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E se Povia fosse una specie di Grillo pro life?

L’ultima volta che si è sentito parlare di Giuseppe Povia è stato al Festival di Sanremo. Come a tutti gli ospiti, Carlo Conti aveva chiesto a Francesco Totti qual era la sua canzone preferita e lui ha pronunciato il nome proibito: «Povia». Non il titolo di un brano, ma il nome di un cantante. Anzi, di un cantautore. Nome all’indice all’Ariston. Di Povia il grande pubblico ricorda le controverse partecipazioni proprio al Festival della canzone italiana. Uno anche vinto nel 2006, conduttore Giorgio Panariello. Nel 2008, Pippo Baudo lo escluse dalla competizione, in coppia con Francesco Baccini avevano proposto Uniti. Nel 2009, invece, conduttore Paolo Bonolis, Luca era gay si classificò al secondo posto. Nel 2010 arrivò alla serata finale con la canzone La verità, ispirata al caso di Eluana Englaro. Fin qui il suo rapporto con Sanremo. In realtà, di Povia ce n’è un altro, con una vita artistica lontana dal Festival, fatta di concerti in circuiti alternativi e di album autoprodotti. Una vita artistica che sconfina nell’attivismo pro life e non solo. L’ultimo suo video su Facebook (oltre 320.000 visualizzazioni) è una contestazione punto per punto di un lungo servizio di Nadia Toffa delle Iene favorevole alla maternità surrogata. Si potrebbe chiamarla controinformazione, usando una parola di moda a sinistra. Ma se Le Iene stesse si presentano come un programma di controinformazione, allora il corto circuito c’è tutto. Perché, in realtà, oggi sono mainstream l’utero in affitto a pagamento e il «genitore 1» e «genitore 2». Mentre è considerato retrogrado chi sostiene che il padre è un uomo e la madre una donna. Con qualche eccesso complottista, bisogna riconoscere che nei video, nel blog e nel cd Povia ha il coraggio di mettere a nudo questo meccanismo. Il problema è che, di Povia, ce n’è un altro ancora. Forse già prigioniero del personaggio o del ruolo di piccolo guru, conclude i suoi interventi con l’invito a ordinare il disco o ad allestire concerti e raduni in cui farlo esibire. Per farsi intervistare di persona pone una serie di condizioni, è reticente di fronte alle domande sul suo passato e la sua formazione personale. E, infine, non disdegna d’insegnare come si fanno le interviste.

Peccato.

Francesco Totti all'ultimo Festival di Sanremo

Francesco Totti all’ultimo Festival di Sanremo

Ripartiamo dall’ultimo Festival di Sanremo. Perché Totti che pronuncia il suo nome all’Ariston dà la sensazione di violare un tabù?

«Ci sono due tipi di pubblico: quello della tv e quello del web. Il primo prende quello che gli dai, ma si accorge se c’è un fuori copione. Il gelo che hanno mostrato Karl e Mary per sempre quando Totti ha fatto il mio nome indica come io sia un cantautore al momento non con…forme. Nel web il pubblico è più attento e selettivo perché si può esprimere, fino a quando sarà permesso. Infatti ho centinaia di migliaia e a volte milioni di visualizzazioni per la musica e per i temi che tratto».

Ha un rapporto travagliato con il Festival, nel 2006 l’ha vinto con Vorrei avere il becco, l’anno prima la sua I bambini fanno ooh era stata esclusa perché l’aveva cantata a una manifestazione.

«Vorrei avere il becco è dedicata a tutti i nonnini che come i piccioncini si sono accontentati delle briciole e hanno ricostruito l’Italia distrutta dalla guerra, poi costituita nel ’48. I bambini fanno oh è stata una vittoria comunque».

Nel 2007 ha partecipato al primo Family Day: molto controcorrente nel mondo della musica e dello spettacolo in genere…

«Già lì avevo capito che l’ovvietà sarebbe stata controcorrente. Infatti oggi se dici che un bambino deve crescere con una figura maschile e una femminile sei un rivoluzionario».

Come nasce Giuseppe Povia, cantante? Com’è stata la sua formazione?

«Sono sempre stato un autodidatta che adatta le canzoni in base al tema che tratta».

Torniamo a Sanremo. Nel 2009 presentò il brano Luca era gay: polverone prevedibile?

«Se canti temi sociali si accende un dibattito. Ma la cosa imprevedibile è stato il coraggio di un grande conduttore: Paolo Bonolis».

Possiamo chiarire otto anni dopo chi era il Luca della canzone? Lei ha più volte detto che non era Luca Di Tolve, ex ballerino e organizzatore di crociere per omosessuali poi convertitosi all’eterosessualità e organizzatore di corsi per la presunta guarigione.

«Luca nella vita reale si chiama Massimiliano. Conosciuto nel 2004, ateo convinto».

In quella canzone cantava «nessuna malattia, nessuna guarigione». Come va considerata l’omosessualità?

«Noi siamo quello che pensiamo e conduciamo uno stile di vita, gay o etero, in base alla relazione sociale che abbiamo avuto nella vita stessa. È un punto di vista personale, ma anche la scienza è divisa su questo argomento e quando è così tutti hanno torto e tutti hanno ragione.

Le malattie sono il cancro, la leucemia…».

Quali sono le cause dell’espansione delle teorie gender?

«In breve, molto in breve, le cause sono il business e soprattutto Usa e Gb che ci inondano di tendenze. Per approfondire venite a vedere un mio concerto o, meglio ancora, un concerto/convegno con l’avvocato Gianfranco Amato. Le date sono sulla mia pagina Facebook».

La nuova frontiera sono le cosiddette nuove genitorialità attraverso la gestazione per altri… L’utero è di chi lo affitta?

«Sì, ma come dico nel brano Dobbiamo salvare l’innocenza “la vita non si vende e non inganna” e a rimetterci sono sempre i bambini».

Perché le minoranze sessuali sono sempre più potenti? Adesso c’è anche l’oscar della comunicazione per chi si mostra più bravo a comunicare lo stato delle persone Lgbt…

«Le minoranze hanno sempre comandato il mondo in ogni campo».

Che cos’è l’omofobia?

«Omofobia è un termine inventato nel 1971 da George Weinberg, psicologo magari bravo ma ideologizzato. Non vuol dire niente se non paura dell’identico, che vuol dire ancora meno. Non c’entra niente con l’omosessualità. Ma con la scusa dell’odio e dell’ignoranza si vuole creare una nuova legge. Se dovesse passare, dire che un bambino deve crescere con una mamma e un papà potrebbe mandarti in prigione. Dipenderà dal giudice. Ricorda il nazismo o i regimi totalitari sovietici, come sostiene Gianfranco Amato».

Che margini ci sono per difendere la famiglia tradizionale senza esserne accusati?

«Per ora tutti, la si può difendere a spada tratta. Ma se siamo arrivati al punto di domandarcelo, c’è da preoccuparsi. Negli anni 50/60, se non sbaglio, il partito comunista fece un manifesto con raffigurati donna, uomo e figli in difesa della famiglia. Oggi l’evoluzione di quel partito la sta distruggendo con la scusa del progresso».

L’ultimo suo cd, il decimo, s’intitola il Nuovo Contrordine Mondiale. C’è relazione tra gli argomenti e il fatto che sia un album autoprodotto?

«Sostanzialmente mi sono sempre autoprodotto, ma sbagliavo a regalare i diritti e le edizioni in cambio di una promozione adeguata che poi non avveniva».

Ora lei tiene concerti/convegni e ha un blog piuttosto militante. Sta diventando il Beppe Grillo di centrodestra? Ha mai pensato di fondare un movimento o ne supporta qualcuno già esistente?

«Sono un artista libero e canto ovunque mi facciano esprimere. Non ho lo la tessera di nessun partito, dico ciò che penso e di conseguenza mi danno una collocazione. Io mi metto a ridere perché nessuno sa mai cosa potrei dire di lui, da sinistra a destra».

Parla meno di famiglia e bambini e più di potere e pensiero unico…

«Ho fatto un disco a 360° che parla di finanza, economia, diritti e sociale. Non si trova nei negozi e si  può ordinare solo a ufficiostampa@povia.net».

In Chi comanda il mondo parla di «una dittatura di illusionisti finti economisti equilibristi terroristi padroni del mondo peggio dei nazisti» e nel video lei ha il simbolo dell’euro dipinto sulla faccia: un po’ forte no?

«E non si è accorto che nel video ci sono anche Mario Draghi, Angela Merkel, la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e il panfilo Britannia dove nel ’92 si è decisa la svendita dell’Italia? Questi sono quelli che ci comandano, bene o male decidetelo voi. L’euro non è una moneta, è una dittatura. Ormai l’hanno percepito tutti».

Mi sono accorto, sì. Il suo è complottismo un po’ inquietante.

«Il complottismo è quando non ci sono documentazioni. Io documento tutto ciò che dico e per questo ringrazio anche Paolo Barnard, l’unico giornalista di inchiesta serio in Italia».

Un po’ se le va a cercare… non le va bene nemmeno Garibaldi.

«Pensi che c’è gente che crede ancora che uno con mille soldatelli abbia conquistato un regno di 9 milioni di persone. Povero Sud: aveva tre volte la ricchezza di tutti gli Stati del nord messi insieme. E non lo dico io, ma importanti storici revisionisti. Prima dell’unità di Italia al sud non esisteva emigrazione né disoccupazione».

C’è qualcuno o qualcosa in giro che le suscita un sorriso se proprio non vogliamo azzardare un moto di speranza?

«L’innocenza dei bambini».

La Verità, 2 aprile 2017

 

 

 

 

«Nemo» ondeggia tra «Vice» e papa Bergoglio

D’accordo, c’è qualche caduta, qualche proposta poco credibile (Francesco Facchinetti che preconizza l’Italia del 2050). E c’è qualche lungaggine, qualcosa che rende il copione eccessivo e ridondante (l’astrofisica e scrittrice Licia Troisi che catechizza il ragazzino). Ma è, in sostanza, una questione di tempi e di coraggio di tagliare. Per il resto, evviva: malgrado gli ascolti bassi, appena il 3,79 per cento, per l’esordio di questo Nemo – Nessuno escluso (Rai 2, mercoledì, ore 21.15), penalizzato da una comunicazione timida e dalla difficoltà di accendere una rete piuttosto spenta in generale e, come tutta la tv, lontana dai giovani ai quali si rivolge il programma ideato da Alessandro Sortino e condotto in modo atipico da Enrico Lucci e Valentina Petrini, ex inviata di Piazza pulita (produzione FremantleMedia). Soprattutto la presenza di Sortino e Lucci, iene storiche, fa pensare a una sorta di spin off del programma di Italia 1, di cui ha qualcosa di meno e qualcosa di meglio. Anzi, forse proprio nel suo essere meno, nel suo togliere, c’è proprio il meglio del programma perché in quello spazio si apre la possibilità di qualcosa di più, quel «nessuno escluso» dal vago sapore bergogliano. Sortino, Lucci e la Petrini sfrondano lo ienismo, quel mix di moralismo allo stato brado, di sberleffo, di giustizialismo da messa all’indice laico, di foia d’incastrare il malvagio e il trafficone, dando via libera ad un’altra predisposizione culturale e anche sentimentale: la voglia di conoscere e di capire, esemplificata dalle domande poste in coro dal pubblico all’ospite che fa il suo ingresso sul palco. Chi sei? Da dove vieni? Che fai?

Nella prima puntata c’erano quattro o cinque servizi che valevano la serata. Lucci e le bambine da concorso spronate dalle madri arriviste e vanesie. I due filmaker Davide e Matteo che, grazie al crowdfunding, s’imbarcano su una nave che pattuglia il Mediterraneo per salvare i migranti. Il reportage senza pregiudizi di Selenia Orsella tra i cattolici che sui litorali salentini abbracciano i giovani turisti tentando di aprire un dialogo su Gesù. Il servizio di Valentina Petrini che racconta gli italiani che si arruolano nell’esercito russo e il successivo dialogo con Domenico Quirico, inviato di guerra della Stampa. L’inchiesta su Tor Bella Monaca di Daniele Piervincenzi e la confessione di un ragazzo che si definisce «una cicatrice che cammina». Queste e altre cose, tutte inedite, proposte con uno stile da documentario-testimonianza che avvicina Nemo più al giornalismo di Vice che a quello delle Iene.

La Verità, 14 ottobre 2016

Parenti: “Le Iene si possono fare solo a Mediaset. Ora giro un doc per Vice”

Convinzione numero uno: “Io credo che Le Iene siano possibili solo a Mediaset”. Convinzione numero due: “Credo di poter fare, e desidero provarci, qualcosa di apprezzabile anche a livello internazionale”. Continua a leggere

Altro che Bonolis, alla Rai servirebbe Davide Parenti

Più che a Paolo Bonolis, se davvero volesse dare un segnale di cambiamento della nuova Rai, Campo Dall’Orto potrebbe pensare a Davide Parenti, il padre delle Iene. 58 anni, muscoli e capelli che destano l’invidia di molti suoi coetanei, con Antonio Ricci, Parenti è l’autore di tutta la linea spregiudicata trasgressiva satireggiante, ovvero del giornalismo anti-giornalismo delle reti Mediaset. Qualche giorno fa ha dato le dimissioni (il contratto scade tra un anno). Motivo presunto: la mancata messa in onda di un servizio in cui si documentava che Fabrizio Corona, già prenotato da Costanzo per il suo Uno contro tutti, aveva percepito denaro in nero. Mediaset ha risposto con il parere di un legale: quel servizio avrebbe danneggiato le “nostre reti televisive per via della posizione legale del soggetto”.

Il quintetto di conduttori che si divide nelle due serate di messa in onda: Fabio Volo, Miriam Leone, Nadia Toffa, Pif e Geppi Cucciari

Il quintetto di conduttori delle Iene: Fabio Volo, Miriam Leone, Nadia Toffa, Pif e Geppi Cucciari

Il caso Corona è solo l’ultima incazzatura che ha fatto traboccare il vaso, ma il problema viene da lontano. È una certa stanchezza, la voglia di fare cose diverse e di sperimentare di Parenti. Non che gli ultimi tentativi, Open Space con Nadia Toffa e X Love con Nina Palmieri, siano stati un successone. Anzi. Anche la scelta della conduzione collegiale delle Iene non ha dato le soddisfazioni sperate. Parenti lo sa, troppo lunga è la navigazione nella tv borderline del Biscione. Dalla sua ha l’attenuante che in un paio d’anni prima se n’è andato il Trio Medusa e poi ha salutato la Gialappa’s. Personaggi non facili da sostituire. Qualche malumore filtra anche da dentro la squadra. All’inizio Le Iene erano un laboratorio artigianale, adesso sono diventate una corazzata con 70/80 persone che ci lavorano. Sarà, però, mentre il format argentino cui è ispirato, Caiga quein caiga, ha chiuso nel 2010, Le Iene sono ancora lì con i loro abiti e occhiali neri su camicia bianca (divisa mutuata dal film tarantiniano). Fate un nome di conduttore di tendenza della tv attuale e troverete un passato da Iene. Da Victoria Cabello a Claudio Bisio, da Alessandro Cattelan a Marco Berry, da Frank Matano a Alessandro Sortino fino a Luca e Paolo, solo per parlare delle partecipazioni durature ora archiviate, son tutti cresciuti lì. Non che sia solo merito di Parenti. Uno come Enrico Lucci, per dire, ha fatto la gavetta prima di diventare “il nostro Maradona”. E non che lui, Parenti, abbia fatto solo questo. Anche Lupo solitario, Matrioska, Araba fenice e Barracuda con Daniele Luttazzi, per esempio: tutta roba molto borderline… Però se gli chiedi quali sono i programmi di cui va più fiero, oltre alle Iene cita Milano-Roma – ve lo ricordate? – e Scherzi a parte. Una iena ragionevole?

Tipo schivo, che non frequenta, mai visto nei locali notturni e nelle gallery fotografiche di gossip, Parenti è un lombardo tutto lavoro e lavoro. Tempo libero non è sicuro ne abbia. Va molto a zonzo d’estate, ma anche in viaggio è riuscito a inventarsi Turisti per caso con Siusy Blady e Patrizio Roversi. “Con un lavoro così è difficile staccare con la testa. Solo da poco ho imparato a far vacanza… Nuoto, faccio windsurf…”. Poi si dedica ai figli. Per il resto: lavoro, idee, vita di squadra, laggiù, nel terzo palazzo in fondo, quello più nascosto del quartier generale di Cologno Monzese. Possono passare settimane o mesi senza che i capi di Mediaset lo vedano. Qualcuno ha detto che ha una bellezza da bagnino alfabetizzato. “In quella definizione mi ci ritrovo”, ammise lui, un passato da insegnante di ginnastica e poi da corrispondente dell’Unità a due lire a pezzo. Dai compensi da fame dell’Unità agli spettacoli per le feste dell’Unità il passo fu breve. S’inventò Gran Pavese, con Roversi e Blady, e Minoli che lo vide ne trasse delle pillole per Mixer. Con quella carta il terzetto si presentò da Ricci e Lupo solitario andò in onda.

Il cast del film tarantiniano, tra i quali Michael Madsen, Quentin Tarantino e Harvey Keytel

Il cast del film tarantiniano. Si riconoscono Michael Madsen, lo stesso tarantino e Harvey Keytel

Quasi trent’anni dopo eccolo con una lettera di dimissioni in mano. Strategia d’uscita vera o solo tattica? Le Iene sono riproponibili fuori da Mediaset, in un’altra cornice, con una squadra diversa, magari senza Lucci? La prossima settimana Parenti incontrerà i dirigenti Mediaset per trovare un’intesa. Per la nuova stagione è già previsto il ritorno al comando del programma di Ilary Blasi e Teo Mammucari, entrambi sotto contratto. Facile che il caso rientri. Però…

Freccero: sottoscrivo il “piano” di Verdelli. E su Crozza…

Carlo Freccero di qua, Carlo Freccero di là. Consigliere Rai di sopra, guru della tv di sotto. Illuminato, massone, senza testa, estremista… Ecchessarammai! Fuoco di fila di siti e giornali centrodestri. Prediche, reprimende. Mah… Davvero non si capisce il perché di questi attacchi. Ok, lui è andato a sproloquiare a Radio Ondarossa, apriti cielo. Ma colori e reperti archeo-mediatici a parte, con questa nuova dirigenza Rai che allinea tutte le reti al “pensiero unico renziano” è ovvio che Freccero faccia il Giamburrasca della situazione. Anzi, è l’unica voce dissonante, se permettete in modo un filo più incisivo dei consiglieri ufficialmente d’opposizione come Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzucca. Diciamola tutta, anche in virtù di una diversa conoscenza della materia di cui parla. Eppure: basta, si metta a lavorare eccetera. Come se, con questa nuova legge e i famosi superpoteri del Superdg, i consiglieri d’amministrazione non avessero un peso prossimo allo zero…

Comunque. Freccero fa questa intervista a Ondarossa, trentasette minuti in cui spazia da Obama a Il Segreto di Canale 5. Dove sbava è su Carlo Verdelli presentato come “giornalista dell’infotainment”. “Ma no, puoi capire…”, tampona Freccero al telefono. “Campo Dall’Orto lo difendo sempre. E per Verdelli ho votato a favore…”.

Non sembrava. Comunque capisco che c’è questa pietra d’inciampo della nomina della Bignardi arrivata dopo le invettive di Anzaldi a Raitre…

“Esattamente… Ma Campo Dall’Orto è un professionista. Parlavo a Ondarossa, un’emittente clandestina. Mi chiedevano dell’informazione, ma le nomine non ci sono ancora state, salvo quella di Antonio Di Bella a Rainews 24“.

Che oggi è al centro delle polemiche. Verdelli ha detto in Vigilanza che fa uno share troppo basso per il numero di giornalisti che ci lavorano e la Maggioni, ex direttora, se l’è presa.

“Ma Verdelli ha detto soprattutto che il compito della Rai è informare, non tranquillizzare. Un piano editoriale che sottoscrivo in pieno. Sono contento di aver votato a favore della sua nomina”.

Però in quella intervista hai detto che è un campione dell’infotainment perché viene da Condé Nast. Riduttivo.

“Mi rendo conto. Verdelli ha diretto anche Sette del Corriere della Sera, la Gazzetta dello Sport e si vedono già delle novità. L’intervista al Tg1 di Totti è stato un colpo assoluto. Uno smacco che Sky, con tutti i soldi che dà alla Roma, non ha ancora assorbito. Qualche tempo fa non sarebbe successo. Con quell’intervista lo sport è tornato dentro il telegiornale…”.

Sì, ma l’infotainment?

“L’infotainment. Esistono due tipi di infotainment. Quello migliore, alla maniera delle Iene e di Ricci, graffiante e di contenuto. E quello basso e gossipparo, che riempie i nostri pomeriggi. Auspico che i nostri contenitori rientrino nelle competenze dell’informazione a pieno titolo e si scelga la formula migliore”.

Comunque, con tutto questo casino chissà come si diverte Crozza. Aspettiamo di vedere la sua parodia domani sera su La7.

“Ma no. Mi ha assicurato che non la fa”.

Vabbè, per tenerti buono…

“No, lo giuro. Dopo tutto quello che ho fatto per lui, mi dileggia?”.

Voglio riportare Gino Bramieri in Rai è un capolavoro.

“Ha confuso Luttazzi con Bramieri”.

Macché confuso…

“Ma dài… Bramieri è un colpo di genio. Il rimosso assoluto, più di Luttazzi. Crozza mi ha battuto, sono invidioso… Però mi ha assicurato che non lo fa… Basta”.

Ancora due o tre cose sulle Iene

Le Iene sono andate in letargo. Qualche settimana, non di più, e a gennaio torneranno a ridere e graffiare su Italia Uno. Pochi giorni per rivisitare la squadra, dopo l’addio con look discutibile, di Ilary Blasi. Nel pensatoio di Davide Parenti si sta lavorando per rifinire la formula e scegliere i nuovi protagonisti. Cambierà solo la showgirl o verrà avvicendato anche Teo Mammucari? E il Trio Medusa rimarrà al suo posto a sbertucciare in voce i due frontman o lasceranno anche loro (la perdita della Gialappa’s non è facilmente colmabile)? Tutto è possibile. Al posto di Ilary circola il nome di Belén Rodriguez e potrebbe pure essere la nomination giusta se la modella argentina conquistasse la disinvoltura linguistica necessaria per reggere le provocazioni dei partner. Prima di battezzare qualcuno, però, conviene riflettere, Parenti e soci sono inclini ai colpi di scena. Per esempio, tanto per fare qualche nome a caso: Geppi Cucciari, Selvaggia Lucarelli, Melissa Satta non potrebbero funzionare? Di ipotesi se ne possono fare tante… Bisogna trovare il mix giusto tra giornalismo, inchieste, cazzeggio in studio e moralismo dilagante (come antivirus non basta Filippo Roma travestito da Moralizzatore col ditino alzato all’inseguimento di qualche vittima consenziente).

Intanto, ciò che più conta, è che, aldilà di complessi tentativi di contaminazione con altri format, Le Iene continuino a produrre servizi, inchieste e reportage di qualità. Nell’ultima puntata, per dire, quello di Matteo Viviani sulla donna analfabeta che vive a Mondragone nella miseria più nera, in condizioni igieniche repellenti, ignora la sua stessa età ed è dimenticata dai servizi sociali, valeva l’intera serata e compensava anche un’intervista a Luciano Moggi di cui non si avvertiva il bisogno. Oppure,  un paio di settimane fa, il viaggio di Nina in treno con una famiglia di Aleppo, madre e due ragazzi, in fuga dall’Isis, e il reportage di Pelazza da Kacanik, paesino di 30mila abitanti del Kosovo, dove vengono reclutati i foreign fighters che partono per la Siria, spiegavano il dramma dei profughi e il sistema di arruolamento dei jihadisti più di decine di talk show infarciti di politici ed esperti.

Lunga vita al giornalismo delle Iene, almeno quando non è schierato come avviene sui temi che toccano Chiesa e Vaticano. Il buon giornalismo è proteine per la tv di qualità. Per il contorno, i balletti e le gag in studio, qualche soluzione si troverà.