosità non è la prima dote che viene in mente quando si pensa a un grande giornalista. Invece, Enrico Mentana è uno generoso. Non solo perché non si risparmia nelle lunghe maratone televisive, ma perché ora si è messo in testa di restituire «almeno in parte la fortuna che ho avuto nel fare questo mestiere», creando un giornale online di giovani e per giovani (ma non solo). Poi è generoso anche nelle interviste.

Essere multitasking va bene, ma oltre al tg, le maratone, Bersaglio mobile, le ospitate, Facebook e la radio, ti mancava anche un giornale online?

«Personalmente non mi manca, ma penso che il giornale online diventerà come il film che si vede in casa. Fin quando esisteranno giornali, il futuro sarà questo».

A che punto è la selezione?

«Finora sono arrivati circa 8.000 profili».

Dirai stop a?

«10.000. L’idea è del 7 luglio, la pubblicazione dell’indirizzo mail del 17, ai primi di agosto chiudo. Una quindicina di giorni sono sufficienti per inviare un curriculum».

Ne resteranno?

«Vorrei fare 20 praticanti. Stiamo parlando di un prodotto no profit. Se dovesse produrre utili verrebbero reinvestiti nell’assunzione di nuovi giovani».

La raccolta pubblicitaria la farà la società di Cairo?

«Questa è l’unica parte che risponderà alla logica del profitto. Se sarà Cairo sarò contento perché ha le strutture per farlo bene. Però si sono fatti avanti anche altri».

Nome della testata?

«Quando l’avrò lo scriverò su Facebook, dopo averlo depositato».

Tempi di lancio?

«Al momento opportuno i tecnici detteranno tempi e modi. Io sono solo il give back della situazione, colui che vuole restituire almeno in parte la fortuna che ha avuto nel fare questo mestiere».

Di sicuro c’è solo che si fa?

«Cosa lo potrebbe impedire? Nell’era del mobile, questa dovrebbe essere la prima testata digitale rivolta ai giovani. Finora ci si è impegnati in varie direzioni per far assumere i figli, propri».

Tempo d’impegno personale?

«Non potrò essere il direttore, a meno che Cairo non me lo conceda. Ne sarò l’editore, ma non mi posso certo sdoppiare».

Qualcuno ipotizza che vuoi fare il direttore editoriale di La7.

«Che vantaggio ne trarrei? Per certi colleghi la strada rettilinea non è mai quella giusta».

Cairo come la sta prendendo?

«Presidia le sue Colonne d’Ercole e il rapporto con i dipendenti. Io stesso lo sono a tempo indeterminato».

L’ha precisato anche lui.

«So bene che non posso fare come mi pare. C’incontreremo per definire le modalità di nascita e sviluppo di questa creatura, per evitare che finisca per ledere i legittimi interessi dell’editore».

Farai concorrenza al Corriere.it e le energie spese per questo progetto potevano concentrarsi nello sviluppo di La7.it.

«Non sono convinto che lo spin off sul Web di un prodotto giornalistico che sta su altri media possa alzare l’asticella all’infinito. Per i contenuti forti il sito di un giornale deve aspettare l’uscita in edicola, una testata nativa digitale no. Se improvvisamente l’editore di Repubblica decidesse di assumere 30 ragazzi per il sito potrei illudermi di aver sollecitato un mercato che invece mi sembra statico e privo d’iniziative».

Come valuti il comportamento dei grandi media verso il nuovo governo?

 

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Il nuovo governo sposta gli equilibri di La7

In passato ho ripetutamente elogiato i programmi di La7 per tempistica e equilibrio. Il tg, la MaratonaMentana, Otto e mezzo e DiMartedì: tutti insieme, senza dimenticare Piazza Pulita, hanno svolto una funzione supplente rispetto alla latitanza dell’informazione Rai. L’ultimo esempio è di lunedì: davanti all’emergenza prodotta dallo strappo del governo sull’immigrazione, Enrico Mentana ha proposto uno Speciale TgLa7 che ha raccolto 1,4 milioni di telespettatori (6.1% di share, quarta rete della serata).

Qualcosa però è successo perché martedì è affiorata una palese diversità tra tg e programmi nei confronti del governo gialloblù. Se Mentana ha confermato di esser disposto a misurarne sul campo l’impegno, fino a esprimersi in modo critico verso il presidente francese, Otto e mezzo e DiMartedì hanno palesato uno spiccato grado di avversione, mentre su Twitter l’hashtag #boicottala7 prendeva a lievitare.

Pur avendo messo a segno il colpo di giornata (11.1% di share), una puntigliosa Lilli Gruber ha asfissiato il ministro dell’Interno con un pressing che ha svariato dal suo doppio incarico al caso Aquarius, dal rapporto con il M5s e Silvio Berlusconi fino alle nomine Rai. La chicca però è stata l’anticipo all’inizio dell’intervista del Punto di Paolo Pagliaro che, senza citare la fonte, ha snocciolato dati sull’immigrazione da cui l’Italia risulterebbe agli ultimi posti europei per grado di accoglienza. Alla fine della puntata, forse consapevole di qualche eccesso, Gruber ha sottolineato il ruolo necessario di critica dei giornalisti verso il potere. Il peggio però si è visto nel talk show di Giovanni Floris (10.6%) con un parterre sbilanciato, composto da Domenico Del Rio, Yanis Varoufakis, Concita De Gregorio, Massimo Giannini, Marco Damilano e Ilaria D’Amico che da Forte dei Marmi discettava di periferie e accoglienza, con il solo Mario Giordano, autore di un libro-inchiesta sulle Ong, a esprimere posizioni differenti. Il tutto mentre in coro si denigrava la povertà culturale degli elettori leghisti e grillini, si paventavano la lottizzazione della Rai e il grave pericolo per la libertà d’informazione. A completare l’effetto straniamento da sconnessione dal reale sono arrivati un Diego Della Valle «atterrato mezz’ora fa dagli Stati Uniti», parole sue, e il monologo di Roberto Saviano.

La sensazione che, di fronte al nuovo governo, la linea del direttore di rete Andrea Salerno, da cui dipendono programmi e talk show, diverga da quella di Enrico Mentana, è più di una sensazione.

La Verità, 14 giugno 2018

Nei momenti topici l’informazione Rai latita

«Non sarò il terzo uomo tra Salvini e Di Maio»

Buongiorno presidente, come sta?

«Bene, grazie».

Come stanno andando le sue molteplici attività?

«Anche loro attraversano un ottimo stato di salute».

Dopo un lungo inseguimento, Urbano Cairo abbassa la guardia e accetta di fare il punto della situazione. Nei giorni scorsi qualcuno ha visto nel proprietario di La7, Rcs e Cairo editore, nonché del Torino calcio, la figura terza che poteva rappresentare una sintesi tra le posizioni di Matteo Salvini e quelle di Luigi Di Maio.

Che cosa c’è di vero, presidente?

«Sono indiscrezioni giornalistiche di cui nessuno mi ha parlato. Non c’è stato alcun contatto».

La politica però la tenta. Qualcuno ha scritto di un suo possibile impegno, magari tra una legislatura, quando potrebbe servire un leader dell’area moderata.

«Terrò conto di questa osservazione. Ma presiedo un gruppo imprenditoriale con 4.500 dipendenti, un impegno che mi assorbe 24 ore al giorno».

Eppure anche lei in passato non l’ha escluso.

«Nella vita non bisogna mai escludere nulla. Ma non è minimamente di attualità».

Diceva del buono stato di salute delle sue aziende.

«Partirei da Rcs che è l’ultima arrivata, un anno e mezzo fa. Già nel 2016, dopo soli cinque mesi, abbiamo riportato un utile netto. Quest’anno l’utile è di 71 milioni, conseguito non solo col taglio dei costi, ma mantenendo l’occupazione e sviluppando ricavi attraverso il lancio di nuove iniziative (il dorso di Buone notizie e di Corriere Innovazione) e il rilancio e consolidamento di altre, da Io donna a Gazza mondo fino al potenziamento di Oggi, l’unico settimanale familiare con una crescita a due cifre».

La7 è in un momento positivo grazie al fermento della politica. Lei auspica che si torni presto a votare?

«No, io auspico che le cose si sistemino per il Paese. La7 sta vivendo un momento favorevole già da novembre quando, con l’arrivo di Massimo Giletti, Andrea Purgatori e il gruppo di Diego Bianchi il palinsesto si è arricchito. Con la squadra già in forza alla rete mettiamo in campo una proposta solida e credibile. Poi, certo, nell’ultimo mese e mezzo, registriamo un decollo che ci ha portato in primetime al 5%, permettendoci di superare Rete 4 anche in daytime. Tutto questo, grazie al lavoro del direttore Andrea Salerno. Un paio d’anni fa c’era preoccupazione per il debutto di Tv8 e Nove. In realtà, sono altri a doversi preoccupare, noi ci siamo difesi attaccando e siamo soddisfatti».

A volte si ha la sensazione che La7 abbia pochi margini di crescita, essendo una rete semi tematica che si muove in un mercato generalista: è corretto?

«Rispetto allo scorso anno, nel 2018 stiamo crescendo del 20% nella giornata e ancora di più nel primetime. Abbiamo un posizionamento consolidato, che ha nell’informazione e negli approfondimenti il suo core business».

Perché è così seguita in questi momenti?

«Perché il profilo di prim’ordine dei nostri conduttori e opinionisti garantisce autorevolezza e affidabilità. Perché siamo ben focalizzati e abbiamo un posizionamento riconosciuto per cui, quando il pubblico si vuole informare, automaticamente viene su La7. Infine, perché un editore puro ha tutto l’interesse a lasciare totale libertà ai suoi conduttori e giornalisti».

Un editore che ha saputo convertire a proprio vantaggio il malcontento di molti volti Rai, da Giovanni Floris a Massimo Giletti, da Diego Bianchi a Andrea Purgatori, solo per citarne alcuni.

«Questo fa parte delle normali dinamiche di mercato. Qualcuno ha lasciato anche La7. Nel 2016 Maurizio Crozza è andato altrove, eppure, rispetto ad allora, i nostri ascolti aumentano».

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Narcisismo giornalistico e silenzio dei terroristi

C’è un certo feticismo giornalistico nelle tante rievocazioni per il quarantennale del sequestro Moro cui abbiamo assistito in questi giorni in televisione. Mercoledì sera i palinsesti ne traboccavano. La7 ha proposto il secondo episodio di Atlantide con Andrea Purgatori che ha interpellato Valerio Morucci e Prospero Gallinari. Rainews24 ha trasmesso uno speciale di Ezio Mauro che intervistava Giovanni Moro, figlio del presidente Dc sequestrato il 16 marzo 1978, e Adriana Faranda, la «postina» del commando brigatista. Il Nove ha mandato in onda la prima puntata di Belve con Francesca Fagnani che ha interrogato, anche lei, la Faranda.

Adriana Faranda durante l'intervista a Francesca Fagnani sul canale Nove

Adriana Faranda durante l’intervista a Francesca Fagnani sul canale Nove

C’è un vago sottotesto in queste commemorazioni, figlio del narcisismo che avvelena la nostra professione, per cui il giornalismo degli anni di piombo, quello sì era vero, epico, tosto giornalismo. E, in fondo, scremata la retorica, può persino essere vero: ma a ogni generazione le proprie trincee…

Al narcisismo dei giornalisti, tuttavia, è imparagonabile quello dei terroristi, nefasti protagonisti di quella stagione. Su tutti Barbara Balzerani, ex brigatista né pentita né dissociata, primattrice della strage di Via Fani e della prigionia conclusa con l’assassinio dello statista, libera dal 2011, che qualche settimana fa, con irritante egocentrismo, ha arricciato il nasino su Facebook, annoiata: oddio sta per arrivare il quarantennale, «chi mi ospita oltre confine?». Le ha sanamente replicato Maria Fida Moro: «Che palle il quarantennale lo dico io, non i brigatisti. E non Barbara Balzerani. Loro dovrebbero solo starsene zitti. Se il suo desiderio di andare in una prestigiosa spa all’estero si dovesse realizzare», ha proseguito la figlia di Aldo Moro, «lei porterebbe con sé la sua coscienza…». Risposta definitiva, che suggerisce la terapia del silenzio.

Tutt’altro atteggiamento quello di Adriana Faranda, apparsa una donna sconfitta, nell’intervista alla Fagnani, che non le ha risparmiato le domande più acuminate. Barbara Balzerani dice di non ritenersi un’assassina perché quella era una guerra. E lei si giudica un’assassina? «È dura questa domanda. Dal punto di vista umano sì, so di aver contribuito all’uccisione di persone. Però è anche vero quello che dice la Balzerani: noi in quel momento ci sentivamo in guerra, al di là che questa cosa fosse reale o meno. E la guerra è spietata, la guerra è cinica, la guerra uccide». E ancora: come si sentiva quando leggeva le lettere private di Moro, quelle indirizzate ai suoi familiari? «Male», ammette Faranda, tra sospiri e morsi alle labbra. La pietà ha mai avuto spazio nei vostri discorsi? «No, qualche volta usciva fuori, ma spazio non poteva averne». Lei era presente alla telefonata in cui Valerio Morucci, contrario come lei all’uccisione di Moro, annunciaste alla famiglia che era stato ammazzato: come visse quel momento? «Annunciare la morte di qualcuno ai suoi cari è un momento terrificante, soprattutto quando non la si condivide». Fu quello il momento più terrificante dei 55 giorni del sequestro? «Non c’è un momento più terrificante, lo furono tutti». Chi pensa di aver deluso di più per le sue scelte? «Credo di aver deluso tutti. Ho fatto terra bruciata attorno, a 360 gradi». È ancora possibile per lei parlare di felicità? «Forse di serenità, una serenità compatibile, nei limiti del possibile». Ecco, la profonda autocritica, l’ammissione di colpa, il riconoscimento della sconfitta, sono le uniche espressioni che si possono ascoltare da queste persone.

Persone pure loro.

 

«Nemo nessuno escluso si butta in politica»

Un cattolico nel rutilante mondo della televisione. Un autore, giornalista e conduttore che lavora a partita Iva senza un influente agente alle spalle (in mezzo a colleghi che ce l’hanno). Uno che si dimette dalle Iene perché un suo servizio che ristabiliva la verità sul suo conto non viene trasmesso. Ma lo fa senza indossare i panni della vittima della censura. Uno che passa da Mediaset a La7, da Tv2000 alla Rai, dove adesso è responsabile di Nemo, nessuno escluso. Alessandro Sortino è romano, ha 48 anni, è sposato con Cecilia da 17, ha due figli e una matassa di capelli rossi.

Venerdì su Rai 2 riparte Nemo, nessuno escluso: nuove asticelle?

«Vogliamo entrare nel racconto della politica con Enrico Lucci e altri inviati. Seguiremo la formazione del nuovo governo. La nuova asticella è farlo con il nostro stile, mettendo da parte ideologie, tesi precostituite, capri espiatori per incontrare la realtà nella sua interezza».

«Nessuno escluso» è un manifesto, un principio bergogliano, l’idea che val sempre la pena di ascoltare le ragioni dell’altro?

«È la carta d’identità della nostra redazione. Dove non la pensiamo tutti allo stesso modo. Io sono cattolico praticante, gli altri in maggioranza no. Ma il cristianesimo non è escluso. Quello che chiedo a tutti è di lasciarsi stupire dalla realtà. Stupore è la parola che usiamo di più».

Soddisfatto del risultato?

«Ogni tanto sto male, perché faccio un programma che non sempre coincide con la mia visione. Però, sono contento quando vedo che le persone si accostano a un’inchiesta in modo autentico, lasciandosi cambiare. Spero che questa filosofia renda anche il pubblico curioso di seguire dei racconti che non si sa già dove vanno a parare».

Enrico Lucci e Valentina Petrini, conduttori e inviati di «Nemo, nessuno escluso»

Enrico Lucci e Valentina Petrini, conduttori e inviati di «Nemo, nessuno escluso»

La differenza dalle Iene è meno denuncia e più storie?

«A volte anche Nemo denuncia, il punto è l’equilibrio. Non rinnego la mia storia di iena né penso che Le Iene siano peggio di noi. Vogliamo occupare uno spazio diverso».

Come trovate e vagliate le storie?

«Attraverso i redattori e gli inviati che vivono là fuori. Non c’è altro metodo. Proviamo a raccontare evitando la contrapposizione ideologica».

Si può raccontare la politica fuori dalla contrapposizione ideologica?

«Portando ascolti, la contrapposizione è diventata un format televisivo. Temo che abbia contagiato anche la politica e che determini la scelta degli argomenti. Quanti talk show abbiamo visto sull’immigrazione? Sul fatto che la pianura padana sia uno dei posti più inquinati del mondo, invece zero. Eppure condiziona parecchio la vita dei cittadini».

Voi avete fatto servizi su un italiano che combatte per i russi e su un altro che fa l’addestratore sul fronte anti Isis.

«La guerra è una condizione del mondo contemporaneo. Abbiamo provato a raccontarla attraverso due storie».

L’inchiesta sul racket di Ostia con la testata a Daniele Piervincenzi, le aggressioni a Vittorio Brumotti di Striscia la notizia, le indagini delle Iene sui preti pedofili. L’informazione scomoda la fanno gli intrattenitori?

«La fa chi si trova davanti alla realtà e la racconta intera. Ci sono molti giornalisti tradizionali che la fanno meglio di noi tutti i giorni».

È una forma di supplenza della magistratura, della Chiesa, della scuola?

«Il nostro è un Paese con delle zone franche. Lo Stato non può controllarle perché non si possono militarizzare intere periferie. Facciamo dei dibattiti come se fossimo in Norvegia, mentre ci sono periferie che somigliano più al Messico. Andarci mette in crisi il sistema della zona franca fondato sull’impenetrabilità. Per questo papa Bergoglio parla delle periferie: la nostra società si basa anche sull’esclusione geografica, non solo di reddito».

Come valuti l’inchiesta di Fanpage.it sullo smaltimento dei rifiuti?

«Nunzio Perrella, l’agente provocatore di Fanpage.it, è un camorrista pentito. Con lui l’anno scorso facemmo un pezzo in cui raccontava come aveva sotterrato i rifiuti nella Terra dei fuochi. Allo stesso tavolo c’era una mamma che ha perso suo figlio per un tumore causato dalle sostanze inquinanti e il prete locale. Questo è Nemo».

Autori e giornalisti televisivi sono seguiti da un agente, tu no.

«Diciamo che non riesco a venir meno alla mia autonomia. Forse è un limite. Talvolta è più facile fare un discorso editoriale con gli agenti che con i dirigenti. È la fragilità degli editori a renderli ingombranti».

Hai lavorato a Vita no profit, a Radio Capital, alle Iene, a Matrix, a Presa diretta, a Piazzapulita, a Tv2000, ora in Rai.

«Quando il linguaggio si consolida mi stanco e cerco nuove sfide».

Mediaset, Rai, La7, Tv2000: dove hai avvertito più pressioni?

«Posso dire dove ne ho avvertite meno: a Tv2000».

Com’è cominciato tutto?

«Tra i 20 e i 30 anni seguivo due strade parallele: quella di sceneggiatore e attore e quella di collaboratore dei giornali romani. A un certo punto il mio amico Marco Lillo andò a Radio Capital e mi coinvolse. Vittorio Zucconi mi affidò un talk superveloce alla Stazione Termini sul tema del giorno. Davide Parenti lo ascoltava portando a scuola suo figlio e mi chiamò. Mario Monicelli, per il quale avevo scritto la sceneggiatura di Topi d’appartamento, avrebbe voluto che scrivessi La rosa del deserto, ma io non ce l’ho fatta e a quel punto la carriera è diventata unica. Poi ho scoperto che mi piace più far fare che fare. Quando dei ragazzi trovano il loro linguaggio, anche se non sono d’accordo con me, mi gaso».

Che vantaggi hai tratto dal fatto che tuo padre è stato direttore generale della Federazione italiana editori giornali?

«Una volta mi hanno consigliato di dire che li ho avuti perché si risulta più simpatici. Ma non ne ho avuti, anche per il tipo di persona che è mio padre. Di fronte a questa domanda sono impotente. In Italia se sei figlio di qualcuno che conta è certo che sei raccomandato. Come faccio a provare qualcosa che non è accaduto? Ho sempre avuto la partita Iva e contratti annuali. Ho rifiutato l’assunzione di Tv2000. Alle Iene ero pagato a servizio».

Elio Mastella, figlio di Clemente, ti rinfacciò la paternità influente. E quando il tuo servizio non andò in onda alle Iene perché considerato poco equilibrato ti sei dimesso: è andata così?

«Fui invitato a casa da Mastella e sua moglie. Lui mi spiegò che i politici meridionali erano sopravvissuti a Tangentopoli perché avevano un rapporto diretto con la gente. Che non è la raccomandazione, precisò, ma un’interlocuzione diretta. Fuori c’era la gente che gli portava la crostata e il caciocavallo. Quel servizio andò in onda. Volevo fare un seguito dicendo che era assurdo che inquisissero la moglie di Mastella per comportamenti apertamente dichiarati. Prima che producessi il mio servizio, Skytg 24 trasmise un pezzo in cui il figlio mi accusava di essere raccomandato: la iena ienata. Le domande le aveva formulate il collega di Sky, eppure lui si rivolgeva me, ma le mie risposte non si sentivano. Preparai un pezzo che smontava l’operazione, ma non fu trasmesso. Stava cadendo il governo Prodi».

Che cos’hai tratto da quella vicenda?

«Ho capito che il cognome conta per gli uomini e il nome conta per Dio. Il problema del mio cognome consiste nell’accusa, falsa, di essere raccomandato. Il problema del mio nome si pone se racconto la realtà attraverso l’accusa. Facendo Le Iene ero ritenuto un accusatore. Sono finito nella shit room di internet. Dimettendomi ho voluto affermare la mia dignità, senza fare la vittima della censura. Più della verità, al pubblico interessa la persona messa in mezzo. Così non usciamo mai dal meccanismo di accusa e ravvedimento. Il cristianesimo è proprio il disvelamento di questo meccanismo. Con Malpelo, Beati voi e ora con Nemo tento di mettere al centro la persona intera, non negando il suo male, ma integrandolo nella realtà che la circonda. Non è facile, però ogni tanto si estrae qualcosa dal silenzio, si rintracciano dei segni».

Ti sei lasciato male con Mediaset e Parenti?

«Con Mediaset non lo so. Me ne sono andato e non sono più tornato. A Parenti voglio bene».

Definisci Davide Parenti.

«Tutti abbiamo nei suoi confronti i problemi e le incomprensioni che hanno i figli con i genitori».

Enrico Mentana?

«È l’applicazione delle Lezioni americane di Italo Calvino. Un campione dell’immediatezza. Il racconto filmato non gli interessa».

Che invece interessa Corrado Formigli.

«È ai miei antipodi, più diretto e con meno dubbi, ma anche meno ironico. È quello che mi manca di più».

Paolo Ruffini?

«Un amico. L’unico che sopporta oltre un quarto d’ora di mie elucubrazioni».

 

Paolo Ruffini, direttore di Tv2000

Paolo Ruffini, direttore di Tv2000

A Tv2000 eri direttore creativo, hai fatto Beati voi e ideato altri programmi. Esperienza finita?

«Sono sempre in contatto. Spero che riprenda se ci si mette in un ambito un po’ più ampio».

Cioè?

«Portare i contenuti su più piattaforme. Lo scoop delle Iene sui 5 stelle non è andato in onda per la par condicio eppure ha avuto enorme risonanza partendo dal sito».

La televisione che hai fatto ti appaga o c’è qualcosa che ti pungola per il futuro?

«Mi piacerebbe tornare a scrivere serie tv. La mia creatività sarebbe più rivolta all’invenzione che alla realtà. Ma si colpisce sempre il bersaglio accanto a quello che si punta».

È difficile essere cattolici in tv?

«Rifiuto la logica delle quote e delle caselle. Noto che la maggior parte delle persone pensa pensieri di altri, luoghi comuni. Tanti giovani non credono per motivi inessenziali, ma molto radicati. Mi piacerebbe parlare del Dio sconosciuto, caro a san Paolo».

Hai deciso per chi votare?

«Sì, dopo vari ripensamenti. E non sono convintissimo. Però non lo dico, per rispetto del pubblico».

Che cosa o chi ti riconcilia con la vita?

«Il sorriso di mia madre, che non c’è più».

 

La Verità, 4 marzo 2018