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Sgarbi a Renzi: «Occupare le tv non porta consenso»

Ha visto Vittorio Sgarbi, anche Il Foglio licenzia.

«Francamente, non sapevo del licenziamento di Alessando Giuli, m’informerò».

Qualcosa le posso dire anch’io: Giuli era condirettore, un giornalista di destra non allineato e in dissidio non solo politico con Claudio Cerasa. È stato progressivamente messo ai margini fino alla decisione di fare a meno di lui alla scadenza del contratto.

«Se è andata così, mi spiace molto. Finora non ho percepito nessuno dei licenziamenti di cui si è parlato come volontà diretta di Renzi. All’inizio, quello di Belpietro mi era sembrato un fatto di arroganza della proprietà. Essendoci una storica sintonia tra Belpietro e Feltri, quell’avvicendamento avrebbe potuto avvenire in modo diverso. Subito non l’avevo attribuito al tentativo di pilotare l’informazione nella campagna referendaria. Poi ho parlato con Belpietro e ho capito che c’era dell’altro».

Il licenziamento di Giuli, di cui ieri ha dato notizia La Verità, è solo l’ultimo di una serie che comprende quello di Maurizio Belpietro da Libero, il siluramento di Bianca Berlinguer dal Tg3 e la sostituzione di Massimo Giannini alla conduzione di Ballarò con un talk show che fa meno ascolti. (Sgarbi risponde al telefono in una pausa del festival letterario Babele a Nord Est di cui è direttore artistico, da ieri in corso a Padova). «Non mi sono parsi l’esito di un atto di autorità del premier. Poi, certo, chi c’è dentro, ha altri argomenti. Mi auguro che non siano avvenuti solo per la campagna in favore del Sì al referendum. Cioè, mi riservo di pensare che le motivazioni siano più complesse».

Forse, in qualche caso non c’è un diktat diretto, ma la sudditanza o l’acquiescenza di chi gestisce giornali e telegiornali.

«Certi casi mi sembrano più clamorosi, altri più subdoli».

È una delusione dal Foglio che ha sempre vantato la propria indipendenza e ospita firme che vanno da Sel a Cl?

«Ho sempre trovato il Foglio di Giuliano Ferrara un giornale politico nonostante l’apparenza saggistica e la qualità delle firme. Il giornale più ricco. All’inizio berlusconiano, poi filoberlusconiano, poi un po’ bigotto durante la campagna contro l’aborto, ora renziano con Cerasa. A differenza di molti giornali che si fingono indipendenti mentre sono molto politici, il Foglio, da indipendente, ha sempre scelto una parte per avere una tutela di cui, invece, non ha bisogno. Come volesse essere adottato».

L’adozione è pienamente avvenuta.

«Dichiararsi non indipendente è un modo di rispondere alle critiche per un licenziamento».

Tornando al renzismo, secondo lei non pecca d’intolleranza? Guardi anche il boicottaggio ai talk show scomodi di La7.

«A un certo punto, a margine dello spostamento della Berlinguer, si è letto che tutta la stampa e la televisione erano allineate alle posizioni del Sì. Invece non siamo arrivati a questo. Il No prospera. E poi c’è un altro fatto sottovalutato…».

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer a «Politics» di Rai 3

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer a «Politics» di Rai 3

Dica.

«Chi punta a occupare le tv non sempre ottiene il risultato sperato. La dittatura della comunicazione non porta consenso. Il monopolio non è garanzia di vittoria. L’efficacia della comunicazione non è un fatto di quantità. La Lega vinse senza televisione. Le porto un esempio famoso. Quando, all’inizio degli anni ’90, ad un confronto tv, De Mita parlò un quarto d’ora nel suo politichese, e Bossi dopo aver a lungo ascoltato gli rispose “ma tachete al tram”, stravinse Bossi. Puoi comprarti il Sì di Libero, del Foglio e dell’Unità, ma poi magari vince il No anche se privo di un organo ufficiale. Questo lo dico senza voler giustificare nulla».

Il boicottaggio riguardava i programmi di La7, dove il premier non può influenzare nomine di conduttori e direttori.

«Certo, certo».

Perché il renzismo è così intollerante con giornalisti e commentatori?

«Non ho questa sensazione. Non ce l’avevo nemmeno con Berlusconi. È una filosofia che funziona sul Fatto demonizzare l’avversario, creando mostri del male assoluto. Io ho quasi tenerezza per Renzi perché lo vedo debole sul piano dei contenuti e della politica. Lo vedo sopraffatto dai No. Essendo uno che, come e più di Berlusconi è uomo del fare, in un Paese immobile come il nostro lo vedo sconfitto dagli ostacoli, dalle scelte conservatrici. Renzi mi appare come un San Sebastiano che prende frecce da tutte le parti. Questo non significa che condivida la sua riforma della Costituzione. Tutt’altro».

Nel mondo renziano c’è una sopravvalutazione dell’immagine? Che cosa pensa della cena alla Casa Bianca e del parterre di ospiti che il premier si è portato?

«Una sceneggiata segno di debolezza. Alcide De Gasperi non avrebbe avuto bisogno di andare con Totò da Harry Truman. Questo parterre di ospiti è anche un errore di comunicazione».

Una parte della delegazione italiana che ha partecipato alla «State dinner»: Roberto Benigni, Bebe Vio e Raffaele Cantone

Alcuni degli invitati italiani alla «State dinner»: Roberto Benigni, Bebe Vio e Raffaele Cantone

Si spieghi.

«I cittadini italiani che li vedono salire sull’aereo di Stato per andare a cena con il presidente americano s’incazzano. Se Benigni fosse andato col suo aereo privato, forse avrebbe avrebbe bonificato l’abuso. Questa trasferta così annunciata non porta nessun consenso. Forse ne fa perdere. Magari, se avessero usato un aereo di linea in seconda classe… Se uno fa un errore di comunicazione come questo qualcosa che non mi torna. Vuol dire che è in un momento di difficoltà».

Addirittura.

«Sono convinto che vincerà il No. Rastrellare consensi illustri come quelli di Benigni, di Armani, degli industriali rientra nella logica dei poteri forti che quando c’è un governo, per loro convenienza sperano che duri. Credo che Renzi sia entrato in un vortice di antipatia difficile da ribaltare, perché ormai prevale l’onda di malumore diffuso che somiglia a quella vista quest’estate in occasione delle vacanze con aereo privato di Paolo Bonolis».

Che cosa pensa della tendenza a voler impedire il dissenso e a sistemare amici ovunque?

«È la filosofia di Amici miei, altro sintomo di debolezza. Stare con quelli di cui posso fidarmi anziché con quelli che hanno merito non è una psicologia da leader, ma da persona sulla difensiva. Se credo che la Berlinguer non sia dalla mia parte, non la sostituisco con un altro, ma tento di ottenerne la neutralità. A Santoro Berlusconi ripeteva: “Si ricordi che lei è servizio pubblico”. Invece, lui sceglie gli amici, che non sono amici perché sono d’accordo con lui, ma sono d’accordo con lui perché sono amici. È il rovesciamento della celebre formula amicus Plato sed magis amica veritas (“Platone mi è amico ma mi è più amica la verità” ndr)».

Una degenerazione già vista e che lei conosce.

«Quando Berluscnoni piazzava Previti, Urbani o Letta aveva comunque una considerazione del valore professionale delle persone scelte. Nel caso di Renzi l’unica discriminante è il fatto amicale. Questa operazione non è mai vittoriosa. Il consenso deriva dalla capacità di persuasione. Berlusconi diceva sempre che il presidente del Consiglio non ha potere. Poi ci siamo accorti che quando è arrivato Renzi ha fatto più cose. Come dimostrano i casi di Cossiga, Napolitano e Mattarella, penso che il potere non sia quello che hai per contratto, ma quello che riesci a ottenere con la persuasione».

Carlo Freccero dice che siamo entrati nell’era della post democrazia, nella quale è decisiva la propaganda.

«La propaganda si esplica attraverso la retorica che è il sintomo della mancanza di capacità di persuasione, quella che, per esempio, Renzi aveva dimostrato in occasione della riforma del jobs act. La persuasione è il contrario della propaganda perché ha come obiettivo convincere nel merito chi è contrario. Jung, padre della psichiatria moderna, ha scritto che il limite della Trinità cristiana è non aver inglobato il diavolo facendo la quaternità. Renzi divide il mondo in amici e nemici e si trincera dietro ai suoi. Invece, avrebbe dovuto lasciare al suo posto la Berlinguer e chiederle di essere equa».

 

La Verità, 19 ottobre 2016

 

Sette cose non vere scritte sulla Rai

Cresce il nervosismo dei politici che seguono i movimenti dentro la Rai. I nuovi dirigenti non soddisfano, sono ritenuti lenti, timidi. Si sbrighino, dopo le amministrative c’è il referendum. Sottosegretari e commissari vigilanti rumoreggiano, vogliono contare e influenzare le scelte. Basta seguire le audizioni della Commissione di Vigilanza per rendersene conto (http://bit.ly/1VmfGeI). L’altro giorno il sottosegretario alle Telecomunicazioni Antonello Giacomelli ha criticato la nuova dirigenza della tv pubblica, espressa non più tardi di nove mesi fa dal governo di cui è autorevole rappresentante. Il piano industriale di Campo Dall’Orto? Non c’è… “C’è solo un’indicazione di obiettivi”. Si sa, i politici non amano parlare di media company. Vogliono nomi e caselle. Chi dirigerà il Tg3 e chi condurrà Ballarò. Siamo tutti Ct della Nazionale e direttori di Raiuno. Stando invece al piano industriale gli obiettivi primari sono cambiare filosofia, migliorare contenuti, modernizzare l’informazione, aggiornare linguaggi. Teoricamente, se si riuscissero a quadrare i contenuti con questi direttori dei tg, potrebbero persino rimanere. L’obiettivo è creare un’azienda dell’immaginario in grado di stare al passo con la rivoluzione tecnologica.

Michele Anzaldi, commissario di vigilanza Rai

Michele Anzaldi, commissario di vigilanza Rai

Per fare il confronto tra questa mission e la realtà quotidiana, l’altro giorno la Rai di Firenze ha dovuto acquistare da un service esterno le immagini della voragine sul Lungarno. All’ora in cui si è verificato il disastro non c’erano troupe in servizio e le norme sindacali impediscono di usare un telefonino o un tablet per girare anche un video d’emergenza. Modernità… Altro esempio: in Rai esistono ben 250 siti che ne riportano il marchio (tutti ovviamente con un traffico modesto per non dire irrisorio), ma non esiste una divisione digitale che li gestisca. Tutto questo non preoccupa né Michele AnzaldiSalvatore Margiotta, per citare due vigilanti a caso in quota Pd. Margiotta è invece preoccupato che esista uno “scollamento” tra il governo e i vertici di Viale Mazzini. Magari. Non s’era detto che lo scopo della nuova governance e del dg trasformato in amministratore delegato doveva fungere da scudo contro le ingerenze dei partiti? Chiacchiere, loro vorrebbero tutto, come dire, più incollato. E se non lo è abbastanza, scalpitano. Vogliono le nomine giuste e i conduttori giusti. E bisogna farla pagare a Verdelli che, parlando dell’intervista a Riina, disse “non censuro per le dichiarazioni di cinque o dieci politici”. Nel frattempo, chissà come e chissà perché, continuano a uscire indiscrezioni molto ipotetiche e nomi improbabili.

Ecco una lista di notizie infondate.

Massimo Giannini, conduttore di Ballarò, non ancora giubilato

Massimo Giannini, conduttore di Ballarò, non ancora giubilato

  1. Fabrizio Ferragni, attuale vicedirettore del Tg1, nominato direttore di RaiParlamento al posto di Gianni Scipione Rossi.
  2. Carlo Verdelli pronto a mollare perché non tocca palla, inascoltato dagli altri dirigenti.
  3. I talk show che, escluso Porta a Porta, sono due (Ballarò e Virus), trasformati in programmi di infotainment.
  4. Massimo Giannini già fuori dalla Rai e in cerca di un altro posto.
  5. Pif conduttore di Ballarò.
  6. Francesco Merlo silurato come collaboratore di Verdelli (inizierà il primo giugno come consulente).
  7. La triade femminile di direttori dei telegiornali composta da Sarah Varetto, Lilli Gruber e Lucia Annunziata.

Perché il caso Porro è un virus che debilita la Rai

Questa faccenda del Virus di Nicola Porro, e delle epurazioni che non sono epurazioni, gli sta venendo male alla nuova Rai di Campo Dall’Orto e Monica Maggioni. Un pasticcio. Intanto, perché ieri sera Virus ha fatto il record di ascolti, 6,2 per cento di share con quasi un milione e 400mila telespettatori (due punti più della media rivendicata dal direttore Ilaria Dallatana come causa della chiusura), trasformando Raidue in terza rete assoluta dietro Raiuno e Canale 5. E poi perché attorno alla cancellazione del programma si sta coagulando il forte sospetto che si vogliano spegnere le voci dissonanti – vedi anche il caso di Massimo Giannini rimosso da Ballarò – rispetto a quello che Carlo Freccero chiama “il pensiero unico renziano”. Forse non sarà così, anche perché il premier è stato spesso ospite di Virus, ma come diceva qualcuno che se ne intendeva, a pensar male si fa peccato, però… Così, ieri sera ogni ospite di Porro, da Salvini a Lupi, giocava al tormentone “mi dispiace molto che questa sia una delle ultime trasmissioni di Virus…”; “mi dispiace che la stiano segando…”.

Maurizio Crozza nei panni di Giovanni Floris nella parodia dei talk show

Maurizio Crozza nei panni di Giovanni Floris nella parodia dei talk show

Non che tutto ciò che fa Porro sia un capolavoro. I talk show sono in crisi da un pezzo (anche a causa della modesta statura del ceto politico) e anche Virus, come diMartedì di Giovanni Floris, si segmenta in tanti argomenti per raccogliere pubblici diversi, dalla morte di Pannella al probabile attentato terroristico all’aereo della EgyptAir, dalla burocrazia che ostacola gli imprenditori all’assoluzione del generale Mori, fino al ritorno sulla vicenda dei vaccini, per correggere gli errori di settimana scorsa. Insomma, un fritto misto che dà ragione alla parodia che dei talk ha fatto Maurizio Crozza su La7  (“stasera parleremo di referendum sulle trivelle e melanzane alla parmigiana…”).

Monica Maggioni, presidente della Rai

Monica Maggioni, presidente della Rai

Anche il coinvolgimento di Luigi Bisignani come ironico corsivista complottardo non ha giovato a Porro. E ha ragione la presidente Monica Maggioni quando, parlando con Repubblica, dice che “qualche epurazione nella mia vita l’ ho vista davvero, ma mai con una trattativa in corso sul programma successivo, il mantenimento dello stesso trattamento economico, la possibilità di studiare un format diverso insieme al nuovo direttore di rete. Se le epurazioni sono così, vorrei essere epurata anch’io”. Se però il nuovo format è un programma alle 19 della domenica pomeriggio qualche perplessità è più che giustificata. E va ad aggiungersi al fatto che, visto il momento, invece di essere subito fermato, Virus poteva restare in onda ancora qualche puntata per seguire le amministrative e il referendum in Gran Bretagna come chiedeva il conduttore. Questo avrebbe significato una collaborazione reale e non di facciata.

Insomma, se si vogliono migliorare formule e linguaggi dei programmi di approfondimento e tutelare i conduttori della real casa forse si poteva muoversi con più circospezione. Invece Mentana ha già fatto le sue avance e il forte dubbio che si voglia normalizzare la Rai rimane…