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«In tivù siamo casinisti, in casa taciturni»

Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu li si può intervistare solo in coppia. Così vuole il loro manager, Beppe Caschetto. Potentissimo. Quindi eccoci in una trattoria di Milano vicino a Corso Sempione, zona Rai. Avete presente l’intervista doppia delle Iene? Per anni, complice la Gialappa’s, l’hanno inflitta alle loro vittime. Stavolta la subiscono.

Siete al timone di Quelli che… Masticate di calcio?

Paolo: «Io sono figlio d’arte. Nel senso che mio padre era dirigente di un club di tifosi genoani. Ricordo che una volta, da piccolo, quando rientrando da scuola gli chiesi cosa fosse la Sampdoria negò l’esistenza di un’altra squadra genoana».

Luca: «Anch’io sono genoano di famiglia. Erano tutti uniti e compatti, non avevo alternative».

Il momento più bello da tifosi?

Luca: «Nei quarti della Coppa Uefa del 1992, quando battemmo 2 a 1 il Liverpool. Siamo l’unica squadra italiana ad aver espugnato Alfield Road».

A Quelli che… la squadra deve ancora amalgamarsi.

Luca: «Abbiamo praticamente fatto un numero zero in onda. I collegamenti non erano mai stati provati. Con Mia Ceran siamo in tre a condurre una trasmissione che è molto radiofonica perché le partite di cui parliamo tutto il tempo non si vedono».

Com’è dirigere un’orchestra per dei solisti come voi?

Paolo: «S’impara facendo. Saremo un po’ meno coppia. Ognuno avrà il proprio modo d’intervenire, anche in accordo con Mia, cercando di capire quando è il momento di smettere».

Un’orchestra di strumentisti che provengono tutti dal conservatorio di Caschetto.

Luca: «Nella prima puntata c’era molto caschettismo. Al tavolo dei commentatori, però no».

Paolo: «Il cuore del programma è nei collegamenti con gli stadi. Se funzionano quelli funziona tutto. Direi che è un’orchestra jazz».

Luca: «Per dire, Giorgio Mastrota non è di Caschetto. È un amico che sa stare al gioco».

Beppe Caschetto, manager di Luca e Paolo

Beppe Caschetto, manager di Luca e Paolo e non solo

Avete trovato quel musicarello dove debuttò come attore…

Paolo: «Merito degli autori guidati da Massimo Venier che sono la vera ossatura del programma».

Avete detto: faremo come i jazzisti. Conoscete il jazz?

Paolo: «Diciamo che nasco chitarrista… e muoio presto. Ascolto dal be bop alla fusion. Però l’improvvisazione teatrale è un’altra roba».

Giass su Canale 5 non vi portò fortuna.

Luca: «Ah, ecco dove volevi arrivare. Ma Giass stava per ghiaccio in milanese, per Great Italian Association, e sì… per jazz. Era tante cose».

Tornando al calcio: voi siete come Bonucci che ha lasciato una squadra dove ha vinto tanto per diventare il leader di una in cerca di rilancio?

Luca: «Semplicemente abbiamo lavorato tanti anni in un’azienda facendo cose belle e qualcuna meno bella. A un certo punto Ilaria Dallatana, direttore di Rai 2, ci ha chiesto se volevamo lavorare insieme. Ci siamo trovati d’accordo sull’idea di rifare Camera cafè. Poi si sono aggiunte altre cose. Il nostro lavoro non cambia, cambia solo la piattaforma».

Paolo: «Comunque, presto su Canale 5 partirà Immaturi, la serie tratta dal film. Se avessimo mantenuto anche la copertina di DiMartedì avremmo fatto bingo. Magari la rifaremo».

Di Bonucci ci si chiede se sia un fuoriclasse, un campione o un ottimo giocatore: voi come vi sentite?

Paolo: «Fuoriclasse no. Siamo buoni giocatori che hanno la fortuna di lavorare molto. Quando andiamo bene, come accadde al Festival di Sanremo, c’è sempre un pizzico di stupore, figlio dell’incredulità: sorprende che riusciamo a buttarla dentro».

Luca: «Siamo degli underdog, poco considerati che superano le attese. Crozza è un fuoriclasse, noi dei jolly. Come quei giocatori che possono cavarsela in ruoli diversi, e che fanno la gioia degli allenatori».

Come vi siete lasciati con Mediaset? Avete lavorato con tutti i big del gruppo…

Paolo: «Ci siamo lasciati benissimo, ricevendo tanti in bocca al lupo. E certamente non è stato un addio».

Luca: «Si abbiamo lavorato con grandi personalità, Fatma Ruffini, Antonio Ricci, Davide Parenti e anche Maria De Filippi. Poi ognuno ha il proprio carattere. Con Ricci, che ci ha sempre dimostrato affetto e stima, la sintonia è massima».

Antonio Ricci, Maurizio Crozza e prima Beppe Grillo, poi Fabio Fazio, Carlo Freccero, Enrico Ghezzi, voi: perché in tv siete tutti liguri?

Paolo: «Perché siamo un po’ zucconi, tenaci. A Genova sei schiacciato tra mare e monti. Se non vuoi implodere o fai il cantautore triste o il comico. Poi allo Stabile c’è stata per vent’anni una delle migliori scuole di recitazione d’Italia».

Luca: «Noi, Crozza, Ugo Dighero, Maurizio Lastrico, siamo tutti usciti da lì. A Genova c’è sempre stato gran fermento, spero che ritorni. Comunque, la questione geografica è fondamentale».

Non avete bisogno di fare molta strada per andare in vacanza.

Luca: «Dipende. La mia vacanza ideale è nella Comunità di Bose, quella di Enzo Bianchi. Mi hanno detto che c’è l’obbligo del silenzio».

Non sarete persone taciturne?

Luca: «Muti o quasi. Facciamo lunghi viaggi in treno senza scambiarci una parola. Manco ciao».

Paolo: «Per due che si conoscono da 25 anni non serve parlarsi per sapere cosa pensiamo. Siamo genovesi: esiste una comunicazione che prescinde dal parlare».

Che significa essere genovesi?

Luca: «Tra il clamore e il silenzio un genovese preferisce sempre il secondo. Perché non ne ha paura, ne avverte l’urgenza di riempirlo. Meglio ascoltare che parlare».

«Le parole sono sopravvalutate», dice un personaggio di Tracks, un film di John Curran sulla storia vera di una ragazza che nel 1977 attraversò il deserto australiano.

 Luca: «Mio zio era un camallo del porto. Quando telefonava e alzavi la cornetta udivi un verso gutturale che conteneva tutto: ciao, sono lo zio, passami la mamma».

Vi facevo logorroici chiacchieroni.

Paolo: «Tutt’altro. Perciò Quelli che il calcio, dove bisogna chiacchierare tre ore, è una sfida vera».

Giorgio Gaber nel Teatro canzone che ispirò Luca e Paolo

Giorgio Gaber nel Teatro canzone che ispirò Luca e Paolo

Dove vi siete conosciuti?

Luca: «Alla scuola dello Stabile. Finita la quale io ho continuato lì, lui è andato al Teatro della Tosse. Fu Gaber a consigliare di metterci insieme. Venne in tournée a Genova, prima con Il Grigio, l’anno dopo con Il Teatro canzone. Feci una specie di voto: dato che mi scartavano sempre, se avessi superato il provino della scuola sarei andato a vedere tutti i suoi spettacoli. Stanca di vedermi, la bidella mi combinò un incontro con lui».

Paolo: «Il nostro primo spettacolo fu una specie di plagio degli ultimi vent’anni del suo Teatro canzone».

Il meglio e il peggio della televisione, secondo voi.

Paolo: «Mi ha piacevolmente sorpreso la serie di Rocco Schiavone che ho appena recuperato. Quando ho visto che il regista è Michele Soavi ho capito. In genere, le serie mi smuovono la testa. Con i reality invece m’impigrisco».

Luca: «Non guardo molta tv. Cioè, non come riempitivo. Non riguardo neanche me stesso. Però non sono schizzinoso. Pio e Amedeo di Emigratis mi fanno molto ridere. Anche se non è la prima cosa che salta agli occhi, ci vedo una tristezza e un’intelligenza rare».

Il film della vita?

Luca: «Sono indeciso tra Amadeus e Fantozzi».

Spettro ampio.

Luca: «Un altro che mi è piaciuto è L’ottavo giorno con Daniel Auteil, la storia di un uomo d’affari in crisi che si ritrova attraverso il rapporto con un ragazzo down».

Paolo: «I miei preferiti sono Il cacciatore e La dolce vita. E anche Il gusto degli altri, un film francese scritto e diretto da Agnès Jaoui».

Libro sul comodino?

Luca: «Sto leggendo La battaglia, su Waterloo, di Franco Barbero, uno storico che adoro».

Paolo: «Mi piacciono le biografie. Adesso ho attaccato L’arte della vittoria – Autobiografia del fondatore della Nike. E certe storie di imprese estreme, tra sport e follia. Di recente mi ha preso Icarus, il documentario di un regista americano che decide di fare la Haute route, una corsa che raggruppa in cinque giorni le tappe più faticose del Tour de France. Si dopa per vedere cosa succede e scopre di andare peggio dell’anno precedente in cui era pulito».

A cena con?

Luca: «Barbero, lo storico».

Paolo: «Lance Armstrong. Per chiedergli perché ha distrutto la sua stessa leggenda».

Un politico, un intellettuale, un imprenditore di cui non perdete un colpo.

Luca: «Non perdo mai la rassegna stampa di Massimo Bordin su Radio radicale».

Paolo: «Mi affascinano i grandi imprenditori. Sono amico di Cremonese, proprietario di marchi sportivi. Mi domando come fanno a essere così tranquilli gestendo aziende con 5000 dipendenti».

Avete un progetto rimasto nel cassetto?

Luca: «Per anni abbiamo sognato di portare a teatro Rosencrantz e Guildenstern sono morti. Mi sa che adesso siamo troppo vecchi, ripiegheremo su Pigna secca e pigna verde».

Paolo: «Anche portare MtvTrip negli Stati Uniti non sarebbe male. Vedere come reagiscono gli americani a due pazzi che girano su un’auto funebre potrebbe essere divertente. L’anno scorso volevamo proporlo al seguito del Giro d’Italia…».

Luca: «È un format che ha fatto scuola. Dopo MtvTrip quante inquadrature nell’abitacolo dell’auto. Come anche dopo Camera cafè, quante sit com con telecamera fissa: piloti, carcerati… In Italia se qualcuno ha un’idea, invece di farsene venire un’altra, si copia. Pensa a Masterchef».

Il momento migliore della vostra carriera?

Paolo: «Il Festival di Sanremo. Per 40 giorni sei un astronauta sulla luna… Per una cosa che in fondo è un festival della canzone. E che, un minuto dopo che è finito, ti accorgi che non era così importante».

Luca: «Anche lo spettacolo su Gaber firmato con Sandro Luporini, il suo coautore storico, è stato un bel momento. Se penso che abbiamo cominciato provando nel mio garage uno show ispirato da lui…».

Fazio è di Caschetto pure lui. Cosa pensate del suo contratto?

Luca: «In questo mondo nessuno ti regala niente. Se uno viene pagato tanto è perché vale».

Con i soldi del canone è più facile cadere in tentazione.

Paolo: «Non credo. La Rai è così. Se si finanziasse solo con il canone e facesse una sola rete come in Gran Bretagna ci sarebbero più tv commerciali e più offerta».

Luca: «E per noi artisti sarebbe un vantaggio».

 

La Verità, 17 settembre 2017

«Tra i due Matteo il Cav scelga Giovanni (Toti)»

Il giornalista richiamato dalla pensione per creare un sistema di comunicazione integrato e d’avanguardia non si era ancora visto. Invece esiste e lavora insieme a noi. Si chiama Paolo Liguori, ha 68 anni, dirige Tgcom24 e i nuovi media di Mediaset. Come certi poliziotti del cinema americano, ha combattuto parecchie battaglie senza diventare cinico e ora è di nuovo in prima linea. Il suo film potrebbe intitolarsi Ritorno al futuro.

Perché un telespettatore dovrebbe scegliere Tgcom24 anziché le reti all news della concorrenza?

«Non è il telespettatore che sceglie Tgcom24, siamo noi che lo seguiamo ovunque. Il telespettatore statico davanti alla tv ha ceduto il posto a un uomo dinamico, cacciatore di notizie, che continua a informarsi mentre è in metrò o in sala d’attesa dal medico».

È per questo che sei tornato, come in un film?

«Questo è un lavoro, ma anche una passione e un sogno. La passione consiste nel realizzare qualcosa che non esisteva: un sistema integrato tra tutti i media e con un unico marchio. Fino a ieri tv, radio e internet erano considerati alternativi. Invece, sono convergenti».

Il sogno?

«È chiudere il cerchio. Completare una carriera in cui ho lavorato come cronista politico, giornalista d’inchiesta, direttore di settimanali e quotidiani e in tv ho fatto programmi e diretto telegiornali. Sapendo che il nostro è un mestiere, non una professione».

Spiega.

«I professionisti studiano per salvare vite umane o costruire città, il giornalismo è un mestiere che s’impara facendolo. I migliori di noi sono bravi artigiani. L’idea di considerarsi professionisti è il primo equivoco dal quale metto in guardia i ragazzi in università. Poi ce n’è un altro».

Sentiamo.

«Considerarsi intellettuali, mentre siamo osservatori. I migliori sono buoni analisti».

Sei anche responsabile dei New media di Mediaset: formula altisonante.

«Quando, oltre i cinquanta, mi sono messo a studiare il sistema digitale ho scoperto che non riguardava internet, ma conteneva un cambiamento di ritmo dell’intera società. Ma ero isolato. Anche dentro Mediaset si pensava che tv e internet fossero alternativi. Se si parte dal fattore tempo, internet lo toglie alla tv. Ma se si parte dalla persona che lavora, viaggia o va a scuola, il digitale è un modo più potente per seguirla».

Tornando alla domanda iniziale: in cosa Tgcom24 è diverso dalle altre reti all news?

«Noi facciamo informazione a flusso. Che è diversa dall’informazione a rullo, confezionata e ripetuta. Se c’è un avvenimento, tipo l’incendio di Castel Fusano o uno sbarco di migranti, ci fermiamo e approfondiamo. Se ho le immagini, le metto nei social, attivo le dirette su Facebook, attendo i commenti della gente, che riporto in tv. Abbiamo un bacino totale di pubblico di 27 milioni di persone, una platea che la Rai ha per Sanremo o per un match della Nazionale. Gli esperti lo chiamano sistema della convergenza».

Risultato?

«Quest’anno l’incremento di ascolti è stato del 24%. Il canale esplode quando ci sono gli eventi, fino a un milione di spettatori».

Il gruppo degli Uccelli: Liguori detto «Straccio» è il secondo da destra

Gli Uccelli: Liguori detto «Straccio» è il secondo da destra

Ricominciamo da capo. Come «Straccio», appartenente agli Uccelli della facoltà di Architettura di Valle Giulia è diventato un dirigente Mediaset?

«Allo stesso modo in cui Marco Polo imparò il cinese: viaggiando. Durante il viaggio dalla contestazione situazionista all’impegno nella società dello spettacolo mi sono ritrovato nella scena che Guy Debord, Marshall McLuhan e Herbert Marcuse avevano preconizzato negli anni Sessanta. Mi spiace per chi non ha letto quegli autori al momento giusto, scoprirli adesso è come accorgersi del genere femminile da vecchi».

Lotta continua è stata un luogo esistenziale, uno strumento della lotta di classe, un capitolo del passato?

«È stata un capitolo preceduto da quello della contestazione, che ha lasciato il passo ad altri capitoli. Ma quello di Lc non è stato conseguenza di quello degli Uccelli».

Definisci Adriano Sofri.

«Una persona molto intelligente, che ha grande bisogno di affetto ed è capace di darne molto. Anche per leader così il ’68 è riuscito a trasformare la persona da oggetto a soggetto della comunicazione».

È il mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi?

«Assolutamente no. È una sciocchezza, voluta e costruita».

Ci sono stati parecchi processi.

«I tanti gradi di giudizio non m’impressionano né per Contrada, né per Bossetti e nemmeno per Sofri. Quando non c’è una storia ricostruita con chiarezza, i processi sono la quantità di chiodi che servono a crocifiggere una persona. Non serve dire che è una storia cominciata duemila anni fa».

Nei processi si verificano prove e testimonianze.

«Sono l’equivalente della scelta del metallo con cui sono costruiti i chiodi».

Dopo un po’ di gavetta sei stato assunto al Giornale a Roma. Un giornale conservatore…

«Era il Giornale di Indro Montanelli».

Indro Montanelli: «Il genio per un giorno»

Indro Montanelli: «Il genio per un giorno»

Come nacque l’inchiesta sui fondi per la ricostruzione dell’Irpinia?

«Montanelli aveva scritto un editoriale su De Mita intitolato Il padrino. De Mita querelò, Montanelli s’infurentì e mi chiamò: “Devi partire per le zone del terremoto, investigare su tutto e dimostrarmi che in quella situazione De Mita si è comportato da padrino”. Finì con una commissione d’inchiesta parlamentare presieduta da Scalfaro che non arrivò a conclusioni certe, anche se conteneva severissime critiche a chi aveva amministrato i fondi del terremoto traendone potere. De Mita era contemporaneamente Presidente del consiglio e segretario della Dc e nella Prima repubblica era proibito».

Chi era Indro Montanelli?

«Il genio per un giorno. Genio del quotidiano, insuperabile a cogliere il fatto principale, scriverlo e descriverlo con una lingua chiara ed efficace, mai vista né prima né dopo».

Ti avvicinasti ai socialisti. Cosa ti piaceva del Psi?

«L’impostazione solidarista e Bettino Craxi. Se non l’avessi conosciuto mi sarei dimenticato del socialismo. Come partito preferivo la Dc».

Definisci Bettino Craxi.

«Un politico un passo avanti rispetto a tutti gli altri. Oggi nessuno ricorda più che D’Alema e Occhetto andarono a parlare con lui perché erano disperati per l’ottusità del loro partito».

Hai diretto Il Sabato, vicino a Comunione e liberazione, dove ci siamo conosciuti.

«Altro capitolo molto importante. Imparai due cose distanti tra loro: la centralità della persona e la grandezza del mondo. Il Sabato fu la mia prima direzione. Da cane sciolto a direttore: ho fatto i conti con il principio di responsabilità».

Lc e Cl invertono le iniziali: avevano qualcosa in comune?

«Erano due mondi in movimento. Al Sabato prevaleva un movimentismo con dei valori, ma senza schemi bloccati».

Definisci don Luigi Giussani.

«Frequentandolo ho capito cos’è il carisma. Montanelli era carismatico come giornalista, Giussani con poche parole ti fulminava».

Don Luigi Giussani: «Con una frase ti fulminava»

Don Luigi Giussani: «Con una frase ti fulminava»

 

Negli anni di Mani pulite hai diretto Il Giorno tenendo una linea garantista. È stato il momento più duro della tua carriera?

«È stato un momento duro, c’erano minacce. Ma lo rifarei. Erano pochi quelli che guardavano Di Pietro negli occhi. Molte di quelle inchieste sono finite nel nulla, le persone venivano incarcerate per farle confessare. C’era qualcosa di bestiale in quel trattamento. Mi colpirono i casi di Franco Nobili, presidente dell’Iri, che aveva nulla a suo carico, e di Clelio Darida, sindaco di Roma. Quella del Giorno fu una bella esperienza. Conclusa quando l’Eni decise di cedere il giornale perché infilata nelle inchieste, per uscire dalle quali fece degli accordi».

Poi sei entrato in Mediaset.

«Ho fatto l’apprendistato nella tv studiando da Mentana, in un ufficio accanto al suo. Poi mi chiamarono per Studio aperto. Ricordo alla riunione di Arcore Gianni Letta ed Emilio Fede concordi con la decisione di Berlusconi di affidarmi quell’incarico. Credo che mai più si siano trovati d’accordo su qualcosa».

Definisci Silvio Berlusconi.

«Un’altra persona di immenso carisma. Berlusconi aveva e ha tuttora un fascino e una vitalità superiori a tutti quelli che ho conosciuto. È unico, lo dico senza piaggeria».

Ha sprecato delle occasioni?

«Quelle che ha avute le ha sfruttate, quelle che non ha usato non lo erano. Ha patito una quantità di odio da vivo che Mussolini ha avuto da morto. Ha costruito tante occasioni dov’erano impensabili, compresa la strada riaperta ora per il centrodestra».

Sei tifoso della Roma, vedi Francesco Totti dirigente?

«Temo farà una fatica enorme, come se io dovessi fare il politico».

Cosa guardi in tv?

«Gli eventi. Credo che alla fine ci sia quasi sempre una manipolazione, magari ben fatta. Mi piacciono gli eventi in diretta, a prescindere dal genere: una partita, il Festival di Sanremo, un attentato. Il giornalismo in diretta è l’unica possibile verità nell’era della post-verità».

Libro della vita?

«La montagna incantata di Thomas Mann. Poi ho letto molto i russi».

Film della vita?

«Forse Il cacciatore di Michael Cimino. O Il padrino».

Berlusconi quale Matteo dovrebbe scegliere?

«Dovrebbe cambiare vangelo e passare a quello secondo Giovanni, più tosto e severo».

Puntare su Giovanni Toti?

«Toti ha vinto tutte le elezioni in Liguria, regione tradizionalmente di sinistra. È uno fedele ma con una sua personalità. Ricorda il Renzi, sindaco di Firenze. Se invece sceglierà un garante esterno a Forza Italia, Maroni o Zaia vanno benissimo».

Chi sono i tuoi amici?

«Ne ho tanti. Ma cito Mauro Crippa, il suo vice Andrea Delogu, e Niccolò Querci, vicepresidente Rti».

Definisci Paolo Liguori.

«Un ragazzo ancora intellettualmente vivace e in movimento».

 

La Verità, 23 luglio 2017

 

«Berlusconi arrivò in elicottero e c’ero solo io»

È un torrido giovedì di luglio e Milano è un ingorgo unico per lo sciopero dei mezzi pubblici. Ma nell’ufficio di Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione Mediaset, settimo piano di Cologno Monzese, l’aria è leggera non solo per i climatizzatori. Crippa è reduce dalla presentazione a Montecarlo dei palinsesti autunnali e si aggira scamiciato per le stanze. Eppure, riesce a rimproverarmi per l’abbigliamento: «Bene giacca e camicia, ma le scarpe…». È una gag che dura da quando ci conosciamo, una trentina d’anni, e io finisco per giustificarmi: «Le scarpe giuste sono rimaste nel trolley sbagliato». Però il cazzeggio prosegue: «Adesso dovrei fare un’intervista con Caverzan», dice alla segretaria. «Ma lei tra un quarto d’ora entrerà trafelata per ricordarmi quell’impegno improrogabile». Prima di questa, Crippa non ha mai concesso interviste a quotidiani.

Alla presentazione dei palinsesti autunnali ti sei definito un cronista non affermato, ma un manager realizzato. Cosa intendevi dire?

«Bisogna partire da lontano. Un secolo fa ero stato selezionato da Tony Pinna, vicedirettore di Panorama per andare a fare le news della Rete 4 di Mondadori. Sarebbe nata l’informazione televisiva con dieci anni d’anticipo. Invece, Mondadori vendette Rete 4 e io finii in Ibm, come dire a West Point per fare il militare. La fissazione del giornalista tv però sopravvisse per anni. Sarei stato bravo? Chi lo sa».

Poi cosa accadde?

«Dal palazzo dell’Ibm, che si trovava anch’esso a Segrate, scrutavo con desiderio quasi fisico palazzo Mondadori. Finché un bel giorno, Carlo Sartori, un grande della comunicazione italiana, inopinatamente mi assunse».

Carlo Sartori assunse Crippa in Mondadori

Carlo Sartori chiamò Crippa in Mondadori

Come ti pescò?

«Nessuna raccomandazione, ero andato a intervistarlo per Panorama. Gli piacqui, mi assunse».

Cose che oggi non succedono più.

«Non lo sappiamo davvero. Forse è una generalizzazione. Trovami un ragazzo con una grande passione per il giornalismo e uno come Sartori e magari risuccede. Il punto è: oggi c’è ancora il giornalismo?».

Tu che ne dici?

«Non esistono più le mitiche organizzazioni di un tempo. Oggi si lavora nei siti, nei blog. C’è una polverizzazione delle opportunità professionali, è svanito il valore leggendario di certi posti. Da ragazzo andavo in via Solferino solo per guardare da fuori l’ingresso del Corriere. Sarà successo anche a te…».

Lasciamo perdere. Poi cosa accadde?

«Mi occupavo della comunicazione di Mondadori e collaboravo con Panorama. Ma intanto scoprivo che i tre anni in Ibm erano stati una proficua carcerazione professionale».

In che senso?

«Avevo lavorato con i numeri uno e imparato i segreti della comunicazione aziendale».

Ora siamo dentro il palazzo di Segrate.

«E quando iniziò la guerra per il controllo della casa editrice io scelsi di stare con Silvio Berlusconi».

Perché?

«Perché mi era molto simpatico, mentre il mondo di Carlo De Benedetti mi appariva cupo, serioso ed elitario».

La «guerra di Segrate»: anni di conflitti che hanno infiammato il Paese fino a ieri. E forse non ancora sopiti.

«Un giorno ero nel mio ufficio quando sentii il rumore di un elicottero. Era Berlusconi. Spronato da una collega andai alla reception per accoglierlo: ero l’unico a dargli il benvenuto. In quello che allora era il tempio di un certo pensiero radical chic il Cavaliere era vissuto come un usurpatore. La Mondadori era in mezzo al guado, né berlusconiana né debenedettiana. Forse quella stretta di mano segnò la mia vita professionale».

Ci fu il famoso lodo. Berlusconi conquistò i libri e i periodici e tu rimanesti a Segrate.

«Di lì a poco conobbi un vero padre professionale, Fedele Confalonieri. Nel suo caso “padre” non è una parola esagerata. Fu lui a portarmi in Fininvest e, accanto a lui, fui tra quelli che crearono la moderna Mediaset. Nel frattempo, io sono invecchiato, lui no».

Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset

Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset

Parliamo di quasi trent’anni. C’è un aneddoto che rivela l’indole di questo «padre»?

«Una lezione, più che un aneddoto. Ricordo quando passò un pomeriggio a litigare fino alle urla durante un’intervista con Ezio Mauro e Curzio Maltese. Non si fanno compromessi quando in ballo c’è un amico. Silvio Berlusconi per Confalonieri era ed è intoccabile. Tutto il resto discende da questo».

All’epoca della discesa in campo da che parte stavi? Confalonieri era contrario, Marcello Dell’Utri favorevole, Gianni Letta perplesso…

«Il mio ruolo era ben più che secondario».

Però avevi un angolo di osservazione particolare.

«Stavo dalla parte delle aziende. Per noi era una complicazione. E anche una perdita. Mi è dispiaciuto non aver più avuto la possibilità di lavorare con Berlusconi».

Che cosa ricordi di quella fase preparatoria? Ci fu un episodio di svolta?

«Ricordo l’intervento a una convention a Santa Margherita Ligure di un cervello molto fine. Paolo Del Debbio teorizzò che i valori liberali dell’impresa potevano avere rilevanza nella vita politica. Cioè, l’imprenditore si stava naturalmente e quasi fisiologicamente trasformando in un politico».

Qual è il tuo bilancio dell’esperienza politica del Cavaliere?

«Ha cambiato l’Italia in meglio. Chi non lo ammette ha uno spirito povero».

La grande rivoluzione liberale non è rimasta un po’ incompiuta?

«Forse sì. Ma la mentalità degli italiani si è fatta più moderna grazie al Cavaliere. Prima con la tv commerciale, poi con la politica».

Come hai vissuto il periodo delle cosiddette «cene eleganti»?

«Sono solo fatti suoi».

Per caso ti è capitato di vedere la serie di Sky ambientata all’epoca di Mani pulite e della discesa in campo? Che giudizio ne hai?

«Hanno evitato i luoghi comuni di Repubblica e del Fatto quotidiano. Bravi».

Nel 2007 si scrisse dell’esistenza di un famigerato Gruppo Delta, una ragnatela trasversale che, attraverso te e l’allora direttore generale della Rai Mauro Masi, brigava per orientare l’informazione televisiva in favore di Berlusconi.

«Era un’idea di Repubblica che evidentemente mi sopravvalutava. Dietrologie giornalistiche: non c’è stata alcuna rete di gestione dei media».

Quindi, non sei lo squalo di Mediaset?

«Macché squalo».

Che voto daresti alla vostra informazione?

«Per tempestività, nove. Per autorevolezza, otto. Per modernità, dieci».

Com’è finita la storia con Emilio Fede che usava foto hot come arma di ricatto?

«Con una sentenza di condanna a suo carico. Sarei ipocrita se dicessi che mi dispiace. Però, certo, che tanti decenni di giornalismo finiscano così, è triste».

Emilio Fede, condannato a 2 anni e 3 mesi per tentata estorsione

Emilio Fede, condannato a 2 anni e 3 mesi per tentata estorsione

Com’è la tua giornata?

«Interessa?».

Sei pur sempre un manager realizzato, per usare le tue parole, che dirige un certo numero di testate e di programmi tv che parlano a decine di milioni di italiani…

«La mia giornata inizia prima di addormentarsi, con la consultazione di siti e testate. Poi ricomincia la mattina dopo con la lettura dei giornali. Telefono al mio vice, Andrea Delogu, senza il quale tutta la macchina non parte. Vedo i collaboratori e cerco di capire ogni giorno se stiamo facendo la cosa giusta o commettendo peccati di omissione e superficialità».

Che tipo di capo sei?

«Ascolto tutti, sono molto condizionabile dalle persone intelligenti e di talento. Non sono geloso della loro bravura, cerco di utilizzarla. D’altro canto, quando hai a che fare con alcuni grandi del giornalismo non puoi metterti a gareggiare con loro: rischi di perdere troppo spesso».

Grandi del giornalismo?

«Certo. Prendi uno come Paolo Liguori: ci vogliono due palle così per essere garantisti ai tempi di Mani pulite come lui fu da direttore del Giorno. E Clemente Mimun? Uno che ha diretto con successo tutto quello che si poteva dirigere. Mario Giordano invece è uno affilato come un coltello che ha fiutato per primo l’incazzatura degli italiani per una certa politica».

Nella carta stampata, invece, chi ti piace?

«In questo momento non perdo un Buongiorno di Mattia Feltri».

E tra i meno giovani, dell’era pre internet?

«Leggete Il provinciale di Giorgio Bocca e qualche pagina di Gianni Brera, mettetegli accanto un po’ di Indro Montanelli, di Vittorio Feltri e di Mario Cervi e avrete il mix del meglio del giornalismo italiano».

Narrativa o saggistica?

«Fino a qualche tempo fa Lansdale e Winslow. Adesso leggo più saggistica, tipo La guerra civile americana».

È il tuo libro da comodino?

«In verità, senza darmi delle arie, adesso è Vita e destino di Grossman».

Hobby preferito?

«Ascolto musica, tutta: dai Coldplay a Bach. Ma in genere mi annoio molto quando non lavoro».

Un programma che vorresti fare?

«Qualcosa in cui uno come Gerry Scotti ci faccia vedere gli Uffizi di Firenze con i suoi occhi».

C’è già Alberto Angela.

«Ma Angela è un divulgatore. A lui farei presentare uno spettacolo musicale».

Un programma che non sei riuscito a fare?

«Radio belva con Vittorio Sgarbi e Giuseppe Cruciani insieme. Si è sfiorata la rissa in studio ed eravamo in diretta. Colpa mia: avrei dovuto registrarlo. Forse oggi sarebbe ancora in onda».

Il programma che invidi alla concorrenza?

«Report. In casa nostra abbiamo le capacità e i talenti per farlo, forse ci dovremmo lavorare. Poi, quando vedo certi servizi dei nostri inviati sul campo, mi dico che basterebbe montarli insieme e metterci una sigla per avere un grande programma».

A volte sembra che la vostra informazione sia un filo smussata, rassicurante. Forse Le Iene sono i reporter più acuminati.

«A me piacciono molto Le Iene, sono giornalisti senza tessera».

Com’è lavorare con il figlio del Cavaliere?

«Definirlo geneticamente mi sembra riduttivo. Piersilvio è un leader. Sta spingendo molto per farci produrre sempre più contenuti italiani».

La tua vacanza ideale?

«Al mare con gli amici».

Che sono?

«Giovanni Toti, Paolo Liguori, Marco Pogliani e pochi altri».

Chi o che cosa ti dà speranza, oggi?

«Ha quattro anni e si chiama Marco. È mio figlio».

La Verità, 9 luglio 2017

Mediaset vuole occupare il centro del sistema tv

Video, slide, grafici, soprattutto parole chiave. Alla presentazione dei palinsesti 2017-2018 ribattezzati, per l’occasione, «nuova offerta televisiva Mediaset», andata in scena l’altro ieri nel prestigioso Hotel Hermitage di Montecarlo recuperando una consuetudine in auge una decina d’anni fa – per dare un segnale anti Vivendi alla stampa francese? o per dare uno schiaffo all’idea di essere in crisi? – la novità più significativa è negli slogan della comunicazione adottati dai dirigenti della tv commerciale di Cologno Monzese. C’è meno martellamento rutilante di un tempo, a tutto vantaggio della nitidezza dei concetti, nei filmati e negli speech con i quali il direttore generale del palinsesto, Marco Paolini, dell’informazione, Mauro Crippa, e dei contenuti, Alessandro Salem, hanno tracciato le linee guida del Biscione che verrà. Pochi e chiari slogan. A cominciare da «sistema crossmediale»: per descrivere un impegno sempre più trasversale tra tv generalista, tematica e in streaming, radio e web (Piersilvio Berlusconi ha annunciato l’acquisto di Radio Subasio, cha si aggiunge a R 101, Radio 105, Virgin radio). Poi «made in Mediaset»: per indicare la tv fatta in casa e l’impegno nelle autoproduzioni di contenuti originali, con un messaggio indiretto agli editori multinazionali, Sky in primis, autori di una tv prevalentemente fatta di format «tradotti ed estratti dal congelatore». Infine, sempre nella stessa direzione, l’ambizioso «Mediaset, la nazionale della tv»: per sottolineare la priorità dei contenuti italiani, con un’ambizione di rappresentanza del Paese che potrebbe infastidire la Rai, detentrice del ruolo di servizio pubblico.

Il vertice Mediaset alla presentazione dei palinsesti 2017/2018

Il vertice Mediaset alla presentazione dei palinsesti 2017/2018

Mediaset, insomma, punta sulla creazione e il consolidamento del talento italiano. Ed è come se, con questi slogan e queste rivendicazioni, volesse occupare il centro del sistema televisivo nel suo complesso. Un centro industriale, creativo, produttivo, editoriale. Resta da vedere se e fino a che punto ci riuscirà. Intanto, come ha specificato Salem, la produzione si sviluppa attraverso «diversi gruppi di lavoro, quello della Fascino di Maria De Filippi, quello di Antonio Ricci, quello di Paolo Bonolis, di Davide Parenti e delle Iene, i laboratori comici e dei reality. Tutto concepito come una grande e unica officina creativa dell’intrattenimento». Lo scopo è profilare più possibile il pubblico, concentrandosi sul target commerciale. Non a caso, esemplificando, Salem ha paragonato gli ascolti di una serie di programmi Rai e Mediaset (Stasera casa Mika e Le Iene, Facciamo che io ero con Virginia Raffaele e Buona la prima, Ballando con le stelle e Amici) evidenziando che, se a volte la share generale premia i titoli Rai, sul target tra 15 e 64 anni il vantaggio dei programmi Mediaset è notevole e a volte abissale.

Insomma, una nuova filosofia editoriale, una nuova confezione per contenuti solo in parte inediti. Canale 5, per esempio, riproporrà molti marchi storici. Come quelli targati Maria De Filippi (C’è posta per te, Amici, Tu sì que vales, House party) e quelli firmati da Paolo Bonolis (Music e Chi ha incastrato Peter Pan?). Tornerà il Grande fratello vip, sempre con Ilary Blasi, mentre per Scommettiamo che i conduttori sono da definire. Confermati in seconda serata Matrix con Nicola Porro e Piero Chiambretti e L’intervista di Maurizio Costanzo. Nell’access primetime saranno riproposti Caduta libera e Avanti un altro, mentre Gerry Scotti testerà The Wall, format inedito di un quiz americano rivisitato da Endemol. L’intoccabile Striscia la notizia giungerà alla trentesima edizione. Squadra che vince non si cambia, anzi. L’obiettivo è consolidare i cavalli di battaglia, «per arrivare presto a cinque serate settimanali autoprodotte internamente», ha sottolineato Berlusconi.

Maggiori novità si riconoscono nel palinsesto di Italia 1, dov’è previsto un programma inedito di Nicola Savino che, di ritorno dalla Rai, andrà anche a irrobustire la squadra di conduttori delle Iene. A proposito di ritorni, particolarmente gradito è quello della Gialappa’s band. Altre novità: Big show con Andrea Pucci, il reality Surviving Africa (conduttore da definire dopo le divergenze con Raz Degan) e l’adattamento per la rete giovane del Senso della vita di Paolo Bonolis. Tutta confermata, invece, la linea dell’informazione di Rete 4, con Dalla vostra parte condotto da Maurizio Belpietro, direttore della Verità, «una risorsa per noi fondamentale», ha sottolineato Mauro Crippa, Quinta colonna, Terzo indizio e Quarto grado. Alla quale andranno ad aggiungersi una serie di documentari realizzati da Vincenzo venuto e Madre mia, una docu-fiction con AlBano che racconterà un secolo d’Italia vista dalla famiglia Carrisi.

Dopo gli anni dei successi con Distretto di polizia, Il capo dei capi ed Elisa di Rivombrosa, per citare tre generi diversi, cui ha fatto seguito un periodo di appannamento concomitante con la crisi degli investimenti pubblicitari, la fiction e le serie tornano centrali anche in Mediaset. Dal gruppo di scrittura di Paolo Genovese uscirà la serie tratta dal film Immaturi. Poi arriveranno Rosy Abate con Giulia Michelini e Liberi sognatori, quattro tv movie per raccontare altrettante «figure eroiche della cronaca italiana assassinate dal crimine organizzato tra gli anni Settanta e Novanta», e L’Isola di Pietro con Gianni Morandi protagonista.

Dall’autunno diverrà operativa anche la nuova piattaforma digitale di Mediasetplay, illustrata da Pier Paolo Cervi. Il nuovo sistema consentirà la condivisione dei contenuti su tutti i dispositivi, con i servizi over the top, la funzione restart, la visione differita su mobile, la massima interattività tra smartphone e smart tv «senza bisogno di decoder e parabole e con l’uso del telecomando già in dotazione».

Il 2018 dovrebbe essere l'anno buono per «Adrian»

Il 2018 dovrebbe essere l’anno buono per «Adrian»

Tra le altre notizie annunciate da Berlusconi jr c’è il closing per l’acquisto del canale 20 del digitale terrestre, ma la scelta se farne una rete tematica o generalista non è ancora stata fatta. Chiusura in bellezza con Adrian di Adriano Celentano, il fumetto utopistico anarcoide disegnato da Milo Manara, musicato da Nicola Piovani e scritto da Vincenzo Cerami e Alessandro Baricco, già più volte annunciato e di cui, finalmente, si è visto un breve trailer. Dall’inizio del 2018 dovremmo riuscire a vedere tutti 13 gli episodi.

 

La Verità, 7 luglio 2017

 

«Salvini o Renzi? Meglio il doppio forno»

«Certo, siamo contenti di come sono andate le amministrative. Ha visto Toti? È uno dei nostri, è uscito da Mediaset, ha lavorato bene». Fedele Confalonieri è di buonumore. Tra qualche minuto inizierà la presentazione di Storie in divisa, la nuova docuserie targata Mediaset, da martedì prossimo in onda su Canale 5. E le alte cariche non sono ancora arrivate.

Quindi la formula Toti e l’alleanza con la Lega la convince.

«È stato un buon risultato, non le pare?».

Certo, tanto più che Genova e la Liguria hanno una tradizione di sinistra…

«Invece, se si lavora bene… Niente è scontato. Adesso bisogna pensarci».

Pensare a Salvini?

«Lavorare con lui non è facile».

Lei preferisce l’alleanza con Renzi?

«Alleanza… Meglio parlare di accordo. Un accordo finalizzato alla legge elettorale».

E quindi Renzi la ispira di più?

«Non lo so. La politica è così. Berlusconi può pensarci, valutare. Sa come si diceva una volta?».

Dica.

«Si parlava della politica dei due forni».

Epoca democristiana.

«Avere due opportunità è una posizione forte».

Ma Renzi secondo lei è affidabile?

Arrivano le alte cariche. Oltre al presidente Mediaset, a firmare l’operazione, c’è il comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette. E poi, ecco ospite gradito ai vertici della tv commerciale e dell’Arma, anche il procuratore di Milano Francesco Greco. Foto di rito. Congratulazioni reciproche. Squadra dei Carabinieri impettita. Per oltre 200 ore di riprese le troupe dirette da Roberto Burchielli hanno «pedinato» brigadieri, marescialli e appuntati del Comando di Rho, filmando le azioni sul campo, gli interventi nella vita quotidiana, l’assistenza ai cittadini, nell’intento di aumentare il grado di sicurezza della popolazione. A volte «c’è differenza tra sicurezza reale e sicurezza percepita», argomenta Del Sette. In realtà, «negli ultimi anni gli omicidi e i grandi crimini sono diminuiti, almeno quelli provenienti dagli appartenenti alla comunità italiana. Eppure si ha la sensazione di essere meno protetti. Questo avviene perché siamo diventati giustamente più sensibili a tutto ciò che riguarda la nostra tranquillità quotidiana». Confalonieri ammette di aver presenziato a un’infinità di conferenze stampa, ma poche erano impegnative e di qualità come questa. Il tema della sicurezza dei cittadini sta a cuore anche a lui. A volte certe fiction mitizzano il ruolo dei criminali e romanzano il lavoro delle forze dell’ordine. «Qualche volta mia moglie mi critica: “Mostrate sempre delitti, notizie di cronaca nera, mariti che uccidono”. Ma sono cose che accadono, che fanno parte della realtà. Raccontare la realtà invece è compito nostro. Per fortuna fa parte della realtà anche l’impegno dell’Arma». Se dopo i Carabinieri verranno storie con altre divise dipenderà dall’audience. «Intanto, abbiamo cominciato dall’Arma: io mi chiamo Fedele, potevamo fare diversamente?», scherza Confalonieri visibilmente contento di questa produzione. «La sicurezza è un tema molto sentito. A volte i media, anche le nostre televisioni, danno la sensazione che ce ne sia poca, troppo poca. Ma non sempre è così».

Presidente, siamo stati interrotti sul più bello…

«E qual era?».

Renzi è affidabile?

«Sì, sì».

L’altra volta, col primo Nazareno, non lo è stato.

«Si sa com’è la politica. È volubile. Ogni giorno cambia».

Meglio poter scegliere?

«Esatto. Una volta è meglio fare in un modo, un’altra in un altro. Vediamo».

E cosa dice del nuovo Milan? Andrà ancora allo stadio?

«Certo. Perché no. Tranne quando fa freddo».

E la serie 1993 l’ha vista?

«No».

Ma parla di Tangentopoli e anche di voi.

«Lo so. Ma non le guardo mai quelle serie».

 

La Verità, 14 giugno 2017

 

Il trivio di FF, Mediaset prima opzione poi La7

Magari non succederà niente. E Fabio Fazio si quieterà rimanendo appollaiato nella domenica sera di Rai 3. O magari assisteremo a un bel ribaltone, di quelli che stravolgono gli equilibri televisivi. Un clamoroso cambio di casacca. Lo scopriremo nelle prossime settimane, ma le premesse ci sono tutte. In questi giorni i dirigenti Mediaset stanno definendo l’offerta per il conduttore di Che tempo che fa e la sua squadra. Qualcuno sostiene che la proposta sia già stata presentata. Proposta ampia, pacchetto completo. Non solo per il programma della domenica sera. Sollecitato dai nuovi autori e autrici, Fazio vuole provare altre strade, primetime o strisce di seconda serata, come ha già dimostrato con il Rischiatutto 2.0 per il quale aveva sperato nella promozione su Rai 1. I dettagli si preciseranno strada facendo.

Chi conosce FF lo descrive attraversato dal dubbio amletico: lascio la Rai dopo 34 anni di onorato servizio (pubblico) o rimango? Nel conduttore savonese convivono due anime, riconoscibili nel nome e cognome. La differenza è in una consonante. L’anima buona e conciliante è quella di Fabio, con quella «bi» morbida e rotonda che favorisce le convergenze. Potremmo definirla l’anima goliardica e arboriana, quella più in auge al momento e visibile in Che fuori tempo che fa. Poi c’è l’anima sferzante di Fazio, dominata dalla «zeta» tagliente e pronta a recidere. È l’anima più ideologica e savianesca, televisivamente un tantino in ribasso dai tempi di Vieniviaconme e Quello che (non) ho.

Dunque, FF è di fronte al bivio. Anzi, al trivio: Rai, Mediaset o La7? Dopo la famosa intervista a Repubblica, nella quale parlò di «un vulnus forse insuperabile» riferito agli attacchi della politica che hanno provocato la rottura «di un patto di fiducia tra Viale Mazzini e gli uomini e le donne che ci lavorano», è difficile immaginare che rinfoderi la spada e torni nei ranghi. A fine maggio su Rai 1 sarà il cerimoniere di un evento speciale per il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci. Ma, a quel punto, i giochi potrebbero essere fatti. Il suo contratto scade a giugno e, polemiche per il tetto di 240.000 euro a parte tutte da gestire, con qualsiasi cachet non mortificante rispetto all’attuale (circa 2 milioni l’anno) dovesse restare in Rai, si troverebbe sempre in una posizione scomoda e sotto tiro dei commissari di vigilanza. Difficile lavorare sereni sentendosi graziati dall’Avvocatura dello Stato.

Beppe Caschetto, manager di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto

Beppe Caschetto, manager di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto

In quella stessa intervista il conduttore aveva annunciato la possibilità di autoprodurre i suoi programmi. Anche per Mediaset? «Nessuna difficoltà», era stata la risposta. «Se i partiti indeboliscono il servizio pubblico, gli editori privati sono incoraggiati ad approfittarne». Per Mediaset i 2 milioni annui non sono un problema insormontabile. Anzi, considerato il contratto ad ampio raggio d’azione, il cachet potrebbe pure lievitare. Nemmeno sarebbe un ostacolo il trasferimento di Luciana Littizzetto, che ha già collaborato con Canale 5 partecipando ai programmi di Maria De Filippi. Altri dettagli sarebbero risolti da quello stratega delle trattative che risponde al nome di Beppe Caschetto, altro protagonista della scacchiera. È sugli spazi e i contenuti televisivi del pacchetto che si deciderà il futuro di FF (e quello di LL). Sensibile, da buon ligure, al richiamo del portafoglio, tuttavia, da quando riscosse la famosa buonuscita (14 milioni) per la morte precoce del progetto di La7 targato Roberto Colaninno, Fazio non ha più problemi di soldi. Contano molto le garanzie, la libertà di movimento, l’autonomia editoriale. Tra le tante star Rai che mandano segnali d’irrequietezza, osserva una fonte beninformata, Fazio sembra quello più facilmente integrabile nella programmazione delle reti Mediaset.

I giochi, tuttavia, sono appena cominciati. Ecco perché non va dimenticata anche l’opzione La7. In rotta con la dirigenza Rai, nel 2012 Fazio condusse proprio nella tv, allora di proprietà Telecom, Quello che (non) ho (in coppia con Roberto Saviano). Dal punto di vista editoriale il passaggio a La7 potrebbe essere ancora più disinvolto. In un colpo solo l’arrivo del conduttore di Che tempo che fa accenderebbe la rete nel week end, smonterebbe un pilastro della concorrenza e arricchirebbe la squadra composta da Enrico Mentana, Lilli Gruber e Giovanni Floris. Dalle parti di Cairo, però, si sa bisognerebbe superare l’ostacolo economico.

Non resta che aspettare. FF foglia il 730. E i palinsesti: vado o non vado? Avrà l’ultima parola la «b» o ce l’avrà la «z»? Magari non succederà niente. O magari…

Capuozzo: «Il giornalismo è solo un mestiere»

Anche a Treviso il teatro era pieno. Come sempre, dove Tre uomini di parola va in scena, non solo nel Nord est. Toni Capuozzo ha appena finito di firmare autografi e salutato Mauro Corona, lo scrittore montanaro, e Gigi Maieron, cantautore, anche loro friulani. Stavolta il ricavato dello spettacolo, «una chiacchierata teatrale fra amici dalle comuni origini», andrà al comune di Gagliole, un paesino terremotato delle Marche. In precedenza gli incassi erano serviti per costruire una casa per grandi ustionati in Afghanistan. «Gli alpini della Julia, presenti laggiù, ci avevano chiesto se volevamo dare una mano. La prima volta improvvisammo una conversazione a Cividale del Friuli. Piacque, siamo arrivati a una quarantina di repliche». Capuozzo è come lo vedete, collegato da qualche avamposto, su Rete 4. Col suo accento furlàn, l’aria da orso, le Occhiaie di riguardo che danno il titolo al libro che raccoglie i suoi articoli per Il Foglio. Vince premi giornalistici senza cercarli. Nel 1992, di ritorno da Sarajevo, portò in Italia nascosto nel giubbotto antiproiettile, Kemal Karic, un bambino di pochi mesi colpito dalla bomba che uccise la madre e lo privò della gamba destra.

Come sta oggi Kemal?

«È una vicenda dolorosa, di cui non parlo volentieri. Quando si prova a fare del bene conviene tacerlo, preferisco passare per cattivo. Anche alle donne i cattivi piacciono di più (sorride). Kemal ha 25 anni e un tumore. Presto subirà una nuova operazione. A Natale è venuto in Italia per delle visite. Il padre si è un po’ perso… Ma c’è una brava nonna».

Uno di Lotta continua come fa a lavorare 25 anni nelle tv di Berlusconi?

«Sentendosi abbastanza solo sia nelle tv di Berlusconi che in Lotta continua. Da grande individualista, ci ho messo del mio. E sono grato sia a Lc che a Berlusconi che mi hanno permesso di fare il giornalista come volevo».

Cioè?

«Senza troppa enfasi. Non dico “sono giornalista”, ma “faccio il giornalista”».

Mai avuto frizioni per motivi editoriali?

«Su Lotta continua ho raccontato la fuga dei marielitos da Cuba e la mia corrispondenza venne ripresa in prima pagina dal Giornale di Montanelli, all’epoca considerato un campione borghese. La cosa non accrebbe la mia popolarità in Lc. A Mediaset ho sempre fatto il mio lavoro senza problemi. È vero, non mi sono mai occupato di politica italiana. Forse ci sono meno implicazioni a scrivere da Sarajevo o da Tripoli, anche se i bombardamenti sulla Libia partivano dall’Italia governata da Berlusconi. È più pericoloso fare l’inviato in un paese di mafia o in Siria, dove sono stato per raccontare la fine della cittadina cristiana di Maaloula».

Indro Montanelli rilanciò sul «Giornale» le corrispondenze di Capuozzo su Cuba

Indro Montanelli rilanciò sul «Giornale» i reportage di Capuozzo da Cuba

A proposito di Siria, che cosa pensi del bombardamento ordinato da Trump?

«Se mi chiedi se Assad è capace di usare armi chimiche contro la popolazione civile ti rispondo di sì. Rispondo di sì anche se mi chiedi se i ribelli sono capaci di mettere bombe vicino alle abitazioni civili. Con questo bombardamento Trump è tornato a essere il presidente degli Stati Uniti».

Non solo dei repubblicani, vuoi dire.

«Anzi. Questa è una mossa alla Clinton. Il che dimostra che anche per Trump le campagne elettorali sono una cosa e la politica interna e internazionale un’altra. Anche lui si è omologato al fatto che gli Stati Uniti sono quelli che bombardano».

Parliamo dei giornalisti cresciuti in Lotta continua, da Adriano Sofri a Nini Briglia, da Gad Lerner a Paolo Liguori: che rapporti hai con loro?

«Quando sono entrato in Lotta continua ormai c’era solo il giornale. Con Gad Lerner ho anche battibeccato. Per Mauro Rostagno ho firmato perché a Trento si facesse un monumento. Diciamo che li ricordo con affetto, come si ricordano quelli con i quali hai fatto la naja».

Nella videolettera scritta in occasione degli 80 anni di Berlusconi hai pronunciato diversi grazie. C’è qualcosa di cui non gli sei grato?

«Chiedergli di continuare a fare l’editore e a esprimere la sua energia nelle aziende sarebbe stato come chiedergli di non essere Berlusconi. M’ispira simpatia persino nelle passioni, politica compresa, che non mi appartengono per niente. Mia madre e mio padre, agente di polizia, mi hanno insegnato il rispetto per le persone umili e perdenti più che per i potenti. Berlusconi perdente è un ossimoro, ma è stato molto avversato, demonizzato dalla stampa e dalla magistratura. Questo me lo rende simpatico. Mi è successo anche con Craxi ad Hammamet. Non mi serve un nemico per esistere».

Come giornalista iniziasti in Rai?

«Il primo lavoro fu per una tv svedese in Salvador. Per Mixer feci dei servizi sulla ’ndrangheta. L’esperienza che mi è servita di più fu a Epoca: non tornavi senza il reportage fotografico. Così ho imparato il valore delle immagini. Gli amici più cari erano i fotografi. Poi mi chiamò Giuliano Ferrara all’Istruttoria».

A Terra! fai il conduttore di strada.

«Con Mentana e Sposini ero inviato del Tg5 e facevo Terra! conducendola anche da Baghdad. Conduttore di strada lo scriverei sul biglietto da visita. Anche lì però servono la regia, la troupe, le luci. È come quando compri le arance dal furgoncino: informazione a chilometro zero».

Con al centro la vita quotidiana delle persone?

«Diciamo che non coinvolgo i potenti. La mia speranza è che dopo aver visto Terra! lo spettatore si alzi con più dubbi di quando si è seduto».

Dal 10 aprile va in onda su Rete 4  uno spin off intitolato Casa Capuozzo, quattro puntate di reportage sui migranti. È difficile stare in equilibrio tra buonismo e cattivismo?

«È un titolo autoironico. Non sono partito dalle ideologie, ma dalla casa dei miei. Mia madre era triestina, mio padre napoletano e io sono cresciuto a Udine. Penso che se l’immigrazione non funziona nel Nord est, terra di emigranti, difficilmente può funzionare altrove. Mi sembra che gli immigrati di oggi siano carichi di attese e illusioni. Ho tentato di raccontarli andando oltre il boldrinismo e il salvinismo».

Pensi di esserci riuscito?

«Non lo so. Il nemico è l’ipocrisia. Abbiamo una classe politica capace di sussulti e minacce, ma non di un’idea di futuro. C’è troppa melassa. Certi richiedenti asilo dell’Afghanistan o del Pakistan sono giovani e forti e hanno lasciato a casa le donne. Nei tg sentiamo dire: “Salvati 1500 migranti”. In italiano la parola “salvati” riguarda chi è in pericolo di morte. Si dovrebbe dire: “Raccolti”. Mare nostrum non è servita a dissuadere chi voleva partire e ora registriamo più arrivi e più morti di prima».

Non fai informazione da cane da guardia contro i poteri forti: indole, mancanza di mezzi o a Mediaset è difficile?

«L’espressione “poteri forti” non mi appartiene. Non capisco se si riferisce alla Trilaterale, alla massoneria, alla magistratura, alla Consob. Abitano nei palazzi, mentre io frequento la strada. Più che un cane da guardia sono un cane randagio».

Che cosa pensi dei talk show?

«Li trovo poco autentici, anche se possono rivelare la preparazione o l’impreparazione dei politici. Qualche volta ci vado, soprattutto se mi coinvolgono sul terrorismo o sulle guerre. Ma resto un po’ un orso».

Preferisci Report e Presa diretta?

«Milena Gabanelli l’ho sempre stimata. Le sue inchieste richiedono mesi di lavoro. I tempi lunghi sono un bene prezioso, maggior ragione in un’epoca di fast journalism. Il lavoro di Riccardo Iacona lo sento più vicino, sebbene non la pensi come lui. In realtà, guardo soprattutto documentari di storia o naturalistici».

Milena Gabanelli, ex conduttrice di «Report»

Milena Gabanelli, ex conduttrice di «Report»

Cosa pensi dei cachet degli artisti Rai e dell’ingerenza della politica denunciata da Fabio Fazio?

«Penso che ci vorrebbe più discrezione. Non si può recitare da verginelle appena usciti dal bordello. È vero, esiste il mercato e la tv pubblica deve farci i conti, ma certe cifre fanno pensare. Soprattutto a quante famiglie non arrivano a fine mese».

Se dovessi indicare un maestro di giornalismo televisivo?

«Non saprei, ho sempre cercato di essere me stesso. È inutile provare a fare grande cucina se sei bravo a tagliare formaggio e salame. Maestri? Diciamo che le riunioni con Ferrara sprizzavano intelligenza e che con Mentana ho imparato la velocità nell’afferrare la notizia».

In quella lettera a Berlusconi sconsigliavi i giovani dal tentare la professione di giornalista.

«Non voglio illuderli che riusciranno facilmente a viaggiare per raccontare il mondo. È uno sconsiglio paterno».

Ti piacerebbe essere giovane oggi?

«Preferisco fare i conti con la vecchiaia. Quando tengo delle lezioni in università vedo una generazione che rispecchia l’incertezza di tempi, molto diversi da quelli in cui ero giovane io e trovare lavoro era facile».

Cosa ti piace dell’Italia di oggi?

«Il paesaggio, sempre bello e affascinante, anche se un po’ rovinato. D’estate, a Pantelleria, ritrovo il sapore degli anni Cinquanta. Amo i borghi, le viuzze della Toscana e del mio Friuli, la cucina popolare e i dialetti che cambiano ogni venti chilometri. Più che campanilismi, una ricchezza. L’insistenza sul multiculturalismo e l’apertura alle comunità musulmane mi lascia perplesso. Siamo già il Paese delle piccole patrie, dobbiamo solo non ridurle a folclore».

In politica che cosa vedi?

«Non voto da 25 anni, non l’ho fatto neanche al referendum. Non sono un cittadino esemplare».

C’è una passione, un personaggio, una manifestazione che non ti perdi?

«Le partite del Milan. Mi piace guardarle con mio figlio, in un patto silenzioso tra uomini. Anche il telegiornale era un rito, ma ora le notizie arrivano sul telefonino».

Letture predilette?

«Sono un lettore disordinato. Mi piaceva Gabriel Garcia Marquez, ora amo Mario Vargas Llosa e Philip Roth, Paul Auster. Trovo la letteratura italiana contemporanea troppo intimista».

Adesso sul comodino?

«Un saggio inglese che racconta la storia del mondo attraverso mappe e carte geografiche».

 

La Verità, 9 aprile 2017

 

 

 

A «Selfie» spunta il trash che fa anche tenerezza

Scale delle meraviglie dalle quali scende il cigno. Vidiwall che svelano i sogni dei candidati al ritocchino o ritoccone. Robottini a specchio che svelano il miracolo della trasformazione (anche se è difficile credere che i protagonisti vedano, commossi, il risultato per la prima volta in studio). È Selfie – Le cose cambiano, il nuovo reality di make over con il quale Simona Ventura torna a condurre un programma in prima serata su una rete generalista di Mediaset (Canale 5, lunedì, ore 21.30, share del 20,23 per cento). La strategia è chiara: accontentare il pubblico che ha regalato ottimi ascolti al Grande Fratello Vip convocando persone dello showbiz, sportivi, volti più o meno noti, incasellandoli tra i Mentori, coloro che possono incaricarsi del «percorso» o rigettare la richiesta, e i Giurati di qualità, che la Ventura ribattezza sagacemente il bar di Star Wars. Di suo, oltre che un look rinfrescato per l’occasione, Supersimo ci mette la solita grinta e le formulette di rito: «Le cose cambiano, eccome se cambiano. Ma non cambiate canale»; «Se vuoi dire addio al passato e vedere la nuova tu, scendi dalla scala delle meraviglie»; «Quelli che noi aiutiamo se lo meritano». Quasi vent’anni dopo, siamo dalle parti de Il brutto anatroccolo e Bisturi – Nessuno è perfetto, ma tutto quanto – scale, vidiwall, robottino, formulette e chirurghi estetici – va a comporre l’armamentario pop, con punte di trash, della rinascita, un sogno e uno scatto di vita da regalare a persone semplici da accompagnare con sguardo tenero, anche se non programmaticamente buonista. Ci pensa Katia Ricciarelli, in coppia con lo zar del volley Ivan Zaytsev (le altre sono composte da Stefano De Martino e Mariano Di Vaio, Alessandra Celentano e Simone Rugiati) a fare da signor no alle richieste più inconsistenti. C’è il marito che russa e provoca notti insonni alla consorte, ci sono le neomamme col seno cadente post allattamento, la promessa sposa con i denti storti, l’uomo sulla soglia di povertà che vuole regalare una notte da principessa alla moglie, la donna affetta da patologia ossessivo compulsiva dell’ordine e non manca lo strampalato quarantenne che vuole «assomigliare di più a Massimo Ghini». Davanti a certe bizzarrie affiora il comprensibile cinismo dei Mentori e dei Giurati tra i quali si annida qualche vecchia volpe defilippica come Tina Cipollari, protagonista della gag con Gemma, altra maschera di Uomini e donne, studiata appositamente per succhiarne una flebo di audience. L’angolo del cinismo ha poi il suo momento catartico, con il pulmino «per vedere cosa la gente pensa di noi», nel quale un’improvvisata giuria commenta il red carpet de’ noantri. La regia è di Roberto Cenci e la parola più pronunciata della serata è «percorso».

La Verità, 23 novembre 2016

 

 

Col pubblico in studio «Premium Champions» fa sul serio

È iniziata da qualche settimana la stagione della Champions League, esclusiva Mediaset e Premium Champions condotto da Sandro Sabatini e Giorgia Rossi sta finalmente diventando un programma televisivo (martedì e mercoledì, nelle serate di coppa). Ricordate l’anno scorso i tre opinionisti abbandonati nello studio deserto che trasmettevano un senso di vaghezza e laconicità a tutta la serata e, nonostante il risuonare delle note della bellissima sigla che inaugura i match, lasciavano la sensazione dell’evento mancato? Da quest’anno Sabatini ha voluto il pubblico a scaldare l’ambiente e magari, perché no, a fare qualche applauso. Com’è accaduto l’altra sera quando Evra, rispondendo proprio a una domanda del conduttore, ha detto di avere piena fiducia nella sua Juventus: «Se non l’avessi in ognuno dei miei compagni, direi al mister di lasciarmi fuori». Perché questa, in fondo, è l’altra notizia. Martedì la Juventus ha pareggiato in casa contro il Lione e Sabatini si è ugualmente permesso di fare delle domande, così come una l’aveva fatta anche Luca Toni ad Allegri a proposito della coesistenza tra Higuain e Mandzukic. Ovvero: se era proprio convinto di farli giocare insieme, oppure se si trattava di una scelta dettata dagli infortuni e perché non schierare Cuadrado… Insomma, su Premium si fanno domande puntute pure alla Juventus, a differenza di ciò che accade su Sky Sport dove, quando non vince, giornalisti e conduttori sono più affranti dei giocatori e dell’allenatore (confronta l’account di Twitter SkyJuve). Qui, volendo, il discorso sui media si allargherebbe ancora. Ma conviene rimanere su Premium Champions, tanto più in un momento in cui non sono chiare le sorti future della pay tv di Cologno Monzese.

Sandro Sabatini e Giorgia Rossi, i due conduttori di «Premium Champions»

Sandro Sabatini e Giorgia Rossi, i due conduttori di «Premium Champions»

Insomma, la presenza del pubblico e il suo coinvolgimento attraverso l’applausometro per votare il gol più bello della serata (ce n’erano di bellissimi), cambia il clima complessivo della serata e rende più dinamico il programma. Sabatini appare più a suo agio, alternando le sollecitazioni agli opinionisti (oltre a Toni, Paolo Rossi e l’arbitro Graziano Cesari), i commenti di Alessio Tacchinardi, inviato sul campo, le interviste post partita e spezzoni della conferenza stampa di Allegri. Anche i gol e i famosi highlits delle altre partite non hanno un valore pedissequo e l’esclusione di Aubameyang del Borussia Dortmund, collegata alle dichiarazioni di Aurelio de Laurentiis, patron del Napoli, diventa una potenziale notizia di mercato. Senza iperboli, senza enfasi esagerate, stando sul pezzo. Premium Champions, abbiamo un programma.

 

La Verità, 4 novembre 2016

La Rai, un talent show che non crea nuovi talenti

Da quanto tempo la Rai non scova un nuovo talento? Da quanto non ne impone uno? Altrove, in Sky e in Mediaset, si affermano nuovi volti e nuovi artisti. Nella tv pubblica il parco delle star è sempre lo stesso da un decennio almeno. Ai nuovi direttori di rete, che nuovi cominciano a non esserlo più tanto essendo trascorsi oltre sei mesi dalla loro nomina, toccherebbe pensare anche a questo. Invece, novità all’orizzonte se ne vedono pochine. Basta dare una rapida scorsa ai palinsesti in fase di lancio per rendersene conto. Le cosiddette novità o sono ripescaggi dal passato più o meno remoto (Pippo Baudo, Michele Santoro, Gad Lerner, Heather Parisi), oppure sono innesti provenienti dalla concorrenza (Mika, Pif, Gianluca Semprini). Andando a memoria, l’ultimo volto nuovo scoperto, coltivato e imposto in casa è Costantino della Gherardesca, il nobile del trash inventato da Piero Chiambretti, era il 2001, in Chiambretti c’è. Altri nomi? Bisogna fare un discreto sforzo mnemonico per ricordarsi di Marco Paolini, sconosciuto fuori dai circuiti del teatro civile quando fu fatto esordire su Rai 2 da Carlo Freccero nel 1997 (Il racconto del Vajont), poi di Teo Mammucari, nato iena nel 1999 ma consacrato da Libero l’anno successivo (sempre su Rai 2). Poi, sul fronte dell’informazione, Milena Gabanelli, Giovanni Floris, Corrado Formigli, Gerardo Greco, Marco Travaglio… Venendo avanti negli anni, deserto.

Costantino della Gherardesca, forse l'ultimo talento imposto dalla Rai, scoperto da Chiambretti nel 2001

Costantino della Gherardesca, forse l’ultimo talento imposto dalla Rai, scoperto da Chiambretti nel 2001

In Mediaset e Sky le cose vanno diversamente. La scoperta di quest’inizio stagione su Canale 5 si chiama Ilary Blasi. Certo, è in pista da anni alle Iene, ma come spalla di Mammucari. Ora, alla guida del Grande Fratello Vip, il suo coattismo è l’unico ingrediente che consente di metabolizzare le overdosi cafonal del reality di Canale 5. Poi Belén, finalmente approdata al bancone di Striscia la notizia dopo anni di apprendistato. Tina Cipollari, creatura di Maria De Filippi e personaggio cult non solo di Pechino Express. E Alvin, ottimo inviato dell’Isola, ora in odore di consacrazione alla guida di un game musicale.

Ilary Blasi sta mostrando grande padronanza e autoironia al timone del Grande Fratello Vip

Ilary Blasi sta mostrando grande padronanza e autoironia al timone del Grande Fratello Vip

La lista delle nuove scoperte di Sky è ancora più lunga e passa dai talent show: da Alessandro Cattelan, già iena su Italia 1 e poi nel cast di Quelli che il calcio ma definitivamente affermato a X Factor, a Fedez e Mika, fino a Manuel Agnelli, ultima rivelazione del talent musicale. Altri nomi: Joe Bastianich e Lodovica Comello, nuovo volto di Tv 8. Dopo il caso Semprini, partito maluccio, proprio Mika, prossimo protagonista di quattro one man show su Rai 2, sarà il test per capire se questi nuovi talenti funzionano solo sulla tv a pagamento e si perdono appena buttati nel mare aperto della tv generalista. Oppure se si tratti di un problema di direzione editoriale e assistenza autoriale come la vicenda di Politics sembra far intendere.

Manuel Agnelli, volto nuovo della decima edizione di X Factor

Manuel Agnelli, volto nuovo della decima edizione di X Factor

Allargando la visuale, bisogna dire che, rispetto a cinque o dieci anni fa, il sistema televisivo è radicalmente cambiato. Le emittenti sono aumentate, nuovi editori sono entrati nella competizione della tv generalista e i direttori delle reti pubbliche hanno molte meno possibilità di sperimentare. Anzi, devono ottenere subito buoni risultati di audience, altrimenti, come certi allenatori di calcio… La breve durata del loro incarico è, comunque, un fatto istituzionale. Trascorsi tre anni arrivano i nuovi capi e scatta lo spoil system. Quindi, qualcuno osserva, manca il tempo per trovare e far crescere talenti e nuovi personaggi. Certo, di sicuro il tempo c’entra. Ma più che come durata, c’entra come capacità di interpretarne lo spirito. Da un po’ la Rai agisce come un’azienda vecchia, sganciata dai movimenti e dalle tendenze reali che agitano la società e la vita quotidiana della gente. Facendola breve: manca di contemporaneità. Basta vedere il ritardo accumulato sul terreno della digitalizzazione, ora faticosamente colmato dalla nuova dirigenza. Per anni i suoi dirigenti hanno vissuto chiusi nell’acquario di Viale Mazzini, distanti dagli ambienti vitali dei giovani, degli artisti, degli intellettuali. Ora questa chiusura rischia di aggravarsi a causa della sindrome d’assedio provocata dagli attacchi quotidiani, spesso gratuiti, della politica. Qualche anno fa, per tentare di colmare questa distanza si era creato una sorta di laboratorio per la formazione di nuovi talenti, ma i risultati sono stati modesti. Non si tratta di costruire artisti a tavolino, secondo qualche magico algoritmo. Lo scouting dei talenti si fa cercandoli dove sono, uscendo in strada per intercettare la vitalità, le potenzialità e i fermenti che già esistono. E che vanno solo riconosciuti e coltivati.

 

La Verità, 28 settembre 2016