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Rai al palo, La7 in riva al fiume, Iene con Travaglio

Ci sono serate in cui è impossibile limitarsi a recensire una singola trasmissione. L’idea è quella: dopo mesi di polemiche, Massimo Giletti debutta su La7 con Non è l’Arena contro Che tempo che fa di Fabio Fazio e la Rai, mamma e matrigna. Ci sono sere in cui è complicato scegliere, perché c’è sì, l’esordio conflittuale dell’ultimo esodato Rai, ma c’è anche Luigi Di Maio, fresco disertore del duello con Matteo Renzi, ospite di Fazio. E ci sono Le Iene ridens tra i due litiganti, con una puntata atomica: lo scherzo a Marco Travaglio e le rivelazioni di dieci attrici sulle molestie del regista Fausto Brizzi.

Giletti martella sul suo esordio a La7 da settimane. Ospitate ovunque, anche chez Maria De Filippi, tutti alleati contro il figlio viziato di Viale Mazzini. Domenica La7 ha schierato tutti i big per promuovere il nuovo affiliato, da Giovanni Minoli, il primo a credere in lui fin dai tempi di Mixer, che l’ha ospitato nel suo Faccia a Faccia (anticipato al pomeriggio), a Enrico Mentana pronto a condurre il tg (di domenica solo in occasione di elezioni), per intervistarlo a ridosso del via. Significativo lo scambio di battute: Giletti: «Sono qui per provare ad accendere La7 in tutto il Paese»; Mentana: «Ci proviamo anche con il tuo aiuto». Che Giletti sia sopra le righe è confermato dal monologo: «Quando uno entra in una tempesta spera solo di attraversarla e fare in fretta…». La porta sbattuta dell’ufficio di Orfeo, il film della carriera, il mestiere di «giornalista», scandito e sillabato. La Rai è riuscita a trasformare Giletti in un martire della censura. E «quel volpone di Cairo» (Fiorello nel video d’augurio) non ha perso l’occasione. Bisognerà vedere il rendimento di Non è l’Arena a lungo andare in prima serata. Su Rai 1 Fazio dialoga con Di Maio di legge elettorale, premier avversari, alleanze più o meno impossibili. Niente d’imperdibile o di diverso dal solito copione. Lo zapping si ferma su Italia 1 dove Davide Parenti, complice Alessandro Travaglio, ha ordito uno scherzo diabolico ai danni del padre Marco: «Papà, vado al Grande fratello vip». Grande televisione, vertice di goliardia. Una chicca tra le altre: «Ti danno solo 3000 euro? Ma neanche alla colf! Una cosa offensiva col cognome che porti». Ci sono serate in cui bisogna parlare di tre editori televisivi. Mediaset sarà anche «la feccia d’Italia» (Travaglio), ma con lucida ironia riesce a trasformare il suo reality più trash in un’arma intellettuale contro il suo più acerrimo nemico. La7 sta in riva al fiume a raccogliere e capitalizzare il successo dei fuoriusciti della Rai. La quale, invece, è sempre lì: ferma e immutabile.

La Verità, 14 novembre 2017

«Vent’anni di Iene, ma il meglio deve arrivare»

Il segreto di Davide Parenti è che è innamorato del suo lavoro. Lo fa con passione e senza risparmiarsi. Anche per questo, forse, sebbene domenica inizi la ventesima stagione, la pelliccia delle Iene è ancora nera e lucida. Parenti è un tipo complesso, sta dietro le quinte, è di sinistra e lavora da sempre a Mediaset. Ha pure l’erre francese che di solito è partner fisiologico di una certa supponenza. Invece, sarà perché siamo coetanei o perché incombe l’esordio stagionale, lo trovo disponibile e persino umile.

Vent’anni di Iene. La prima parola che le viene?

«Un bel miracolo».

La seconda?

«Abbiamo fatto un buon lavoro».

Che cosa glielo dice?

«Il fatto che ci siamo ancora, non tanti durano così a lungo. La share media dello scorso anno è stata del 10.4% su una rete che fa circa la metà. È come se su Rai 1 ci fosse un programma che fa il 40%».

C’è.

«Sì, il Festival di Sanremo, un evento. Noi andiamo in onda due volte la settimana. Su Canale 5 Barcellona Juventus fa il 25%, su Italia 1 il 18. Fazio faceva l’11 su Rai 3 e fa il 20 su Rai 1. La rete è performante».

Vorrebbe andare su Canale 5?

«Storia antica, ogni azienda ha i centravanti e i terzini. Noi lavoriamo affinché Italia 1 superi Canale 5».

Il servizio più divertente della puntata di domenica?

«Uno scherzo a Elenoire Casalegno, che debuttò come valletta di Pressing, nel quale le sembrerà di parlare con il fantasma di Raimondo Vianello. Abbiamo campionato la sua voce, è venuto bene».

Nel calcio si dice che per continuare a vincere ci vuole fame. E in tv?

«Passione per il proprio lavoro. Come quella di certi artigiani. Siamo dei ristoratori che offrono ai clienti quello che mangiano loro. Non facciamo un menu per gli altri. C’è una bella differenza».

Un'immagine non troppo simbolica del gioco della balena blu e dei suoi effetti

Un’immagine non troppo simbolica del gioco della balena blu e dei suoi effetti

Con i servizi sulla blue whale si è appannata l’immagine delle Iene?

«Un po’ sì. Sono piovute critiche, molte ingiuste, alle quali, non essendo in onda non abbiamo potuto replicare. Se si legge Wikipedia sulla blue whale vien fuori che abbiamo intervistato madri di persone suicidate che erano attrici. Ovviamente, non è così».

Le Iene vittime delle fake news?

«In un servizio avevamo inserito immagini prese dalla tv russa di persone che si buttavano dai tetti. Si è scoperto dopo che quei casi non c’entravano con la balena blu. Non è una fake news. Le morti causate da quel gioco esistono, in Russia, in Francia, altrove. Abbiamo sbagliato a non verificare meglio. Ma da questo a essere accusati di aver portato in Italia la blue whale… In Italia non è ancora provato il rapporto di causa effetto di alcune morti. Ma c’è l’autolesionismo, c’è la gente che si taglia e che sprofonda nella depressione. La blu whale è un gorgo che risucchia. Parlarne è doveroso».

Altri infortuni in passato?

«Se si riferisce a Stamina lo ritengo un buco nero della sanità italiana. Quando abbiamo parlato per la prima volta di Davide Vannoni operava gratis nell’ospedale civile di Brescia. Era autorizzato dal servizio sanitario nazionale. Fin dal primo pezzo, è lì da vedere, abbiamo detto che c’era qualcosa di poco chiaro e che Vannoni non era affidabile. Poi siamo andati a trovare i bambini, Giulio Golia è diventato quasi un loro zio. I genitori dicevano che i loro figli ne traevano giovamento. A un certo punto si è deciso che una cura compassionevole era diventata una truffa. Ma nessun incaricato della sanità pubblica è andato a conoscere queste famiglie».

La ricerca esasperata dello scoop può far deragliare?

«Non mi sembra sia successo. Sono pronto a sostenere qualsiasi tavola rotonda su questi argomenti».

Le riporto alcune critiche ricorrenti: moralismo da ditino alzato.

«Può essere che a volte esageriamo. Ma siamo in buona fede e se commettiamo errori lo ammettiamo. Non mi pare capiti spesso».

Morbosità e voyeurismo.

«Ci occupiamo delle cose che interessano a noi. Mi faccia degli esempi».

Decine di servizi su preti pedofili o locali per scambisti.

«Ne facevamo di più qualche anno fa. Comunque, in Italia ci sono 9 milioni di persone che vanno a prostitute: è un fatto. L’unico modo per capirlo è andarci, vedere chi è quella persona, qual è il linguaggio. 9 milioni di uomini che hanno 9 milioni di donne al loro fianco vanno a prostitute. Proviamo a raccontarlo in modo non banale».

E che magari aiuti gli ascolti…

«Da quando c’è la Rete con tutti i siti porno il nudo paga sempre meno».

Perché a un certo punto vi siete fermati nell’inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione nei locali dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali?

«Si è esaurita. Avevamo documentato tutto, provando che nei locali di un’associazione che riceve soldi pubblici c’erano azioni di sfruttamento della prostituzione. Andare oltre ere sconfinare nella persecuzione».

È difficile in questo momento criticare i gay?

«Siamo un programma aperto alle diversità. Abbiamo fatto molti servizi contro le discriminazioni sessuali. Ma le discriminazioni non devono esserci nel bene e nel male. E se c’è sentore di reati…».

Avete argomenti prioritari?

«Assolutamente no. In vent’anni è stato fatto tutto. Cambia il trattamento. Ora le storie si allungano perché vogliamo svelare i meccanismi. Se raccontiamo di una donna stalkerizzata da un uomo, poi andiamo da lui e gli diciamo di smetterla. Entriamo nella storia, provando a cambiarla».

Come si chiama questo giornalismo?

«Non siamo una testata giornalistica, ma intrattenitori. Abbiamo un’etica, un punto di vista. Anzi, più d’uno, discutiamo molto. Se ci accorgiamo che un pezzo era sbilanciato da una parte, ci torniamo con una versione diversa».

Quanti siete?

«In questo momento ci sono 38 inviati, 25 autori, più cameramen, grafici, montatori e la redazione… più di 100 persone e un indotto di altre 50».

Come controllate?

«Un gruppo di autori senior mette in crisi la bontà delle notizie e dei trattamenti».

Presenti al mondo Le Iene attraverso due inchieste.

«La prima è Drug wipe, il narcotest ai parlamentari. Con un escamotage abbiamo toccato la fronte con un panno per togliere la sudorazione. Analizzando il sudore si può sapere se nelle 36 ore precedenti si è fatto uso di sostanze stupefacenti. Il 33% del campione di politici ne aveva fatto uso. È un’inchiesta finita sui giornali di tutto il mondo. Però ho preso 15.000 euro di multa e sei mesi di galera con l’accusa di violazione della privacy, poi cambiata in vilipendio delle istituzioni».

La seconda?

«Un pezzo di Nina Palmieri sulla storia di un malato terminale omosessuale che voleva lasciare la casa al compagno che, alla sua morte, l’avrebbe persa. Abbiamo incontrato il padre che non accettava l’omosessualità del figlio dicendogli che conta l’amore non il sesso. Alla fine si è ricreduto. La legge sulle unioni civili era lontana».

Enrico Lucci conduce Nemo - nessuno escluso

Enrico Lucci conduce Nemo – nessuno escluso

Cosa pensa di Nemo, nessuno escluso?

«Che è un buon programma e Rai 2 ha fatto bene a confermarlo sebbene non abbia avuto ascolti eccellenti. Anche Le Iene all’inizio non ebbero successo, ma a forza di essere difese…».

Quanto vi manca Enrico Lucci?

«Tantissimo. Gli artisti sono sempre insostituibili».

Avete preso Antonino Monteleone.

«Non solo lui. È un ottimo giornalista, molto strutturato. Gli chiederemo di avvicinarsi al nostro stile da saltafossi».

Quanto conta la squadra?

«Se i singoli giocano bene tutta la squadra gioca meglio. Il ritorno della Gialappa è fondamentale».

Attaccate preti pedofili e maghi fasulli: pochino i poteri forti?

«Non mi sembra. Tutti i giornalisti sanno che con l’editore si deve fare i conti. Grazie a Mediaset Le Iene sono un programma molto libero. Credo che da nessun’altra parte si potrebbe fare un programma così. In una tv commerciale gli investitori pubblicitari sono determinanti. A volte questa azienda fa una tv volgare, ma sul nostro sito si possono trovare i pezzi nei quali abbiamo criticato gli inserzionisti più importanti».

Ha ragione Antonio Ricci quando dice che uscire dalla piattaforma Sky è stata una scelta alla Tafazzi?

«Sicuramente è stata una decisione che ad alcuni programmi è costata più che ad altri. Le strategie di Mediaset si fanno su tavoli diversi dal mio, ma credo che Le Iene abbiano pagato questa scelta».

E quando sottolinea la scarsa presenza social dei contenuti Mediaset?

«Su questo dissento. Con 5 milioni di amici su Facebook Le Iene sono il programma italiano più social. E detengono il record mondiale di condivisioni: 660.000. È il video su un papà che accompagnava a scuola la figlia affetta da una strana malattia e restava tutta la mattina davanti alla scuola per poter intervenire in caso di emergenza».

Lei è il papà delle Iene e Ricci di Striscia la notizia. Siete padri di figli unici?

«Dall’esperienza di Striscia sono nate Le Iene, dalle quali sono derivati altri programmi».

Nessuno forte come i fratelli maggiori.

«Diamogli tempo».

A che punto è il documentario sull’immigrazione che aveva proposto a Vice?

«Lo stiamo ancora girando. In compenso, è quasi pronto quello realizzato con Claudio Canepari sulla campagna elettorale di Ismaele Lavardera, candidato sindaco a Palermo. Si dice che la politica ha bisogno di trasparenza: Lavardera ha filmato in chiaro e con candid camera i comizi e gli incontri con gli altri politici. Lo vedremo presto su Italia 1».

E la collaborazione con Vice?

«Rientra in un progetto che prevede la rielaborazione con lo stile delle Iene di materiali di grandi reporter internazionali su temi come inquinamento, effetto serra, droghe, grande criminalità e terrorismo. Anche questo presto su Italia 1».

Un segreto per ripartire quando è depresso o scarico?

«Non sono mai depresso».

Chi è Davide Parenti?

«Urca! Vediamo… Sono un formidabile rompicoglioni che sta alle regole ma non obbedisce. Sono imbattibile nel mio lavoro, salvo arrivare spesso secondo».

La Verità, 29 settembre 2017

 

 

E se Povia fosse una specie di Grillo pro life?

L’ultima volta che si è sentito parlare di Giuseppe Povia è stato al Festival di Sanremo. Come a tutti gli ospiti, Carlo Conti aveva chiesto a Francesco Totti qual era la sua canzone preferita e lui ha pronunciato il nome proibito: «Povia». Non il titolo di un brano, ma il nome di un cantante. Anzi, di un cantautore. Nome all’indice all’Ariston. Di Povia il grande pubblico ricorda le controverse partecipazioni proprio al Festival della canzone italiana. Uno anche vinto nel 2006, conduttore Giorgio Panariello. Nel 2008, Pippo Baudo lo escluse dalla competizione, in coppia con Francesco Baccini avevano proposto Uniti. Nel 2009, invece, conduttore Paolo Bonolis, Luca era gay si classificò al secondo posto. Nel 2010 arrivò alla serata finale con la canzone La verità, ispirata al caso di Eluana Englaro. Fin qui il suo rapporto con Sanremo. In realtà, di Povia ce n’è un altro, con una vita artistica lontana dal Festival, fatta di concerti in circuiti alternativi e di album autoprodotti. Una vita artistica che sconfina nell’attivismo pro life e non solo. L’ultimo suo video su Facebook (oltre 320.000 visualizzazioni) è una contestazione punto per punto di un lungo servizio di Nadia Toffa delle Iene favorevole alla maternità surrogata. Si potrebbe chiamarla controinformazione, usando una parola di moda a sinistra. Ma se Le Iene stesse si presentano come un programma di controinformazione, allora il corto circuito c’è tutto. Perché, in realtà, oggi sono mainstream l’utero in affitto a pagamento e il «genitore 1» e «genitore 2». Mentre è considerato retrogrado chi sostiene che il padre è un uomo e la madre una donna. Con qualche eccesso complottista, bisogna riconoscere che nei video, nel blog e nel cd Povia ha il coraggio di mettere a nudo questo meccanismo. Il problema è che, di Povia, ce n’è un altro ancora. Forse già prigioniero del personaggio o del ruolo di piccolo guru, conclude i suoi interventi con l’invito a ordinare il disco o ad allestire concerti e raduni in cui farlo esibire. Per farsi intervistare di persona pone una serie di condizioni, è reticente di fronte alle domande sul suo passato e la sua formazione personale. E, infine, non disdegna d’insegnare come si fanno le interviste.

Peccato.

Francesco Totti all'ultimo Festival di Sanremo

Francesco Totti all’ultimo Festival di Sanremo

Ripartiamo dall’ultimo Festival di Sanremo. Perché Totti che pronuncia il suo nome all’Ariston dà la sensazione di violare un tabù?

«Ci sono due tipi di pubblico: quello della tv e quello del web. Il primo prende quello che gli dai, ma si accorge se c’è un fuori copione. Il gelo che hanno mostrato Karl e Mary per sempre quando Totti ha fatto il mio nome indica come io sia un cantautore al momento non con…forme. Nel web il pubblico è più attento e selettivo perché si può esprimere, fino a quando sarà permesso. Infatti ho centinaia di migliaia e a volte milioni di visualizzazioni per la musica e per i temi che tratto».

Ha un rapporto travagliato con il Festival, nel 2006 l’ha vinto con Vorrei avere il becco, l’anno prima la sua I bambini fanno ooh era stata esclusa perché l’aveva cantata a una manifestazione.

«Vorrei avere il becco è dedicata a tutti i nonnini che come i piccioncini si sono accontentati delle briciole e hanno ricostruito l’Italia distrutta dalla guerra, poi costituita nel ’48. I bambini fanno oh è stata una vittoria comunque».

Nel 2007 ha partecipato al primo Family Day: molto controcorrente nel mondo della musica e dello spettacolo in genere…

«Già lì avevo capito che l’ovvietà sarebbe stata controcorrente. Infatti oggi se dici che un bambino deve crescere con una figura maschile e una femminile sei un rivoluzionario».

Come nasce Giuseppe Povia, cantante? Com’è stata la sua formazione?

«Sono sempre stato un autodidatta che adatta le canzoni in base al tema che tratta».

Torniamo a Sanremo. Nel 2009 presentò il brano Luca era gay: polverone prevedibile?

«Se canti temi sociali si accende un dibattito. Ma la cosa imprevedibile è stato il coraggio di un grande conduttore: Paolo Bonolis».

Possiamo chiarire otto anni dopo chi era il Luca della canzone? Lei ha più volte detto che non era Luca Di Tolve, ex ballerino e organizzatore di crociere per omosessuali poi convertitosi all’eterosessualità e organizzatore di corsi per la presunta guarigione.

«Luca nella vita reale si chiama Massimiliano. Conosciuto nel 2004, ateo convinto».

In quella canzone cantava «nessuna malattia, nessuna guarigione». Come va considerata l’omosessualità?

«Noi siamo quello che pensiamo e conduciamo uno stile di vita, gay o etero, in base alla relazione sociale che abbiamo avuto nella vita stessa. È un punto di vista personale, ma anche la scienza è divisa su questo argomento e quando è così tutti hanno torto e tutti hanno ragione.

Le malattie sono il cancro, la leucemia…».

Quali sono le cause dell’espansione delle teorie gender?

«In breve, molto in breve, le cause sono il business e soprattutto Usa e Gb che ci inondano di tendenze. Per approfondire venite a vedere un mio concerto o, meglio ancora, un concerto/convegno con l’avvocato Gianfranco Amato. Le date sono sulla mia pagina Facebook».

La nuova frontiera sono le cosiddette nuove genitorialità attraverso la gestazione per altri… L’utero è di chi lo affitta?

«Sì, ma come dico nel brano Dobbiamo salvare l’innocenza “la vita non si vende e non inganna” e a rimetterci sono sempre i bambini».

Perché le minoranze sessuali sono sempre più potenti? Adesso c’è anche l’oscar della comunicazione per chi si mostra più bravo a comunicare lo stato delle persone Lgbt…

«Le minoranze hanno sempre comandato il mondo in ogni campo».

Che cos’è l’omofobia?

«Omofobia è un termine inventato nel 1971 da George Weinberg, psicologo magari bravo ma ideologizzato. Non vuol dire niente se non paura dell’identico, che vuol dire ancora meno. Non c’entra niente con l’omosessualità. Ma con la scusa dell’odio e dell’ignoranza si vuole creare una nuova legge. Se dovesse passare, dire che un bambino deve crescere con una mamma e un papà potrebbe mandarti in prigione. Dipenderà dal giudice. Ricorda il nazismo o i regimi totalitari sovietici, come sostiene Gianfranco Amato».

Che margini ci sono per difendere la famiglia tradizionale senza esserne accusati?

«Per ora tutti, la si può difendere a spada tratta. Ma se siamo arrivati al punto di domandarcelo, c’è da preoccuparsi. Negli anni 50/60, se non sbaglio, il partito comunista fece un manifesto con raffigurati donna, uomo e figli in difesa della famiglia. Oggi l’evoluzione di quel partito la sta distruggendo con la scusa del progresso».

L’ultimo suo cd, il decimo, s’intitola il Nuovo Contrordine Mondiale. C’è relazione tra gli argomenti e il fatto che sia un album autoprodotto?

«Sostanzialmente mi sono sempre autoprodotto, ma sbagliavo a regalare i diritti e le edizioni in cambio di una promozione adeguata che poi non avveniva».

Ora lei tiene concerti/convegni e ha un blog piuttosto militante. Sta diventando il Beppe Grillo di centrodestra? Ha mai pensato di fondare un movimento o ne supporta qualcuno già esistente?

«Sono un artista libero e canto ovunque mi facciano esprimere. Non ho lo la tessera di nessun partito, dico ciò che penso e di conseguenza mi danno una collocazione. Io mi metto a ridere perché nessuno sa mai cosa potrei dire di lui, da sinistra a destra».

Parla meno di famiglia e bambini e più di potere e pensiero unico…

«Ho fatto un disco a 360° che parla di finanza, economia, diritti e sociale. Non si trova nei negozi e si  può ordinare solo a ufficiostampa@povia.net».

In Chi comanda il mondo parla di «una dittatura di illusionisti finti economisti equilibristi terroristi padroni del mondo peggio dei nazisti» e nel video lei ha il simbolo dell’euro dipinto sulla faccia: un po’ forte no?

«E non si è accorto che nel video ci sono anche Mario Draghi, Angela Merkel, la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e il panfilo Britannia dove nel ’92 si è decisa la svendita dell’Italia? Questi sono quelli che ci comandano, bene o male decidetelo voi. L’euro non è una moneta, è una dittatura. Ormai l’hanno percepito tutti».

Mi sono accorto, sì. Il suo è complottismo un po’ inquietante.

«Il complottismo è quando non ci sono documentazioni. Io documento tutto ciò che dico e per questo ringrazio anche Paolo Barnard, l’unico giornalista di inchiesta serio in Italia».

Un po’ se le va a cercare… non le va bene nemmeno Garibaldi.

«Pensi che c’è gente che crede ancora che uno con mille soldatelli abbia conquistato un regno di 9 milioni di persone. Povero Sud: aveva tre volte la ricchezza di tutti gli Stati del nord messi insieme. E non lo dico io, ma importanti storici revisionisti. Prima dell’unità di Italia al sud non esisteva emigrazione né disoccupazione».

C’è qualcuno o qualcosa in giro che le suscita un sorriso se proprio non vogliamo azzardare un moto di speranza?

«L’innocenza dei bambini».

La Verità, 2 aprile 2017

 

 

 

 

«Nemo» ondeggia tra «Vice» e papa Bergoglio

D’accordo, c’è qualche caduta, qualche proposta poco credibile (Francesco Facchinetti che preconizza l’Italia del 2050). E c’è qualche lungaggine, qualcosa che rende il copione eccessivo e ridondante (l’astrofisica e scrittrice Licia Troisi che catechizza il ragazzino). Ma è, in sostanza, una questione di tempi e di coraggio di tagliare. Per il resto, evviva: malgrado gli ascolti bassi, appena il 3,79 per cento, per l’esordio di questo Nemo – Nessuno escluso (Rai 2, mercoledì, ore 21.15), penalizzato da una comunicazione timida e dalla difficoltà di accendere una rete piuttosto spenta in generale e, come tutta la tv, lontana dai giovani ai quali si rivolge il programma ideato da Alessandro Sortino e condotto in modo atipico da Enrico Lucci e Valentina Petrini, ex inviata di Piazza pulita (produzione FremantleMedia). Soprattutto la presenza di Sortino e Lucci, iene storiche, fa pensare a una sorta di spin off del programma di Italia 1, di cui ha qualcosa di meno e qualcosa di meglio. Anzi, forse proprio nel suo essere meno, nel suo togliere, c’è proprio il meglio del programma perché in quello spazio si apre la possibilità di qualcosa di più, quel «nessuno escluso» dal vago sapore bergogliano. Sortino, Lucci e la Petrini sfrondano lo ienismo, quel mix di moralismo allo stato brado, di sberleffo, di giustizialismo da messa all’indice laico, di foia d’incastrare il malvagio e il trafficone, dando via libera ad un’altra predisposizione culturale e anche sentimentale: la voglia di conoscere e di capire, esemplificata dalle domande poste in coro dal pubblico all’ospite che fa il suo ingresso sul palco. Chi sei? Da dove vieni? Che fai?

Nella prima puntata c’erano quattro o cinque servizi che valevano la serata. Lucci e le bambine da concorso spronate dalle madri arriviste e vanesie. I due filmaker Davide e Matteo che, grazie al crowdfunding, s’imbarcano su una nave che pattuglia il Mediterraneo per salvare i migranti. Il reportage senza pregiudizi di Selenia Orsella tra i cattolici che sui litorali salentini abbracciano i giovani turisti tentando di aprire un dialogo su Gesù. Il servizio di Valentina Petrini che racconta gli italiani che si arruolano nell’esercito russo e il successivo dialogo con Domenico Quirico, inviato di guerra della Stampa. L’inchiesta su Tor Bella Monaca di Daniele Piervincenzi e la confessione di un ragazzo che si definisce «una cicatrice che cammina». Queste e altre cose, tutte inedite, proposte con uno stile da documentario-testimonianza che avvicina Nemo più al giornalismo di Vice che a quello delle Iene.

La Verità, 14 ottobre 2016

Parenti: “Le Iene si possono fare solo a Mediaset. Ora giro un doc per Vice”

Convinzione numero uno: “Io credo che Le Iene siano possibili solo a Mediaset”. Convinzione numero due: “Credo di poter fare, e desidero provarci, qualcosa di apprezzabile anche a livello internazionale”. Continua a leggere

Altro che Bonolis, alla Rai servirebbe Davide Parenti

Più che a Paolo Bonolis, se davvero volesse dare un segnale di cambiamento della nuova Rai, Campo Dall’Orto potrebbe pensare a Davide Parenti, il padre delle Iene. 58 anni, muscoli e capelli che destano l’invidia di molti suoi coetanei, con Antonio Ricci, Parenti è l’autore di tutta la linea spregiudicata trasgressiva satireggiante, ovvero del giornalismo anti-giornalismo delle reti Mediaset. Qualche giorno fa ha dato le dimissioni (il contratto scade tra un anno). Motivo presunto: la mancata messa in onda di un servizio in cui si documentava che Fabrizio Corona, già prenotato da Costanzo per il suo Uno contro tutti, aveva percepito denaro in nero. Mediaset ha risposto con il parere di un legale: quel servizio avrebbe danneggiato le “nostre reti televisive per via della posizione legale del soggetto”.

Il quintetto di conduttori che si divide nelle due serate di messa in onda: Fabio Volo, Miriam Leone, Nadia Toffa, Pif e Geppi Cucciari

Il quintetto di conduttori delle Iene: Fabio Volo, Miriam Leone, Nadia Toffa, Pif e Geppi Cucciari

Il caso Corona è solo l’ultima incazzatura che ha fatto traboccare il vaso, ma il problema viene da lontano. È una certa stanchezza, la voglia di fare cose diverse e di sperimentare di Parenti. Non che gli ultimi tentativi, Open Space con Nadia Toffa e X Love con Nina Palmieri, siano stati un successone. Anzi. Anche la scelta della conduzione collegiale delle Iene non ha dato le soddisfazioni sperate. Parenti lo sa, troppo lunga è la navigazione nella tv borderline del Biscione. Dalla sua ha l’attenuante che in un paio d’anni prima se n’è andato il Trio Medusa e poi ha salutato la Gialappa’s. Personaggi non facili da sostituire. Qualche malumore filtra anche da dentro la squadra. All’inizio Le Iene erano un laboratorio artigianale, adesso sono diventate una corazzata con 70/80 persone che ci lavorano. Sarà, però, mentre il format argentino cui è ispirato, Caiga quein caiga, ha chiuso nel 2010, Le Iene sono ancora lì con i loro abiti e occhiali neri su camicia bianca (divisa mutuata dal film tarantiniano). Fate un nome di conduttore di tendenza della tv attuale e troverete un passato da Iene. Da Victoria Cabello a Claudio Bisio, da Alessandro Cattelan a Marco Berry, da Frank Matano a Alessandro Sortino fino a Luca e Paolo, solo per parlare delle partecipazioni durature ora archiviate, son tutti cresciuti lì. Non che sia solo merito di Parenti. Uno come Enrico Lucci, per dire, ha fatto la gavetta prima di diventare “il nostro Maradona”. E non che lui, Parenti, abbia fatto solo questo. Anche Lupo solitario, Matrioska, Araba fenice e Barracuda con Daniele Luttazzi, per esempio: tutta roba molto borderline… Però se gli chiedi quali sono i programmi di cui va più fiero, oltre alle Iene cita Milano-Roma – ve lo ricordate? – e Scherzi a parte. Una iena ragionevole?

Tipo schivo, che non frequenta, mai visto nei locali notturni e nelle gallery fotografiche di gossip, Parenti è un lombardo tutto lavoro e lavoro. Tempo libero non è sicuro ne abbia. Va molto a zonzo d’estate, ma anche in viaggio è riuscito a inventarsi Turisti per caso con Siusy Blady e Patrizio Roversi. “Con un lavoro così è difficile staccare con la testa. Solo da poco ho imparato a far vacanza… Nuoto, faccio windsurf…”. Poi si dedica ai figli. Per il resto: lavoro, idee, vita di squadra, laggiù, nel terzo palazzo in fondo, quello più nascosto del quartier generale di Cologno Monzese. Possono passare settimane o mesi senza che i capi di Mediaset lo vedano. Qualcuno ha detto che ha una bellezza da bagnino alfabetizzato. “In quella definizione mi ci ritrovo”, ammise lui, un passato da insegnante di ginnastica e poi da corrispondente dell’Unità a due lire a pezzo. Dai compensi da fame dell’Unità agli spettacoli per le feste dell’Unità il passo fu breve. S’inventò Gran Pavese, con Roversi e Blady, e Minoli che lo vide ne trasse delle pillole per Mixer. Con quella carta il terzetto si presentò da Ricci e Lupo solitario andò in onda.

Il cast del film tarantiniano, tra i quali Michael Madsen, Quentin Tarantino e Harvey Keytel

Il cast del film tarantiniano. Si riconoscono Michael Madsen, lo stesso tarantino e Harvey Keytel

Quasi trent’anni dopo eccolo con una lettera di dimissioni in mano. Strategia d’uscita vera o solo tattica? Le Iene sono riproponibili fuori da Mediaset, in un’altra cornice, con una squadra diversa, magari senza Lucci? La prossima settimana Parenti incontrerà i dirigenti Mediaset per trovare un’intesa. Per la nuova stagione è già previsto il ritorno al comando del programma di Ilary Blasi e Teo Mammucari, entrambi sotto contratto. Facile che il caso rientri. Però…

Freccero: sottoscrivo il “piano” di Verdelli. E su Crozza…

Carlo Freccero di qua, Carlo Freccero di là. Consigliere Rai di sopra, guru della tv di sotto. Illuminato, massone, senza testa, estremista… Ecchessarammai! Fuoco di fila di siti e giornali centrodestri. Prediche, reprimende. Mah… Davvero non si capisce il perché di questi attacchi. Ok, lui è andato a sproloquiare a Radio Ondarossa, apriti cielo. Ma colori e reperti archeo-mediatici a parte, con questa nuova dirigenza Rai che allinea tutte le reti al “pensiero unico renziano” è ovvio che Freccero faccia il Giamburrasca della situazione. Anzi, è l’unica voce dissonante, se permettete in modo un filo più incisivo dei consiglieri ufficialmente d’opposizione come Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzucca. Diciamola tutta, anche in virtù di una diversa conoscenza della materia di cui parla. Eppure: basta, si metta a lavorare eccetera. Come se, con questa nuova legge e i famosi superpoteri del Superdg, i consiglieri d’amministrazione non avessero un peso prossimo allo zero…

Comunque. Freccero fa questa intervista a Ondarossa, trentasette minuti in cui spazia da Obama a Il Segreto di Canale 5. Dove sbava è su Carlo Verdelli presentato come “giornalista dell’infotainment”. “Ma no, puoi capire…”, tampona Freccero al telefono. “Campo Dall’Orto lo difendo sempre. E per Verdelli ho votato a favore…”.

Non sembrava. Comunque capisco che c’è questa pietra d’inciampo della nomina della Bignardi arrivata dopo le invettive di Anzaldi a Raitre…

“Esattamente… Ma Campo Dall’Orto è un professionista. Parlavo a Ondarossa, un’emittente clandestina. Mi chiedevano dell’informazione, ma le nomine non ci sono ancora state, salvo quella di Antonio Di Bella a Rainews 24“.

Che oggi è al centro delle polemiche. Verdelli ha detto in Vigilanza che fa uno share troppo basso per il numero di giornalisti che ci lavorano e la Maggioni, ex direttora, se l’è presa.

“Ma Verdelli ha detto soprattutto che il compito della Rai è informare, non tranquillizzare. Un piano editoriale che sottoscrivo in pieno. Sono contento di aver votato a favore della sua nomina”.

Però in quella intervista hai detto che è un campione dell’infotainment perché viene da Condé Nast. Riduttivo.

“Mi rendo conto. Verdelli ha diretto anche Sette del Corriere della Sera, la Gazzetta dello Sport e si vedono già delle novità. L’intervista al Tg1 di Totti è stato un colpo assoluto. Uno smacco che Sky, con tutti i soldi che dà alla Roma, non ha ancora assorbito. Qualche tempo fa non sarebbe successo. Con quell’intervista lo sport è tornato dentro il telegiornale…”.

Sì, ma l’infotainment?

“L’infotainment. Esistono due tipi di infotainment. Quello migliore, alla maniera delle Iene e di Ricci, graffiante e di contenuto. E quello basso e gossipparo, che riempie i nostri pomeriggi. Auspico che i nostri contenitori rientrino nelle competenze dell’informazione a pieno titolo e si scelga la formula migliore”.

Comunque, con tutto questo casino chissà come si diverte Crozza. Aspettiamo di vedere la sua parodia domani sera su La7.

“Ma no. Mi ha assicurato che non la fa”.

Vabbè, per tenerti buono…

“No, lo giuro. Dopo tutto quello che ho fatto per lui, mi dileggia?”.

Voglio riportare Gino Bramieri in Rai è un capolavoro.

“Ha confuso Luttazzi con Bramieri”.

Macché confuso…

“Ma dài… Bramieri è un colpo di genio. Il rimosso assoluto, più di Luttazzi. Crozza mi ha battuto, sono invidioso… Però mi ha assicurato che non lo fa… Basta”.

Ancora due o tre cose sulle Iene

Le Iene sono andate in letargo. Qualche settimana, non di più, e a gennaio torneranno a ridere e graffiare su Italia Uno. Pochi giorni per rivisitare la squadra, dopo l’addio con look discutibile, di Ilary Blasi. Nel pensatoio di Davide Parenti si sta lavorando per rifinire la formula e scegliere i nuovi protagonisti. Cambierà solo la showgirl o verrà avvicendato anche Teo Mammucari? E il Trio Medusa rimarrà al suo posto a sbertucciare in voce i due frontman o lasceranno anche loro (la perdita della Gialappa’s non è facilmente colmabile)? Tutto è possibile. Al posto di Ilary circola il nome di Belén Rodriguez e potrebbe pure essere la nomination giusta se la modella argentina conquistasse la disinvoltura linguistica necessaria per reggere le provocazioni dei partner. Prima di battezzare qualcuno, però, conviene riflettere, Parenti e soci sono inclini ai colpi di scena. Per esempio, tanto per fare qualche nome a caso: Geppi Cucciari, Selvaggia Lucarelli, Melissa Satta non potrebbero funzionare? Di ipotesi se ne possono fare tante… Bisogna trovare il mix giusto tra giornalismo, inchieste, cazzeggio in studio e moralismo dilagante (come antivirus non basta Filippo Roma travestito da Moralizzatore col ditino alzato all’inseguimento di qualche vittima consenziente).

Intanto, ciò che più conta, è che, aldilà di complessi tentativi di contaminazione con altri format, Le Iene continuino a produrre servizi, inchieste e reportage di qualità. Nell’ultima puntata, per dire, quello di Matteo Viviani sulla donna analfabeta che vive a Mondragone nella miseria più nera, in condizioni igieniche repellenti, ignora la sua stessa età ed è dimenticata dai servizi sociali, valeva l’intera serata e compensava anche un’intervista a Luciano Moggi di cui non si avvertiva il bisogno. Oppure,  un paio di settimane fa, il viaggio di Nina in treno con una famiglia di Aleppo, madre e due ragazzi, in fuga dall’Isis, e il reportage di Pelazza da Kacanik, paesino di 30mila abitanti del Kosovo, dove vengono reclutati i foreign fighters che partono per la Siria, spiegavano il dramma dei profughi e il sistema di arruolamento dei jihadisti più di decine di talk show infarciti di politici ed esperti.

Lunga vita al giornalismo delle Iene, almeno quando non è schierato come avviene sui temi che toccano Chiesa e Vaticano. Il buon giornalismo è proteine per la tv di qualità. Per il contorno, i balletti e le gag in studio, qualche soluzione si troverà.