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«La Boldrini va al governo e noi cincischiamo»

Buongiorno Francesco Storace, è contento del governo che sta nascendo?

«Credo sia uno dei peggiori esempi di trasformismo della storia della Repubblica. Non ricordo un Presidente del consiglio di una maggioranza che lo rimane con quella opposta».

È scandalizzato?

«Sono colpito. Secondo me in politica le parole sono importanti. Si chiama Parlamento non Zittamento. Vuol dire che c’è il primato della parola. Invece, da una parte abbiamo Luigi Di Maio che fino a un mese fa parlava del “partito di Bibbiano”, dall’altra è facile rintracciare in rete un video in cui Nicola Zingaretti ribadiva “mai con i 5 stelle”».

Parlando di piroette c’è stata anche quella di Matteo Renzi.

«Renzi è quello che ha scardinato i giochi. Ci sta che chi è in minoranza in un partito scateni il casino. Ma chi li guida dovrebbe mantenere un senso di coerenza e affidabilità. Di Maio e Zingaretti mi hanno ricordato Gianfranco Fini quando disse: “Con Bossi mai più in caffè”. E poi invece tornarono insieme al governo».

Sessant’anni e una lunga militanza nella destra, dall’Msi fino a Fratelli d’Italia passando per An, già Presidente della regione Lazio e ministro della Salute nel terzo governo Berlusconi, Francesco Storace non è uomo da eufemismi. Da Capo d’Orlando, Sicilia, dove sta trascorrendo le ultime ore di riposo prima del rientro a Roma, scrive editoriali per Il Secolo d’Italia, il sito che dirige, vicino a Fratelli d’Italia e posta sui social anche foto un tantino hard. Come un dito medio indirizzato al governo nascente.

Conte ha detto che il suo sarà un governo «non contro, ma per»: che significa?

«Sono sciocchezze a uso dell’opinione pubblica e dei giornali. Conte e un concentrato di banalità. Purtroppo sono pochi i giornali che lo notano, l’inondazione di saliva prevale».

Un governo per i porti aperti, nuove tasse, il via libera alla magistratura e alle adozioni ai gay?

«E per gli inchini all’Europa».

Il governo stesso è partito da un inchino all’Europa?

«Potremmo chiamarlo governo Schettino, dal nome dell’ex capitano che fece naufragare la Concordia per fare l’inchino all’Isola del Giglio».

Ha ragione Matteo Salvini quando dice che il Conte bis è nato a Bruxelles?

«È nato fuori d’Italia. Abbiamo saputo che è stato Emmanuel Macron a suggerire il tweet di Trump in favore di “Giuseppi”. Il capo dei sovranisti mondiali sponsorizza un premier che si scopre antisovranista. È evidente che c’è un gioco globale: le fauci dei potenti della terra si aprono sull’Italia. Su questo Salvini ha sbagliato a giocare su due tavoli».

Russia e America. Infatti ora Conte parla di «multilateralismo che non rinneghi l’euroatlantismo».

«L’intervista la sta facendo a me o a Conte? Il suo peccato originale è che è un signore pescato dal nulla e portato a Palazzo Chigi senza aver mai preso un voto. Poi è diventato leader della coalizione opposta, sempre evitando elezioni. Se non è un oltraggio alla democrazia…».

È un premier doubleface?

«Non sappiamo che faccia ha e addirittura gliene diamo due. No, è semplicemente uno spregiudicato amante del potere».

Dirà che è lì per spirito di servizio.

(Silenzio).

Com’è stato possibile che Zingaretti abbia ceduto su tutta la linea, dall’andare al voto alla discontinuità?

«Per una volta nella vita gli avevo dato fiducia. Credevo volesse davvero andare a votare. Poi gli è esplosa la bomba Renzi tra i piedi che è riuscito a recuperare un ruolo nel partito. Il secondo errore che imputo a Zingaretti è non aver avuto il coraggio di entrare personalmente nel governo. Si vede per lui conta di più la guida della regione Lazio. Ma se voleva davvero puntellare il governo, avrebbe dovuto esporsi, magari come vicepremier. Nessuno potrebbe giocare con il segretario in prima linea. La scelta di restare in regione fa sospettare che non creda pienamente in questa avventura».

Forse teme che entrando nel governo gli sfilino del tutto partito?

«Da vicepremier sarebbe più difficile disarcionarlo. Non vorrei che oltre a non far votare gli italiani non si vogliano far votare nemmeno i cittadini del Lazio».

Anche Zingaretti ha subito pressioni per cambiare le sue posizioni?

«Tutti hanno detto dei no che sono diventati dei sì. Voglio vedere come finisce il film per capire quanto ha perso. Per come lo conosco, Zingaretti non è uno che molla facile. Ho la certezza che ci siano state pressioni, sia interne che esterne. La stessa nomina di Ursula von der Leyen è stata chiara in questa direzione. E il sorprendente ritorno in campo di Romano Prodi? In questa crisi se ne sono viste di tutti i colori…».

Sbagliando i tempi Salvini ha fatto un favore a Di Maio e Conte?

«Salvini ha ragione quando dice che tutti gli chiedevano di staccare la spina. Il problema è che se stacchi e non c’è la corrente alternativa si resta al buio. La corrente alternativa c’era la settimana dopo le europee, invece lui ripeteva che avrebbero governato insieme per cinque anni».

Voleva dimostrarsi un socio leale?

«Non mi permetto di giudicare il tasso di lealtà, ma mi pare abbia fatto male i conti. Personalmente non ci parlo da mesi… Dirigo un giornale online che per numero di visualizzazioni ha superato il Blog delle Stelle. In agosto siamo arrivati a 10milioni di pagine visualizzate. Eppure lui si ostina a non rilasciarci un’intervista, non riesco a capire perché».

Doveva darsi un profilo più istituzionale invece di stare al Papeete?

«Questo mi sembra un ritornello infantile. Tutti andiamo al mare, non può andarci un ministro?».

Magari non nei giorni in cui sta per aprire la crisi di governo.

«Lo aveva preannunciato a Conte che gli ha chiesto di aspettare. Comunque, questi sono formalismi che mi interessano poco. M’interessa di più la sostanza che ora la sinistra è al governo».

Anche la richiesta di pieni poteri è stato un errore: dopo le parabole di Berlusconi e di Renzi non s’impara che l’uomo solo al comando non dura?

«Sarebbe bastato dire che voleva usare pienamente le possibilità di potere che la Costituzione attribuisce a chi governa».

La richiesta di pieni poteri può spaventare l’opinione pubblica?

«Se sono quelli garantiti dalla Costituzione ai governanti non vedo che cosa ci sia da temere. C’è anche molto guasconismo in certe espressioni. Siamo figli di Twitter più che di Facebook».

Per l’area di centrodestra la prospettiva è di un lungo periodo di opposizione?

«Dipende da quanto durerà Conte. Ma un governo che nasce sul terrore di andare al voto, a naso non mi pare un modello di stabilità. Con dentro Liberi e uguali manca solo Roberto Saviano ministro».

La stabilità del governo la darà chi l’ha voluto, oltre all’Europa, la Cei, la Cgil, i gesuiti?

«Che la Cei possa accettare un governo con Monica Cirinnà mi pare complicato».

Il direttore di Civiltà cattolica Antonio Spadaro e il presidente della Cei Gualtiero Bassetti si sono pronunciati.

«E la cosa mi dispiace. Lo dico da credente e praticante: trovo indigesto che personalità rilevanti della Chiesa si siano schierate in questo modo».

Il centrodestra andrà in piazza in ordine sparso?

«Purtroppo sì. Fosse stato per me, i tre leader avrebbero dovuto salire insieme al Quirinale. Avrebbero mostrato chi rappresenta la maggioranza del popolo italiano. E sarebbe stato plasticamente visibile il fatto che si vuole far governare quelli che il centrodestra batte ogni giorno».

Berlusconi vuole tornare a essere il perno della coalizione?

«È una gara a chi ce l’ha più lungo, diciamo la verità».

Troveranno una sintesi?

«Metto la clessidra nell’attesa che comincino a riflettere. Ero dubbioso come Giorgia Meloni sull’alleanza con Forza Italia. Ma nel momento in cui Zingaretti e Di Maio prefigurano un’intesa di sistema, il centrodestra non può cincischiare. Loro portano Laura Boldrini al governo e noi ci mettiamo a misurare il tasso di rivoluzione dell’alleato?».

Berlusconi ha detto che il centrodestra dev’essere una coalizione moderata depurata dal sovranismo.

«Berlusconi preferisce il sovrano al sovranismo, a condizione che sia lui. Se si vuole escludere dalla coalizione è un conto, ma se si vuole farne a meno, rischia di essere controproducente. Io sono dell’idea di fare ogni sforzo per tenere unito il centrodestra affinché Zingaretti e Di Maio non vincano anche in futuro».

Per Forza Italia questa crisi dimostra che il sovranismo è perdente.

«Finora mi pare che il centrodestra a trazione sovranista abbia vinto in tutte le competizioni degli ultimi anni».

Se è stata Bruxelles a decidere questo governo come dice Salvini non conveniva una diplomazia diversa? Per esempio sul voto a Ursula von der Leyen?

«Per me hanno fatto bene a non votarla. Anche la discussione su chi dev’essere il nostro commissario europeo è incredibile. Se si dice che è legittima una nuova maggioranza in base agli equilibri usciti dalle elezioni del 2018, come si fa a sostenere il contrario a proposito del commissario europeo? Le elezioni del 26 maggio le hanno vinte la Lega e Fdi. Il commissario non è una casella da spartire tra Pd e M5s, non è un rappresentante del governo, ma di tutta l’Italia che ha votato alle europee».

Che cosa dovrebbe fare ora Salvini?

«Lo rivaluterei se chiamasse la Meloni e le chiedesse di aggregarsi alla manifestazione nel giorno della fiducia a Conte. Giorgia ha indetto una protesta senza simboli di partito, ma solo con il tricolore. La coalizione viene prima dei partiti. Mi pare che da qualche tempo il tricolore abbia cominciato a piacere anche alla Lega».

Come andranno le prossime elezioni regionali?

«Credo e spero che vincerà il centrodestra. Sarebbe un bel segnale dopo lo scandalo sulla sanità che ha colpito l’amministrazione di sinistra in Umbria».

Quanto durerà il Conte bis?

«Credo che a primavera la commedia finirà. A meno che non riescano a stringere alleanze sul territorio. Dobbiamo augurarci che Goffredo Bettini, il gran tessitore del Pd romano, torni in letargo».

 

La Verità, 1 settembre 2019

Il doppio FF e la strategia della provocazione

Ci mancava anche Emmanuel Macron. No, non ce lo potevamo risparmiare. Dopo Enrico Letta, ospite il 27 gennaio scorso di Che tempo che fa e, a quanto sembra, mediatore tra l’Eliseo e Fabio Fazio, dopo Roberto Saviano il 10, Matteo Renzi il 17, di nuovo Saviano e Andrea Camilleri, nell’insolito ruolo di opinionista antigovernativo, il 24 (per tacere dei vari Riccardo Gatti della Ong Open Arms e Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, sempre intervallati dalle lezioni di economia di Carlo Cottarelli), dopo tutti questi ospiti, solo per stare all’ultimo mese, il capo dello Stato francese, fumo nelle pupille dei nostri governanti oltre che di buona parte degli italiani, rappresenta a pieno titolo il vertice della strategia della provocazione di FF. Una strategia pianificata e perseguita lucidamente. Che consiste in questo: spingersi fino al limite estremo dell’opposizione esplicita, frontale, senza se e senza ma. Il supermegacontratto a 2,2 milioni di euro l’anno (più altri 10,6 per la Officina Srl, la società che produce il programma, sua al 50%) blinda il conduttore di Rai 1. Dopo il piccolo segnale di cedimento di qualche settimana fa («sto pensando di espatriare»), nell’ultima puntata FF ha garantito che per altri due anni non si muoverà dalla prima serata della rete ammiraglia. Spontaneamente, s’intende. Il risultato della strategia è binario: o paladino dell’opposizione al governo pentaleghista o martire dello stesso governo: censore, illiberale, antidemocratico. Una strategia da lucido scacchista. L’intervista a Macron, densa ma paludata trattandosi di un dialogo con un capo di Stato, è stata obiettivamente un colpo giornalistico realizzato all’insaputa della direzione di Rai 1. Siccome sarà difficile salire ancora di livello, presumibilmente dobbiamo prepararci ad altri Gino Strada, Michela Murgia, Domenico Lucano, Nicola Zingaretti…

Del resto si sa, come testimoniano il nome e cognome del conduttore più pagato della Rai, Fabio Fazio sono due. Basta cambiare la consonante al centro, dalla morbida b alla tagliente zeta, e il dottor Jekyll vira in Mr Hide. Cioè, come abbiamo avuto modo di constatare negli ultimi tempi, l’anima arboriana e goliardica che intrattiene sul filo dell’ironia e del nonsense con ospiti come Nino Frassica, Orietta Berti e Gigi Marzullo, ha lasciato campo libero all’anima savianesca, stizzosetta e militante che infarcisce le serate di intellò schierati, in rotta di collisione con la maggioranza uscita dalle elezioni di un anno fa.

Ai piani alti di Viale Mazzini abbozzano, per ora.

 

La Verità, 4 marzo 2019

«Il futuro dell’Italia è in un’Europa riformata»

L’appuntamento è in un locale sul lungomare di Gallipoli per la colazione. Sono in ritardo di qualche minuto e al mio sms che lo avverte Rocco Buttiglione risponde con: «Frisch weht der wind, Der heimat zu mein hübsches kind, wo weilest du?». Quando c’incontriamo apprendo che si tratta dell’ouverture del Tristano e Isotta di Richard Wagner riveduta e corretta («Fresco soffia il vento verso la patria; mio caro amico dove te ne stai?»). Insomma, l’approccio mette soggezione. Ma per fortuna Buttiglione, membro dell’Udc e vicepresidente del gruppo misto, è in tenuta estiva e, sebbene voli alto, l’intervista si svolge in italiano.

Professore, Berlusconi e Prodi sono di nuovo in prima linea. Lei si ricandiderà?

«Vedremo. Voglia di riscaldare la sedia non ne ho. Se c’è l’opportunità di fare qualcosa di buono per il Paese non mi tirerò indietro. Nel frattempo ho ripreso contatto con il mio vecchio mondo che non mi ha dimenticato. Ho tenuto una lezione sul pensiero di Karol Wojtyla all’università di Lublino, parlerò alla Görres-Gesellschaft, la più importante associazione filosofica tedesca, andrò in Messico e in Cile. Non mi annoierò».

Che cosa intende per fare qualcosa di buono per il Paese?

«Ricostruire un partito di democrazia cristiana non in senso stretto, ma come lo intendeva il mio amico Helmut Kohl, con un programma che potrebbe interessare Silvio Berlusconi, il pulviscolo delle formazioni di centro e i loro elettori. Che in quest’area ci sono; mancano i leader».

Tanto che si riaffacciano quelli di dieci o quindici anni fa: come lo spiega?

«Con il fatto che quelli che sono venuti dopo sono peggio di quelli che c’erano prima. Allora si guarda con nostalgia al passato, che però non ritorna. Serve aprire la strada a nuovi giovani non raccattati per strada, ma preparati e con valori forti».

Matteo Renzi ha deluso?

«Ha giocato una partita che ho guardato con simpatia. Però l’ha persa».

Definitivamente?

«Il mercato politico è ingombro di leader che hanno avuto una grande idea, hanno perso, ma rimangono in campo. Troppo deboli per rivincere, ma abbastanza forti per ostruire la scena a chi vuole provarci».

Matteo Renzi: «Ha combattuto una battaglia giusta, ma ha perso»

Matteo Renzi: «Ha combattuto una battaglia giusta, ma ha perso»

Si riferisce ai vari D’Alema, Bersani o a chi altro?

«Lei mi vuole morto? Ognuno che catalizzi un minimo di consenso, invece di collaborare alla nascita di nuovi leader, li ostacola».

Chi potrebbe essere il leader del centro da lei ipotizzato?

«Se Berlusconi riuscisse a gestire una selezione dalla quale far emergere personalità per il futuro com’è avvenuto nel Pd con Renzi quand’era sindaco, avrebbe un merito storico».

Destra e sinistra sono categorie del Novecento: con che cosa vengono sostituite?

«Per il momento dalle teorie del complotto. Quando un soggetto politico non capisce immagina che il cattivo stia complottando contro di lui. È già accaduto nell’Ottocento quando i massoni attribuivano il complotto ai gesuiti e i cattolici lo rinfacciavano ai massoni. Ora la Cina e l’India crescono. I nuovi posti di lavoro vengono dall’economia della conoscenza, dalla forza del cervello e non dei muscoli. Quindi, o iniziamo a pagare i salari come i cinesi, oppure dobbiamo ricostruire una scuola nella quale lo studio sia una virtù e la mentalità della raccomandazione e del sussidio statale sia superata. I giovani non possono delegare lo Stato a costruire il loro futuro. Ma possono sperare in condizioni che li aiutino, famiglie forti e gruppi di amici in grado di affrontare le sfide del presente».

Una preoccupazione che non sfiora i nostri politici.

«Nel 1950 gli Stati Uniti detenevano il 50% del potere economico mondiale, oggi ne hanno poco più del 20%. L’Europa, che ne ha un altro 20%, non è abituata a difendere i suoi interessi nel mondo perché ha sempre delegato gli Usa. Se non impara a farlo, il Mediterraneo diventerà una polveriera. Ma noi abbiamo i sovranisti che dicono che l’Europa non serve».

Vuol dire che i sovranisti sono anacronistici?

«Sono come la Repubblica di Siena. Quando nascevano gli Stati nazionali, a Siena decisero di fare la Repubblica indipendente. Finì ovviamente in un bagno di sangue. Machiavelli che diceva che bisognava fare l’Italia rimase inascoltato».

Berlusconi sembra non sposare le teorie sovraniste.

«Berlusconi è uno dei pochi che ragionano, anche se non sempre bene. Capisce che l’Europa è l’unica via. Poi, però, gli servono i voti di Salvini. Io penso che bisognerebbe puntare sui tanti che non votano. La verità è che l’Europa va bene mentre l’Italia sbaglia perché priva di una vera classe dirigente».

Sull’immigrazione è l’Europa che sbaglia.

«Noi non siamo capaci di fare le espulsioni e i rimpatri. Gli altri Paesi non credono che mandiamo profughi veri. Una parte della nostra magistratura ritiene che tutti abbiano diritto di venire in Italia. Per fare le espulsioni servono gli accordi con i Paesi d’origine. I quali devono riprendersi gli immigrati illegali in cambio dell’aiuto a creare posti di lavoro. Per gestire l’immigrazione bisogna fare gli accordi con i Paesi del Nord Africa e con l’Europa. Gli albanesi oggi non sono un problema per l’Italia perché all’epoca Berlusconi fece un buon accordo con l’Albania».

Come prevede andranno le prossime elezioni?

«Spero servano a dare un buon governo all’Italia. E che si riesca a presentare una formazione di centrodestra orientata al Ppe».

Dopo un periodo di quiete è tornato a scrivere sul Papa per il sito Vatican Insider: che cosa l’ha smosso?

«Ritengo sbagliato opporre Giovanni Paolo II a papa Francesco. Penso che se Wojtyla fosse vivo mi direbbe: “Seguite il Papa”».

Marcello Pera ha criticato duramente il magistero di Bergoglio: che cosa pensa degli atei devoti?

«Li guardo con simpatia. Affermano di non credere in Gesù Cristo e nelle verità dogmatiche del cristianesimo, ma ritenendolo l’asse portante della nostra società temono che se crollasse sarebbe un guaio per tutti. Tuttavia, la Chiesa non esiste per difendere l’Occidente e i valori cristiani».

Prendendo del cristianesimo solo l’architettura civile e culturale la costruzione regge ugualmente?

«Forse all’inizio, ma dopo un po’ quei valori ammuffiscono. Inoltre, la fede genera vita anche nel resto del mondo. Oggi l’Occidente si restringe e la Chiesa cresce. Nei mondi emergenti, la Chiesa c’è. Cresce in Asia, in America latina e nell’Africa sotto il Sahara il cristianesimo ha vinto la lotta con l’islam. È giusto che, pur senza abbandonare l’Europa, il Papa non guardi al mondo con occhiali europei».

C’è chi dice che papa Francesco sia teologicamente debole.

«Lo dicevano anche i teologi greci dei papi latini. I quali guardavano il mondo anche con gli occhi dei germanici che si stavano convertendo».

La teologia può diventare una nuova ideologia, una specie di iteologia?

«Di tutto si può fare ideologia, anche delle cose giuste. L’ideologia è lo strumento del potere e contiene il rifiuto di capire la verità dell’altro. Anche l’altro ha un briciolo di verità e io devo riconoscerla».

Che idea si è fatto del ritiro di papa Ratzinger?

«Voleva riformare la curia, ma non ha trovato collaborazione. Ha tenuto una predica di fuoco denunciando gli errori e i vizi nei comportamenti della gerarchia. Si aspettava che il giorno dopo alcuni dessero le dimissioni e si rimettessero alla volontà del Papa per il bene della Chiesa. Non è accaduto, si è dimesso lui per dare l’esempio».

Il papa emerito Benedetto XVI (Franco Origlia/Getty Images)

Il papa emerito Benedetto XVI (Franco Origlia/Getty Images)

È davvero questo il motivo?

«Ha dato una lezione di libertà dal potere. Se il potere è servizio si deve essere anche liberi di rinunciarvi».

Niente pressioni esterne?

«Ratzinger ha un aspetto fisico fragile, ma un carattere di ferro. Lo conosco da 45 anni: non lo vedo cedere a pressioni».

Augusto Del Noce diceva che la sinistra sarebbe diventata un partito radicale di massa: si sta avverando questa profezia?

«È sotto gli occhi di tutti. La sinistra ha rinunciato alla difesa dei poveri e sposato la causa della distruzione della famiglia tradizionale».

La nuova ideologia dominante è un misto di politicamente corretto e nuovi diritti civili?

«È una società che resta sentimentale. E non compie il passaggio dalla ribellione alla riconciliazione perché vive in uno stato di adolescenza infinita. Si convive fino a quarant’anni e lo status di bamboccioni dura fino alla mezza età. Anche il revival dei gruppi musicali è sintomo di questa adolescenza prolungata».

I cattolici devono fare di questo terreno una priorità della loro azione? La filosofia dei valori non negoziabili non è superata?

«La strategia politica imperniata sui valori non negoziabili ha dato l’impressione che i valori negoziabili non contino. Invece sono importantissimi. Quando vado a votare vorrei farlo per una forza che mi garantisca sulla vita e sul matrimonio. Ma vorrei che mi garantisse anche sul fatto che mio figlio troverà un lavoro, che quando sarò vecchio avrò un’adeguata assistenza, che la mia pensione non andrà in fumo. L’idea per cui i cattolici si occupano dei valori non negoziabili e gli altri di quelli negoziabili è perdente».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«Le racconto un fatto. Ai funerali di Kohl c’era un’atmosfera di vera commozione, con Jean Claude Junker, la Merkel e Macron che hanno pronunciato parole pesanti. Per l’Italia c’era solo il ministro Alfano. Spero che dopo le elezioni tedesche di fine settembre l’Italia riesca a essere protagonista nel grande progetto di rilancio dell’Europa dei popoli che verrà promosso dalla cancelliera tedesca e dal presidente francese. Molto dipende da Berlusconi e dal centro di cui anch’io faccio parte».

E sul piano personale cosa le dà speranza?

«I miei nipoti. Ogni volta che nasce un bambino la storia del mondo ricomincia da capo».

 

 

La Verità, 5 agosto 2017

 

Camon: «Io, diseredato per l’altare a mia madre»

Parliamo da un’ora e mezza e adesso, mentre gustiamo il pranzo preparato dalla moglie, Gabriella Imperatori, anche lei giornalista, Ferdinando Camon dice: «Qui, in questa stanza, mio padre mi ha diseredato. Si presentò con mio fratello, due testimoni e il notaio. In Un altare per la madre avevo scritto che eravamo poveri». È il più macerante dei rimpianti con il quale lo scrittore veneto convive. Quel libro è esso stesso un monumento alla madre. E anche al padre, che costruisce quell’altare lottando contro il tempo e la morte. Altro che ripudio, la reazione doveva essere di gratitudine. «Invece io li capisco», riprende Camon. «Ho firmato quell’atto. Per loro, scrivendo della nostra povertà ho disonorato la famiglia, il nostro sangue. C’è la famiglia e c’è il resto del mondo. La famiglia è più importante di un libro». Parliamo, e il tormento riaffiora: «Potevamo volerci bene. Siamo rimasti a lungo distanti. Poi ho assistito mio padre in ospedale. Mio fratello m’invitò a una serata in un ristorante. Ma fu una cosa un po’ ambigua. C’erano 400 persone e un tenore veronese, mediamente famoso. Appena varcai la soglia, intonò Rondine al nido, come se io stessi tornando sui miei passi».

Camon ha 81 anni e vive in una casa talmente carica di libri che ha dovuto acquistare un nuovo appartamento dove trasferire parte della biblioteca e lo studio. «È costato poco perché aveva un’ombra sinistra. Ci si nascose per qualche tempo Marco Furlan, uno dei due componenti di Ludwig, la banda di killer seriali che tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta, commise 16 omicidi, rivendicandoli con deliri neonazisti. Sul campanello ho lasciato il suo cognome, piccolo feticcio di un passato tragico e cupo». Per Camon la provincia non è un limite. Se c’è una periferia centrale la si trova nella sua letteratura di padovano che non frequenta i salotti, neanche quelli della tv. I suoi libri sono tradotti in 25 Paesi. La vita eterna fu pubblicato con prefazione di Pier Paolo Pasolini; Occidente lo costrinse ad abbandonare la città con la famiglia a causa delle minacce di morte; Un altare per la madre, Premio Strega, ha venduto quasi 2 milioni di copie; La malattia chiamata uomo è stato rappresentato per 4 anni in un teatro di Parigi.

Chi vincerà in Francia?

«Emmanuel Macron. Sarà una vittoria europea e prevedibile, ma per me deludente. In Francia e ancor più in Italia ci giochiamo la partita della vita».

In che senso?

«Risparmi, lavoro, futuro dei nostri figli, tutto dentro un’idea di Stato. Purtroppo l’Italia non è uno Stato: non ha giustizia, equità, meritocrazia, sicurezza. Si vorrebbe qualcuno che rovesciasse il tavolo. Invece la partita è truccata».

Cioè?

«Ad ogni votazione, non so come giudicare Matteo Renzi. Lo considero onesto, ma limitato. Non cambierà nulla».

Preferirebbe Le Pen e i suoi emuli?

«Preferirei chi rovesciasse il tavolo dell’Europa. Oggi lavoro più di vent’anni fa, ricevo meno, pago più tasse, lo Stato è sempre più indebitato, ogni volta che s’incontrano Pier Carlo Padoan e Angela Merkel veniamo cazziati e ad ogni manovra si spremono soldi non si sa da dove. Qualcosa non quadra».

Non ha fiducia in Renzi. E in Beppe Grillo?

«Grillo è nato come rovesciatore del tavolo. Non so cosa farebbe dopo. Però sul cominciamento di un’altra partita concordo».

Il saluto di papa Francesco all'imam Ahmad al-Tayyib in Egitto

Il saluto di papa Francesco all’imam Ahmad al-Tayyib durante la visita in Egitto

Anche lei crede come Michel Houellebecq che il destino dell’Europa sia la sottomissione?

«L’islam non è integrabile, ma l’immigrazione continuerà. Quelli che vengono qua restano in gran parte islamici. Lentamente cambieranno anche loro e il loro cambiamento partirà dai loro nuclei più deboli. Andando a scuola i figli modificheranno il rapporto con gli adulti. Frequentandone altre, le donne cambieranno il loro rapporto col marito. Ma ci vorranno 3-4 generazioni. Perderanno questo Allah che è la fonte di tutto il loro essere e fare. Ma anche la nostra civiltà s’imbastardirà. Non sarà più una civiltà come vent’anni fa, cristiana, cattolica, costituzionalista. Già in chi accoglie questi migranti funziona l’idea, per me inammissibile, che non è indispensabile la loro adesione alla nostra Costituzione. Uno dei miei figli vive a Los Angeles. Quando ha fatto la pratica di cittadinanza, gli hanno dato il testo della Costituzione americana. Gli hanno lasciato un mese per studiarla e dopo lo hanno chiamato per interrogarlo. Non riesco a capire come a Londra possano esistere otto corti islamiche che emettono sentenze applicando la sharia. Che Stato è quello che ammette il funzionamento di un diritto altro rispetto al suo?».

Lei ritiene che l’islam non sia integrabile perché stabilisce la superiorità dell’uomo sulla donna, del musulmano sull’infedele, dello sceicco sul povero. Non c’è via d’uscita?

«Questi tre cardini impediscono che un islamico possa essere cittadino europeo».

Dove sbagliano i nostri politici?

«Vagheggiano l’islam moderato. L’islam moderato è quello che rinuncia a questi tre cardini. Dunque, non è più islam. Questa condizione ci dev’essere quando uno ottiene la cittadinanza. Non, forse, dopo tre generazioni».

Cosa pensa del magistero di papa Francesco sull’immigrazione?

«Papa Bergoglio mi piace in tutto quello che fa. È un vero cristiano. La sua rivoluzione in tema di accoglienza è forte. Ma il suo Dio non è quello di Pio XII. L’immigrazione dei decenni scorsi dall’Europa dell’Est era conseguenza del fallimento della storia comunista. L’immigrazione attuale dall’Africa e dall’Asia è esito del fallimento della civiltà islamica che, tagliando fuori dalla produzione le donne, non avrà mai lo sviluppo occidentale. Gli Stati europei hanno sempre pensato: voi siete la causa, il vostro fallimento non ci riguarda. Da perfetto cristiano, Bergoglio parla in termini di umanità: il fallimento di popoli appartenenti a un’altra storia ci riguarda. È un messaggio rivoluzionario e carico di futuro di cui sento la grandezza. Ma sono figlio della mia storia».

«Alberto Moravia rideva anche di fronte alla sua morte»

Camon: «Alberto Moravia rideva anche di fronte alla sua morte»

Lei è nato a Urbana, un paesino della bassa padovana: un destino nel nome?

«Sono figlio di contadini poveri. In casa, io e i miei tre fratelli, mio padre e mia madre camminavamo a piedi nudi sulla nuda terra. Non c’era l’acqua corrente, c’era da mangiare perché i contadini avevano bestie, frutta e verdura. Portavo maglioni che mia madre ritingeva immergendoli in mastelli, da dove uscivano a chiazze. Le ragazze non mi guardavano. Il paese non aveva e non ha un’edicola e un cinema. Campi contadini buoi stalle dialetto. Alla fine della guerra i partigiani furono audaci e cattivi, i tedeschi crudeli. In Lombardia i partigiani dormivano nei fienili pagando ai contadini locali per il rischio di nasconderli. Non ho mai visto mio padre prendere soldi per ospitare i partigiani nei fienili».

Suo padre e i suoi avi lavoravano i campi. Facendo lo scrittore si è inurbato e ha smentito la continuità della stirpe, di cui ha scritto nell’ultimo romanzo.

«Ero disperatamente bravo. I professori ripetevano: “Sarebbe un peccato se non continuasse a studiare”».

Uno dei suoi temi ricorrenti è la scomparsa della civiltà contadina. Perché è così importante?

«Charles Peguy sostiene che è “il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo”».

La fine della civiltà contadina e l’avanzare della scristianizzazione sono legate?

«No. La morte della civiltà contadina è una conseguenza dell’avvento della tecnologia e dell’industrializzazione. Un tempo i contadini toccavano la pelle degli animali e il legno della vanga. Oggi toccano il metallo del trattore. Quel mondo aveva un’idea di genitori e figli, di vecchiaia, di Dio, di morte e di salvezza. Il massimo cambiamento è avvenuto nella concezione e nella pratica del sesso. La civiltà contadina ne aveva un’idea spaventata e peccaminosa. Ora crescono ragazzi non legati, il matrimonio è solubile. Io preferisco il mondo di prima. Il progresso ha come prezzo la fine di quella civiltà».

Si definisce uno scrittore della crisi.

«Narro il prezzo del progresso».

Ha seguito la storia dell’isola della laguna veneta dove non si celebra messa per mancanza di fedeli?

«Chiesa vuol dire adunata, assemblea. È chiaro che se il popolo si sposta, cambia concezione di sé e forma una nuova adunanza. Per restare a contatto con questa realtà la Chiesa deve spostarsi anche lei. È ciò che sta facendo Bergoglio».

Esponendosi alle critiche di mutamento della dottrina in tema di famiglia.

«Certo. Io sono stato forgiato dall’idea che il mio Dio non è il Dio degli altri. Che tra Cristo e Allah non c’è compatibilità. La nuova chiesa di Bergoglio applica questa compatibilità».

Applica?

«Applica. In sostanza viene finalmente a cadere il principio che diceva: “Extra Ecclesiam nulla salus”, fuori dalla Chiesa non c’è salvezza. Questo principio ha tormentato le intelligenze cattoliche, a cominciare da Dante Alighieri. Nel canto XIX del Paradiso Dante chiede a Dio dove stia la giustizia se l’uomo che, nascendo in riva all’Indo e non sentendo parlare di Cristo, non si salva. Ma l’aquila, che parla in vece di Dio, risponde: “Or chi tu sei che vuoi seder a scanna e giudicar lontano mille miglia con la veduta corta di una spanna”. Ho capito, io non ci vedo, ma tu sei Dio, dammi la risposta. Nella Commedia non la dà. Ai parroci della laguna che una volta m’invitarono per essere consigliati sulla predicazione dissi che dovevano abolire quel principio. Sottovoce uno di loro mormorò: “Extra Ecclesiam sola salus”, solo fuori della Chiesa c’è salvezza. Il che mi è sembrato un po’ audace».

Papa Francesco è stato criticato per aver detto nell’intervista a Eugenio Scalfari che ciascuno ha una propria «visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene».

«Papa Francesco stabilisce che: “Etiam extra Ecclesiam salus”, anche fuori della Chiesa c’è salvezza».

Piero Fassino nel 2006 ignorò Camon come candidato al Senato del Pd

Piero Fassino nel 2006 ignorò Camon come candidato al Senato del Pd

Dopo l’addio a Urbana, è sempre rimasto a Padova. La vita di provincia l’ha penalizzata?

«Ho sempre saputo che non sarei andato a vivere a Roma o a Milano. In provincia hai un rapporto più fragile col potere. Una dozzina d’anni fa si svolgeva a Buenos Aires una fiera del libro dedicata alla letteratura italiana. La Lombardia e il Lazio organizzarono la trasferta dei loro scrittori. Repubblica mandò un inviato al seguito. Un giorno mi arrivò una telefonata dall’ambasciatore italiano in Argentina: “Perché non è qui? Almeno lei ha dei libri tradotti”. Partii e tenni una conferenza davanti a 2000 persone. Andai nelle scuole, piene di figli d’immigrati che volevano sapere delle loro terre, Vicenza, Padova, Rovigo. Quando entravo nelle classi si alzavano in piedi e partiva l’inno di Mameli che tutti cantavano. Lo scrittore era uno di loro».

Cosa vuol dire che il rapporto col potere è più fragile?

«Ho sempre pensato che mi serviva un grande giornale e scrivo per La Stampa. Poi mi serviva un grande editore italiano e ho Garzanti, che ha pubblicato Pasolini, Mario Soldati, Carlo Emilio Gadda, Goffredo Parise. Avevo bisogno anche di un grande editore francese e ho avuto Gallimard, che ti rende uno scrittore di respiro mondiale. Poi ho avuto grandi editori in Unione sovietica e in America latina. Insomma, ho avuto tutto standomene qui. Per completarmi m’interessava l’esperienza politica. Volevo far fruttare la mia conoscenza del mondo della scuola, avendo insegnato a tutti i livelli. Ora abbiamo un ministro non laureato. Invece, è rimasto un desiderio incompiuto».

Questo è il suo secondo rimpianto.

«Per due volte mi candidarono a sinistra, ma il partito mi boicottò. Ci misi una pietra sopra. Nel 2006 tornarono alla carica: “Stavolta t’imponiamo. Vieni alla manifestazione con Flavio Zanonato, allora sindaco, e Piero Fassino”. Andai e fui presentato a Fassino come possibile candidato per il Senato. “Certo, mi venga a trovare a Roma”, incoraggiò. Dopo qualche tempo provai a contattare la sua segreteria, invano. Allora mi rivolsi a Veltroni che conoscevo da quand’era stato ministro dei Beni culturali. Dopo qualche giorno mi chiamò: “Fassino non ricorda di averti mai incontrato”. Seppi dopo che la candidata in Veneto per il Senato era Anna Maria Serafini, sua moglie».

Ha in progetto un nuovo romanzo?

«Non voglio fare l’errore di Alberto Moravia che alla fine scrisse un sacco di cose inutili. Vorrei pubblicare solo ciò che può restare».

Forse per Moravia scrivere era un modo per ingannare l’avvicinarsi della fine?

«Al contrario, è in me il terrore della morte. Perciò evito di fare cose mortali. Moravia era cinico anche di fronte alla propria fine. Mi raccontò che una volta in Sudamerica s’imbarcò su un piccolo aereo che doveva scavalcare una catena montuosa. L’aereo stentava a prender quota e le montagne si avvicinavano: “Pensai che è facile morire”, mi confidò. “E che cosa hai fatto?”, gli chiesi. “Una bella risata”. In quel momento, ho pensato che non sarei mai stato uno che ride davanti alla morte».

La Verità, 30 aprile 2017