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Il bel monologo di Jebreal con i numeri sbagliati

Noi donne vogliamo essere questo: musica». Si è concluso così, l’altra sera, al culmine di un notevole crescendo, il monologo di Rula Jebreal sul palco dell’Ariston di Sanremo. Il pubblico era in piedi ad applaudire. Una bella performance, senza dubbio, che avrebbe potuto essere bellissima se solo fosse stata corretta e completa. Corretta nelle cifre delle violenze alle donne, senza usare come sinonimi – ciò che non sono – molestie, abusi, brutalità, stupri, violenze. E completa nel citare anche il trattamento che il sesso debole (si può ancora dire?) subisce dentro e fuori dall’Italia, in tante comunità islamiche. Sul quale, invece, diversamente da come speravano gli osservatori più ottimisti, non è stata pronunciata parola alcuna.

Il giorno dopo l’attesa esibizione della bella giornalista palestinese alla prima serata del 70° Festival di Sanremo le opposte tifoserie hanno ribadito i loro punti di vista, Laura Boldrini da una parte, Maria Giovanna Maglie dall’altra, per capirci. Inutile rifare la storia delle polemiche, innescate fin dall’invito all’ex moglie del banchiere Arthur Altschul jr. all’evento più popolare del Paese nel quale è a lungo vissuta e che, pure, ha ripetutamente accusato di razzismo e xenofobia. Ripartiamo dalla performance di martedì sera che ha registrato la sparizione del video di Roger Waters, il fondatore dei Pink Floyd, protagonista di campagne anti Israele oltre che di un chiacchierato flirt proprio con Jebreal, annunciato come introduzione al monologo di lei. Un bel pezzo di televisione, si diceva. Commovente, vissuto e carico di pathos. In grado di far ricredere anche chi, accingendosi alla visione di un festival della canzone, poteva, comprensibilmente, avvertire un certo fastidio di fronte all’iniezione intramuscolare d’impegno morale. L’idea però conteneva una trovata scenica semplice e diretta, qualcosa di ancora non visto in tv. Un libro nero «della realtà e della sofferenza» da un lato e un libro bianco del mondo che vorremmo, dall’altro, raccontato dalle parole di amore, protezione, rispetto, tenerezza di alcune canzoni «scritte tutte da uomini» (La cura di Franco Battiato, La donna cannone di Francesco De Gregori, Sally di Vasco Rossi, C’è tempo di Ivano Fossati).

Ieri, poi, dalle parole della stessa giornalista, abbiamo scoperto che l’esibizione è frutto della collaborazione con gli autori Rai, ma soprattutto con Selvaggia Lucarelli, che ha corretto e riscritto il testo del monologo introdotto dalla tragica esperienza personale. «Sono cresciuta in un orfanotrofio con tanti altri bambini… Tutte le sere prima di dormire ci raccontavano le storie delle nostre mamme, spesso stuprate, torturate e uccise…». La madre di Rula, brutalizzata per anni dal compagno, non è più riuscita a convivere con il proprio corpo, «luogo della tortura», e con il senso di colpa, pur non avendone. Una ferita atroce e acuita dall’incredulità dell’ambiente circostante, che l’ha portata a suicidarsi, dandosi fuoco.

Di fronte a una storia tanto drammatica è difficile parlare di retorica o di predicozzo come qualcuno ha fatto. Tuttavia, qualche eccesso c’è stato. Nulla attenua la condanna di violenze, stupri e torture. Ma non è che le donne in quanto tali e in tutto ciò che fanno, com’è sembrato, siano dogmaticamente prive di qualsiasi responsabilità e le colpe risiedano sempre e in modo esclusivo dalla parte degli uomini. A loro, comunque, si è rivolta Jebreal nel toccante appello finale: «Lasciateci essere quello che siamo, quello che vogliamo essere». Celebrando il trionfo della prima serata sanremese (52,2% di share medio, al terzo posto per ascolti dal 2000 a oggi), il neodirettore di Rai 1 Stefano Coletta, ha detto che, «senza nulla togliere a Diletta Leotta», il Festival «è stato vinto da Rula Jebreal».

Nulla da obiettare: Leotta è parsa scolastica nel suo elogio della bellezza e del tempo che passa. Tuttavia, il successo della giornalista di fede musulmana sarebbe stato più evidente se le cifre da cui ha preso le mosse la sua riflessione fossero state più precise. Sarà stata l’emozione o una mancata verifica insieme ai suoi collaboratori, ma «3 milioni e 150.000 donne» vittime di «violenze sessuali nei posti di lavoro» negli ultimi tre anni è parso subito un numero esorbitante. Che, per altro, non concorda con l’altro, fornito sempre da Jebreal, di 88 vittime al giorno, una ogni 15 minuti (sarebbero 32.130 all’anno, 96.360 in tre).

L’ha notato Franco Bechis su Twitter. Considerato che le donne che lavorano sono 9 milioni, «in ufficio ne avrebbero violentata una su tre. Sicura?», ha chiesto sommessamente. Immediata la valanga di accuse di lesa maestà. Alle quali il direttore del Tempo ha replicato con gli ultimi dati Istat disponibili, triennio 2013-2016: i casi di violenza al lavoro sono 425.000. Negli anni successivi, saranno verosimilmente diminuiti. Restano ancora troppo lontani dallo zero. E dunque, ben venga la lezione portata dal palco del Festival di Rula Jebreal, figlia dell’imam sufi di Gerusalemme est, giornalista e scrittrice nata ad Haifa (Israele), con gioventù in Italia, prima di trasferirsi a New York, compagna del regista Julian Schnabel e poi moglie del banchiere Altschul, a sua volta figlio di un socio di Goldman Sachs, dal quale ha divorziato nel 2016. Curriculum prestigiosissimo, frequentazioni invidiabili, consulenze a capi di Stato come Emmanuel Macron, intervistata da Matteo Renzi alla Leopolda 2019, in prima linea nelle battaglie per le minoranze. Forse, in dieci minuti di monologo sui femminicidi, ci poteva stare anche una parola di denuncia sul trattamento riservato alle donne nei Paesi arabi e nelle comunità islamiche anche italiane. I divieti, i silenzi, le violenze, i matrimoni obbligati e le figlie ripudiate perché si ribellano o perché vestono all’occidentale. Invece, nulla.

 

La Verità, 6 febbraio 2019

Dazn e lo streaming con obbligo di riscatto

Insomma, una delle stagioni di calcio più appassionanti degli ultimi anni è iniziata tra le proteste dei telespettatori per una lunga serie di motivi. Primo: il doppio abbonamento a Sky e a Dazn per poter vedere tutte le partite. Secondo: la latitanza di Rai e Mediaset. Terzo: la qualità dello streaming della piattaforma di Perform è lacunosa. Quarto: la app di Dazn per la tv non è ancora disponibile e, quando lo sarà, riguarderà le smart tv post 2015 o chi possiede Sky Q. Intanto, bisogna accontentarsi della visione sugli altri dispositivi. Quinto: il segnale subisce ritardi e brevi sospensioni. Sui social la frustrazione alimenta la fantasia degli insoddisfatti («Su Dazn Higuain gioca ancora nel Napoli»; «Le partite non si vedono, ma in compenso a Dazn hanno il global brand ambassador»: CR7, per la cronaca). Il risentimento è più che giustificato e sebbene la seconda giornata sia andata meglio, il rodaggio non è ancora finito. La frustrazione ha risvegliato persino la nostalgia delle partite in simultanea, della radiolina e «la cronaca differita di un tempo di una partita di Serie A» che solo al momento di sintonizzarsi si scopriva qual era.

Elencate le lagnanze, proviamo a valutare il mix di continuità e innovazione del servizio «funzionante». In un certo senso, proprio gli elementi di continuità sono la sorpresa più gradevole, in particolare il fatto che le telecronache siano affidate a voci e volti noti. Napoli Milan di sabato sera era curata da Pierluigi Pardo e e Francesco Guidolin. Probabilmente proprio la vicinanza di un commentatore tanto pacato e autorevole ha esercitato un benefico influsso sul telecronista, apparso più controllato e meno tracimante del solito, a tutto vantaggio della centralità dell’evento agonistico. Anche la telecronaca di Parma Spal di Massimo Callegari e Roberto Cravero e la conduzione dal campo di Diletta Leotta, che con Mauro Camoranesi ha gestito collegamenti e interviste con tempismo e spigliatezza, hanno garantito la comfort zone del telespettatore. Tutti insieme, conduttori, cronisti e commentatori, sembrano in prestito dalla casa madre, Mediaset o Sky che sia. Ma se per Callegari e Cravero la prosecuzione del rapporto con Mediaset appare difficile, il prestito di Pardo non inficerà la conduzione di Pressing su Canale 5 e Tiki Taka su Italia 1, mentre quello di Leotta le consentirà Il contadino cerca moglie su Fox Life. Oltre agli aspetti tecnologici dello streaming, l’assenza dello studio in favore di una fruizione agile, senza dibattiti e moviole e più vicina allo stile nordeuropeo, è l’elemento di maggior novità di Dazn.