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«L’ictus di Daniela ci ha fatti rinnamorare»

Volto sorridente, capello morbido, occhi cerulei che incantano il pubblico femminile, Mimì Augello è il poliziotto più invidiato da quello maschile perché le indagini del Commissario Montalbano non gli precludono una vivace frequentazione del gentil sesso. Cesare Bocci, però, non è solo un investigatore playboy: tra i due episodi di una stagione e quelli della successiva, fa cinema, teatro, altra tv e si dedica alla compagna Daniela Spada e alla figlia Mia. Ora, al sabato sera su Tv2000, conduce Segreti – I misteri della storia, collana di biografie di grandi personaggi che ne svelano qualche tratto inedito. Anche lui ha una storia tosta e poco nota da raccontare. Lo incontro a Roma, nella scuola di cucina aperta da Daniela.

Cosa ci fa Mimì Augello nella tv dei vescovi?

«Più che propormi io sono loro ad avermi accettato. Il programma è un’idea di Fabio Andriola e Alessandra Gigante subito accolta dal direttore Paolo Ruffini. Insieme hanno pensato a un volto riconoscibile per lo studio e sono arrivati a me. Su Rai 3 avevo già condotto Il giallo e il nero che si occupava di grandi delitti irrisolti».

Qui si parla di storia.

«La storia mi è sempre piaciuta anche se non sono un divoratore di trattati. M’incuriosisce indagare nella vita delle persone. Segreti – I misteri della storia è una serie di biografie oltre le nozioni e le etichette che ci hanno consegnato i testi scolastici, il cinema e la pubblicistica. A volte si scoprono lati inediti di personalità che abbiamo catalogato in modo sbrigativo».

Per esempio?

«Per me è stata una scoperta apprendere che, dietro i suoi occhialetti, Camillo Benso conte di Cavour era un giocatore d’azzardo al quale piacevano le donnine e che in casa non riusciva a gestire un centesimo perché comandava il fratello. Oppure che la principessa Sissi, la romantica Elisabetta di Baviera interpretata da Romy Schneider, era prigioniera di ossessioni al punto da dormire ricoperta di carne cruda per nutrire la pelle con le sue proteine. Insomma, ci sono la storia ufficiale e la storia più minuta, ma più vera».

Lo stesso schema si può applicare anche a lei: il pubblico la conosce per quella parte nel Commissario Montalbano, mentre la sua vita è stata segnata dall’ictus post parto della sua compagna.

«L’abbiamo raccontato nel libro Pesce d’aprile – Lo scherzo del destino che ci ha reso più forti (Sperling & Kupfer, ndr). Era la prima domenica a casa dopo che Dany aveva partorito Mia, quando un fortissimo dolore le attraversò la testa: un embolo era arrivato fino al cervelletto. Al risveglio dal coma, dopo venti giorni, non mi riconobbe né ricordava di essere diventata mamma».

Bisognava ricominciare da zero.

«C’era una montagna da scalare. Era appena nata nostra figlia e dovevamo imparare a fare i genitori, ma adesso dovevamo imparare a farlo con questo handicap. Con l’aiuto di amici e persone care non ci siamo arresi. Una volta cadevo io, un’altra si scoraggiava lei, ma siamo andati avanti. Poco alla volta la nostra vita è ricominciata e ora, con tutte le fatiche, siamo felici. Ci siamo innamorati per la seconda volta».

Cesare Bocci con la compagna Daniela Spada e uno dei loro cani

Cesare Bocci con la compagna Daniela Spada e uno dei loro cani

Dove avete trovato il punto di resistenza?

«Dany dice che l’ha aiutata l’incoscienza. Uscita dall’ospedale ci ha messo un po’ per rendersi conto del suo stato di salute e delle sue limitazioni. Pensi al rapporto con una bimba di poche settimane: non poteva allattarla, soccorrerla, dedicarsi a lei. Nel libro scrive: “Sono una delle poche madri che ha imparato a camminare dopo sua figlia”».

La fede aiuta in questi casi?

«Dany è credente».

Nel dormiveglia in ospedale bisbigliava la messa in latino.

«La memoria è come un puzzle, questi infortuni hanno l’effetto di buttare all’aria il mosaico e ogni tanto una tessera ricade, ma non dove si trovava prima. Così, mentre si pensa che riguardi un fatto recente, magari risale a qualche decennio prima, come nel caso della messa in latino che Dany aveva ascoltato, bambina, dalle suore».

Dicevamo della fede…

«Lei è stata aiutata… Io mi ritengo cristiano nel modo di relazionarmi agli altri. Gli stessi pazienti sono persone prima che malati. Questo ci ha spinto a batterci per il rispetto della dignità e delle condizioni negli ospedali. E ci ha convinto a raccontare tutta la storia, per metterla a disposizione di altri che possono trovarsi in situazioni analoghe».

Come ha influito questa esperienza nella sua professione?

«Anche se la voglia di affermarmi ce l’avevo come tutti, essere figlio di gente di campagna mi ha sempre fatto tenere i piedi per terra. Ricordo che quando mi richiamarono per una serie volevo rifiutare: “Sei l’unico che lavora in famiglia, vai che io in qualche modo me la cavo”, sentenziò Dany. Quando mi trovai in camerino avvertii una calma improvvisa, niente a che vedere con la solita ansia da prestazione. Da queste cose o vieni sopraffatto o cresci e affronti le sfide successive con più realismo».

La sua carriera sarà segnata da Mimì Augello?

«È un personaggio che mi accompagna da vent’anni, nella serie più longeva d’Italia, in grado di ottenere ascolti che nessun’altra fiction ha mai fatto. Non posso che essere grato ai produttori e al regista Alberto Sironi. Proprio poco fa un passante si è congratulato per la parte del principe Raimondo Lanza di Trabia in Volare, la miniserie su Domenico Modugno. Anche Adesso tocca a me su Paolo Borsellino mi ha dato molta soddisfazione. Poi c’è il teatro, che mi fa uscire dagli schermi, piccolo e grande».

Cesare Bocci è stato un credibile Paolo Borsellino in «Adesso tocca a me» su Rai 1

Cesare Bocci, un credibile Paolo Borsellino in «Adesso tocca a me»

Permaloso, scansafatiche, spiazzato dagli eventi: quanto ha Augello del suo carattere?

«Permaloso lo è di più Montalbano. Scansafatiche no, ho sempre fatto lavori manuali. Spiazzato dagli eventi… diciamo che sono un po’ distratto».

Che rapporto avete sul set?

«Ormai siamo fratelli. Sironi, un lombardo che sa raccontare la Sicilia alla grande tanto che i siciliani lo adorano, ha scelto dall’inizio questo gruppo di attori. Quando è un po’ che non ci vediamo cominciamo a fremere e a mandarci messaggi. La Sicilia poi è fantastica da tutti i punti di vista, compreso quello del cibo».

Perciò Montalbano va molto al ristorante?

«Sì, e cazzia Augello perché metterebbe il parmigiano sugli spaghetti alle vongole. Girammo quella scena un mattino alle nove: “Dobbiamo mangiare sul serio la pasta a quest’ora?”, ci lamentammo. “Certo che dovete mangiarla”, sbraitò il regista. Cominciammo controvoglia, ma poi il sole, il mare, una forchettata dopo l’altra, facemmo pure il bis».

Andrea Camilleri?

«Quando comincia a raccontare resti a bocca aperta. Dopo un episodio incentrato su un traffico di organi di bambini con una discussione tra me e Luca, ci raggiunse a pranzo. Io lo salutai e lui borbottò: “Ieri sera tu hai fatto piangere me e mia moglie”; una frase che conservo come un complimento».

Figlio di una famiglia contadina, come le è venuto di fare l’attore?

«Mio padre era veterinario e negli anni Settanta, quando le campagne si spopolavano, comprò un terreno. I miei amici se la spassavano e io stavo su quel terreno. Che odiavo, ma che m’insegnò molte cose. A 22 anni, un amico invitò al cineforum dell’università Saverio Marconi che aveva aperto una scuola di recitazione. A Tolentino eravamo tutti attori. Mia madre, maestra della scuola, preparava i costumi, le storie, io stesso ero già salito sul palco. Finalmente m’iscrissi alla scuola di Marconi. Eravamo quattro ragazzi squattrinati, ma fondammo la Compagnia della Rancia e recitammo nei primi musical: Arlecchino innamorato, La piccola bottega degli orrori, A chorus line…».

Cesare Bocci con Luca Zingaretti, Peppino Mazzotta e il regista Alberto Sironi sul set del «Commissario Montalbano»

Cesare Bocci con Luca Zingaretti, Peppino Mazzotta e Alberto Sironi sul set di Montalbano

Suo padre come prese l’idea di fare l’attore?

«Come magni? mi chiese in marchigiano. Tornavo a casa tardissimo e lo trovavo a fare le parole crociate. Non poteva dirmi che era fiero di me, ma ritagliava le recensioni del Resto del carlino. Per una prima a Tolentino gli prenotai un posto. La notte lo trovai con le solite parole crociate e gli chiesi un giudizio. La musica era un po’ alta, la scenografia insomma… “E io, papà?”. “Tu sei molto bravo, ma in quella scena così, in quell’altra colà”: una recensione in piena regola».

Pur di recitare ha fatto l’attaccatore di numeri civici.

«Era stata decisa la revisione toponomastica del paese, un amico vinse l’appalto e mi chiamò: staccavamo i vecchi numeri e attaccavamo i nuovi andando porta a porta, conoscevamo tutti. Ho fatto il cameriere, il fabbro, l’imbianchino, il noleggiatore d’auto, il tecnico delle luci ai concerti di Ron, Mietta, Biagio Antonacci. Ho conosciuto Frank Sinatra al concerto di Pompei. Da capotecnico ero l’unico autorizzato a stare sul palco. Quando lo vidi entrare non mi trattenni e cominciai ad applaudire: una cazzata… Mi sorrise dietro il bicchiere di whisky».

Che cosa le piace e cosa no della nostra televisione?

«Mi piacerebbe che, come nei paesi anglosassoni, ci fosse più servizio pubblico. Se c’è un argomento importante vorrei che venisse trattato comunque, senza inseguire l’audience».

E dell’Italia di oggi?

«Non mi piace la distanza dalla politica che si è creata negli ultimi anni. Non mi piacciono l’anarchia, gli inciuci elettorali, la vittoria basata sull’attacco personale anziché sul programma. Non mi piace che i giovani non riescano a entrare nelle decisioni riguardanti il loro futuro. Che di fronte alle ingiustizie sul lavoro prevalga la rassegnazione del tirare a campare. E non mi piace che l’Italia sia fuori dai Mondiali».

E qualcosa che le piace e la fa essere ottimista sul futuro?

«Mia ora è adolescente e con lei mi accorgo che i giovani cominciano a farsi delle domande. C’è un piccolo risveglio, anche determinato dal Movimento 5 stelle che ha dato una scossa a tutto l’ambiente, a prescindere dal fatto di approvare i loro contenuti. L’abolizione dei vitalizi però era giusta, peccato».

La Verità, 7 gennaio 2018

Maltese, una buona serie che poteva essere ottima

Chissà se nel 1976 per definire che una donna accogliente con un ospite si diceva che era stata «inclusiva». E chissà se, sempre all’epoca, le prostitute si nei bordelli si avvinghiavano al palo della lap dance. Sono interrogativi suscitati dalla visione di Maltese – Il romanzo del commissario, la nuova fiction in quattro episodi in onda su Rai 1 (lunedì e mercoledì, ore 21.30, share del 23,65% nel secondo episodio). Piccole imprecisioni, forse. Pignolerie. Perché, nel complesso, il meccanismo della serie realizzata dalla Palomar di Carlo Degli Esposti, «il produttore di Montalbano», funziona.

Dario Maltese, un credibile Kim Rossi Stuart, è un commissario che torna a Trapani, sua città natale, per partecipare al matrimonio del grande amico di gioventù. A Roma, dove si è trasferito, si è fatto una carriera e una vita. Che, però, è già piena di cicatrici: un matrimonio fallito e l’unica figlia che adesso lo chiama al telefono dall’America, dove vive con la madre; la morte traumatica del padre, anche lui commissario di polizia, impiccatosi a causa di un’inchiesta, non si sa quanto comprovata, che lo aveva incriminato per una relazione con una minorenne, coetanea di Dario stesso. La terza ferita si apre, invece, la vigilia del matrimonio dell’amico, pure lui poliziotto, assassinato sotto i suoi occhi insieme alla compagna incinta. Il ritorno a Trapani per indagare sull’assassinio diventa la porta spalancata su un passato da ricostruire e medicare. Compito non facile, però, perché il commissario s’imbatte nell’ostilità del Procuratore capo e nella diffidenza di alcuni dei poliziotti del comando. L’ostacolo principale, tuttavia, è il depistaggio architettato dai mandanti dell’omicidio.

Diretta da Gianluca Maria Tavarelli, la serie ha il suo maggior fascino nel personaggio di Kim Rossi Stuart, il commissario maltrattato dalla vita ma retto e che conosce il nome del bassista dei Weather Report. fascino al quale, piuttosto prevedibilmente, cede la fotografa tedesca (molto simile all’amica di Montalbano), chissà perché trapiantata in quest’angolo di Sicilia. Anche ambientazioni e costumi sono un discreto punto di forza. Dopo la città di Matera per Sorelle, la scelta di Trapani mostra la cura di Rai Fiction nel trasformare la location in una protagonista aggiunta delle storie. Dove, invece, sembra mancare un pizzico di attenzione è nell’intento eccessivamente didascalico di certi spiegoni che tolgono curiosità e mistero alla trama. E, a proposito di preoccupazioni didascaliche, sarebbero invece state certamente utili, e forse doverose per un servizio pubblico, delle brevi sottotitolazioni per rendere comprensibili anche nel resto del Paese alcuni dialoghi in siciliano stretto. Chissà se è dovuto a questa mancanza il considerevole calo di ascolti tra il primo e il secondo episodio.

Raifiction, Cotroneo e i cattivoni del Family day

Fulmine a ciel sereno, l’implicazione ideologica della storia scocca in chiusura del quinto episodio. È il colpo di scena, il cambio di passo. Fino a quel momento tutto è innocuo. Un intrigo giallo rosa, con sconfinamenti nel mistery. Una trama che prende. Su Rai 1, Sorelle, serie in sei episodi, sta mietendo successi di ascolti (share medio oltre il 27%) e di critica. Successo meritato, attori bravi, ingredienti ben mixati. Però le indagini per scoprire l’assassino di Elena (Anna Caterina Morariu) si sono arenate e anche il sospirato ritorno di passione tra Chiara e Roberto è giunto a un punto morto. Improvviso, il colpo di scena sblocca i filoni paralleli che catalizzano i telespettatori dall’inizio della storia.

La protagonista femminile è Chiara, interpretata da Anna Valle, ex miss Italia, una certezza della fiction Rai, con i suoi occhi verdi scandagliati in decine di primi piani e riflessi su maglioncini e camicette intonate. Quello maschile, invece, è il personaggio di Giorgio Reggiani, fidanzato di lei finché l’enigmatica sorella Elena glielo porta via per farci tre figli (anzi due, il terzo è frutto di un’altra relazione). Dopo la separazione e la scomparsa, Elena viene trovata morta vicino a un malloppo di 5000 euro. I protagonisti di contorno, tutt’altro che secondari, sono i tre ragazzini ciclicamente abbandonati dalla madre (molto ben interpretati), la nonna svaporata dall’Alzheimer incombente (Loretta Goggi) e la città di Matera, scenario perfetto per una vicenda dal retrogusto gotico.

Però siamo fermi.

Fino a quando Chiara si adagia nella vasca e il vapore che riempie la stanza da bagno, inumidendo lo specchio, evidenzia un nome ancora inedito: Martino. Chi sarà mai?

Ivan Cotroneo, scrittore, regista, sceneggiatore di molta fiction Rai

Ivan Cotroneo, scrittore, regista, sceneggiatore di molta fiction Rai

È qui la genialata degli sceneggiatori, Ivan Cotroneo e Monica Rametta, collaudata coppia della serialità della tv pubblica (oltre che del cinema). Hanno firmato insieme Tutti pazzi per amore, Una grande famiglia e È arrivata la felicità. Successi riconosciuti, ottimi cast, storie sentimentali di famiglie allargate, con misteriose sparizioni, doppie vite mimetizzate e sempre una certa gaiezza strisciante, leggera, vincente. Nella Grande famiglia, per dire, il personaggio più intelligente e trasparente era Nicolò Fulvi (Luca Peracino), il ragazzino gay che si dava da fare per inserire l’amico in azienda. Cotroneo non ha mai nascosto il suo orientamento sessuale. Scrittore, traduttore di Hanif Kureishi e Michael Cunninghum, regista cinematografico e autore televisivo. Napoletano riservato, sofisticato, attento al fatto che nelle fiction si parli come si mangia ma non troppo, da traduttore soffre l’uso del pronome singolare maschile («digli cosa vuoi») anche quando ci si rivolge a una donna o a una pluralità di persone («“le” e “a loro”, ahimé, non si usano più»). È l’autore televisivo e cinematografico più cool degli ultimi anni. In tv, dall’Ottavo nano di Corrado Guzzanti e Serena Dandini a Parla con me fino a Stasera casa Mika, non si limita alla fiction, ma frequenta con successo i talk e gli show. Schivo e dedito a lettura e scrittura, è super richiesto nelle terrazze veltroniane. Per il cinema ha firmato l’adattamento di Vita breve di Luca Flores, biografia del jazzista siciliano suicida scritta dall’ex segretario Pd. Per Ferzan Özpetek, Pappi Corsicato e Luca Guadagnino ha scritto sceneggiature più spensierate e sgargianti, spesso mischiando elementi musical e inserti ballati. Per Maria Sole Tognazzi ha firmato Io e lei,  storia di omosessualità femminile tra Sabrina Ferilli e Margherita Buy. Poi ci sono i libri, La kryptonite nella borsa e Un bacio, che ruotano attorno al tema dell’omosessualità. Il primo, con probabili riferimenti autobiografici, è un invito a prendere coscienza e valorizzare la propria diversità. Il secondo è la storia di una risposta a un’esperienza di bullismo. Da entrambi, Cotroneo ha tratto il film firmandone la regia (il secondo è in prima tv in questi giorni su Sky Cinema).

Manca solo un episodio all’epilogo di Sorelle, ma finora non sono comparse vicende omosessuali. Anzi, quel Martino che avevamo lasciato scritto sullo specchio di Anna Valle, indiziatissimo come assassino di Elena, è sposato e padre di tre figli. Oltre che, a quanto sembra, del più piccolo di lei. Di cognome fa Siniscalchi, di professione il vicesindaco a Potenza e di orientamento politico, ecco la trovata, l’attivista del Family day. Che coincidenza, lo era anche il losco sindaco di Vigata di Come voleva la prassi, uno dei due nuovi episodi del Commissario Montalbano. Chissà se il pubblico di Rai 1 sarà felice? Nell’incertezza, adesso la storia delle sorelle di Matera può riprendere a correre verso l’atteso finale.

La Verità, 8 aprile 2017

Montalbano, artigianato televisivo di pregio

Montalbano, che boom. Al ritorno dopo qualche stagione di assenza, l’episodio intitolato «Il covo di vipere» ha frantumato ogni record registrando su Rai 1 lo share astronomico del 40,8% (10,6 milioni di telespettatori). Roba da Festival di Sanremo o da match della Nazionale. Merito del dosaggio, il vecchio segreto del farsi desiderare. Merito anche della qualità del prodotto. Il Commissario Montalbano è artigianato televisivo. Ogni episodio un pezzo unico, come certi oggetti numerati. Niente d’industriale. Di standardizzato. Di seriale, verrebbe da dire. Artigianato di pregio. Sulle qualità della fiction tratta dai romanzi di Andrea Camilleri e prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti si sono esercitati i migliori analisti e le migliori penne della pubblicistica nostrana.

Montalbano e Fazio con la Tipo blu

Montalbano e Fazio con la Tipo blu

Montalbano, che Tipo. Con l’iniziale maiuscola, ma anche minuscola: e forse le due faccende sono una sola. Il commissario più amato dagli italiani si muove ancora con una Fiat Tipo. Particolare secondario, ma significativo. La Tipo lo rende un tipo ben più che uno stereotipo. Di quelli che vanno di moda nelle campagne pubblicitarie. Avete presente: «Sveglia, caffè, ti alleni, giacca…»? Quella di «Montalbano sono» è una vecchia Tipo blu per l’esattezza, e verrebbe da scrivere bleu, tanto è vintage. È un’auto che ha più di vent’anni, essendo stata prodotta tra il 1988 e il 1995, e da qualche mese circola il nuovo modello. Sarà un caso che proprio nei break di lunedì imperversava lo spot dell’ultima versione con super rottamazione e prezzo stracciato? E sarà un caso che, a un certo punto, quando Montalbano-Zingaretti, ovviamente per ragioni investigative, esce a cena con la bella Giovanna (Valentina Lodovini), alla sua Tipo si affianca una 500 X di gran lunga più trendy? Se qualcuno ne dubitava, la casa madre non è rimasta ferma all’epoca in cui cadeva il Muro di Berlino e l’euro era fantascienza. Ora si stenta a dire se quella del commissario sia Euro 2 o 3 o, più probabilmente, non contempli nemmeno questo genere di parametri. A Vigata, più che le polveri inquinanti, di sottili ci sono certe lame che di tanto in tanto fanno secco qualche povero diavolo, e le targhe alterne sono un grattacapo sconosciuto. Dunque, la Tipo dell’antidivo Salvo non può essere che un filo sgangherata, e con i cerchioni ammaccati. Dicono: «Montalbano fa grandi ascolti perché è rassicurante». In realtà, è molto di più. E noi telespettatori alla fine riusciamo a invidiare persino una Tipo blu senza chiusura centralizzata e finestrini elettrici. Vero status symbol al contrario, sinonimo d’indipendenza dalle mode, del farsi i fatti propri, di modi spicci ma giusti. Montalbano vive in un tempo e in un posto sospesi tra sole, mare, una schietta cucina mediterranea e se ne frega della contemporaneità. Anzi, proprio l’inattualità è uno dei segreti della fiction. Altro che suv che scalano tornanti impervi o crossover che sfrecciano tra i ghiacci. Del sistema uconnect e dei portelloni che si aprono con un battito di ciglia Salvo se ne strabatte i cabbasisi. A Vigata le strade sono semideserte, i semafori non esistono, nelle indagini si sconfina spesso in campagna e il doppio bluetooth sarebbe francamente superfluo. Per la verità, serve pochino anche il cellulare. In casa, più spesso in terrazza, il commissario usa un avveniristico cordless, in ufficio un fisso, e dello smartphone non s’intravedono nemmeno gli antenati.

Luca Zingaretti con Valentina Lodovini in «Un covo di vipere»

Luca Zingaretti con Valentina Lodovini in «Un covo di vipere»

Montalbano, che invidia. Quanti vorremmo vivere come lui. Sarà questo, insieme a certi scabrosi sconfinamenti incesto compreso, un altro dei segreti degli ascolti astronomici? Fa il lavoro che gli piace, mangia dorme e ogni tanto quella terza cosa con l’eterna e poco ingombrante fidanzata. Invidia, dunque. Anche per il vivere con lentezza. Per il tempo sospeso e a basso coefficiente di stress. Per i ristoranti in riva al mare con i tavoli sempre liberi. E per le nuotate nell’acqua trasparente e tutta per lui. Come le strade.

 

 

Perché ci affezioneremo ai poliziotti di Pizzofalcone

È un’infilata di successi l’esordio dell’ispettore Giuseppe Lojacono (Alessandro Gassman) nel commissariato di Pizzofalcone, periferia napoletana. Gli agenti che vi operavano erano in combutta con la camorra e così la chiusura è imminente. Spedito lì per punizione dai superiori che non lo stimano anche a cause di accuse, mai provate, di aver passato informazioni alla mafia di Agrigento, l’ombroso poliziotto, allergico alla chiassosità napoletana, mette presto a frutto esperienza e fiuto investigativo nelle indagini per l’omicidio della moglie di un notaio donnaiolo (Francesco Paolantoni). A Lojacono basta un’occhiata al cadavere riverso sul tappeto per confutare la tesi della rapina finita male sposata dal suo ex capo, titolare dell’inchiesta. Anche il Pm Laura Piras (Carolina Crescentini) non è convinta della tesi ufficiale e vuole saperne di più. Da qui a sollevare dall’incarico l’ottuso superiore per affidarlo allo scalcinato commissariato il passo è breve. Altro che chiusura ineluttabile, la composita squadra, nella quale spiccano il sostituto commissario Giorgio Pisanelli, memoria storica del quartiere, e l’ambiguo agente scelto Marco Aragona (Angelo Folletto), ritrova stimoli e motivazioni per arrivare alla soluzione dell’enigma, in verità non troppo complesso, guidati dall’ispettore dal passato nebuloso e con una moglie da riconquistare. Sulla sua perspicacia professionale, però, nessuno può dire nulla e i risultati si vedono. Oltre a convincere l’incantevole Pm, l’ispettore inquadra l’assassino, surclassa l’arrogante superiore e allunga la vita alla squadra di bizzarri poliziotti.

Tratto dai racconti di Maurizio De Giovanni pubblicati da Sellerio, diretto da Carlo Carlei e prodotto dalla Clemart di Gabriella Buontempo e Massimo Martino, I bastardi di Pizzofalcone è un poliziesco con un copione definito, a volte prevedibile, e recitazione calibrata anche nei ruoli secondari affidati a ottimi caratteristi, da Gianfelice Imparato a Mariano Rigillo (Rai 1, ore 21.25, share del 25,42 per cento, quasi 7 milioni di spettatori). Il primo episodio, intitolato Napoli, più luce che buio è servito a mettere a fuoco i personaggi della serie: tutti con un passato da riscattare, qualche macchia da cancellare e precari equilibri affettivi che avranno certamente un ruolo non secondario nello sviluppo della storia. Dopo Coliandro e Rocco Schiavone ecco Lojacono: la lista dei poliziotti tormentati e dal cuore buono si allunga. Ma forse, per ambientazioni, composizione del cast e sceneggiatura, proprio Lojacono può provare ad avvicinarsi all’irraggiungibile Montalbano.

 

La Verità, 11 gennaio 2017

Montalbano, la Tipo e il tempo sospeso di Vigata

La cosa più sorprendente delle tante che si vedono in una puntata de Il Commissario Montalbano è che ha ancora una Fiat Tipo. Una Fiat Tipo blu per l’esattezza, e verrebbe quasi da scrivere bleu, come si diceva fino a qualche decennio fa, tanto è vintage. La Tipo è un’auto che ha almeno una ventina d’anni, essendo stata prodotta tra il 1988 e il 1995, e da qualche mese la casa madre ne sta proponendo un nuovo modello che di quella conserva solo il marchio. Quando sulle nostre strade sfrecciava la Tipo, il Muro di Berlino era appena caduto e l’euro era ancora fantascienza, perciò si stenta a dire se quella del commissario sia Euro 2 o 3 o, più probabilmente, non contempli nemmeno questo genere di parametri. Dunque, quella del poliziotto più amato dagli italiani (ieri ha sfiorato il 41 per cento di share con 10,3 milioni di spettatori) non può che essere una macchina un tantino malandata e con i cerchioni ammaccati. Il padrone non è tipo che si formalizza e bada al sodo. Però, questa cosa della Tipo è divertente perché dà il polso del successo della serie di Raiuno tratta dai libri di Camilleri e prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti. Si fa presto a dire “Montalbano è rassicurante”. In realtà è molto più di questo, perché il poliziotto che tutti invidiamo vive in un tempo e in un luogo particolari, quasi una dimensione sospesa, senza l’urgenza della contemporaneità, considerata dalla critica la categoria discriminante delle fortune di una serie o di un film. Anzi, paradossalmente, proprio la non ricerca delle mode e dell’attualità, è uno dei principali segreti del successo della fiction.

Per dire, arriva la prima interruzione pubblicitaria e veniamo bombardati di spot con i nuovi modelli di Suv e monovolumi, con il sistema uconnect e i portelloni che si aprono con un battito di ciglia. C’è appena stato il Salone di Ginevra e il settore dell’auto è tra quelli che trainano la ripresa. Ma di tutto ciò, giustamente, Montalbano se ne strabatte i cabbasisi. Anche perché a Vigata le strade sono semideserte, i semafori non esistono, la Tipo mai che finisca in una coda o incroci un’auto che procede in direzione opposta, nelle indagini il suo pilota s’inoltra spesso su strade sterrate e il doppio bluetooth non serve. Per la verità, serve pochino anche il cellulare stesso. In casa, Salvo nostro usa un avveniristico cordless, in ufficio un fisso, e dello smartphone non si vede traccia.

Beato Montalbano. Fa il lavoro che gli piace, mangia dorme e ogni tanto quella terza cosa. Invidia: molto anche per quel vivere con lentezza, per quell’assenza di stress, per il tempo sospeso, i ristoranti in riva al mare con i tavoli sempre liberi e nessuna ressa, le nuotate con l’acqua tutta per lui. Come le strade…