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Come si spiega il flop di 1992 su La7

Domenica scorsa la serie 1992 su La7 ha fatto registrare nel primo episodio l’1,20 per cento di share (343mila telespettatori) e l’1,42 per cento nel secondo (314mila). È il punto più basso toccato dalla fiction ideata da Stefano Accorsi e prodotta da Wildside per Sky Italia (che la trasmise in primavera) dopo i primi due appuntamenti, iniziati al 3,10 per cento (815mila nel primo episodio e 650 nel secondo), scesi al 2,62 nel secondo (meno di 600mila spettatori) fino allo spostamento nella programmazione dal venerdì alla domenica.

I bene informati dicono che l’editore Urbano Cairo sia alquanto contrariato per questi dati che frenano la risalita negli ascolti in atto a La7 con conseguente benefico influsso sulla raccolta pubblicitaria (+10 per cento in dicembre e segno positivo anche in gennaio). Ma che lo sia altrettanto, se non di più, perché i dieci episodi della serie, spalmati su cinque serate (e chissà se, a questo punto, si arriverà alla fine), sono costati 3 milioni e mezzo, in pratica 700mila euro a serata. Una cifra pagata dalla precedente proprietà (Telecom Italia Media) che si avvicina parecchio ai costi medi di una fiction per Raiuno o Canale 5 (circa 800mila euro a serata) con altri risultati.

A questo punto viene da chiedersi come mai una serie accolta con favore al suo esordio su Sky stia invece naufragando appena preso il mare aperto della tv generalista.

Formulo schematicamente alcune ipotesi esplicative di questa differenza di rendimento secondo scuole di pensiero diverse, lasciando ai lettori di scegliere la o le preferite.

  1. Sky gode di un pregiudizio positivo da parte della stampa specializzata che elogia a prescindere ogni sua produzione.
  2. Realizzare uno show per un pubblico di nicchia, istruito e d’élite, è molto più facile che accontentare una platea di massa.
  3. Ogni prodotto ha bisogno di un “ambiente” che la traini, di un clima culturale che la favorisca. Sky è brava a instaurarlo per i suoi show mentre le tv generaliste non ci riescono.
  4. Ora che siamo immersi in grandi crisi internazionali (e i talk show si occupano d’immigrazione, terrorismo e banche), quella di Tangentopoli risulta un’epoca psicologicamente lontana.
  5. Buona parte dei telespettatori abituali di La7 sono anche abbonati a Sky e, semplicemente, hanno già visto, o almeno adocchiato, la serie.

Sono curioso di conoscere la vostra opinione.

Il boom di Zalone e i vampiri di La7

Quei vampiri di La7. Sono giorni che succhiano ascolti da Quo vado?, il film sbanca-botteghino di Checco Zalone (dal primo gennaio a oggi ha incassato 50 milioni, per circa 7 milioni di spettatori). La vampirizzazione è quella tecnica attraverso la quale un soggetto attinge copiosamente alle risorse di un altro ricavandone dei vantaggi in termini di energie, vitalità, produttività. Parlando di televisione, la vampirizzazione di qualche fenomeno di massa serve ad incrementare gli ascolti della rete o del programma che la pratica. Il che non è esattamente dare conto di una tendenza, di un fatto che attraversa e coinvolge la società. È proprio sfruttarne la forza, salire in groppa al gigante e farsi scarrozzare qui e là.

Son giorni che il palinsesto di La7 campa sul fenomeno Zalone. C’è Bersaglio mobile di Enrico Mentana dedicato a 1992, la serie prodotta da Wildside per Sky Italia e trasmessa per la prima volta in chiaro venerdì scorso? Niente di più efficace che innescarlo mandando in onda La prima Repubblica, colonna sonora del film, sulle immagini di Andreotti Craxi Forlani Pertini e compagnia. E così, sebbene all’inizio si avvertisse un certo spaesamento a rituffarci in Tangentopoli ora che siamo immersi nella crisi del terrorismo internazionale, l’avvio zaloniano ha aiutato lo stesso Mentana a superare un certo gap per chiedersi se “davvero con Mani Pulite tutto cambiò” e condurre in porto un dibattito ricco di notizie (compresa quella inedita di Di Pietro che all’epoca votò Msi).

Ma torniamo alla vampirizzazione. Di solito è il cinema a farsi trainare della televisione per lanciare un suo prodotto. Le continue ospitate di registi e attori a caccia di pubblicità a Che tempo che fa sono sotto gli occhi di tuttiStavolta accade il contrario. Tagadà vuole parlare della crisi occupazionale? La trovata migliore è trasmettere Zalone che parla del fascino del posto fisso. L’hanno visto in tanti, hanno riso tutti o quasi: vuoi vedere che si divertono anche alle 3 del pomeriggio nel salotto di Tiziana Panella? Il successo di Quo vado? cresce e travolge record su record. Si può mettere a tema anche il boom cinematografico tout court con fior di ospiti, come accaduto a Coffee Break di sabato mattina. L’han fatto tutti i giornali, fin dal 3 gennaio scorso, due giorni dopo l’uscita. Può farlo alla grande anche la rete diretta da Fabrizio Salini, insediato proprio in questi giorni. Domenica sera, all’ora in cui va in onda Otto e mezzo, ecco uno Special  Guest monografico su Checco Zalone, lungo blob di ospitate di Luca Medici (il vero nome del comico barese) dalla Bignardi, da Victoria Cabello, da Crozza, persino da Antonello Piroso (a proposito, che fine ha fatto?). Risultato: 2,94 per cento di share e 815mila spettatori, che sono più  dei 647mila (2,44 per cento) del film Pronti a morire che l’ha seguito.

Nella sua memorabile ospitata proprio chez Fabio Fazio, il 29 dicembre scorso, Checco Zalone aveva previsto in anticipo quello che sarebbe successo. Il conduttore lo canzonava sull’obbligo di battere il record di Sole a catinelle (con 52 milioni, il film italiano più visto da quando c’è l’euro) e sull’ansia da prestazione che l’uscita di Quo vado? poteva provocargli. Otto milioni e mezzo di spettatori al cinema non sono roba di tutti i giorni. “Già, 8 milioni e mezzo… Difatti non aveva senso che venissi qui… Tu quanti spettatori fai?”, aveva gigioneggiato il comico. “Ma… io per fare 8 milioni e mezzo impiego 20 anni, trenta…”, era stato al gioco Fazio. “Sì, fai 3, 4 milioni… Quindi il senso della mia ospitata è dire ai miei tre o quattro milioni in più: guardate questa trasmissione…”. Tutto chiaro no?