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«Da Capanna alla D’Urso rimango un pezzo da 90»

Michele Cucuzza, perso di vista per dissolvenza. Quando lo abbiamo visto rispuntare su Italia 1, alla postazione social di 90 Special condotto da Nicola Savino, abbiamo detto in coro: «Già, Michele Cucuzza! Ma che fine aveva fatto?». Un conduttore tv, un volto Rai, un giornalista autorevole, protagonista di una dissolvenza, come si dice nel gergo cinematografico, era un inedito. La singolarità è proprio nel divorzio consensuale dalla Rai. Una figura giuridica e mediatica introvabile nel villaggetto globale italiano, dove si danno la rottura rumorosa, le dimissioni di protesta, la cacciata più o meno esplicita, l’uscita polemica. Cucuzza no, si è dissolto in sordina. «Per la verità la mia non è neanche una vera uscita», racconta seduto in un bar di Roma, zona Prati. «Continuo a collaborare con la Rai, in particolare con Radio 1 dove, con Tiziana Di Simone, conduciamo Caffè Europa, il programma settimanale del sabato mattina. Adesso, appena finisco di parlare con te vado a Saxa Rubra a registrare». Lui è così, uno semplice, che non si fa problemi. C’è un masso sulla strada? Corregge agilmente il passo e prosegue senza farci caso.

La tua forza è l’amore per il giornalismo in tutte le sue declinazioni?

«La molla è questa. In tv i direttori cambiano e cercano di rinnovare. Magari scelgono, giustamente, qualcuno più giovane. Io mi sono dato da fare, mi sono occupato delle mie due figlie, Carlotta e Matilde, e ho scritto un paio di libri…».

Che libri sono?

«Libri da giornalista. Uno s’intitola Il male curabile (Rizzoli), ed è un’indagine fatta con Mauro Ferrari, il matematico che dirige il Methodist Hospital Research Institute di Houston, dove combatte il cancro con l’applicazione delle nanotecnologie. Il secondo è Gramigna. Volevo solo una vita normale (Piemme), la storia di Luigi Di Cicco, un ragazzo in fuga dalla camorra che ora vive a Civitavecchia e da cui Sebastiano Rizzo ha tratto un film».

Oltre ai libri?

«Collaboro con Il Corriere dell’Umbria, diretto da Franco Bechis, e continuo a fare tv. Antonio Azzalini, ex vicedirettore di Rai 1, che ora dirige Telenorba, mi ha proposto di condurre Buon pomeriggio con Mary De Gennaro, un programma leggero, con ospiti, musica, lifestyle. Infine, ho scoperto di avere estimatori anche a Mediaset. Poco meno di un anno fa il responsabile delle risorse umane, Sergio Restelli, mi ha chiesto di entrare nel cast del programma di Savino».

Che rapporto professionale hai con la Rai?

«Dal 1998, una volta staccato dal Tg2, non sono più un dipendente. Quando ho iniziato a condurre La vita in diretta sono diventato un collaboratore esterno».

Scelta di vita professionale o di vita e basta?

«Una non scelta. Dopo La vita in diretta ho fatto Unomattina. Poi Mauro Mazza, il direttore di Rai 1 di allora, è passato ad altro incarico e le cose sono cambiate. Ora mi fa piacere che tanta gente sui social mi chieda dove può vedermi. Telenorba è la più grande tv regionale italiana, ha anche un accordo con una tv siciliana. Così, io catanese, vado in onda anche nella mia terra».

Qual è la tua maggiore soddisfazione professionale?

«Sono contento di aver modulato il giornalismo nei diversi linguaggi, la scrittura, la televisione, la radio…».

Quale servizio ti ha dato più adrenalina?

«Al Tg2 lavoravo nella redazione esteri. Dopo l’occupazione del Kuwait, quando si pensava che Saddam Hussein avrebbe invaso anche l’Arabia, ho seguito la preparazione della guerra alla quale partecipava anche la spedizione italiana. Poi ho coperto i funerali di Lady Diana e di Madre Teresa, due celebrazioni apparentemente molto lontane tra loro. Madre Teresa era l’ultima degli ultimi, che aveva fatto del soccorso ai diseredati la sua missione. Diana era una principessa che negli ultimi anni si era impegnata nelle campagne contro le mine e per i bambini colpiti dall’Hiv».

Difficile fare servizi così a Telenorba.

«Mica vero. Nel maggio 2017, per esempio, ho avuto l’opportunità d’intervistare Silvio Berlusconi che non avevo mai intervistato prima…

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«I grandi media non capiscono il governo»

La generosità non è la prima dote che viene in mente quando si pensa a un grande giornalista. Invece, Enrico Mentana è uno generoso. Non solo perché non si risparmia nelle lunghe maratone televisive, ma perché ora si è messo in testa di restituire «almeno in parte la fortuna che ho avuto nel fare questo mestiere», creando un giornale online di giovani e per giovani (ma non solo). Poi è generoso anche nelle interviste.

Essere multitasking va bene, ma oltre al tg, le maratone, Bersaglio mobile, le ospitate, Facebook e la radio, ti mancava anche un giornale online?

«Personalmente non mi manca, ma penso che il giornale online diventerà come il film che si vede in casa. Fin quando esisteranno giornali, il futuro sarà questo».

A che punto è la selezione?

«Finora sono arrivati circa 8.000 profili».

Dirai stop a?

«10.000. L’idea è del 7 luglio, la pubblicazione dell’indirizzo mail del 17, ai primi di agosto chiudo. Una quindicina di giorni sono sufficienti per inviare un curriculum».

Ne resteranno?

«Vorrei fare 20 praticanti. Stiamo parlando di un prodotto no profit. Se dovesse produrre utili verrebbero reinvestiti nell’assunzione di nuovi giovani».

La raccolta pubblicitaria la farà la società di Cairo?

«Questa è l’unica parte che risponderà alla logica del profitto. Se sarà Cairo sarò contento perché ha le strutture per farlo bene. Però si sono fatti avanti anche altri».

Nome della testata?

«Quando l’avrò lo scriverò su Facebook, dopo averlo depositato».

Tempi di lancio?

«Al momento opportuno i tecnici detteranno tempi e modi. Io sono solo il give back della situazione, colui che vuole restituire almeno in parte la fortuna che ha avuto nel fare questo mestiere».

Di sicuro c’è solo che si fa?

«Cosa lo potrebbe impedire? Nell’era del mobile, questa dovrebbe essere la prima testata digitale rivolta ai giovani. Finora ci si è impegnati in varie direzioni per far assumere i figli, propri».

Tempo d’impegno personale?

«Non potrò essere il direttore, a meno che Cairo non me lo conceda. Ne sarò l’editore, ma non mi posso certo sdoppiare».

Qualcuno ipotizza che vuoi fare il direttore editoriale di La7.

«Che vantaggio ne trarrei? Per certi colleghi la strada rettilinea non è mai quella giusta».

Cairo come la sta prendendo?

«Presidia le sue Colonne d’Ercole e il rapporto con i dipendenti. Io stesso lo sono a tempo indeterminato».

L’ha precisato anche lui.

«So bene che non posso fare come mi pare. C’incontreremo per definire le modalità di nascita e sviluppo di questa creatura, per evitare che finisca per ledere i legittimi interessi dell’editore».

Farai concorrenza al Corriere.it e le energie spese per questo progetto potevano concentrarsi nello sviluppo di La7.it.

«Non sono convinto che lo spin off sul Web di un prodotto giornalistico che sta su altri media possa alzare l’asticella all’infinito. Per i contenuti forti il sito di un giornale deve aspettare l’uscita in edicola, una testata nativa digitale no. Se improvvisamente l’editore di Repubblica decidesse di assumere 30 ragazzi per il sito potrei illudermi di aver sollecitato un mercato che invece mi sembra statico e privo d’iniziative».

Come valuti il comportamento dei grandi media verso il nuovo governo?

 

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Il nuovo governo sposta gli equilibri di La7

In passato ho ripetutamente elogiato i programmi di La7 per tempistica e equilibrio. Il tg, la MaratonaMentana, Otto e mezzo e DiMartedì: tutti insieme, senza dimenticare Piazza Pulita, hanno svolto una funzione supplente rispetto alla latitanza dell’informazione Rai. L’ultimo esempio è di lunedì: davanti all’emergenza prodotta dallo strappo del governo sull’immigrazione, Enrico Mentana ha proposto uno Speciale TgLa7 che ha raccolto 1,4 milioni di telespettatori (6.1% di share, quarta rete della serata).

Qualcosa però è successo perché martedì è affiorata una palese diversità tra tg e programmi nei confronti del governo gialloblù. Se Mentana ha confermato di esser disposto a misurarne sul campo l’impegno, fino a esprimersi in modo critico verso il presidente francese, Otto e mezzo e DiMartedì hanno palesato uno spiccato grado di avversione, mentre su Twitter l’hashtag #boicottala7 prendeva a lievitare.

Pur avendo messo a segno il colpo di giornata (11.1% di share), una puntigliosa Lilli Gruber ha asfissiato il ministro dell’Interno con un pressing che ha svariato dal suo doppio incarico al caso Aquarius, dal rapporto con il M5s e Silvio Berlusconi fino alle nomine Rai. La chicca però è stata l’anticipo all’inizio dell’intervista del Punto di Paolo Pagliaro che, senza citare la fonte, ha snocciolato dati sull’immigrazione da cui l’Italia risulterebbe agli ultimi posti europei per grado di accoglienza. Alla fine della puntata, forse consapevole di qualche eccesso, Gruber ha sottolineato il ruolo necessario di critica dei giornalisti verso il potere. Il peggio però si è visto nel talk show di Giovanni Floris (10.6%) con un parterre sbilanciato, composto da Domenico Del Rio, Yanis Varoufakis, Concita De Gregorio, Massimo Giannini, Marco Damilano e Ilaria D’Amico che da Forte dei Marmi discettava di periferie e accoglienza, con il solo Mario Giordano, autore di un libro-inchiesta sulle Ong, a esprimere posizioni differenti. Il tutto mentre in coro si denigrava la povertà culturale degli elettori leghisti e grillini, si paventavano la lottizzazione della Rai e il grave pericolo per la libertà d’informazione. A completare l’effetto straniamento da sconnessione dal reale sono arrivati un Diego Della Valle «atterrato mezz’ora fa dagli Stati Uniti», parole sue, e il monologo di Roberto Saviano.

La sensazione che, di fronte al nuovo governo, la linea del direttore di rete Andrea Salerno, da cui dipendono programmi e talk show, diverga da quella di Enrico Mentana, è più di una sensazione.

La Verità, 14 giugno 2018

Nei momenti topici l’informazione Rai latita

Schegge di realtà nel webblob di Makkox

Per ora il traino sul tg di Enrico Mentana non si vede. Skroll, la nuova striscia di Makkox (Marco Dambrosio), vignettista della scuderia di Zoro (Diego Bianchi) arruolato da Andrea Salerno galleggia attorno all’1% (200.000 telespettatori circa, La7, tutti i giorni alle 19.30). L’idea potrebbe anche essere carina e modaiola: un blob dei social network, Instagram in particolare che forse è quello che si presta maggiormente per sintesi ed eclettismo. Lo scopo è convincere giovani e internauti vari a sintonizzarsi per vedersi, rivedersi, riconoscersi e specchiarsi, per abbassare l’età media e consegnare nuove fette di pubblico al tg. I post si concentrano su tre o quattro argomenti al dì: la Mostra del cinema di Venezia, l’uragano Irma e Trump, la legge per l’abolizione dei simboli fascisti, oppure Roma alluvionata, il lancio del nuovo iphone, i vip e lo sport preceduti da una meravigliosa anteprima con Lionel Messi al pianoforte il giorno dopo Barcellona-Juventus. Il tutto montato in sequenza logica, a conferma o smentita del post precedente, mescolando persone note (Bobo Vieri è già un tormentone) e perfetti sconosciuti.

Ne esce un mondo dinamico e pulp, forse parallelo ma comunque interessante perché in presa diretta. Schegge di realtà, rubata, sfiorata, carpita, rivisitata, scorrono (scrollano) nei frammenti a portata di mouse o di touch. Ma finora l’operazione non pare riuscita. È ancora presto per dire se è un flop. Ci vuol tempo perché la voce giri. Ma forse è proprio il mondo social che stenta ad attecchire e il pubblico di riferimento si tiene a debita distanza dalla tv. Ricordate l’esperimento con Lia Celi su Rai 3? A differenza di Gazebo social news, nel quale il web era contaminato con la politica e in cui Makkox era un sapido contorno, in Skroll video, selfie e foto sono tutto. Arricchiti dai contrappunti del vignettista. «Un programma webete», è il sottotitolo mentaneggiante. Un webblob, si potrebbe dire. Con vaghi rimandi etici.

Dopo il numero 0 di «M» arriverà il numero 1?

Prendiamolo come un numero zero. Come una puntata pilota. M, il nuovo format di Michele Santoro è un esperimento in tutti i sensi (Rai 2, giovedì, ore 21.15, share del 4,78%). Intanto, il momento della messa in onda per testare l’efficacia della nuova formula. Poi, la divisione in due serate della monografia dedicata ad Adolf Hitler, il primo «mostro» della serie, con l’interrogativo, un tantino forzato, se un fenomeno come quello del Führer può tornare. Santoro entra in uno studio teatrale molto solenne, diviso in due ampie gradinate attraversate da una passerella rossa. Di fronte a lui sta seduto Andrea Tidona che interpreta il protagonista della serata. Mentre ai lati siedono, ben distanziati tra loro, gli «esperti»: lo scrittore Giuseppe Genna, la storica Simona Colarizi e il direttore del Tg La7 Enrico Mentana, coinvolto in quanto possessore di una ricca biblioteca riguardante Hitler e il nazismo. Sulla gradinata opposta trovano posto invece ospiti giovani e in maggioranza di origine straniera, sollecitati dalla coetanea Sara Rosati. Il risultato è uno studio con citazioni classiche, da architettura primo Novecento. Le due parti, esperti e giovani, devono animare il dibattito intergenerazionale e interetnico, con la regia del conduttore che si sdoppia e triplica in tutti i ruoli: intervistatore del redivivo Adolf e dei comprimari dell’epoca, mediatore del dialogo tra le gradinate (reciprocamente sorde), garante del percorso narrativo e della scaletta che comprende il lancio delle minifiction (con accento romanesco) incentrate sull’ambiguo ed esemplare rapporto tra il dittatore e la nipote Geri Raubal (Verdiana Costanzo), l’esito del sondaggio sul possibile ritorno di Hitler e il resoconto delle reazioni alle opinioni spericolate di Youssef, un ragazzo di origine marocchina con cittadinanza italiana, che sostiene che una dittatura sincera sia meglio di una democrazia ipocrita. Prevedibilmente, i frequentatori di Twitter lo subissano di critiche (non tutte riferibili), come fa pure un Mentana particolarmente coinvolto nella querelle.

Se l’idea di fondo è la contaminazione alta dei linguaggi del teatro, del cinema e della televisione in un registro un filo pretenzioso forse più adatto a un canale tematico, è inevitabile che Santoro finisca per recitare tutte le parti in commedia: autore, sceneggiatore, narratore, regista, conduttore.

Insomma, il numero zero di M, realizzato dalla Zerostudio’s di Santoro stesso, appare ancora molto perfettibile. Ma i numeri zero si fanno apposta per capire se ha senso proseguire nella numerazione. Tanto più che dall’autunno Santoro sarà stabilmente su Rai 3. Alla prossima puntata.

Il Paese crolla e il Pd si spacca. Non ci resta che ridere

Intervistato da Giovanni Minoli domenica sera nel consueto Faccia a Faccia di La7 Andrea Orlando, candidato segretario della terza via che dovrebbe salvare capra e cavoli di renziani e minoranza Pd, si è arrampicato sugli specchi. Come spesso capita con Minoli, la domanda era quella che tutti, in modo più confuso, ci poniamo: «Che cosa porta la politica a chiudersi in problemi così interni a se stessa, difficilissimi da capire per le persone normali, mentre tutto il mondo cambia all’intorno?». «Lo spiegava Gramsci, la chiamava irrequietezza… le categorie non sono più sufficienti, non sei più in grado d’interpretare le cose e ti chiudi nell’immobilismo», ha replicato Orlando mentre si sentiva lo stridore delle unghie sul vetro. La sinistra, anche quella illuminata, è così: autoreferenziale, tutta protesa a spaccare il capello su questioni di principio, a palleggiarsi torti, veti, ricatti e responsabilità. Ancora Minoli: «Com’è possibile pensare che il futuro del Pd, il partito centrale della politica italiana, dipenda dalla data del congresso, un mese prima o un mese dopo?». Orlando: «Infatti, non l’ho capito nemmeno io».

Del Paese alla deriva, dei ragazzi che non trovano lavoro, di quelli che si suicidano, delle città divenute piazze di spaccio, della scuola senza insegnanti, dell’immigrazione ingestibile e tutto il resto: chissenefrega. Tutta questa situazione ha dell’incredibile. È uno spettacolo deprimente, che istiga la rabbia dei ceti più colpiti dalla crisi che, in giro per il mondo, si allontanano dalla sinistra dell’establishment. Verosimilmente, anche in Italia i conti saranno aggiornati alle prossime elezioni, quando si faranno. Nel frattempo, tutta la vicenda del maggior partito nostrano sta finendo in burla. Col Tapiro consegnato a Renzi da Valerio Staffelli di Striscia la notizia. E con Enrico Lucci che si presenta all’assemblea del Pd travestito da Stalin con baffoni e colbacco. Respinto da Bersani e invece accolto da Enrico Mentana nel suo Tg speciale. Tutt’altra reazione rispetto a quella di Michele Serra, già direttore di Cuore, che sulla sua «Amaca» ha invitato a distinguere «tra gentiluomini e no». Sulla scissione del Pd, insomma, bisogna fare giornalismo serio, compunto. È un dramma vero, da maneggiare con cura. Invece no, caro Serra, niente moralismi, niente guanti bianchi e trattamenti di favore. Perché, guardando a tutto quello che succede là fuori, mentre il Pd s’incarta nelle sue beghe e nei suoi distinguo e nei suoi congressi perenni, verrebbe solo da piangere. E allora, proprio per non abbandonarsi alla depressione o alla rabbia (che sarebbe pure peggio), non ci resta che ridere…

I «magnifici 7» di La7 vogliono una fetta di canone

Carte scoperte. L’obiettivo di La7 ormai è chiaro: conquistare una fettina di canone di abbonamento al servizio pubblico radiotelevisivo. Prima le maratone elettorali di Enrico Mentana. Poi i confronti referendari, sempre con la stessa firma, tra esponenti del Sì e del No, molto istituzionali. Infine, la maratona in occasione delle elezioni americane, coronata da un discreto successo di ascolti. Anche l’innesto di Faccia a faccia, il nuovo programma di Giovanni Minoli, ha consolidato il profilo da servizio pubblico della rete di proprietà di Urbano Cairo. È da un annetto che l’editore di Rcs fa rotta sul canone Rai. La Tv di Stato dispone anche della pubblicità, ma il ruolo di servizio pubblico non è più suo monopolio esclusivo. E dunque una fetta potrebbe essere ridistribuita.

Enrico Mentana, direttore del Tg La7 e dei programmi giornalistici della rete

Enrico Mentana, direttore del Tg La7 e dei programmi giornalistici della rete

La rete all talk di Cairo ormai può vantare un profilo che, oltre al tg di Mentana e alle sue importanti appendici, annovera un programma come Otto e mezzo di Lilli Gruber che potrebbe stare benissimo su una rete pubblica. Lo stesso si potrebbe dire della fascia di morning news della rete. Poi ci sono i talk show di prima serata come DiMartedì, che batte puntualmente e con distacco il concorrente di Rai 3, e Piazza pulita. In fondo, non c’è da meravigliarsi se la prua di La7 punta dritta al canone. Tutti i volti principali, giornalisti, anchorman e anchorwoman sono ex di Mamma Rai. Da Giovanni Floris a Corrado Formigli, da Gianluigi Paragone a Lilli Gruber, da Myrta Merlino, nata televisivamente a Mixer, creatura dell’ultimo innesto Giovanni Minoli, fino allo stesso Mentana, nato e cresciuto al Tg2 prima di fondare il Tg5. Inevitabile che linguaggi e formule dei «magnifici sette» siano quelle del servizio pubblico, ancor più se, com’è naturale, alimentati da un certo spirito di rivalsa nei confronti dell’azienda di cui sono figli. «Se con il canone di abbonamento in bolletta la Rai incasserà 280 milioni in più, allora bisogna rivedere le quote di pubblicità della tv pubblica, magari togliendo gli spot da due reti», ha dichiarato in più occasioni il patron di La7. Intanto ha ulteriormente implementato la rete di volti e contenuti da servizio pubblico per rendere plausibile lo storno di denaro proveniente dal canone. Dopo una prima proroga che risale alla scorsa primavera, la convenzione che regola il contratto di servizio pubblico tra la Tv di Stato e il ministero delle Poste e Telecomunicazioni è scaduta il 31 ottobre scorso ed è in discussione in questi giorni. Ovviamente, in viale Mazzini c’è fibrillazione nell’attesa del rinnovo.

 

La Verità, 16 novembre 2016

Mentana, polveriera La7, repliche e controrepliche

Adesso La7 è una polveriera. Una rete molto articolata, frazionata in cordate. Adesso, dopo l’intervista di Enrico Mentana al Fatto quotidiano di domenica scorsa. Adesso, dopo che il premier ha intimato ai fedelissimi di non andare ospiti di quei tre, Giovanni Floris, Lilli Gruber e Corrado Formigli finiti nella lista di proscrizione. Di solito, in questi casi, si fa squadra. Uniti e compatti, giornalisti ed editore da una parte, potere politico dall’altra. Non era mai accaduto prima, a La7, che un volto pur molto rappresentativo, il direttore del tg, criticasse i colleghi, conduttori di talk e programmi di approfondimento della stessa rete. Invece, sopra il carico da 90 di Renzi, Mentana ha aggiunto il suo: «Renzi ce l’ha con La7 e un po’ ha ragione: troppi fan del No».

Alcuni volti dei talk show di La7. Nell'intervista al «Fatto quotidiano» Enrico Mentana ha definito «ingombranti» alcuni di loro

I volti di La7. Nell’intervista al «Fatto» Enrico Mentana ha definito «ingombranti» alcuni di loro

Nessuno lo ammetterà mai, ma non tira una bella aria nelle redazioni della rete di Urbano Cairo. «Io non credo ci sia un veto nei confronti di Piazza pulita», sostiene Formigli. Come no? All’ultima puntata doveva venire Simona Bonafè… «Sì, e ha disdetto senza motivare. Tuttavia, mi auguro che tutto torni normale. Stiamo facendo le riunioni per giovedì, non abbiamo ancora deciso, ma rinnoveremo gli inviti. Renzi è invitato fin dalla conferenza stampa. Può venire sempre, visto che manca da molto tempo nei nostri studi. Tuttavia, non voglio farmi ammorbare da queste polemiche e dal referendum. Gli italiani hanno altri problemi prima dell’abolizione del Senato. Noi facciamo il nostro lavoro giornalistico, il programma è in crescita (media del 5,23 per cento ndr). Detto questo e premesso che non credo al veto, se ci fosse andrebbe spiegato. Ai telespettatori, prima che a me. Sarebbe antipatico se restasse sotterraneo». Chissà.

Nell’intervista di domenica Mentana non ha saputo dire se il rapporto tra il premier e La7 sia «rovinato o compromesso, di sicuro il presidente del Consiglio, martedì scorso, ha visto la trasmissione di Floris e non c’è stata una corrispondenza d’amorosi sensi». Poi ha aggiunto, tentando di «illustrare le ragioni del premier. Perché siamo arrivati sull’orlo dell’incidente di frontiera? Per la vera asimmetria di questa battaglia, che non sta tanto nell’eterogeneo fronte del No… ma nel ruolo attivo di molti nostri colleghi: pienamente legittimo, e però ingombrante».

Urbano Cairo, editore di La7 e ad di Rcs che pubblica «Il Corriere della Sera»

Urbano Cairo, editore di La7 e ad di Rcs che pubblica «Il Corriere della Sera»

Boom e bocche cucite. Anche Formigli, giustamente ciarliero nel raccontare il buon andamento del suo programma, richiesto di un commento sull’intervista del direttore del tg si trincerà dietro il «no comment. Non sono abituato a commentare le interviste dei colleghi. Ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero». E ci mancherebbe. Però, una volta chiamati in causa… «Non mi sento chiamato in causa», chiude Formigli. Anche dalle parti di DiMartedì, forse il più «ingombrante» dei talk, finito nell’occhio della fatwa renziana e, pure, in crescita di ascolti (media stagionale del 6,46 per cento), vige la consegna del silenzio. Quanto a ingombri non scherza nemmeno Otto e mezzo di Lilli Gruber (6,66 per cento medio, in crescita). Anche perché ultimamente si è venuta evidenziando una certa rivalità tra il direttore del tg (media stabile al 6,02 per cento) e la conduttrice del talk che lo segue. Un salutare duello tra giornalisti, tutto interno alla campagna referendaria, di cui si avvantaggiano i telespettatori, oltre che l’editore. Una quindicina di giorni fa Lilli Gruber è stata la prima ad allestire il faccia a faccia al fulmicotone tra Renzi e Marco Travaglio. Qualche giorno dopo Mentana ha proposto il gran confronto tra Renzi e Gustavo Zagrebelsky con notevole successo di ascolti (8,04 per cento). Venerdì scorso, invece, con la complicità indiretta di Matteo Salvini che ha a lungo stuzzicato Maria Elena Boschi sui social network, Lilli è riuscita a mettere uno di fronte all’altra il segretario della Lega e il ministro per le Riforme costituzionali. Dando in un sol colpo un «buco» al boicottaggio appena inaugurato e a Mentana. Il quale, a quel punto, ha sapientemente rinunciato al suo Si o No?.

Tutto bene, dunque? Sì, se non fosse stato per quell’ultima, inusuale, intervista al Fatto quotidiano. Piuttosto strano che un giornalista autorevole come Mentana senta l’urgenza di «illustrare le ragioni del premier». Certamente, l’avrà fatto prima di tutto per il bene di La7. Ma forse anche per il suo, pensa qualche maligno. Chissà che cosa succederà in Rai dal 5 dicembre, se Renzi dovesse vincere il referendum…

 

La Verità, 11 ottobre 2016

 

Nel corso della giornata il sito Dagospia ha ripubblicato questo articolo uscito sulla Verità. Ma un’ora più tardi Enrico Mentana ha mandato una precisazione, prendendo le distanze dalla titolazione del Fatto quotidiano. In risposta, Dagospia ha ripubblicato alcuni brani dell’intervista consentendo di confrontare il tenore della stessa con la titolazione. Che, anche a mio avviso, nella necessaria sintesi, è rispettosa del pensiero espresso dall’intervistato.

 

 

 

 

 

Finalmente la Rai dà «Carta Bianca» alla Berlinguer

S’intitolerà Carta Bianca la nuova, travagliata, striscia quotidiana di Bianca Berlinguer, su Rai 3 dalle 17.30 alle 18, dal 26 ottobre prossimo. Dopo la lunga attesa per avere il numero di matricola e la separazione consensuale da Michele Santoro («Se chiami un architetto per avere un’idea è una cosa, ma se lo chiami e poi il progetto vuoi disegnarlo tu è un’altra»), il programma è stato finalmente inserito in palinsesto. Se quel «bianca» vada scritto con la B maiuscola del nome proprio della conduttrice o con la b minuscola dell’aggettivo non è chiaro. In ogni caso si auspica che la Rai conceda la carta del colore giusto all’ex direttrice del Tg3.

L’eleganza della Ercolani Non è partito benissimo Week end con il nonno, il nuovo format lanciato dalla Rai 4 di Angelo Teodoli. Ma l’idea è buona e l’esperimento merita di proseguire. Piuttosto, fa riflettere il fatto che sia firmato dalla Stand by me di Simona Ercolani, consulente per la comunicazione del premier, in cabina di regia nel Comitato per il Sì al referendum. Di regie se ne intende…

Ilary Blasi conduce «Grande Fratello Vip»

Ilary Blasi conduce con autorevolezza e scanzonato pragmatismo «Grande Fratello Vip»

E quella di Ilary Blasi Sempre in tema di donne, a Mediaset sono in ascesa le quotazioni di Ilary Blasi, alla guida del Grande Fratello Vip, sempre vincente negli ascolti con La Catturandi di Raiuno. La moglie di Totti ha scelto mise minimaliste e senza gioielli, ma regge il timone del reality con piglio scanzonato e autorevolezza quando si tratta di dissociarsi dalle intemperanze di Clemente Russo e Stefano Bettarini. In più, ogni settimana una polemica spinge la serata: prima l’intervista alla Gazzetta dello Sport, poi le sparate dell’ex marito di Simona Ventura. Per gli amanti del genere…

La Rai vince a Lampedusa Buon risultato di ascolti per Fuocoammare, il film di Francesco Rosi vincitore del Festival di Berlino, candidato italiano nella corsa agli Oscar: proiettato su Raitre nell’anniversario della strage di profughi al largo di Lampedusa, dove la Rai ha organizzato l’ultimo Prix Italia, il film ha ottenuto l’8,8 per cento di share (2,2 milioni di spettatori). A seguire l’inchiesta Lontano dagli occhi di Domenico Iannacone si è assestata al 7,4 per cento.

Sì o No, match generazionale Tra le tante cose scritte attorno all’imperdibile dibattito tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky chez Enrico Mentana su La7, il dettaglio delle capigliature è stato, a suo modo, rivelatore delle biografie dei tre protagonisti. Pettinatissimo e un po’ laccato, il premier cresciuto nel pieno degli anni Ottanta; semicalvo il professore, uomo che ne ha viste tante; scarmigliato e un tantino arruffato il giornalista, passato attraverso i conflitti dei Settanta.

La Verità, 5 ottobre 2016