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«Da Capanna alla D’Urso rimango un pezzo da 90»

Michele Cucuzza, perso di vista per dissolvenza. Quando lo abbiamo visto rispuntare su Italia 1, alla postazione social di 90 Special condotto da Nicola Savino, abbiamo detto in coro: «Già, Michele Cucuzza! Ma che fine aveva fatto?». Un conduttore tv, un volto Rai, un giornalista autorevole, protagonista di una dissolvenza, come si dice nel gergo cinematografico, era un inedito. La singolarità è proprio nel divorzio consensuale dalla Rai. Una figura giuridica e mediatica introvabile nel villaggetto globale italiano, dove si danno la rottura rumorosa, le dimissioni di protesta, la cacciata più o meno esplicita, l’uscita polemica. Cucuzza no, si è dissolto in sordina. «Per la verità la mia non è neanche una vera uscita», racconta seduto in un bar di Roma, zona Prati. «Continuo a collaborare con la Rai, in particolare con Radio 1 dove, con Tiziana Di Simone, conduciamo Caffè Europa, il programma settimanale del sabato mattina. Adesso, appena finisco di parlare con te vado a Saxa Rubra a registrare». Lui è così, uno semplice, che non si fa problemi. C’è un masso sulla strada? Corregge agilmente il passo e prosegue senza farci caso.

La tua forza è l’amore per il giornalismo in tutte le sue declinazioni?

«La molla è questa. In tv i direttori cambiano e cercano di rinnovare. Magari scelgono, giustamente, qualcuno più giovane. Io mi sono dato da fare, mi sono occupato delle mie due figlie, Carlotta e Matilde, e ho scritto un paio di libri…».

Che libri sono?

«Libri da giornalista. Uno s’intitola Il male curabile (Rizzoli), ed è un’indagine fatta con Mauro Ferrari, il matematico che dirige il Methodist Hospital Research Institute di Houston, dove combatte il cancro con l’applicazione delle nanotecnologie. Il secondo è Gramigna. Volevo solo una vita normale (Piemme), la storia di Luigi Di Cicco, un ragazzo in fuga dalla camorra che ora vive a Civitavecchia e da cui Sebastiano Rizzo ha tratto un film».

Oltre ai libri?

«Collaboro con Il Corriere dell’Umbria, diretto da Franco Bechis, e continuo a fare tv. Antonio Azzalini, ex vicedirettore di Rai 1, che ora dirige Telenorba, mi ha proposto di condurre Buon pomeriggio con Mary De Gennaro, un programma leggero, con ospiti, musica, lifestyle. Infine, ho scoperto di avere estimatori anche a Mediaset. Poco meno di un anno fa il responsabile delle risorse umane, Sergio Restelli, mi ha chiesto di entrare nel cast del programma di Savino».

Che rapporto professionale hai con la Rai?

«Dal 1998, una volta staccato dal Tg2, non sono più un dipendente. Quando ho iniziato a condurre La vita in diretta sono diventato un collaboratore esterno».

Scelta di vita professionale o di vita e basta?

«Una non scelta. Dopo La vita in diretta ho fatto Unomattina. Poi Mauro Mazza, il direttore di Rai 1 di allora, è passato ad altro incarico e le cose sono cambiate. Ora mi fa piacere che tanta gente sui social mi chieda dove può vedermi. Telenorba è la più grande tv regionale italiana, ha anche un accordo con una tv siciliana. Così, io catanese, vado in onda anche nella mia terra».

Qual è la tua maggiore soddisfazione professionale?

«Sono contento di aver modulato il giornalismo nei diversi linguaggi, la scrittura, la televisione, la radio…».

Quale servizio ti ha dato più adrenalina?

«Al Tg2 lavoravo nella redazione esteri. Dopo l’occupazione del Kuwait, quando si pensava che Saddam Hussein avrebbe invaso anche l’Arabia, ho seguito la preparazione della guerra alla quale partecipava anche la spedizione italiana. Poi ho coperto i funerali di Lady Diana e di Madre Teresa, due celebrazioni apparentemente molto lontane tra loro. Madre Teresa era l’ultima degli ultimi, che aveva fatto del soccorso ai diseredati la sua missione. Diana era una principessa che negli ultimi anni si era impegnata nelle campagne contro le mine e per i bambini colpiti dall’Hiv».

Difficile fare servizi così a Telenorba.

«Mica vero. Nel maggio 2017, per esempio, ho avuto l’opportunità d’intervistare Silvio Berlusconi che non avevo mai intervistato prima…

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Renzi verso Mediaset. Prove di Telenazareno

«Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano», cantava Antonello Venditti nel 1991. All’epoca Matteo Renzi era appena sedicenne, ma solo tre anni dopo avrebbe esordito davanti alle telecamere di Rete 4 come concorrente della Ruota della fortuna di Mike Bongiorno. Un’altra èra, sia televisiva che politica. La notizia di oggi, però, è che l’ex premier potrebbe tornare là dove mosse i primi passi della sua fulgida vita pubblica. Il tam tam cresce da qualche giorno. Con il manager Lucio Presta, il senatore di Rignano sta preparando un programma sulla storia e le bellezze di Firenze. La Verità ne aveva anticipato i contorni il 26 giugno scorso, qualche giorno prima di svelare i dettagli dell’acquisto di una nuova villa di 11 vani del costo di 1,3 milioni nel centro di Firenze, per il quale è stato necessario accendere un mutuo, il terzo, gravante sul reddito familiare. Da qui, con molta probabilità, la necessità di rimpolparlo con un rinnovato attivismo che, oltre alle conferenze all’estero e al seguito di Avanti, diario personale sul «perché l’Italia non si ferma», prevede l’esordio dell’ex segretario Pd alla conduzione televisiva. Avvolto nel mistero, era invece rimasto il marchio della televisione sulla quale sarebbe avvenuto. Esclusa la Rai per ragioni di opportunità politica, Giacomo Amadori aveva ipotizzato Mediaset o Discovery Channel tra i probabili, fortunati, approdi.

Ora, dopo la nottata trascorsa a Montecarlo con Pier Silvio Berlusconi, se non del tutto caduto, il sipario è almeno strappato. «Il progetto di Renzi potrebbe essere interessante», ha svelato il vicepresidente Mediaset, considerando le tante novità che riguardano le reti del gruppo. «Abbiamo contattato il suo manager per capire di che tipo di programma si tratta. Potrebbe andare in onda su Rete 4 o su Focus. Certo», ha continuato con un pizzico d’ironia «se andasse in onda su Focus farebbe le stesse percentuali che fa alle elezioni». Scherzi a parte, la sensazione è che la trattativa sia a uno stadio più che embrionale. Se così non fosse, difficilmente l’ad della tv commerciale avrebbe ammesso l’esistenza dei colloqui.

Qualche ora prima, parlando del rinnovamento che investirà Rete 4, Piero Chiambretti, cerimoniere della presentazione dell’«offerta televisiva 2018-2019», aveva sagacemente scherzato sul ruolo del canale nella «formazione della classe dirigente italiana. Avete tenuto a battesimo Renzi alla Ruota della fortuna e Salvini a Ok, il prezzo è giusto: pensate di lanciare altri cavalli di razza?». No, ma di riciclarne qualcuno, magari sì. Rispondendo a precisa domanda sull’eventuale interesse per Renzi in versione Alberto Angela, Berlusconi jr. si era mostrato più che possibilista. «Abbiamo contattato il suo entourage aspettando di vedere… Se fosse, perché no?». A facilitare la venuta alla luce del progetto c’è anche il fatto che Presta è manager molto ascoltato a Cologno Monzese. Paolo Bonolis, il suo artista televisivo di punta, ci lavora con soddisfazione sua e dell’editore da diversi stagioni e nella prossima condurrà due programmi in prima serata (Scherzi a parte e Ciao Darwin) e un preserale (Avanti un altro), tutti su Canale 5.

Insomma, gli astri sembrano favorevoli. Corsi e ricorsi del circo politico-mediatico: ridimensionato nelle stanze dei palazzi romani, il patto del Nazareno potrebbe trovare nuova linfa negli studi televisivi di Mediaset. Anche Silvio Berlusconi, parzialmente decentrato dall’alleanza tra la Lega e il M5s, presumibilmente, vedrebbe di buon grado l’innesto del programma renziano in una rete di Cologno. «Certi amori non finiscono…», da una parte e dall’altra. Per Berlusconi jr., però, tra i «giri immensi» che precedono il ritorno alle origini non c’è quello trionfale dell’ex golden boy della politica italiana. «Credevo in Renzi, mi ero fatto affascinare, convinto che avesse una marcia nuova», ha confidato sempre a notte fonda. «Ma non ha rispettato le competenze degli altri. Si è messo al centro e si è isolato. A parole bene, bene, bene. Ma nella realtà dei fatti le cose sono andate diversamente». Il suo interesse per l’ex premier sembra essere esclusivamente televisivo. Però, come spesso accade, il confine tra televisione e politica è sempre difficile da tracciare. Accusata di aver tirato la volata alle formazioni populiste, con la new entry in palinsesto del programma di Renzi, la rivoluzione di Rete 4 sarebbe copernicana.

La Verità, 6 luglio 2018

 

Un Tiki Taka tra presunte gag e miss scosciate

Ormai è assodato, il calderone sgangherato più comico che tecnico è l’applicazione dei «Mondiali allegri e brillanti» che Pier Silvio Berlusconi auspicava presentando il palinsesto Mediaset di Russia 2018. Non solo Balalaika – Dalla Russia col pallone su Canale 5, pure Tiki Taka Russia su Italia 1, con il magniloquente Pierluigi Pardo, si iscrive al genere del varietà calcistico: commento delle partite condito con gag da bar sport. Il programma di Italia 1 patisce una serie di vincoli in materia di diritti che gli impediscono di accedere alle interviste post partita ai protagonisti. Senza lo spogliatoio, contenuto e approfondimenti tecnici risultano inevitabilmente indeboliti. A quel punto Mediaset ha scelto di virare sul costume e sul comico. I servizi degli inviati grondano di giochi di parole, di metafore, di citazioni e rimandi a titoli cinematografici e formule alla moda. Il pianto per la crisi dell’Argentina, i gol di uragano Harry Kane, il mondiale dei giocatori madridisti, i risultati ribaltati last minute… Un mare nel quale Pardo sguazza con il salvagente della verve autoreferenziale. «Vediamo questo servizio della tv svedese che usa una tecnica che era in voga una volta», ha premesso prima di avvitarsi nella citazione: «Scusate, ho detto in voga, non lo dicevo dal 1978, c’erano ancora gli Abbagnale». Massì, Pardo ricorda il grande Giampiero Galeazzi, oltre che nella corporatura, anche nell’enfasi e nel vocione. La differenza è che Bisteccone era sé stesso (come Pardo quando parla di calcio, ospite di Otto e mezzo). Invece Tiki Taka è debordante, eccessiva, vagamente tracotante. Farcita delle scollature abissali e delle scosciature inguinali della statua(ria) Ria Antoniou, del controcorrentismo sistematico di Giuseppe Cruciani, delle presunte gag di Andrea Pucci, delle prese in giro gratuite del pubblico di Cristiano Militello. Tutto troppo facile e scontato. Senza collegamenti dagli stadi, si riciclano le storiche maschere di Teo Teocoli in Maidiregol, da Gianduia Vettorello a Felice Caccamo. Difficile parlare di calcio per un tempo superiore ai tre passaggi nonostante le partecipazioni di Ciro Ferrara e Marco Amelia, tra i pochi che non soccombono alla baldoria. Gli altri, i talent più autorevoli, da Arrigo Sacchi a Xavier Zanetti a Paolo Rossi, si son visti pochino. Forse preferiscono Mondiali Mediaset Live, la rubrica dell’ipnotica Giorgia Rossi.

 

La Verità, 26 giugno 2018

«La nascita del governo? Come il Grande fratello»

Incontro Piero Chiambretti nel giorno del suo sessantaduesimo compleanno. Festa, regali… e bilanci non solo professionali. La nuova stagione di Matrix su Canale 5, pensata come una serie intitolata «La repubblica delle donne» e divisa in otto episodi sta andando più che bene. Ma Piero è ugualmente tonico e barricadero: «A fare le cose bene o male ci si mette lo stesso tempo, la differenza si vede in onda. Ogni puntata è come un’operazione a cuore aperto. Certo, non salviamo vite, ma le nostre scemenze le scriviamo come fossero per un film da Oscar», dice mentre gli cade l’occhio sulla biografia di David Lynch poggiata sulla scrivania. Dunque, tempo di bilanci tutti d’un fiato: «Mi sentivo già vecchio a 25 anni perché non ne avevo più 18. Quando Gianni Boncompagni diceva ≤guarda che ne ho ancora 79≥ si sentiva giovane. Fortuna che i compleanni arrivano una volta l’anno perché, con il telefonino e i social, se rispondi a tutti l’anno te lo sei giocato. Pablo Picasso diceva che ≤ci vuole molto tempo per diventare bambini≥. Io dico che, per vivere a lungo, bisogna invecchiare. Il che ha dei vantaggi: invecchiando vedi meno governi pasticcioni, meno politici impreparati, meno spread alle stelle, meno vittorie in Champions delle spagnole e meno tv trash».

Ha fatto la scaletta dell’intervista?

«Dimenticavo: meno presidenti della Repubblica accusati di alto tradimento».

Lei era confidente di Francesco Cossiga.

«Ero un suo servizio segreto deviato».

Non vorrà parlare di politica… Facciamo una sintesi di ’sto casino?

«Guardi, in questi giorni ho avvertito una sensazione di precarietà come poche volte. Premetto che sono un italiano sbagliato perché credo nel Paese ma sono anni che non voto. Alla cabina elettorale preferisco la cabina balneare».

A un certo punto sembravano coincidere.

«Anziché a nuotare saremmo andati a votare. Nell’incertezza noi ci siamo portati avanti con una puntata sulla Vita smeralda che partiva da Sapore di mare, il film con Jerry Calà e Isabella Ferrari che ci ha offerto la metafora del Paese che affoga. Lì Paolo Savona era perfetto. Un mio amico che lavora nell’alta finanza dice che siamo tecnicamente falliti. Quanto alla nascita del governo, sembrava una puntata del Grande fratello: chi entrava e chi usciva, chi elogiava in diretta e accoltellava nel backstage. Forse si poteva nominare subito premier Simone Coccia, il compagno dell’onorevole Stefania Pezzopane».

Il Grande fratello ha scatenato polemiche e Lele Mora ha detto che ci sono tre faide: quella del lungo, quella del corto e quella del pacioccone. Idee?

«C’è una certa competizione tra i gruppi di lavoro che producono più ore nei palinsesti. Oppure possono essere persone vicine a Piersilvio Berlusconi».

E la fisiognomica?

«Il corto potrei essere io, ma non c’entro con le faide perché sono un cane sciolto».

La statura è la seconda cosa che condivide con Silvio Berlusconi.

«Mi manca la prima: essere un grande imprenditore internazionale, dalla grande verve e con un contratto a tempo indeterminato con la vita».

Sbagliato: la prima è che entrambi avete iniziato sulle navi da crociera.

 

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Le convergenze parallele tra Sky e Netflix

«Se non puoi sconfiggere il nemico, fattelo amico». L’antico detto di Giulio Cesare illumina anche le strategie dei giganti televisivi. Da rivali che erano, Sky tv e Netflix, sono diventati alleati. È la clamorosa novità di ieri nello scacchiere delle telecomunicazioni. Un accordo inaspettato e sorprendente. Ci vorrà ancora qualche giorno per conoscere i dettagli economici della nuova alleanza. Così come per conoscere i costi dei nuovi pacchetti di abbonamento. Per ora è stato annunciato che sarà la piattaforma di Sky Q a diffondere film, serie e documentari della multinazionale californiana. Dal 2019, prima nel Regno unito e, a seguire di pochi mesi, in Germania, Austria e Italia, Sky tv distribuirà ai suoi abbonati anche i contenuti di Netflix. I telespettatori potranno accedere all’offerta Netflix con un semplice click su una applicazione, come avviene adesso per aprire ad esempio Sky box sets. Chi è già titolare di un abbonamento alla streaming tv potrà migrare il proprio account nel nuovo pacchetto Sky, o accedere all’app di Netflix utilizzando i dettagli dell’account esistente.

Andrea Zappia, ad di Sky Italia

Andrea Zappia, ad di Sky Italia

L’annuncio della partnership ha preso in contropiede tutto il sistema delle telecomunicazioni. Il primo motivo di sorpresa deriva dal fatto che finora Sky e Netflix erano considerate concorrenti. Con 23 milioni di abbonati in 7 Paesi (Regno Unito, Irlanda, Germania, Austria, Italia, Spagna e Svizzera), Sky è il gruppo leader dell’intrattenimento in Europa. Per contro, con più di 117 milioni di abbonati in oltre 190 paesi, che ogni giorno guardano più di 140 milioni di ore di programmi, tra cui film, serie, documentari e lungometraggi, Netflix è il più grande servizio di intrattenimento via Internet del mondo. Ora i giganti rivali si alleano. Gli interessi convergono. In un mercato che inizia a mostrare segnali di rallentamento se non di riflusso, una convivenza che consentisse l’espansione di entrambi stava diventando problematica in molte aree geografiche. Ancor più a fronte delle ambizioni per la nascita di un grande polo europeo della Vivendi di Vincent Bolloré. Che, ora, dopo l’annuncio di ieri (che segue lo slittamento al 23 ottobre dell’udienza sul contenzioso con Mediaset per l’acquisizione di Premium) dovrà rivedere radicalmente le proprie strategie.

La nuova partnership tra Sky tv e Netflix si colloca in una posizione di forza all’interno di un mercato tutt’altro che illimitato. Continuare a guerreggiare poteva rivelarsi autolesionista, devono aver ragionato i massimi vertici aziendali: meglio collaborare e giocare d’anticipo. L’ad di Sky Italia, Andrea Zappia, ha parlato di «una tappa rivoluzionaria nel nostro percorso di innovazione tecnologica e culturale». E di «accordo senza precedenti», grazie al quale «Sky Q diventa la piattaforma dove è possibile trovare tutti i migliori contenuti di intrattenimento al mondo, accessibili con un solo click». Il ceo del Gruppo Sky, Jeremy Darroch, ha osservato che «riunendo i contenuti Sky e Netflix sotto lo stesso tetto, al fianco dei programmi targati Hbo, Showtime, Fox e Disney, stiamo rendendo l’esperienza di intrattenimento ancora più semplice e immediata per i nostri clienti». L’ad di Netflix, Reed Hastings, ha suggellato l’intesa: «Siamo lieti di collaborare con Sky per riunire sotto lo stesso tetto il meglio delle ultime tecnologie e dello storytelling».

Reed Hastings, fondatore e ad di Netflix

Reed Hastings, fondatore e ad di Netflix

Il secondo motivo di sorpresa per l’annuncio di ieri è legato al risiko internazionale delle televisioni. Cordate e alleanze date per acquisite devono essere corrette. Nei giorni scorsi gli osservatori seguivano con curiosità il rincorrersi delle offerte di acquisto al vaglio dei vertici di Sky da parte di altri grandi player internazionali. L’offerta di 25 miliardi di euro cash di Comcast, gigante americano della tv via cavo, per la maggioranza della pay tv britannica. Quella di Disney, che in dicembre aveva messo sul piatto 50 miliardi di dollari per acquisire la maggioranza di Fox, Sky compresa. Infine, la proposta della stessa 21Century Fox di Rupert Murdoch per il 61% non già di sua proprietà (proposta stoppata dall’antitrust britannico). Ora la nuova partnership con Netflix rende Sky tv ancora più appetibile e le quotazioni dovranno essere aggiornate. Il sistema dell’audiovisivo è in continua fibrillazione. Lo dimostrano anche i movimenti che riguardano Chili, la piccola società di tv on demand nata da un’idea di Stefano Parisi nel 2012. Dopo l’ingresso di Warner Bros e Paramount-Viacom al 4% e Sony Pictures al 3% ai quali è seguito quello della famiglia Lavazza con 25 milioni per il 24%, ieri si è avuta notizia dell’investimento di 6 milioni di euro della 21Century Fox per il 4% del capitale. Evidentemente il semaforo rosso dell’authority londinese all’espansione di Murdoch (già proprietario nel Regno unito di un impero editoriale che comprende, tra gli altri, quotidiani come il Times e il Sun), ha suggerito al tycoon australiano di dirottare la sua liquidità sull’Italia. Lo scacchiere delle telecomunicazioni è in continua evoluzione.

La Verità, 2 marzo 2018

«Vorrei tornare all’Ariston da direttore artistico»

Lui il primo Festival di Sanremo l’ha presentato a 28 anni. Era il 1980, preistoria. L’alba di un decennio di svolta. Irripetibile. Visto da qui, dall’Ufficio rotondo, Milano zona San Siro, tutt’altro che archeologia. È presente, attualità, nella storia di Claudio Cecchetto: dj, talent scout, fondatore di radio, produttore musicale, manager dello spettacolo, autore e conduttore televisivo. 65 anni, nativo di Ceggia, paesino della provincia di Venezia, figlio di un camionista. Una discreta parabola. Condurre la più importante manifestazione italiana a quell’età è da vertigini. Un sogno che si avvera ancor prima di essere sognato. Come si fa a non montarsi la testa? A iniziare a guardare tutti dall’alto? E soprattutto: dopo, che si fa? Si presenta il secondo e il terzo, in rapida successione. Senza fermarsi a pensare che sei andato più veloce del tempo. Che hai preso il destino in contropiede. E che a trent’anni hai già vinto tutto, come Beppe Bergomi campione del mondo a 19 anni, nel 1982. Cose che succedevano a quei tempi.

Nella sua biografia, parlando della proposta di condurre Sanremo, scrive: «Nella mia carriera ho sempre avuto l’impressione che quando c’era qualcosa da cambiare chiamassero me».  

«È così. Poi bisogna trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Gianni Ravera mi aveva visto a Discoring e voleva rinnovare il Festival reduce da un’edizione un po’ così. Era il momento delle radio libere. Sono stato fortunato a essere il rappresentante del cambiamento. Non ero io il cambiamento, ci ero dentro. Peraltro, c’era anche un problema. Che mi guardai bene dal sollevare».

Cioè?

«Era il Festival della canzone italiana, ma io conoscevo quasi solo musica straniera. Nelle radio si mettevano dischi d’importazione, dance, new wave, rock. Ma non volevo certo porre dubbi. E siccome la fortuna aiuta gli audaci, un mese dopo seppi che, oltre all’attrice Olimpia Carlisi, nella serata finale ci sarebbe stato anche Roberto Benigni».

Claudio Cecchetto con Roberto Benigni e Olimpia Carlisi al Festival di Sanremo del 1980

Claudio Cecchetto con Roberto Benigni e Olimpia Carlisi al Festival di Sanremo del 1980

Come ricorda quei momenti? Oggi sarebbero possibili?

«Negli anni Ottanta si osava molto più di adesso. Sì, stava nascendo la tv commerciale, ma si poteva ancora sperimentare. Per me era tutto un regalo, non volevo diventare un personaggio televisivo. Il mio sogno era la radio. Avevo l’incoscienza dell’età: più che per l’opportunità professionale, ero contento che mi vedessero mio padre e mia madre».

Le è piaciuto il Festival di Claudio Baglioni?

«Mi è piaciuto, sì. Sono abituato ad aspettare prima di dare giudizi: se una proposta è diversa dalle tue aspettative non significa che sia brutta, diamole una chance. Dopo la seconda serata ho mandato questo sms a Baglioni: “Volevo farti i complimenti per Sanremo. La tua presenza in video rende piacevole tutti i contenuti del festival e grazie a te emerge anche il talento delle persone che hai scelto. Grande, un abbraccio. Ps. Mai visto il pubblico in sala a Sanremo così contento”. Questo è quello che penso».

Non c’è stato solo Fiorello.

«Perciò ho aspettato la seconda serata. Fiorello è una forza della natura, il divario è così evidente. Invece, guardando meglio, mi sono accorto che aspettavo riapparisse Baglioni. La sua presenza metteva a posto le cose, dava le misure. Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino sono entrambi bravi e professionali, ma è stato Baglioni la ricchezza del Festival».

Il «dittatore artistico» che ha inserito tanti artisti della Friends & Partners, la società che lo produce.

«Queste sono cattiverie per i titoli dei giornali. Se devi fare un bel Festival chiami chi fa squadra. E magari così riesci a spendere meno. Poi ci sono anche gli altri, i Negramaro non erano di Friends & Partners. Anche quando conducevo il Festivalbar dicevano: Cecchetto fa cantare i suoi, Sandy Marton, Tracy Spencer… Ma era gente affermata a livello internazionale. Conta che il pubblico sia contento e mi pare lo sia stato».

Cosa fa quando c’è Fiorello in tv? Vi sentite prima e dopo?

«Ci siamo sentiti, era contento. Fiorello non è un Robocop. Ha bisogno di avvertire affetto attorno a sé. Quando è salito all’improvviso sul palco quell’uomo, lui ci avrebbe fatto mezza serata. È un’anima sorridente, un cuore allegro, diverso da un comico».

Però fa divertire.

«Che non è solo far ridere. Ha la comicità della nostra gang, che ricorda i vecchi caffè degli artisti, dove si discuteva e si cresceva. Il posto favorisce le contaminazioni: Jovanotti che incontra Fiorello che incontra Gerry Scotti che incontra Fabio Volo che incontra Max Pezzali. Una catena del talento».

Fiorello è stato presentato come lo scaldapubblico.

«È riduttivo. Fiorello garantisce una partenza positiva. È uno generoso, preferisce essere all’inizio delle cose. Non dice: prima voglio vedere se funziona. Piuttosto, la sua partecipazione alza l’asticella per quelli che arrivano dopo».

Fiorello ospite della prima serata del Festival con Baglioni e Michelle Hunziker

Fiorello ospite della prima serata del Festival con Claudio Baglioni e Michelle Hunziker

Come fa un ragazzo nato a Ceggia, seimila anime, a diventare Claudio Cecchetto?

«Culo. Volevo intitolare Che culo il mio libro. Sottotitolo: quello che ho avuto e quello che mi sono fatto».

Ha un’immagine di questa storia?

«Ci dev’essere qualcuno lassù che ha pensato a me. Io ho cercato sempre di farmi trovare pronto e nello stesso tempo di non montarmi la testa. Ho cercato di trasmettere questa semplicità anche ai ragazzi. Quando vedevo il rischio, partiva il discorso preventivo: ricordiamoci sempre da dove veniamo, che la nostra è una condizione fortunata e non dovuta. Ringraziamo il cielo che ci sia, ma quello che abbiamo ottenuto è gratis. Ho sempre pensato che se fai bene le cose prima o poi i risultati arrivano».

Da ragazzino voleva fare il batterista. Un giorno di riposo della band andò nello studio per cambiare le pelli dei tamburi e vi trovò i suoi compagni che suonavano con un altro batterista.

«Da ragazzi si pensa che la batteria permetta di non studiare la musica. A me piaceva il ritmo. Mi piace sentire suonare bene la batteria; ma se io non la suono bene non piace neanche a me. Volevo stare in quella band, ma dopo il primo momento di stupore, mi accorsi che quel ragazzo suonava meglio. Lì è scoccata la scintilla del talent scout. Se trovo uno che sa fare bene una cosa e collaboriamo affinché si affermi, in qualche modo mi affermo con lui».

Dice Jovanotti che «il mondo di Claudio Cecchetto è un posto dove un ragazzo che mixa i dischi diventa un cantante che scrive le sue canzoni, il commesso di un panettiere diventa lo scrittore che vende di più e un animatore di villaggi diventa il più grande showman in circolazione». Scoprire e valorizzare i talenti degli altri è il talento dei talenti?

«Certamente è un talento. Bisogna vedere le persone, intravederle. Fabio Volo venne a Radio Capital per convincermi a trasmettere un suo disco. Rimanemmo mezz’ora a parlare: “Cosa ti piace fare?”. “Leggo molti libri”. Gli proposi un baratto: “Ti metto il disco a patto che tu venga a trasmettere da me”. Ero pieno di dj che sapevano solo di musica, finalmente uno che legge. Fiorello arrivò a Radio Deejay con Bernardo Cherubini, fratello di Lorenzo, che gli aveva detto che lì era pieno di ragazze. Andammo a cena e vidi subito quell’energia, un po’ grezza, ma esplosiva e incontenibile. Peraltro, lui imitava cantanti italiani e Deejay trasmetteva solo musica inglese. Poco alla volta ci siamo integrati, modernizzati, ognuno rimanendo sé stesso».

Jovanotti, Fiorello, Max Pezzali, Amadeus, Gerry Scotti, Leonardo Pieraccioni, Fabio Volo, Dj Francesco, Sandy Marton. Si parla poco di Sabrina Salerno…

«Ho prodotto il suo primo album che conteneva Boys boys boys, ma non faceva parte della mia organizzazione. Ha camminato con le sue gambe. È una figura legata agli anni Ottanta e Novanta, anche se mi risulta abbia ancora seguito in Spagna».

Sanremo e Fantastico, poi il lancio di Radio Deejay: erano gli anni delle ideologie, gli anni di piombo. Non è mai stato sfiorato dalla politica?

«Avevo così tanto da fare… Finivo un progetto ed entravo direttamente in un altro».

C’era la guerra in Italia.

«Pensavo a creare un mondo migliore con i miei mezzi. Mia sorella è psicologa e si occupa di far star bene chi soffre. Anch’io mi sono sempre occupato del benessere delle persone. Sono figlio degli anni Settanta, ero partito dagli ideali: ci sono i problemi, i conflitti, ma possiamo anche divertirci. Non mi spiegavo come mai se i giovani partono sempre di sinistra, alla fine la sinistra perdeva lo stesso. Vorrei vedere più giovani in politica. Ma non come i giovani di Sanremo, che sono istruiti dai vecchi e fanno le stesse cose dei vecchi».

È uno dei pochi ad aver lavorato in Rai, in Mediaset e con il Gruppo Espresso: come se lo spiega?

«Avevo un prodotto di successo, che per loro era un business. La radio volevo venderla a Berlusconi, ma Adriano Galliani disse che non erano interessati. Glielo dissi quando Berlusconi mi chiese: “Perché non l’hai venduta a me?”. Se volevo che Deejay crescesse dovevo associarmi a un grande marchio. Nonostante tutto, il Gruppo Espresso ha usato Deejay per la musica non come veicolo politico».

Adesso che cosa sta facendo?

«Faccio il Cecchetto, come al solito, mille cose insieme».

Ok, il progetto principale?

«Sto seguendo il tour di Max Pezzali, Nek e Francesco Renga. Era un’idea buona, ma vogliamo creare un evento musicale che vada oltre la somma dei fan dei tre artisti».

Che rapporto ha con il web?

«È la nuova frontiera del talent scout. Radio e tv sono sature e hanno tempi sempre più stretti. Internet è il pianeta dove trovare gli artisti del futuro. Con Stefano Longoni cerchiamo ragazzi da lanciare attraverso un format che abbiamo chiamato Starcube e che è il contrario di The Voice. Dentro un cubo vedo l’artista muoversi e ballare con l’audio abbassato: dev’essere la sua presenza a farmi venir voglia di alzare il volume. È il mio metodo di lavoro: non ho mai fatto provini sulla voce, è il contatto con la persona a svelarne il talento. Se mi fossi basato sull’estensione vocale forse non avrei lanciato Jovanotti».

Claudio Cecchetto con Fiorello e Max Pezzali, due degli artisti da lui lanciati

Claudio Cecchetto con Fiorello e Max Pezzali, due dei tanti artisti da lui lanciati

Accoglienza finora?

«Tiepida, ma non demordo. Oggi i dirigenti tv producono solo format garantiti. Io non voglio sostituire prodotti già in voga, ma aggiungere un’alternativa. Prima o poi produrrò una puntata pilota».

Cosa pensa dei talent show?

«Sono il matrimonio giusto tra tv e discografia. La tv ha suggerito alla discografia di fare spettacolo e non solo musica. Il primo talent show fu Castrocaro. Gli artisti di successo possono emergere anche altrove, non è colpa dei talent se non esce l’artista».

Qualcuno che le piace di più di questi anni?

«Marco Mengoni ha buone possibilità di diventare un artista storico. Del livello di Tiziano Ferro, Cesare Cremonini, Negramaro, Max Pezzali, Biagio Antonacci. L’X Factor che produce più artisti è quello inglese perché c’è Simon Cowell, un talent scout. Per un cantante è difficile giudicare un altro cantante».

Mara Maionchi?

«È una discografica, un’animale televisivo. Un piacere sentirla su qualsiasi argomento».

Il momento che ricorda con più piacere della sua carriera?

«Il Festival del 1981. Uscendo alla fine della finale, il mondo mi era cambiato davanti. La gente mi voleva abbracciare, le ragazze m’infilavano il numero di telefono in tasca, scene di fanatismo. Quella volta ho pensato ai Beatles».

E quello che le provoca dispiacere?

«Ognuno ha qualche rimpianto. Ma con la fortuna che ho avuto non è proprio il caso di lamentarsi».

Un progetto ancora da realizzare?

«Ho avuto due nascite, quella naturale a Ceggia, e quella artistica, a Sanremo. Per questo, mi piacerebbe tornare a Sanremo da direttore artistico».

In un libro sul lavoro Primo Levi scrive che si avvicina alla felicità l’uomo che riesce a far coincidere la sua passione con il mestiere.

«Le prime volte che andavo in radio non c’era lo stipendio, si mangiava gratis al ristorante in cambio della pubblicità. Non mi mancava nulla, non pensavo a guadagnare. La felicità di svegliarsi ogni giorno sapendo di fare la cosa che mi piaceva di più era appagante. Se poi ti pagano anche, è il massimo».

Non c’è il rischio che la vita coincida con il lavoro?

«Solo così si hanno grandi risultati. Una passione non prevede il part time. Per esempio, in discoteca mi annoiavo. O mettevo i dischi o niente».

Va in vacanza?

«All’Elba. Sono amico del padrone dell’hotel. Organizzo la serata di Ferragosto. Metto i dischi, li scelgo, preparo la scaletta. Una settimana di preparativi. Spotify, I-tunes, un’ora in spiaggia al giorno. Dal 16 mi annoio. Quando mi chiedono che musica metto in sottofondo, rispondo: in sottofondo non esiste, quello che faccio è in sottofondo. Per questo non posso fare l’amore con la musica».

Il genere musicale del futuro?

«La musica trap. Quella di Ghali e Sfera Ebbasta».

Come talent scout su chi scommetterebbe?

«Su Oel, quello delle Focaccine dell’Esselunga».

Diciamo che non deve fare molta strada.

«Diciamo che lo conosco bene».

Che cos’è la gratitudine?

«È un sentimento ambivalente, che serve al gratificato e al gratificante. Si deve anche stare attenti a non pretendere una gratitudine maggiore di quella che ci si merita. Quando lanci un artista è come un figlio: dev’essere libero di andare e sbagliare, senza pensare di doverti ringraziare tutta la vita. L’artista ha la sua strada, lo sa che sei suo padre. Bisogna avere le palle per essere grati. I miei artisti le hanno».

La Verità, 11 febbraio 2018

Baglioni, il ’68 e un pezzo di musica rimasta fuori

Se Sanremo è, o dovrebbe essere, il Festival della canzone italiana, allora ha ragione da vendere Maria De Filippi. Nel giorno della presentazione ufficiale del cast della 68ª edizione, la conduttrice di Amici e C’è posta per te, nonché dell’edizione numero 67 della kermesse al fianco di Carlo Conti, ha acceso una miccia che è filata sotto il palco del Casinò rivierasco: «Io penso che in generale Sanremo sbagli sempre quando non prende ragazzi dei talent, come Amici o X Factor, perché sono una realtà», ha detto la De Filippi intervistata dal settimanale Chi, «a meno che quelli che si sono presentati non fossero all’altezza».

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l'edizione 2017 del Festival di Sanremo

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l’edizione 2017 del Festival di Sanremo

Parole dirette, che meritano considerazione. Negli ultimi anni Sanremo ha sempre avuto concorrenti usciti dai talent show. Nel 2009, 2010, 2012 e 2013 qualcuno di loro l’ha anche vinto il Festival (in ordine cronologico: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma Marrone, Marco Mengoni). Poi ci sono state le partecipazioni dei Dear Jack, Chiara Galiazzo, Lorenzo Fragola, l’anno scorso di Elodie e Michele Bravi; nel 2016 Francesca Michielin si è classificata seconda. Insomma, una presenza consistente e apprezzata sia dal pubblico televisivo che dalla critica. Quest’anno zero: una scelta, probabilmente, al netto della qualità scadente dei candidati che si sono presentati. Oppure, considerando il fatto che dei tre conduttori (Claudio Baglioni, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker) nessuno è un volto Rai, si è temuto che altri innesti provenienti da programmi Mediaset e Sky diluissero ulteriormente il marchio di fabbrica della manifestazione. Chissà.

Tuttavia, la contemporaneità tra l’anticipazione di Chi e la presentazione della kermesse di Baglioni che, per lanciare il «Festival dell’immaginazione», ha rispolverato persino il Sessantotto, ha creato un corto circuito negativo. Se si vuole parlare di Festival democratico, ecumenico, buono e buonista, tanto da aver eliminato le eliminazioni, converrebbe cominciare a farlo almeno rappresentativo. Cioè, capace di mettere in vetrina tutte le realtà della musica. Escludere i cantanti dei talent vuol dire tagliar fuori un pezzo non trascurabile della scena musicale e creativa, rischiando di trasmettere un’idea lontana dallo spirito del tempo della canzone italiana. Peccato che ai vari Pippo Baudo, Fabio Fazio e Carlo Conti, così prodighi negli spot di consigli al direttore artistico su scalette e camerini, sia sfuggito quello più importante sul cast musicale.

La Verità, 10 gennaio 2017 

 

«La tv è come l’Aids, se la conosci la eviti»

Al piano terra della palazzina che ospita Striscia la notizia, Antonio Ricci ha fatto realizzare una mostra permanente del programma. Lui lo chiama «il museo» e, in effetti, una rapida visita si rivela significativa. Ci sono un Gabibbo cameraman, un tapiro con le immagini dei 66 conduttori, centinaia di piccoli schermi e le fotografie di tutti coloro che hanno lavorato e lavorano dietro le quinte: «Essere una vera squadra è il nostro segreto». Soprattutto, ci sono due installazioni che danno l’idea di che cosa sia il programma di punta di Mediaset. La prima è un’intera parete con le riproduzioni delle copertine dell’Espresso con le donnine generosamente discinte affiancate da una gigantografia di Carlo De Benedetti benedicente, il San Carlone. La seconda è un totem in plexiglass alto fino al soffitto contenente le querele collezionate negli anni. Oltre 300 procedimenti giudiziari dai quali il padre del tg satirico di Canale 5 è sempre uscito innocente, con la sola eccezione del fuori onda «Vattimo-Busi», di cui ha vinto il ricorso alla Corte di Strasburgo. Lo si apprende leggendo Me tapiro (Mondadori), l’autobiografia di Ricci con seguente intervista di Luigi Galella, scritta per celebrare le trenta edizioni di Striscia: una miniera di aneddoti, riflessioni e sberleffi da principe degli irregolari. Uno per tutti, in un capitolo intitolato Destra e sinistra che cita Norberto Bobbio, Ricci racconta la fondazione di un movimento antecedente ai 5 stelle chiamato 5S, ovvero «Si può essere di Sinistra Senza Sembrare Stronzi». «Ho ricevuto numerose adesioni nella base, però tra i vip non ho sfondato. Eppure non chiedevo di non essere stronzi, solo di non sembrarlo». Nel mirino finiscono, tra gli altri, la regista Francesca Archibugi, i girotondi e il movimento «Se non ora, quando?», lo sceneggiatore e scrittore Francesco Piccolo, il comico Maurizio Crozza, Fabio Fazio, Massimo D’Alema, Bianca Berlinguer… Detto questo, Ricci si confessa di sinistra.

Partiamo dal libro: con quella inquietante foto di copertina, il titolo adatto sarebbe stato un altro, vediamo se indovina?

«Non voglio indovinare, sono allergico ai quiz».

La copertina del libro di Antonio Ricci con la foto di Giovanni Gastel

La cover del libro di Antonio Ricci con la foto di Giovanni Gastel

Glielo dico io: Mephisto, scritto con il ph.

«Il titolo non mi appartiene, tapiro non mi sento mai nella vita. Infatti, in origine la t era una croce. Tutto pensato per la tomba: la foto funebre su porcellana e la scritta ottonata con quella t…».

Sulla tomba Mephisto non starebbe bene.

«Ho uno zio prete ultra novantenne che ogni volta che sente i commenti sulle mie diavolerie minaccia un comunicato per dire che sono una brava persona: “No zio, ti prego, non farlo, mi rovini l’immagine”».

Un po’ se l’è rovinata da solo, nel libro affiora una parte buona.

«Non sono riuscito a tenerla nascosta, ma nessuno ci crederà. Se si fa raccontare quello che dicono di me don Luigi Ciotti e don Antonio Mazzi non si stupirà quando verrò assunto in cielo in trenta secondi».

Che delusione. Lei che con Drive in è stato l’ispiratore occulto del bunga bunga…

«Una palla sesquipedale. Dicono che Gad Lerner sia a pezzi. Mi diverto sempre nelle polemiche, ma quella sul corpo delle donne ha fatto il record. Pur di stabilire il collegamento hanno persino allungato la durata di Drive in fino alla vigilia della discesa in campo di Berlusconi. Dopo anni di elogi di Beniamino Placido e Umberto Eco, improvvisamente Drive in era l’origine del male».

Ma lei si divertiva.

«Assolutamente. Ho mandato una velina irriconoscibile alle manifestazioni di “Se non ora, quando?” con le foto dei giornali che esibivano il corpo delle donne discinte. Le partecipanti (Anna Finocchiaro, Serena Dandini, Rosy Bindi…) erano molto arrabbiate: “Non si può, è uno scandalo”. Peccato che si trattasse di pagine di Repubblica».

Cos’ha pensato quando ha sentito Luca Zingaretti ospite di Paolo Bonolis dire: «Con i pacchi quest’uomo ha inventato una fascia oraria televisiva»?

«Che anche il commissario Montalbano sbaglia o che fosse stato fisicamente posseduto da Marilyn Manson in camerino».

Non c’è più religione. Senta, Ricci: perché non ha mai fatto televisione?

«Ho sempre pensato che chi va in video ha una vena di follia che a me manca. Ne ho altre, eh. La tv è una stanza nella quale non ho mai voluto entrare perché poi è difficile uscire. Quando diventi un personaggio televisivo non riesci più a smettere e se devi farlo finisci per pensare che ci sia un complotto contro di te».

La vena di follia è un mix di narcisismo e ottusità?

«Gianni Boncompagni diceva che l’ottusità non è indispensabile, ma serve. Poi devi avere anche grande coscienza di te ed essere pronto a recitare il personaggio».

La tv cambia il modo di percepire la realtà: per strada guardi se gli altri ti riconoscono.

«L’ho visto con Grillo quando dovevamo fare Te lo do io il Brasile. Siccome laggiù non lo riconoscevano entrava in ansia. Raccontano anche che quando Gianni Agnelli era a New York c’era un addetto che chiamava prima il ristorante avvisando dell’arrivo: mi raccomando…».

C’è una rubrica su Striscia dedicata ai nuovi mostri, il materiale abbonda?

«Altro che. I mostri sono l’esasperazione dei personaggi. Per importi devi tirar fuori le tue caratteristiche più mostruose».

Insomma, lei vive di televisione ma la disprezza?

«Vengo da una generazione che era molto allarmata sulla comunicazione televisiva. È una questione di dosi. Con Striscia abbiamo sempre cercato di fornire le istruzioni per l’uso».

Per smontarla.

«Per svelarne i meccanismi».

Disprezza anche chi ci va, li guarda dall’alto in basso?

«Al contrario, li guardo dal basso in alto. Cerco di fargli l’endoscopia».

Li manovra, li guida, o preferisce dire che li smaschera?

«Capita di smascherare una maschera, sotto la quale magari ce n’è ancora un’altra».

Se incontrasse Flavio Insinna in aeroporto cosa gli direbbe?

«Fai la hostess? E come seconda domanda: perché ti vuoi così male?».

Cioè: perché reciti una maschera in tv, o perché sbrocchi dietro le quinte?

«Lui sbroccava perché non si seguiva il copione stabilito. Il gioco dei pacchi funzionava se alla fine c’era l’alternativa tra 500.000 euro e un fagiolo, se hai tre lenticchie e un barattolo di colla la suspense scema. Questa alternativa si costruiva con l’espediente dei numeri fortunati del concorrente. Insinna si è messo in situazioni più grandi di lui. È entrato in una crisi per esondazione, iniziata con quella terribile trasmissione sui Mondiali di calcio, acuita con Dieci cose di Veltroni al sabato sera su Rai 1. Quando Affari tuoi è stato sospeso perché perdeva da Striscia e da Paperissima Sprint è andato dalla Berlinguer a parlare di volontariato e qualcuno lo vedeva già candidato premier della sinistra».

La televisione è incorreggibile?

«È come l’Aids, se la conosci non ti uccide».

Modifica l’identità dei viventi?

«Di quelli che ci lavorano. Sull’immaginario collettivo invece ha influenza ridotta. Chi parla di immaginario è un truffatore. Ha presente: “L’immaginario delle veline ha rovinato l’Italia”? Mi chiedo: che programmi avrà trasmesso Fidel Castro per aver ridotto le ragazze cubane a quel modo?».

Chi vive in tv è praticamente morto, parole sue.

«Mummificandosi in un personaggio si autotumulano, non possono variare. Per questo la tv di sinistra ha i suoi Santisubito: Fabio Fazio, Bianca Berlinguer, Nanni Moretti».

Anche lei pensa molto alla morte, come il suo amico Paolo Villaggio.

«Per Villaggio era una gag. Il mio rapporto con la morte è risolto da molti anni».

Nel senso che?

«Se ho una cosa me la godo finché dura. Quando mi sveglio al mattino sono ben contento di esserci e non mi pongo il problema della morte. Sono molto epicureo: quando ci sono io lei non c’è e se c’è lei non ci sono più io».

Di sicuro la televisione ci sopravvivrà. Piersilvio Berlusconi ha detto che la tv generalista non morirà mai.

«È un profeta. Il profeta di Cologno. Sapevo che ha la sua setta di adepti, adesso sappiamo che è un fior di profeta. C’è anche un pettegolezzo, forse una fake news, che racconta di averlo visto camminare sulle acque di Portofino».

Che cosa pensa dell’idea del reality permanente tutto l’anno?

«Per noi è una pacchia. Però di fronte a certe fiction viene da dire viva i reality. Questo dà l’idea dell’abisso in cui siamo sprofondati».

Il libro comincia con una caramella indigesta da bambino, prosegue con suore indigeste e altre allergie: la sua televisione è un tentativo di digestione postuma?

«Vuol dire un fuoco d’artificio di rutti?».

Voglio dire: la visione del mondo capovolto provocata da sua madre che la mise a testa in giù per farle sputare la caramella, la reazione all’autorità delle suore, il rifiuto del degrado ambientale e civile.

«La mia tv non è fatta solo per distruggere, una prerogativa della Premiata ditta demolizioni di cui peraltro vado fiero, ma anche per dare un aiuto a chi cerca di rammendare questa Italia scalcinata e truffaldina».

Ho scoperto che fate persino del bene, tipo: avete dato la scintilla al Banco alimentare.

«Non solo. Abbiamo fatto la campagna contro l’infibulazione delle donne musulmane. Oppure in difesa della filiera alimentare made in Italy. Alla proclamazione della pizza napoletana patrimonio dell’Unesco il testimonial era il nostro Jimmy Ghione. Poi le campagne contro i maltrattamenti di animali… Ci sono attività visibili e attività nascoste e non sbandierate».

Avevate una segreteria telefonica per le emergenze dei suicidi.

«Ci chiamavano la vigilia di Natale o a Capodanno. Magari noi avevamo registrato e non riuscivamo a intervenire. Una volta abbiamo fermato in tempo una donna con due bambini… Poi le forze dell’ordine ci hanno consigliato di mettere un indirizzo di posta elettronica per le richieste di aiuto. Temevo che potessimo diventare un alibi per il gesto definitivo: non mi hanno ascoltato nemmeno quelli di Striscia».

Ricci con Boldi e Villaggio, con Grillo ai Telegatti e con Umberto Eco

Ricci con Massimo Boldi e Paolo Villaggio, con Beppe Grillo ai Telegatti e con Umberto Eco

Dopo Drive in e Striscia, gli spin off Veline e Velone hanno avuto successo. Gli altri programmi, tipo Giass e Cultura moderna un po’ meno.

«Veline e Velone hanno sempre battuto la finale di Miss Italia. Cultura moderna è stato un grande successo per le due stagioni che è andata in onda d’estate. È stata anche venduta all’estero. Ne abbiamo fatta un’edizione di alcune puntate in prima serata (Cultura Moderna Slurp) che ha avuto un ottimo riscontro. L’esperimento di piazzarla l’anno scorso su Italia 1, in concorrenza con Striscia, pur avendo raggiunto i risultati prefissati è stato faticosissimo, girando in uno studio fermo da tempo e accumulando ritardi deliranti. Giass è stato un tentativo innovativo, che aveva qualche appesantimento. Ho fatto anche Odiens, Lupo solitario, Matrioska. Quei due sopra il varano, con Lello Arena ed Enzo Iacchetti, ha ancora il record di ascolti per le sit-com. Paperissima Sprint è spesso la trasmissione più vista della giornata. Ho fatto tre edizioni di Fantastico, Te la do io l’America e poi Te lo do io il Brasile…».

Da anni vive in un residence di Milano 2.

«Gliel’ho detto: sono già morto, tumulato. Guardo fuori, vedo il laghetto dei cigni, morti anche loro, e mi sembra lo Stige».

Vorrei vedere cosa c’è nell’appartamento del residence…

«Niente, una valigia. È la tradizione marinaresca della Liguria, gli uomini vanno per mare settimane, mesi. La camera del residence è più accogliente della cabina di una barca».

Anche Carlo Freccero vive in residence: è una perversione di voi savonesi situazionisti? Non è che siete così rompicoglioni perché vivete in residence?

«Probabile».

A proposito di mare, perché c’è l’onda nella grafica di Striscia?

«Il ricciolo dell’onda ricorda il punto interrogativo che simboleggia il dubbio. Il mare è movimento, cambia di continuo, non dà mai certezze».

Quant’è costato il tendone di Striscia che ha fatto tirar su perché si vedesse dalla tangenziale?

«È un atto di ribellione».

A che cosa?

«Al grigiore di questa landa di realismo sovietico dove sembra si fabbrichino brugole. Quando tre anni fa mi è stata consegnata questa palazzina tetra ho cominciato a stressare arredatori e scenografi perché colorassero pareti, sale, androni. Il tendone non so quanto sia costato, senz’altro meno di un’ospitata di qualche star. In più verrà ammortizzato negli anni e non cambieremo scenografia per i prossimi 20. Quando lo toglieremo da qui andrà ad Arcore per l’esibizione finale».

Mi svela una perversione da telespettatore?

«Una volta c’era Luca Giurato. Mi mancano le tv locali. Con quello che riesco a vedere al residence…».

Sarà attrezzato.

«Insomma, non ho Premium. Neanche ad Alassio ce l’ho, vedo solo SkyTg 24. Anzi, voglio chiedere i danni a Murdoch perché sono entrato in un tunnel… Ecco, guardare Agorà su Rai 3 senza riuscire a riconoscere gli ospiti è una discreta perversione. I politici che si credono fighi vanno nei talk della sera. Ad Agorà, da quello che dicono, non riesco neanche a capire di che partito sono».

Tre figlie femmine: che padre è ed è stato Antonio Ricci?

«Come tutti quelli che hanno falsa coscienza dico che ho supplito alla quantità con la qualità del rapporto».

Che cosa pensa d’istinto quando vede Renzi?

«Penso che si sta arrabattando e ha perso la luce negli occhi. Succede quando ti accorgi che quelli che ti dovrebbero supportare sono i primi a pugnalarti e sono quelli in grado di farti più danni».

Di chi parla?

«Di quelli che erano con lui e hanno fatto un altro partitino. Renzi non conosceva l’astio che sono in grado di produrre le vecchie soubrette della politica».

Se vuoi rottamare D’Alema, D’Alema te la giura. Per lei Renzi è più vittima che autolesionista?

«Ha pensato che fosse possibile cambiare verso e ha sottovalutato che quello che manca nel partito ex comunista è proprio il senso della comunità e del bene comune. Per cui ora c’è solo un individualismo parossistico e paralizzato da tutti i distinguo del mondo».

Il suo istinto quando vede Berlusconi, Ercolino sempre in piedi?

«Il mio istinto è che tutte le critiche sull’immaginario edonistico degli italiani e sull’uso delle tv a scopi di potere si sono rivelate la più gigantesca delle fake news. La rinascita di Berlusconi è dovuta non ai suoi conflitti d’interesse, ma alle divisioni e agli autogol della sinistra».

Sempre d’istinto, che cosa le suscita il suo amico Grillo?

«Quando lo vedo in mezzo a quelle folle mi scatta un atteggiamento protettivo: torna a casa, torna a fare spettacolo. L’ha detto più volte… Poi mi rendo conto che, come un blob, da quelle folle trae energia e godimento».

Come andranno le elezioni?

«Bisognerebbe chiederlo al profeta di Cologno».

Andrà a votare?

«Di solito vado, ma devo dire che fanno di tutto per tenermi a casa. Non ho ancora deciso».

Una cosa che avrebbe voluto fare e non le è riuscita?

«Una cosa che avrebbe cambiato il destino dell’Italia. Quando facemmo Te la do io l’America e Te lo do io il Brasile, con Grillo ci eravamo ripromessi che girare il mondo per la tv sarebbe diventata la nostra pensione. Dai 60 ai 70 anni avremmo fatto programmi in esterno, sulle varie nazioni. Prima che morisse Enzo Trapani, Rai 3 aveva già raccolto le due serie, l’America e il Brasile, in un programma dal titolo Grillo turista per caso. Qualche anno dopo, Rai 3 fece fare Turisti per caso a Syusy Blady e Patrizio Roversi, che andarono avanti per molte stagioni. Così saltò la nostra pensione e Grillo è stato costretto a buttarsi in politica».

La Verità, 17 dicembre 2017

 

Rai al palo, La7 in riva al fiume, Iene con Travaglio

Ci sono serate in cui è impossibile limitarsi a recensire una singola trasmissione. L’idea è quella: dopo mesi di polemiche, Massimo Giletti debutta su La7 con Non è l’Arena contro Che tempo che fa di Fabio Fazio e la Rai, mamma e matrigna. Ci sono sere in cui è complicato scegliere, perché c’è sì, l’esordio conflittuale dell’ultimo esodato Rai, ma c’è anche Luigi Di Maio, fresco disertore del duello con Matteo Renzi, ospite di Fazio. E ci sono Le Iene ridens tra i due litiganti, con una puntata atomica: lo scherzo a Marco Travaglio e le rivelazioni di dieci attrici sulle molestie del regista Fausto Brizzi.

Giletti martella sul suo esordio a La7 da settimane. Ospitate ovunque, anche chez Maria De Filippi, tutti alleati contro il figlio viziato di Viale Mazzini. Domenica La7 ha schierato tutti i big per promuovere il nuovo affiliato, da Giovanni Minoli, il primo a credere in lui fin dai tempi di Mixer, che l’ha ospitato nel suo Faccia a Faccia (anticipato al pomeriggio), a Enrico Mentana pronto a condurre il tg (di domenica solo in occasione di elezioni), per intervistarlo a ridosso del via. Significativo lo scambio di battute: Giletti: «Sono qui per provare ad accendere La7 in tutto il Paese»; Mentana: «Ci proviamo anche con il tuo aiuto». Che Giletti sia sopra le righe è confermato dal monologo: «Quando uno entra in una tempesta spera solo di attraversarla e fare in fretta…». La porta sbattuta dell’ufficio di Orfeo, il film della carriera, il mestiere di «giornalista», scandito e sillabato. La Rai è riuscita a trasformare Giletti in un martire della censura. E «quel volpone di Cairo» (Fiorello nel video d’augurio) non ha perso l’occasione. Bisognerà vedere il rendimento di Non è l’Arena a lungo andare in prima serata. Su Rai 1 Fazio dialoga con Di Maio di legge elettorale, premier avversari, alleanze più o meno impossibili. Niente d’imperdibile o di diverso dal solito copione. Lo zapping si ferma su Italia 1 dove Davide Parenti, complice Alessandro Travaglio, ha ordito uno scherzo diabolico ai danni del padre Marco: «Papà, vado al Grande fratello vip». Grande televisione, vertice di goliardia. Una chicca tra le altre: «Ti danno solo 3000 euro? Ma neanche alla colf! Una cosa offensiva col cognome che porti». Ci sono serate in cui bisogna parlare di tre editori televisivi. Mediaset sarà anche «la feccia d’Italia» (Travaglio), ma con lucida ironia riesce a trasformare il suo reality più trash in un’arma intellettuale contro il suo più acerrimo nemico. La7 sta in riva al fiume a raccogliere e capitalizzare il successo dei fuoriusciti della Rai. La quale, invece, è sempre lì: ferma e immutabile.

La Verità, 14 novembre 2017

«Sono una cattolica, ma voglio restare lazzarona»

«Una cattolica che vuole restare lazzarona», si definisce così Barbara Palombelli. Anche «una cattoradicale», sintesi mia, le va bene. Ci sono due mondi che riteniamo più distanti di quello cattolico e quello di Marco Pannella (salvo avvicinamento degli ultimi giorni a papa Francesco)? Se non è un irregolare perfetta la moglie di Francesco Rutelli che lavora in Mediaset da quattro anni (e ha appena rinnovato il contratto per altri due) dove conduce con successo Forum, chi lo è? Una signora un po’ snob, ma molto concreta e con le risposte pane al pane tipiche della cultura popolare. Ecco un’altra definizione, scegliete voi.

Barbara Palombelli, che cos’è la pancia del Paese?

«La somma delle emozioni e delle paure degli italiani. La seguo dal 1996, più di vent’anni: dalla posta di Repubblica, 15 anni di Radio 2, il mio sito, i social, i quattro di Forum… Sono una panciologa totale».

Quanto dista dal cervello, la classe dirigente che guida il Paese?

«Sempre di più… La distanza si allarga ogni giorno. Gli italiani di oggi hanno paura, una paura blu. E quelli stanno a discutere di leggine elettorali da due decenni».

Per poi approvarla con la fiducia scatenando un putiferio.

«Si può non essere d’accordo con il contenuto, ma la maggioranza ha il diritto di apporre la fiducia».

Insisti sulla paura degli italiani: siamo noi dei media a farla lievitare?

«Certo che i media hanno responsabilità: invece di parlare dei pasticci, bancari in questi anni abbiamo scelto la cronaca nera. Come ci ricordano i dati, nel 1991 i delitti furono 1916, nel 2016 397. Per dire che la paura viene certamente alimentata… per nascondere le vere notizie».

Perché Forum ha tanto successo?

«Perché racconta storie vere, a volte rappresentate dai protagonisti, a volte da cittadini che hanno comunque storie simili. Ma alla fine siamo consulenti legali, di qualità, per chi magari non ha sottomano un avvocato o un esperto bravo».

A volte può sembrare una commedia sui poveracci d’Italia.

«I nostri sono temi universali. Potrei risponderti dicendo che quando abbiamo un problema con la giustizia siamo tutti poveracci. Ma noi abbiamo l’orgoglio di avere contribuito ad un avanzamento civile del court show tradizionale che fu importato da Italo Felici trentatré anni fa e adattato da Maurizio Costanzo per la domenica di Canale 5. La legge 40, le unioni civili, il testamento biologico, le madri surrogate, l’omofobia, le ricerche del dna, le fecondazioni eterologhe fallite sono e saranno i nostri temi. Ho dedicato lo speciale sulla prima unione civile a Marco Pannella e quello del settembre scorso sul testamento biologico a Beppino Englaro».

Sembri più una da terrazze snob che da tv pop.

«Sono curiosa del mondo: ho frequentato le carceri, i tribunali, i salotti, la casa Bianca, l’Eliseo, i paesi sperduti in cui la Dc teneva i suoi convegni, Cogne… No limits».

Che reazioni ha avuto la puntata in cui hai mostrato il kit per l’inseminazione artificiale indipendente della donna?

«Temo di avere involontariamente fatto uno spot alle ditte che li fabbricano… Pazienza: il nostro programma è libero e raccontiamo il mondo com’è, anche quando non mi piace per niente».

Hai adottato tre figli su quattro, scelta impegnativa: oggi, con varie tecniche e uteri in affitto, è in atto una mercificazione della paternità e della maternità?

«Anche ai miei tempi esistevano le provette libere e non c’erano i limiti della legge 40. Ma noi siamo cattolici e crediamo anche nei limiti imposti dalla natura. Ho avuto un figlio senza problemi, poi ne ho dolorosamente perduti diversi. Ma il progetto dell’adozione era un mio sogno di bambina. Lo avrei realizzato, ci credevo con tutte le mie energie. Che sto consumando, perché davvero non è una favoletta. Oggi la scienza ci offre tutte le possibilità: in un futuro molto vicino anche le donne, non solo i gay, faranno partorire altre donne per non giocarsi la carriera e la linea. D’altra parte, la mia nonna paterna ebbe quattro figli e quattro balie per allattarli. Come giornalista osservo e non giudico. Lavoro nella tv più libera del mondo, per fortuna».

E come madre?

«Ho scelto un’altra strada».

«Papa Bergoglio mi piace molto», dice Barbara Palombelli

«Papa Bergoglio mi piace molto», dice Barbara Palombelli

Ti piace papa Francesco? E perché?

«Mi piace da matti. È imprevedibile e ha uno spirito ragazzino che lo anima. Ho anche un bellissimo rapporto con Ratzinger, coltivato negli anni in cui stilava il nuovo catechismo per papa Giovanni Paolo. Leggo e ammiro il cardinale Ravasi, i gesuiti Occhetta e Spadaro: la Chiesa ha delle menti superiori, studiosi e biblisti che sorprendono, interrogano il reale in modo non conformista. Un tempo i politici della Prima repubblica coltivavano la frequentazione delle personalità religiose, peccato che ora inseguano i selfie e la superficialità. Si impara di più leggendo Civiltà cattolica che in una settimana di sondaggi o di social».

Torniamo alla pancia del Paese: chi la capisce meno tra destra e sinistra?

«La pancia dei paesi impauriti nel mondo la intercetta solo la destra, che ogni tanto si traveste da movimento pseudo rivoluzionario. La verità è che Beppe Grillo voleva diventare un guru alla Pannella, prendere qualche seggio in Parlamento, avere i suoi seguaci, rompere un po’ le scatole alle grandi multinazionali, guadagnare con gli spettacoli e svacanzare a Malindi e sullo yacht. Invece, gli è scoppiata una bomba nelle urne del 2013. Seguii la campagna alla radio con il mio programma e ricordo le confidenze dei leader Cinque stelle: inorridivano a vedere chi era arrivato in Parlamento».

La sinistra si allontana più per eccesso d’ideologia o di egocentrismo dei suoi leader?

«La sinistra dimentica tutti i giorni che gli impauriti sono i deboli e che i primi a essere difesi dovrebbero essere loro. I quartieri assediati dalle malavite, a Milano come a Roma, sono abitati da ex elettori di sinistra che non hanno più nemmeno il deputato da cui andare a protestare, né una sezione di partito dove andare a passare qualche ora. Abbiamo fatto inchieste a Forum sugli appartamenti occupati degli anziani in ospedale, sui barboni che di notte occupano i letti liberi accanto ai malati. Secondo te di questa roba si occupa qualcun altro in tv? Non mi pare. Se fossi Renzi, andrei a vedere cosa accade di notte negli ospedali italiani. Altro che treno».

Anche lui ti ha delusa?

«Non sono delusa. Renzi può fare pochissimo. La creazione di uno Stato sovrano europeo e di una valuta unica – come scriveva la mia maestra Ida Magli – avrebbe risuscitato le identità più forti come quelle religiose e locali e avrebbe affidato alla finanza il potere politico. Tutto qui. Lo scrivevano anche Carlo Marx e Toni Negri».

Sta peggio il centrodestra o il centrosinistra?

«Il mio sogno è che un grande governo di coalizione che dica la verità agli italiani: dobbiamo rientrare dal debito almeno per una quota di 4-500 miliardi. Ricompriamoci alcune aziende, destiniamo i risparmi che languono nelle banche e nei bot a una straordinaria ripartenza del Paese, senza tasse e senza patrimoniali. Sono sicura che se si stuzzica l’orgoglio ci sono tante famiglie che comprerebbero le azioni di Italia spa, le spiagge, le caserme, i monumenti, per ridare loro vita ed energia. Pensa: mille cittadini comprano la spiaggia di Anzio, di Sabaudia o di Capalbio dal demanio: pagano, investono, la tengono bene e magari guadagnano più dello 0 per cento che ci danno le banche. Sogno! Temo invece che pezzo a pezzo il Paese che i nostri genitori hanno costruito con la fame e con il coraggio finisca in un mercatino europeo delle occasioni».

Beppe Grillo: «Voleva fare il guru alla Pannella, ma non ci è riuscito»

Beppe Grillo: «Voleva fare il guru alla Pannella, ma non ci è riuscito»

Sei pronta a candidarti.

«Basta un politico in famiglia».

Di recente si è ventilato di un suo ritorno in campo.

«Mio marito farà politica fino alla fine. Ora la fa nel mondo del cinema e con le sue associazioni di volontariato culturale, mica ha smesso mai».

Chi salvi tra i politici in attività?

«Il potere vero non c’è più, non si fanno più le grandi scelte. Chi posso dire? Mario Draghi: finora ci ha aiutato lui, quando non ci sarà più non so come ce la caveremo. I debiti vanno pagati prima o poi sennò ti strangolano. E ti porti dietro la paura del futuro».

Che cosa guardi in tv?

«Sono una drogata di serie. Le guardo tutte, compresa Le rose di Eva con mia figlia, dove sono tutti cattivi. Poi Grace e Frankie su Netflix, Big Little Lies su Fox e tante altre».

I talk show aiutano a capire cosa sta succedendo nel mondo?

«Forse qualche anno fa, ora sono avvilenti, pieni di sfiga e di veleni del cibo. Il carrello del supermercato è diventato la cosa più sporca che esista, guai a toccarlo. Vai a dormire con gli incubi. Bisognerebbe far parlare i ragazzi e dar loro speranza, ma i talk non lo fanno».

Hai detto di sentirti depressa e che tutti i giornalisti lo sono.

«La depressione vive di momenti euforici e di momenti brutti: la conosco e so bene che le cose migliori si pensano quando sei giù e si realizzano quando sei su. Tutti i grandi direttori con cui ho lavorato avevano questa virtù: noi depressi conosciamo anche gli angoli più orrendi dell’animo umano e dunque sappiamo raccontarli senza troppo moralismo (quello che sta uccidendo, con il politicamente corretto, un mestiere che era da lazzaroni e non da anime belle)».

Hai detto anche di non credere in niente e che questo aiuta a essere liberi. Sei cattolica praticante?

«Da cittadina e da mamma-nonna sono cattolica, ho due papi antenati e l’acquasantiera al comodino. Da giornalista non devo credere a niente, devo coltivare il dubbio: sono stata e spero di restare lazzarona».

Insomma, sei una cattoradicale.

«Sì, può essere. Ho sentito dire molte cose intelligenti sia dagli uni che dagli altri. In realtà, se ci pensiamo bene, i diritti delle minoranze e il garantismo nascono nel vangelo, ai piedi della croce».

La Verità, 15 ottobre 2017