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I David di Donatello di Sky portano Hollywood sul Tevere

L’idea era lì, a portata di mano. Ma finora nessuno l’aveva raccolta. Eppure non era difficile. Visto che i David di Donatello sono considerati gli Oscar italiani, i David Awards, perché non trattarli alla maniera di Hollywood? Perché non hollywoodizzarli? Al mattino, c’era da sempre anche il ricevimento al Quirinale col discorsetto del Presidente della Repubblica… Era semplice no? In mano a Sky, l’appuntamento televisivo relegato alla differita per pochi cinefili e un pubblico di nicchia si è trasformato in evento: cinematografico, mediatico, anche mondano, per quel che conta. Una cerimonia di poco più di due ore è riuscita ad armonizzare carattere istituzionale, linguaggio moderno, ambizione artistica, autoironia e glamour da tappeto rosso. È il risultato della volontà di pensare in grande. Trasformare il rito dei David in evento è un piccolo mattone nella costruzione di un’industria che voglia produrre arte rivolta al grande pubblico. Bisogna crederci giorno per giorno e sorprende – ma non tanto – che non sia la Rai, il servizio pubblico anche produttore e distributore cinematografico, protagonista di questa operazione.

Premiazione perfetti sconosciuti

Diversi altri mattoni vanno aggiunti per far avanzare il progetto, a cominciare dalla rottura di certe consorterie dure a morire che resistono all’interno dell’Accademia (1916 giurati) e si sono viste all’opera nella distribuzione dei premi che, manco a dirlo, hanno proditoriamente escluso Quo vado? di Checco Zalone, peraltro già ampiamente sdoganato dalla critica più engagé. Più plausibili il trionfo di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti che ha visto premiati tutti quattro gli attori (Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli e Antonia Truppo, forse almeno il David all’attrice non protagonista poteva esser dirottato su Sonia Bergamasco), il successo di Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese (miglior film e miglior sceneggiatura) e il riconoscimento a Il racconto dei racconti di Matteo Garrone per la miglior regia e nelle categorie tecniche.

Tornando alla televisione, la sessantesima edizione dei David proposti in prima serata su SkyUno, SkyCinemaUno e, in chiaro, su Tv8, non è immune da impacci e ingenuità. A cominciare da Alessandro Cattelan,  acclarato talento della conduzione, ma forse troppo giovane e giovanilista per un evento così istituzionale. Lo si è intuito all’ingresso in teatro, quando con la sua verve da dj, ha presentato Toni Servillo in tutte le sue rughe da attore consumato. Il cambio d’inquadratura ha reso il salto generazionale e di carisma. Sensazione confermata poco dopo quando, citando Gianluigi Rondi, presidente dei David e autorità assoluta del nostro cinema, ha menzionato i suoi 94 anni, per invitare i premiati a ringraziamenti brevi. Per non parlare della gaffe sull’autore del motivo di Lo chiamavano Trinità (Franco Micalizzi e non Ennio Morricone). Altri nei: la lettura del gobbo di molti dei premiatori, le immancabili e veltroniane interviste ai bambini su chi è il produttore. Per il resto, narrazione ritmatissima, forse un filo discontinua, tra parodie dei Jackal, video registrati, gag di attori e attrici molto scritte (il presunto battibecco tra Matilde Gioli e Matilda De Angelis) e corsa indiavolata di Cattelan nel tentativo di recuperare il (presunto) ritardo. Pur con queste imperfezioni, dettate dall’esordio, alla prima prova Sky fa registrare un notevole cambio di marcia rispetto al passato. L’ironia di Paolo Sorrentino che si presta a giocare con i Jackal (“È il Cinema che mi manda”), l’emozione di Luca Marinelli e quella di Ilenia Pastorelli, l’intero cast artistico e tecnico di Perfetti sconosciuti sul palco restano momenti memorabili di una bella serata d’intrattenimento tra glamour e arte.

C’è da lavorare, c’è da limare. Ma abbiamo gli Oscar italiani, fruibili e godibili anche dal grande pubblico (grazie a Tv8). Una buona notizia, per la televisione e per il cinema.

Jeeg Robot, se Pasolini incontra un supereroe

Un supereroe nella periferia pasoliniana. È, in sintesi, la storia che sta prendendo in contropiede il cinema italiano. Non un film d’autore, né una trama pop. O forse entrambi, senza l’intellettualismo del primo e la prevedibilità della seconda. I suepereroi e Pasolini: due mondi più distanti tra loro non ci sono. Eppure Lo chiamavano Jeeg Robot è il film di culto del momento, opera prima del trentenne Gabriele Mainetti, romano con studi e frequenti soggiorni americani che hanno certamente ispirato il mix, esperienze da attore di fiction e autore di corti (Basette con Valerio Mastandrea, e Tiger Boy, selezionato dall’Academy nei dieci ma non nei cinque migliori per l’Oscar 2013), qui anche nelle vesti di produttore e autore della colonna sonora.

Jeeg Robot è il film che inaugura il cinecomics italiano, una scommessa ardita. “Ma noi non abbiamo paura di niente”, scherza da supereroe Mainetti. “Sì, c’ho messo un sacco di tempo…”. L’idea del 2009, è arrivata in porto all’ultima Festa del cinema di Roma. Fortissimamente voluta… “Io e Guaglianone avevamo in mente questa cosa di raccontare un supereroe in Italia. Ma anche se non quagliavamo, ci credevamo. Poi nel 2010 Nicola ha vuto la pensata e l’idea è diventata una sceneggiatura”.

Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un ladruncolo coatto e solitario che vive in uno scalcinato appartamento di Tor Bella Monaca, divorando budini alla vaniglia e dvd porno. Quando, in fuga dalla polizia, nel Tevere scivola dentro un bidone radioattivo, tutto cambia. Eroe suo malgrado, si trova a difendere la ragazza della porta accanto con la fissa di Jeeg Robot (Ilenia Pastorelli) dalle violenze dello Zingaro (Luca Marinelli), isterico capo-gang con gli occhi bistrati, l’ossessione di Anna Oxa e della fama di criminale più temuto di Roma.

Una storia che non ha trovato un produttore che ci credesse. “L’abbiamo cercato a lungo, fin quando RaiCinema ci ha dato cinquantamila euro per la start up”. E il resto? “Li hanno messi delle società private, il Banco Popolare di Bari, 300mila euro il Ministero per i Beni culturali, la Regione Lazio. Poi sì, io ho messo insieme tutti i pezzi e ho chiesto delle fideiussioni con la mia società (la Goon Films). Perciò son qui che prego tutti i giorni perché la gente vada al cinema. Certo, l’altra sera ha giocato la Roma…”. Però il film va bene anche nel resto d’Italia. “Sì, c’ha messo un po’ di più a attecchire…”. Le stamberghe del canile, i vicoli del centro, i sotterranei dell’Olimpico: Roma è il quarto personaggio… Sembra la faccia opposta de La Grande Bellezza. “No, Jeeg Robot non è anti qualcosa. Lo sguardo di Sorrentino è unico, basta un’inquadratura per cogliere l’anima della decadenza. Quando è uscito La Grande Bellezza noi avevamo già scritto la sceneggiatura. Roma ha talmente tante facce, noi ne raccontiamo una. La periferia pasoliniana che resiste a fatica, con la purezza d’animo dei suoi personaggi. Non con lo sguardo pietistico e superiore della borghesia, tipo guarda questi come sono conciati. Jeeg Robot è una sorta di Pasolini Sci Fi…”. Contaminazione tra due mondi lontani. “Per questo era un gran rischio. Ma ci ha aiutato la nostra storia. Abbiamo conosciuto ragazzi così, certi spacciatori senza famiglia sono diventati la nostra back story. E poi Tor Bella Monaca, la piazza di spaccio di coca più tosta di Roma. Qui c’è questo delinquente che sopravvive più che vivere e ha paura di buttarsi nella vita perché teme che, dopo le delusioni e le perdite, gli tolga tutto di nuovo. Jeeg Robot è l’educazione sentimentale di un misantropo. Anzi,  la ri-educazione. Che avviene tramite la purezza di Alessia. Lui è uno che anestetizza quotidianamente il dolore con i budini e i film porno, budini e film porno… Ma è un buono che cerca l’amore, l’amicizia. E lei, che pure soffre, gli apre il cuore…”.

La forza del film è anche il profilo dei protagonisti ben definito. “Sì, tante cose li rendono credibili. C’è l’idea di portare il supereroe in Italia, contaminandola con il neorealismo e il cinema anni ’60. Poi c’è la nostra cultura con le sue icone pop. Lo Zingaro potevo farlo come un toro incazzato con le narici sparate. Invece ha la nevrosi di mettersi in vetrina. È la vetrinizzazione del sociale, la dittatura dei like, di cui siamo tutti prigionieri. Ed è l’antitesi di Enzo che si rifugia nell’ombra e nell’oscurità, non vuole essere visto, non vuole compromettersi per paura di soffrire ancora, diventa una star contro il proprio volere, costretto dai murales sulle sue imprese in stile Bansky. Invece quell’altro ha ancora il narcisismo di quando voleva sfondare in tv e trasferisce questa voglia di fama e visibilità nella vita criminale. Una contraddizione irriducibile… Ricordo che mentre stavamo scrivendo la sceneggiatura il mio direttore della fotografia mi mostrò alcuni criminali messicani che postavano su Facebook le foto con i corpi delle loro vittime”.

Lo chiamavano Jeeg Robot è anche un piccolo fenomeno multitasking. Nei giorni scorsi è andato esaurito nelle edicole anche l’omonimo fumetto uscito in contemporanea al film e firmato da Roberto Recchioni, Giorgio Pontrelli, Stefano Simeone e ZeroCalcare, un ipertesto che non spoilerizzava nulla. E, a proposito di ipertesti, si comincia a paventare l’idea di un Continuavano a chiamarlo… Ma questo, Mainetti, giustamente non vuole dirlo.