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Suburra, una Gomorra meno dirompente

Se quei sampietrini potessero parlare… Hanno visto cose che noi uomini del Terzo millennio nemmeno immaginiamo: «La suburra, un posto che non cambia da 2000 anni», dice il Samurai già nelle prime scene. Una delle trovate migliori di Suburra – La serie, dieci episodi su Netflix, è la grafica della sigla. La cinepresa zuma sul lastrico romano e i sampietrini di acciaio lucido si sporgono come squame rettili fino a comporre il titolo, trasmettendo un senso inquietante di violenza strisciante e contundente. La seconda trovata è l’architettura narrativa degli episodi. Che si avviano con un climax, una scena inaspettata sapientemente interrotta, per poi ricominciare da «il giorno prima», con un flashback che riporta all’anteprima, mostrandone l’epilogo, un’altra sospensione cattura curiosità.

L’esordio di Netflix con una produzione made in Italy corrisponde alle molte attese del pubblico di riferimento. Per la realizzazione del prequel del film del 2015, firmato da Stefano Sollima e tratto dal libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, il colosso della streaming tv è ricorso alla Cattleya di Riccardo Tozzi (produttrice di Gomorra, qui in collaborazione con Rai Fiction), a buona parte del cast del film di Sollima, e alla regia dei primi episodi di Michele Placido, già direttore di Romanzo criminale al cinema (sempre da De Cataldo).

Sui terreni del litorale di Ostia di proprietà del Vaticano e del clan Adami, si concentrano le mire delle cosche mafiose che vogliono trasformarlo in un porto per il traffico di cocaina. La testa di ponte dell’operazione è il Samurai (Francesco Acquaroli), burattinaio della politica capitolina con addentellati in Vaticano, che muove le pedine per fare il gran salto nella criminalità internazionale. Corrompe il politico outsider Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), vuole allearsi con Sara Monaschi (un’ottima Claudia Gerini), revisore dei conti in Vaticano. Il piano si scontra con le ambizioni di tre criminali emergenti: l’allucinato Aureliano Adami (Alessandro Borghi), lo zingaro Spadino (un credibile Giacomo Ferrara), e Gabriele, figlio di un poliziotto (Eduardo Valdarnini). Tra doppi giochi e vendette incrociate, la storia intreccia «patrizi e plebei, politici e criminali, mignotte e preti». In sintesi, «Roma», chiosa il Samurai: la Roma corrotta, cupa e dissoluta, protagonista di Mafia capitale, in parte già vista con la banda della Magliana di Romanzo criminale. L’intrigo ha tutti gli ingredienti giusti per farsi seguire anche da un pubblico largo. Ma forse, avendo una scrittura più elementare di Gomorra, non ne possiede la stessa forza evocativa.

 

La Verità, 12 ottobre 2017