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«Non ha spazio il cinema che racconta il sacro»

Un fraticello balbuziente. ¡Un monaco cappuccino che ascoltava. Un pastore che prendeva l’odore delle pecore, alle quali diceva: «Butta tutto sulle mie spalle». Proprio da questa frase il regista padovano Antonello Belluco ha tratto On my shoulders – Sulle mie spalle, il film che da qualche giorno è nei cinema del Triveneto. Il protagonista di questa storia è padre Leopoldo Mandić, un frate di origine croata che ha vissuto gli anni tra la Prima e la Seconda guerra mondiale a Padova, e che Giovanni Paolo II ha proclamato santo nel 1983. Siccome balbettava, scelse di ascoltare, trascorrendo le sue giornate in confessionale. Francamente, niente di meno cinematografico. Ma Belluco, 64 anni, di formazione pubblicitaria, autore di Antonio, guerriero di Dio, sul santo cittadino più famoso, poi del Segreto di Italia, con Romina Power, sull’eccidio di Codevigo perpetrato dai partigiani nel 1945, è uomo di scommesse donchisciottesche. Al di là della scelta del soggetto, come definire diversamente di questi tempi l’idea di scrivere, produrre e dirigere un film in totale solitudine? E di farlo uscire adesso che i cinema sono appena socchiusi?

Belluco, lei è più incosciente o più testardo?

«Diciamo un misto delle due cose. Quando mi metto in testa una cosa è difficile che non la finisca. Se penso a quanto mi è costato questo film…».

Doveva tenerci parecchio. Perché?

«Per un fatto di famiglia. Abitavamo vicino al convento, già allora meta di pellegrinaggi. La nonna, che mi ha fatto da madre, si preoccupava che avessi sempre in tasca un santino di Padre Leopoldo».

È cresciuto all’ombra di questo frate?

«Da bambino mi divertivo a buttare un soldino nel pozzo del ’500 che, essendo illuminato, faceva scintillare le monetine. Era un gioco».

L’idea di farci un film come le è venuta?

«Nel 2013 il film su sant’Antonio aveva completato il suo ciclo: perché non farne uno anche su Leopoldo? Poteva essere la pensata di un momento, invece, il giorno dopo, un amico mi regalò la prima biografia sul frate scritta dopo la sua morte. Da quel momento l’idea si è piazzata in testa. Ma c’era un problema…».

Cioè?

«Antonio, arrivato a Padova dal Portogallo, era protagonista di una vita avventurosa, mentre Leopoldo stava in confessionale».

Non proprio una vita da film.

«Esatto. Ma in quel libro c’era la storia dell’imprenditore che stava per suicidarsi se lui, con l’aiuto di un altro sacerdote, non fosse intervenuto».

I finanziamenti come li ha trovati?

«Rapinando la Banca d’Italia… La Film commission del Veneto aveva deliberato 70.000 euro, come per altri registi. Solo che, mentre loro hanno avuto la somma decisa, a me ne sono arrivati 46».

Motivo?

«I soldi erano finiti. Quando è giunto il mio turno non ce n’erano più».

Un caso?

«Chissà… Constato che questi registi locali sono regolarmente invitati alla Mostra di Venezia».

A quel punto cos’ha fatto?

«Ho chiesto un fido in banca».

Altri aiuti?

«Sì, da imprenditori, da qualche fondazione, dalla legge sulla tax credit. Avessi potuto contare sulla somma promessa della Film commission mi sarei risparmiato i conti in rosso».

Morale?

«I criteri di assegnazione dei fondi mi sfuggono. Questo è un film girato tutto a Padova e sull’Altopiano di Asiago, in territorio veneto. A volte vedo finanziamenti a opere che si allargano in più regioni…».

È così difficile capire le regole della distribuzione dei fondi pubblici del cinema?

«Sia al Mibac che alla Film commission bisogna compilare una scheda tecnica che attribuisca un valore al regista, ai produttori, agli attori e alla sceneggiatura, che però conta poco. Queste schede formano dei punteggi che vengono presentati al ministero. Anche i premi come il David di Donatello comportano dei punti, mi pare trenta, mentre le nomination valgono dieci. I funzionari fanno la somma e il gioco è fatto».

Che gioco?

«Quello per cui la spuntano sempre le grosse produzioni, già affermate. Nei premi e nell’accesso ai fondi vincono sempre i soliti noti. Una compagnia di giro, a discapito dei giovani».

Che bilancio fa del rapporto con le istituzioni e l’industria cinematografica?

«Quando qualche tempo fa ebbi occasione di parlare con Nicola Borrelli, direttore generale per il cinema del Mibac, mi disse che in quel momento c’erano più di 180 opere in attesa della valutazione dei tre commissari incaricati. Gli chiesi, e tuttora mi chiedo, come avrebbero potuto analizzare adeguatamente tante sceneggiature in un così breve lasso di tempo».

Domanda senza risposta?

«Anche il professor Gian Piero Brunetta, che per tanti anni ha partecipato a quelle commissioni, una volta mi disse che era uno dei pochi a leggere davvero le sceneggiature».

C’è spazio oggi per un cinema di orientamento cristiano?

«Ora come ora no. Se proponi un film sull’immigrazione o sull’ideologia transgender le attenzioni sono massime. Se porti una storia che abbia a che fare con il cristianesimo ti guardano strano: è roba del passato. Se non avessi creato la mia casa di produzione (Eriadorfilm ndr), non avrei potuto girare il film su Sant’Antonio, poi Il segreto di Italia, scrivere la sceneggiatura di Rosso Istria e neanche realizzare quest’ultimo lavoro. Al massimo avrei potuto girare delle storie miracolistiche, sulle quali di sicuro la critica si sarebbe accanita. A parte che lo farà lo stesso…».

La critica è decisiva?

«Certo. Un cinema attento al sacro non gode di aperture di credito. Vince il cinema astuto, espressione del pensiero unico, che appaga i giovani che prediligono la cultura dell’edonismo e del nichilismo».

Perché una storia di un secolo fa dovrebbe dire qualcosa di significativo nel 2020?

«Come si vede, dopo la crisi del 1929 c’erano imprenditori che pensavano al suicidio. In anni recenti proprio nelle nostre città alcuni industriali si sono dati la morte nelle loro fabbriche. Ora stiamo vivendo una grave crisi sanitaria che ha già avuto e avrà conseguenze sui bilanci delle famiglie. Finiti i soldi dell’assistenzialismo, se non si troveranno forme di accettazione di questo stato sociale, rischiamo l’assalto ai forni di manzoniana memoria. Personalmente, vedo una possibilità di rinascita nel ritorno al sacro, nel recupero dei contenuti della fede che abbiamo perso per strada».

È ottimista?

«Insomma… Le famiglie di oggi ignorano il messaggio cristiano. Quando parlo con i giovani mi sento dire che non conoscono una preghiera, che non sanno chi sia Gesù».

Perché oggi un frate confessore dovrebbe essere una figura significativa?

«Perché manca totalmente il rapporto personale. Comanda la tribù, il gruppo di appartenenza che si crea attraverso la moda e le mode. Ma sono rapporti di superficie, basta vedere cosa passa nei social. Leopoldo trasmette un senso di casa, di ascolto, di comprensione, di appartenenza a qualcuno di vero che ci insegna cos’è la compassione, il patire con. Tra l’altro, proprio quest’anno è stato proclamato patrono dei malati di cancro».

Com’è stato dirigere in questo ruolo Paolo De Vita, un attore che si dice ateo?

«Gli attori sono professionisti, è il regista che plasma i personaggi e il modo di renderli. L’attore lo scegli per la gestualità e la capacità di interpretazione, se è un professionista si spoglia delle sue opinioni. De Vita ha mostrato grande disponibilità a far crescere questo Leopoldo con la sua carica umana».

In tempi di misericordia proclamata a parole un frate come Leopoldo meriterebbe maggiore visibilità?

«Nel 2016, anno del Giubileo della misericordia, le salme di Padre Pio e di Padre Leopoldo furono esposte nella basilica di San Pietro. Fu registrata anche una puntata di Porta a porta, ma ricordo che si parlò quasi interamente di Padre Pio. Il Papa è molto sensibile al tema della misericordia. Io ho realizzato questo film perché credo che la testimonianza di Leopoldo meriti di essere conosciuta».

È un film che verrà visto fuori dai circuiti delle sale parrocchiali?

«Altre catene di esercenti ce lo stanno chiedendo. In aprile avevo prenotazioni da 600 sale, adesso il 60% dei cinema è chiuso, mentre quelli aperti possono ospitare fino al 40% della capienza».

Come si è avvicinato al cinema?

«Grazie ai soliti nonni, con i quali andavamo spesso al cinema. Ho visto tutti i classici, Il Gattopardo, Il dottor Stranamore, Lawrence d’Arabia, Ombre rosse…».

Chi è stato significativo per la sua formazione di regista?

«Noi siamo una specie di imbuto del cinema degli altri. Ho amato Steven Spielberg, Clint Eastwood, Ridley Scott. Alla macchina da presa ferma davanti alla scena preferisco quella che va a cercare il dettaglio, i silenzi dei volti».

Si ispira a qualcuno in particolare?

«Quando avevo 21 anni mi affascinò il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Mi piacevano i registi che sapevano entrare nelle corde dell’anima più di quelli del filone realistico-documentaristico. Un altro che citerei è Terrence Malick della Sottile linea rossa con Jim Caviezel».

Protagonista della Passione di Cristo di Mel Gibson.

«E che avrebbe dovuto essere il mio sant’Antonio, ma declinò perché non voleva fossilizzarsi su film di contenuto religioso. Così ho virato su Jordi Molla che avevo visto in Bad boys 2».

Cosa pensa della decisione dell’Academy di premiare i film che rispettano quote di rappresentanza delle diverse minoranze?

«Ormai anche gli scacchi sono razzisti perché muove prima il bianco. Fissare delle quote vuol dire uccidere l’arte, la fantasia, l’espressione spirituale. Realizzare un’opera cinematografica diventa mercanteggiare percentuali. Non credo sia libertà».

Una volta gli artisti erano anticonformisti oggi sono allineati al pensiero dominante?

«L’artista è sempre stato controcorrente, provocatorio, uno che guarda avanti perché ha una libertà che può risultare eversiva. Ora, complice la globalizzazione, la grande industria pretende che tutto sia omologato e parcellizzato. Ma così assistiamo al crollo della spinta ad andare oltre per migliorare le cose».

 

La Verità, 20 settembre 2020

Nel cristianesimo c’è l’idea di morte che cerchiamo

Stimolato da un tweet, ieri mattina ho letto con una certa curiosità la riflessione di Antonio Scurati sul Corriere della sera intitolata «Quando va in pezzi l’idea di modernità». Tema invitante. Quale sarà la modernità che si sta sgretolando? Ed è proprio così? «In Occidente», di fronte all’apocalisse, «dovremmo ricostruire una coscienza collettiva della finitudine umana, una cultura della morte», esorta il vincitore del premio Strega. Giusto. Purtroppo però, quest’allarmata meditazione rimuove una cosa da nulla che si chiama cristianesimo.

Ben oltre lo scambio di accuse tra minimizzatori e presunti catastrofisti – nonché razzisti perché volevano subito adottare drastiche misure preventive – ora che si sono registrati i primi decessi indigeni, l’avvento del Coronavirus e la relativa esplosione della sindrome da contagio scuotono alla radice una certa idea di progresso e di Occidente. Diventano palesi i limiti della scienza e della medicina. Diventano evidenti i rovesci della medaglia chiamata globalizzazione. I pilastri della modernità di questi decenni si chiamano scienza, tecnologia, globalizzazione. Magari scritte con la maiuscola. Tutte cose buone, s’intende. Irrinunciabili, e cui continuare a ricorrere. Forse, però, anche qualcos’altro serpeggia in queste ore; un’altra parola descrive il sentimento dominante. È l’impotenza, il senso di sproporzione di fronte a qualcosa di più grande delle nostre risposte. Sentimento non facile da ammettere, per noi uomini del Terzo millennio.

Con l’esplosione del Covid-19 stiamo scoprendo che la fine del mondo può non essere una deflagrazione, uno schianto prodotto da un pulsante premuto sulla consolle della guerra nucleare, come narrato in decine di film e romanzi che qualche anno fa erano di fantascienza. Con il diffondersi dell’Aids, le esplosioni di Chernobyl e Fukushima, i contagi della Sars e le ramificazioni del terrorismo islamico, quel cinema e quella letteratura sono diventate opere vintage. E la realtà è più subdola e allarmante, perché la fine del mondo o la sua riduzione a un cumulo di macerie come in La strada di Cormac McCarthy, potrebbe avvenire per il propagarsi di un’invisibile particella umida diffusa da un colpo di tosse. Uno starnuto ci seppellirà? Non male come beffa.

A complicare il quadro ci si è messo pure il politicamente corretto, ormai partner abituale delle sciagure, fastidioso come la nebbia di notte in autostrada. In un impeccabile articolo sul Quotidiano nazionale Massimo Donelli ha citato la circolare dell’Università della Svizzera italiana di Lugano, dove insegna, nella quale il rettore chiedeva «a tutti i membri, compresi gli studenti, della comunità accademica di ritorno dalla Cina di studiare/lavorare da casa per un periodo di 14 giorni». Nella progredita Svizzera niente accuse di razzismo e xenofobia, come quelle scaricate addosso ai governatori del Nord Italia che suggerivano di sottoporre ad analogo trattamento i bambini reduci da laggiù. Più o meno nelle stesse ore, il sindaco di Milano Giuseppe Sala si faceva fotografare nella Chinatown cittadina per compiacere i suoi elettori cinesi. «Siamo stati capaci di trasformare una questione virale in una questione razziale», ha concluso Donelli. Autocritiche però non se ne vedono.

Scurati suggerisce equilibrio tra le reazioni d’isteria e d’inerzia di fronte al diffondersi del morbo. Le emergenze portano a galla la nostra vera natura, di che pasta siamo fatti, quale consistenza abbiamo. Ma, in assenza di vaccini, non si sa in forza di che cosa si può raggiungere quell’equilibrio. E chi è ansioso, fragile o solo? O, al contrario, è snob, cinico o stanco? Di fronte all’apocalisse, la modernità dell’equilibrio non regge. Così come si mostra carente l’Occidente della tecnica. «Dopo decenni di malintesa e malriposta euforia edonistica», bisogna affermare che la «coscienza collettiva della finitudine umana» esiste già. Si chiama cristianesimo e ha originato l’Occidente moderno. Ma è un Occidente che non sconfinfera ai nostri intellò, propensi alle terze vie dell’etica e delle buone maniere.

«Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora», ammoniva Gesù al termine della parabola delle dieci vergini in attesa dello Sposo (Mt 25, 1-13). A Padova, dove vivo, si è registrato il primo morto italiano da Covid-19. In questa stessa città è vissuto san Leopoldo Mandić, frate cappuccino noto per la sua abnegazione di confessore, morto di cancro all’esofago, da poco proclamato patrono dei malati di tumore. Presto, sono sicuro, qualcuno troverà anche il patrono dei malati di Coronavirus. Ma chissà se piacerà a Scurati.

 

La Verità, 23 febbraio 2020