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«Oggi pregare è diventato un gesto eversivo»

Una doppia provocazione. Una provocazione al quadrato. La prima è la trama del romanzo. Una storia quasi eversiva. Che cosa c’è di più scorretto, di più alieno, di un bambino che prega? Oggi, nell’era digitale. Oggi, ai tempi di Instagram. Leone di Paola Mastrocola, appena uscito da Einaudi, è la storia di un bambino di sei anni che di punto in bianco inizia a recitare Padre nostro, Ave Maria, Angelo di Dio per strada, a scuola, in salotto. Pregando, turba. La madre soprattutto, che non si capacita. E l’ambiente, la maestra, i compagni di classe, i vicini di casa. La seconda provocazione è la pubblicazione stessa del romanzo. Come sarà accolta una storia così dai lettori, dai media, dai circoli letterari? A me ha richiamato alla mente La strada di Cormac McCarthy, protagonisti un padre e un figlio in cerca di futuro dopo una catastrofe nucleare. Qui ci sono un figlio e una madre divisi da quella preghiera, prima di un evento meteorologico che cambierà la vita di tutti. Poi mi ha fatto ricordare L’ultima luna di Lucio Dalla.

Con Paola Mastrocola, torinese, autrice di fortunati romanzi e saggi sulla scuola, firma del Sole 24 ore, ci incontriamo negli uffici della Fondazione Hume diretta da Luca Ricolfi, suo marito. Alle pareti disegni, schizzi, studi a carboncino.

Di chi sono?

«Miei. Risalgono a quando avevo vent’anni e volevo fare la pittrice».

La pittrice?

«Certo, è tutto un fallimento la mia vita. Mai avrei pensato di scrivere romanzi».

Altri fallimenti?

«La poesia, il teatro, la critica letteraria, l’università. Strade bloccate e porte chiuse fino a 44 anni».

Le è andata meglio…

«Sì, adesso posso fare quel che mi piace davvero: scrivere. Ma fino a 44 anni è stata dura».

Il fallimento più doloroso?

«Forse, la carriera universitaria. Ho fatto un concorso a 42 anni e non l’ho superato. C’erano i baroni».

Ci sono ancora. E la poesia?

«Fino all’esordio come romanziera non ho mai trovato un editore se non a pagamento. Un libro pubblicato a pagamento nasce morto».

L’editore lo trovò per La gallina volante.

«E cambiò tutto. Le porte si aprirono. Avevo vinto il Premio Calvino per opere prime con lo pseudonimo Enrica Tolmer».

Con lo pseudonimo?

«Gliel’ho detto, il mio nome era segnato dai fallimenti. Volevo cambiare identità e vita. Mandai il manoscritto così, non pensavo di vincere. Quando Luigi Brioschi di Guanda mi chiese se volevo mantenerlo dissi di no. Sbagliando».

Perché?

«Perché mi avrebbe reso invisibile, una cosa che mi piace da pazzi. Oggi gli scrittori peccano di divismo. Pontificano in tv, alle presentazioni, nei salotti, mentre dovrebbero essere invisibili. Solo i libri devono esistere. La scrittura è segreta, riservata».

Invidia Elena Ferrante?

«Molto. Ha avuto il coraggio di fare quello che a me non è riuscito. E poi è bravissima, una tra le migliori».

Perciò, se Fabio Fazio la invitasse su Rai 1 lei non ci andrebbe?

«Ci sono andata, per altri libri, con gioia. Come vede, sono una peccatrice anch’io. Però mi piacerebbe lo stesso far sparire Paola Mastrocola e trovarmi un’altra identità per togliermi di dosso un bel po’ d’incrostazioni che mi hanno appiccicato».

Per esempio?

«Sono la vecchia nostalgica e reazionaria perché ho osato dire che mi piacciono lo studio, la serietà, il latino e il greco, la grammatica e la letteratura. In più ho qualche perplessità sul mondo digitale. Infine, ho combattuto la scuola voluta da Luigi Berlinguer che è stata ed è un disastro».

Altre etichette da cui fuggire?

«Quella dello scrittore-insegnante. Che abbia insegnato cosa significa? Esiste lo scrittore che fa il tranviere, il cacciatore di balene, l’impiegato di banca? No, esiste solo lo scrittore. Invece, appena esce un mio libro si crede già di sapere com’è. Ma se non lo so nemmeno io… C’è una certa inerzia mediatica… Siccome nel 2004 ho scritto dei libri sulla scuola sono sempre quella lì. Invece, vorrei potermi ancora stupire di me. Questo romanzo, per esempio, mi ha stupito moltissimo».

Spieghi.

«Ho voluto fare un esperimento scientifico, inventando un bambino che prega quando gli viene. Ovunque, in bagno, a scuola, fuori dal cinema. Mi sono detta: proviamo a metterlo nel nostro mondo di oggi e vediamo cosa succede».

È una favola, una parabola, una storia di fantascienza?

«Nei miei libri non descrivo la realtà, ma la esaspero senza però cadere nell’irrealistico. Negli ultimi capitoli piove a lungo, ma non è una situazione impossibile. In Non so niente di te un gregge di pecore irrompeva in una conferenza di economia a Oxford. Improbabile. Ma lì, poco distante, ci sono prati e pascoli e non si sa mai».

Come le è venuto questo bambino che manda tutti nel panico?

«Lo spunto me l’ha dato un’amica libraia. L’ho raccolto dopo aver maturato pensieri, sentimenti e la voglia di raccontare la bambina che sono stata. Quando i bambini normalmente pregavano, normalmente credevano in Gesù Bambino e non in Babbo Natale. La mia famiglia non era assiduamente praticante. Eravamo cattolici in quanto italiani, come tanti. Poco alla volta ho abbandonato tutto. Ma mi è rimasta una visione religiosa della vita».

Se oggi un figlio si mettesse a pregare cosa accadrebbe?

«Credo ciò che accade nel libro. Tutti sono imbarazzati, molti lo escludono, altri gli chiedono di pregare per loro. Questo bambino sconvolge. Noi non siamo pronti, prega chi va in chiesa. Chi non è cattolico o non appartiene a una religione specifica cosa se ne fa di quel sentimento naturale che è pregare? Per Leone è un gesto ingenuo. Si rivolge a qualcuno che è suo amico e che si chiama Gesù. Crede che lo possa aiutare. Tanto per cominciare lo ascolta, mentre i genitori hanno sempre da fare…».

Pregare è un atto eversivo?

«Oggi sì. Abbiamo abbracciato la scienza e la tecnologia come nume tutelare. Preferiamo essere positivisti e materialisti. Trionfano parole come utilità, tecnologia, carriera. Sono sparite le parole dell’interiorità: credere, dubitare, riflettere, coscienza».

Leone resuscita anche l’esame di coscienza.

«Quand’ero bambina lo facevamo. Niente di che, a fine giornata ognuno si prendeva un piccolo tempo per riflettere su ciò che aveva fatto o non fatto. Oggi ci corichiamo con il tablet. Non voglio dire che bisogna snocciolare il rosario, non siamo beghine. Ma stare un momento con sé stessi e pensare che non finisce tutto con noi può aiutare».

La madre turbata rappresenta il politicamente corretto? Uno che prega è «come un’auto che esce dalla coda e ti verrebbe da rimetterla in fila con le altre».

«Una madre è turbata dalla diversità di un figlio. Vorrebbe che fosse uguale agli altri, conforme. È tendenzialmente conformista. Perché la differenza la mette in crisi. Anche se quella di Leone è una diversità minima, non fa niente di male».

Illuminante l’ammonimento della maestra e della preside: «Suo figlio che prega esula».

«Esula deriva da esilio, essere fuori. A noi che piacciono tanto gli esuli, uno che prega non ci piace. Ci piacciono gli esuli esotici, non quelli nostrani».

Comunque, Leone un po’ strano lo è: mai una partita a pallone, un litigio…

«Gioca a minibasket. È un bambino timido, con un suo mondo immaginario in cui Gesù lo aspetta su una panchina invisibile. Non è un bambino di moda, estroverso e vincente».

È un libro di donne sole, la mamma, la nonna…

«Non ci avevo pensato».

Libro cripto femminista?

«Non pronuncerei quella parola».

In tutto ci sono due uomini.

«Avevo bisogno che la madre fosse da sola con suo figlio, altrimenti le dinamiche familiari mi avrebbero deviato dal cuore della storia. La nonna è sola perché il rapporto tra lei e Leone è il vero centro di tutto».

Un rapporto molto vissuto.

«Perché qui si è intrufolata la mia vita. Ho perso mia madre quando mio figlio aveva tre anni e non può ricordarsela. Io invece ricordo il rapporto d’amore tra loro: mai visto un amore così. Il motore affettivo del libro è il dolore di mio figlio che non ha potuto davvero conoscerlo, quell’amore. Tutto il resto è inventato, compresa la preghiera».

Che non è poco.

«Mi sono chiesta: c’è la preghiera nel nostro mondo? Ci rivolgiamo al cielo soprattutto nelle situazioni di pericolo, di precarietà. Ma a me quando c’è una bella giornata, come oggi, viene da dire: “Grazie Gesù”. Oppure, sotto le stelle… Altre volte mi vien da dire: “Gesù, fa che…”. Sono stupita: da dove mi arriva questa cosa? Ma se mi chiede se credo in Cristo rispondo di no».

Un libro così, calato nell’oggi, è un esperimento?

«Sono curiosa di vedere come verrà accolto. Piacerà al mondo cattolico, al mondo laico, a nessuno? Facendo due presentazioni ho avvertito un certo disagio quando pronuncio la parola Gesù, una perplessità strisciante. Ho voluto chiedere a me stessa e alla mia generazione cosa ne abbiamo fatto del cristianesimo. È una domanda che rivolgo ai miei contemporanei perché la risposta io non ce l’ho».

Nell’emergenza, quando salta l’elettricità e si spengono i cellulari, la comunità si ritrova attorno a quel bambino: dobbiamo tornare al poco ma fondamentale?

«È una forzatura narrativa. Ma penso che per andare al fondo dobbiamo sfrondare, tornare all’essenziale. È la spoliazione di San Francesco. Accantonato il superfluo emergono i rapporti e nasce la comunità».

Perché ha scelto come epigrafe una frase di Louis Aragon che parla di qualcuno che ha sollevato una tenda, rendendo nuovamente possibile ciò che fu?

«Leone pensa di vedere Gesù la notte di Natale dietro una tenda che si scosta. È un episodio della mia infanzia. Spesso nella nostra vita il miracolo ci passa accanto, si scorge qualcosa, s’intravede la divinità. Come dice Eugenio Montale nella poesia I limoni, intravisti nel loro giallo solare da “un malchiuso portone”».

La Verità, 28 ottobre 2018

La partita nel retropalco dell’Ariston

E se il  Festivalone di Conti finisse per salvare la poltrona di Giancarlo Leone? Difficile, difficilissimo: certo. Ma mica male come effetto collaterale. Dopo il successo dell’edizione dell’anno scorso, il direttore di Raiuno  ha fatto una corte spietata al presentatore fiorentino amico  di Renzi (senza certi impegni istituzionali il premier sarebbe stato padrino al battesimo del primogenito di nome Matteo) perché bissasse conduzione e direzione artistica della kermesse. Da quel che si è visto dopo le prime serate, bisogna riconoscere che ha avuto ragione lui. Sanremo funziona, si fa seguire, sta nei limiti. Magari non eccellerà in innovazione. Però è godibile.

Da settimane sui giornali è in corso il totonomine per la direzione di Raiuno (e non solo). Prima di sbarcare a Sanremo, l’unica certezza conclamata era che sarebbe stato l’ultimo Festival targato Leone. Difficilissimo se non impossibile metterla in discussione. Però il quasi cinquanta per cento della prima serata, persino incrementato nella seconda, è un risultato non facilmente ridimensionabile. Cambiare per fare peggio non è mai una bella idea. Hai visto mai che il concorso per la casella d Raiuno in atto in Viale Mazzini, retropalco dell’Ariston, si risolva in una conferma di @giankaleone? Missione pressoché impossibile. I nomi dei candidati girano vorticosamente, dopo il diniego di Paolo Ruffini, contattato già in dicembre da Campo Dall’Orto ma, come ha precisato al Corriere della Sera, dichiaratosi non disponibile perché non vuole “lasciare a metà” l’esperienza di Tv2000 da poco iniziata (figuratevi gli strepiti in caso contrario: la Cei si prende Raiuno…). Altri nomi: Ilaria Dallatana, già fondatrice e amministratore delegato di Magnolia, incarico da cui si è recentemente dimessa. Angelo Teodoli, promosso da Raidue, dove ha ottenuto buoni risultati. Eleonora Andreatta, spostata dalla direzione della Fiction. E poi, a prescindere di chi toccherà, Leone appare già destinato al coordinamento dei palinsesti al posto di Antonio Marano che ha chiesto di tornare a Milano.

In questa situazione e con tante pressioni, portare a casa un buon Festival è tutt’altro che scontato. Conti non ha certo la carica da showman di Fiorello, né l’ambizione chic di Fabio Fazio, doti che all’Ariston possono rivelarsi limiti (cfr. l’enfasi sulla bellezza che infiacchì l’ultima prova di FF, oppure il ripetuto diniego di Fiorello con la motivazione che presentare una gara canora è diverso dal fare un varietà). Conti è invece un professionista che, al timone dell’evento esibisce qualcosa di meglio e di più del suo standard abituale. Per esempio, un grado di scrittura e una “narrazione” apprezzabile, come dimostrano le storie italiane che contrappuntano lo show (lo sprinter centenario, la classe di due alunni, il commovente pianista Ezio Bosso). È un professionista che sa mettere a frutto la conoscenza della macchina Rai, senza la quale non si convocano e si gestiscono senza polemiche star come Elton John e Nicole Kidman. È uno che sa dirigere il copione: Virginia Raffaele promossa co-conduttrice pur in veste di spalla comica (strepitosa Carla Fracci più della Ferilli; farà o no la Boschi?), l’assegnazione dei ruoli di valletti agli ornamentali Gabriel Garko (occhio alla grammatica) e Madalina Ghenea. Certo, niente voli sperimentali. E una gara che, con i soliti habitué (Dolcenera, Neffa, Ruggeri) sembra il torneo finale di tutti i talent, con l’unica assenza di The Voice (copyright Carlo Freccero per davidemaggio.it). Infine, una quantità modica di contemporaneità. Ma comunque un buon Festival, ben confezionato e con tutto quello che ci si aspetta.

Praticamente impossibile che possa salvare Leone. Anche perché spuntano altri nomi, che rispettano i criteri adottati da Dall’Orto e Maggioni nella scelta dei nuovi dirigenti. Primo, pescare all’esterno per rompere consorterie e vincoli dettati dalla lunga militanza aziendale: in calo le quotazioni di Andreatta e Teodoli. Secondo, non pescare professionisti di area renziana, per evitare le accuse di lottizzazione governativa che già imperversano: improbabile la scelta di Simona Ercolani, deus ex machina della Stand by me ma anche regista via whatsapp dell’ultima Leopolda. E allora? Allora potrebbe essere il momento di Dallatana. Oppure di Francesca Canetta, che prima di passare a Discovery, ha lavorato a lungo al suo fianco in Mediaset e in Magnolia di cui, con Giorgio Gori, fu tra i fondatori.