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«L’Italia dovrebbe vincere con il potere dell’arte»

Artista, artigiano, musicista, musicologo, autore, compositore, interprete, showman: Marco Castoldi, in arte Morgan. Persona controversa. Altrimenti non si spiegherebbe come possa esser finito al centro di un inestricabile ingorgo amministrativo giudiziario sentimentale culturale, sfociato nel pignoramento della sua dimora-atelier. Ora, per sensibilizzare le autorità sulla vocazione dell’artista e sul legame tra la creazione e il posto dove questa si genera e prende forma, Marco Castoldi ha pubblicato per La nave di Teseo Essere Morgan – La casa gialla, primo libro di una trilogia, corredato di numerose illustrazioni, che si apre con una lettera al ministro dei Beni e delle attività culturali.

Sulla copertina si firma Marco Morgan Castoldi. Come devo chiamarla?

Come vuole. Morgan è il nome d’arte di un cantante autore performer pianista saltimbanco partorito da una persona che si chiama Marco e si occupa di spettacolo artistico, fatto di musica e parole.

Nella casa-atelier si realizza la sovrapposizione tra persona e artista: espropriarlo vuol dire impedirgli di creare?

Sicuramente nella casa avviene il concepimento e spesso la realizzazione dell’opera. Il posto dove abita l’artista è il posto dove abitano le sue idee. E le sue idee sono la sua arte. In questo periodo ripetevo che da trent’anni sto in quarantena, per cui non c’è nulla di nuovo. Ma siccome me l’hanno tolta, non ho più nemmeno la libertà di stare in casa mia.

Dove ha trascorso il lockdown?

In case a breve termine, piene di bagagli, senza i requisiti tecnici per la mia attività musicale. Case scomode. Case casuali.

Come si mantiene? Eravamo rimasti al pignoramento alla fonte dei suoi introiti, ci sono novità?

Nessuna. Sono rimasto completamente inascoltato sia come cittadino che come artista. Il ministero che dovrebbe occuparsi di beni e attività culturali e organizzare il rapporto tra l’artista, la società e il mercato non fa nulla. Neanche fa finta di farlo.

Il pignoramento e lo sfratto sono opera di Asia Argento per il mancato mantenimento della figlia o dell’Agenzia delle entrate per il mancato pagamento delle tasse?

Non ho quasi mai mancato di mantenere le mie figlie. In realtà le cifre corrisposte sono più alte di quelle richieste. Perché oltre l’assegno mensile, ho assolto alle spese per la scuola e per le attività sportive e ricreative. Ricordo che la bambina è cresciuta con me per quattro anni. Poi ho versato alla madre 3000 euro al mese. Direi tanti per mantenere una bambina. Perciò mi è venuto il dubbio di aver mantenuto anche il tenore di vita da star della madre.

Ma gli alimenti li ha sempre pagati?

Non sempre. Ho avuto problemi con i manager. Ci sono stati momenti in cui non venivo pagato. Ho chiesto di pazientare, assicurando che avrei risolto la situazione. Negli anni ho versato qualcosa come 350-400.000 euro. Va bene, era la risposta. Poi però arrivavano le lettere dell’avvocato. Comportamenti miseri. Non si dovrebbe arrivare a questo tra persone che si sono dette «ti amo». Invece, è successo. E poi ci si atteggia a paladina della battaglia contro la violenza sulle donne.

Era insolvente anche verso l’Agenzia delle entrate?

Tutto è partito da lì. Mi hanno imputato un debito e hanno subito iniziato a pignorare le mie entrate senza discutere di rateizzazione. Non potendo più pagare gli alimenti si è innescata la catena.

Ha presentato reclamo?

L’Agenzia delle entrate è un’entità kafkiana, irraggiungibile. Sono andato di persona per definire una contrattazione basata sui miei introiti. Impossibile. L’anima della burocrazia è questa: dammi la prova che esisti, un documento con marca da bollo. Non basta vederti qui davanti, serve il documento…

Il merito di questa situazione è del suo manager?

Sono passato per diverse gestioni, tutte similmente opache. I manager di artisti non esistono come categoria. Non ci sono regole. Sono autodidatti che pensano di farla in barba all’artista. Il quale è distratto perché pensa alla sua attività creativa.

Perciò non può lamentarsi…

Anch’io ho vissuto da ricco. Le canzoni producono ricchezza. Ho avuto 100, ma loro se ne sono presi 500. Mio compito non è frugare nelle carte dei commercialisti, ma creare una canzone dalla quale tutti traggano vantaggi. Se compongo un ritornello troppo lungo la canzone non incassa due milioni di euro. Se è giusto sì. La mia responsabilità è fare canzoni perfette. Poi, improvvisamente, arriva una notifica di 2 milioni di tasse da pagare.

Con questo libro, introdotto da una lettera all’allora ministro Alberto Bonisoli, contesta il comportamento dello Stato sostenendo che, anziché penalizzarla, dovrebbe sostenerla.

L’obiettivo è mettersi attorno a un tavolo per capire il ruolo dell’artista nella società moderna. E stabilire un sistema di norme affinché le sue creazioni siano vantaggiose per tutti: artista, Stato e mercato. Sono molto competente per ciò che concerne la dimora dell’artista. È una visione che si allarga allo stato dell’arte in Italia fino alla politica del nostro Paese.

In che senso?

Com’è possibile che l’Italia che possiede il più grande patrimonio artistico al mondo sia un Paese economicamente sottomesso e indebolito nella sua sovranità, come abbiamo visto anche durante questa crisi del coronavirus? Un Paese in possesso, temo ancora per poco, di tutta questa bellezza dovrebbe dominare il mondo. Abbiamo avuto Antonio Vivaldi, cioè il maestro di Bach, Mozart e Beethoven. Abbiamo avuto Piero della Francesca, cioè tutti gli Andy Warhol messi insieme. Potrei continuare. Dovremmo governare il mondo…

Invece?

Siamo indebitati perché chi governa è ignorante e non capisce il valore della bellezza. Questi politici vanno aiutati. Vanno condotti per mano perché possano comprendere quanto vale la ricchezza di cui disponiamo.

Nel suo libro parla dell’artista «al centro del reticolo sociale».

L’artista è al centro della comunità, non più fisica o geografica, ma mediatica e virtuale. L’artista aggrega. Che cosa ricordiamo della storia del nostro Paese? I grandi artisti come Leonardo da Vinci o Dante Alighieri. La storia la fanno i grandi creatori o i grandi distruttori. Leonardo e Ludovico il Moro, Picasso e Hitler: dipende da che parte stiamo.

La legge è uguale per tutti: se un musicista rimane senza lavoro è come se accadesse a un commesso?

Il commesso ha la mia stessa dignità. Né più né meno. Ma sul piano sociale è diverso. Sui social scrivono: chi ti credi di essere? Se mi togli la casa mi togli anche il lavoro. Al commesso resta il negozio. Se non lavoro io, si ferma tutto l’indotto delle mie canzoni. A un concerto ho 50.000 persone davanti, qualche decina lavora dietro e attorno al palco, altri guadagnano con i diritti d’autore, poi ci sono le case discografiche, gli uffici stampa… Io posso sostituire il commesso in negozio, lui non può sostituire me.

Intanto il ministro è cambiato. Ora è Dario Franceschini, concittadino di Vittorio Sgarbi, prefatore del libro.

Quindi, per campanilismo dovrebbe leggerlo. Poi mi auguro di incontrarlo.

In quasi tutte le sue ultime esibizioni sono successi casini.

Sono rappresentazioni artistiche.

Con Sky siete in causa per X Factor.

Per forza. Mi hanno promesso un cachet, la mia partecipazione ha portato ascolti, ma non mi pagano giustificando il fatto con le mie intemperanze.

Anche con Maria De Filippi non è finita benissimo.

Idem. Pensando a Maria De Filippi, faccio «Ah!».

Prego?

Ah! Un’esclamazione alla Al Pacino. Nel palazzetto dove si registrava Amici una sera mi è esplosa una paura pazzesca… Sono scappato. «Dove stai andando?», urlavano. «Basta, sono un comunista, sono un comunista». Sono scappato per i campi, nella nebbia, ancora con l’auricolare addosso.

Mi prende in giro? Sembra la scena di un film…

È successo davvero.

A Sanremo sappiamo com’è andata con Bugo.

È stata un’invenzione teatrale, un’iniezione di spettacolo. Sa quanto ha reso il video a YouTube? 23 milioni di euro, con oltre 15 milioni di visualizzazioni. Ma né io né la Rai abbiamo avuto niente.

Ha rotto con Sky, ha rotto con Mediaset e con la Rai ci siamo vicini?

Tutt’altro. La Rai la amo perché è super partes. Sogno di realizzare una trasmissione che valorizzi quello che so fare. Il programma di Enrico Ruggeri è stato un buon passo avanti. Spero venga il mio momento.

Tornerà al Festival nel 2021?

Amadeus è una persona seria, ironica e professionale. Forse l’idea migliore sarebbe che io e Bugo tornassimo come ospiti. Io ospite di Bugo e Bugo ospite mio… Ci pensa? Con l’utopia di fare pace sul palco. E con la strizza che, se non riesce, si ripeterà un altro fattaccio.

Per concludere, c’è qualcosa che la fa essere ottimista?

Penso che mi rivolgerò alla magia.

Chi è Morgan?

Un angelo che va sul palco. E può essere commovente o divertente.

 

Panorama, 20 maggio 2020

Con la Ventura The Voice è un gioco scanzonato

La sesta edizione di The Voice of Italy (Rai 2, ore 21,20, share dell’11.15%) è segnata da un doppio ritorno in Rai. Quello, ribadito e sottolineato, di Simona Ventura dopo anni di nomadismo televisivo, da Sky a Mediaset, passando per Agon Channel; e quello, meno enfatizzato, di Morgan, dopo la famosa intervista sul consumo di stupefacenti che ne provocò l’allontanamento. Insieme, peraltro, Morgan e Simona erano stati al tavolo di X Factor, prima «sul 2», dov’era nato, poi su Sky dov’era traslocato e felicemente rinnovato. Corsi e ricorsi, dunque. Gli altri coach di Tvoi, come si dice con acronimo da social media, sono invece al loro debutto. Gué Pequeno in quota rap, Gigi D’Alessio anima neomelodica, ed Elettra Lamborghini, ereditiera da reality: una giuria piuttosto eterogenea e divergente quanto a esperienze, successi e preferenze musicali. Non sarà facile trovare l’intesa in diretta al momento delle decisioni. Per ora il montaggio è in grado di fare miracoli ma, inoltrandosi nello show e nella conflittualità della gara, sarà fondamentale che tra i quattro giurati e con la conduttrice si crei la giusta alchimia.

Dopo una sola puntata è evidente la differenza di autorevolezza e disinvoltura tra i due veterani e i debuttanti, quasi si assistesse a due show diversi. Le vecchie volpi Ventura e Morgan hanno esperienza e carisma utili a rivitalizzare un format forse un tantino elementare rispetto alla sofisticazione a cui ci ha abituato X Factor. Supersimo gioca con sé stessa e il ritorno a casa. Marco Castoldi, forse per sfatare la fama di artista ingovernabile conquistata in altri analoghi contesti, appare più propenso del solito a valorizzare il buono di ogni concorrente con suggestioni pertinenti e mai banali. A Gué Pequeno e Gigi D’Alessio, ancora guardinghi e inclini a giocare di rimessa, bisogna dare il tempo di entrare nella parte. Più disinvolta, nella sua prorompenza trash, è parsa Elettra Lamborghini: la corsa verso una concorrente controllando preventivamente pericolose epifanie erotiche è già cult. Proprio la rottura del vetro invisibile tra il palco e i giudici, con frequenti coinvolgimenti dei coach nelle esibizioni dei candidati (Morgan ha duettato al basso con una di loro), mostra la volontà di insistere sul carattere giocoso dello show. Ma come questo abbia a che fare con l’ambizione d’individuare un nuovo talento musicale da consegnare al mercato italiano, traguardo finora mancato dalle precedenti edizioni di The Voice, è tutto da dimostrare.

La Verità, 25 aprile 2019

Freccero: «Massì, sono un direttore controcorrente»

Carlo Freccero – Il ritorno». Potrebbe intitolarsi così il film ora in prima visione sugli schermi di Mazzini. Un sequel 16 anni e mezzo dopo l’editto bulgaro, 18 aprile 2002. Per qualcuno, infatti, il sottotitolo è «Il controeditto». Per altri «La rivincita». Un fantasy; un giallo. O, visti i colpi di scena, un thriller. Mentre la rivoluzione di Rai 2 avanza, Freccero colleziona nemici. Ogni giorno un casino. Quotidiani e riviste lo dipingono censore, venditore di fumo, cialtrone. Lui si diverte come un bambino. «Eccole dieci euro», dice alla segretaria.

Come sta andando la rivincita?

All’inizio il risentimento è stato la motivazione per accettare di lavorare gratis. Inconsciamente ho adottato il pensiero di Enzo Tortora quando tornò a Portobello: «Dov’eravamo rimasti?». E l’idea di richiamare Daniele Luttazzi può avere un sapore di rivincita. Ma poi, un po’ alla volta, la televisione ha preso il sopravvento sui miei sentimenti. Perché, lei lo sa: noi siamo parlati dalla televisione…

La stanza da direttore è la stessa di 16 anni fa?

La stessa, ma rifatta.

Altra èra.

Totalmente. Oggi la sfida è dare identità a una rete generalista complementare a Rai 1 nell’epoca dell’over the top, le piattaforme multinazionali digitali.

In parole povere?

La tv generalista deve imparare a rispettare i tempi sociali dello spettatore. Fino a qualche anno fa c’era solo lei; oggi, nell’epoca dei tempi liquidi, il pubblico sceglie la tv generalista solo in prima serata. Questo va tenuto presente quando si fa il palinsesto. Io mi concentrerò sulla fascia dalle 19 a mezzanotte.

Rivincita senza vendette?

Certo. Fu Celentano a farmi lavorare a Rockpolitik, quando ero in punizione. Ma non covo risentimento. Non c’è il conte di Montecristo. Questo ritorno è un dottorato post universitario.

È un ritorno contro? Controeditto, controprogrammazione, controinformazione.

Controeditto un po’ sì. Disturbavo troppo e sia Berlusconi che Renzi non mi hanno mai preso in considerazione. Nel Cda Rai mi hanno eletto i 5 stelle e Sinistra ecologia.

Mentre il Pd l’ha mandato sul satellite.

I Ds per l’esattezza, segretario Piero Fassino, responsabile della comunicazione Carlo Rognoni.

La segretaria ricompare con una Coca zero. È dovuta uscire dal palazzone di Viale Mazzini per comprarla al bar.

«Ne vuole un po’?», chiede Freccero.

No, grazie.

(Agitandosi) Forza, forza con le domande!

È un’altra èra anche politicamente. Che rapporti ha con i 5 stelle?

Un rapporto di amicizia con Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone, che ho difeso quando conduceva La Gabbia.

Che cosa vi siete detti in trattoria con Di Battista?

Ho fatto apposta a farmi vedere con lui per festeggiare il suo ritorno in Italia.

Molti sono scandalizzati perché anche questo governo aveva giurato: fuori i partiti dalla Rai.

Naturalmente sono io che parlo di televisione, mentre lui mi parla del Paese.

Ha mai incontrato Matteo Salvini?

No. Mi piacerebbe incontrare lui e anche Steve Bannon. Comprenderli è necessario.

Perché?

Sono sull’onda del successo. Questo è il grande insegnamento che ho tratto dalla tv commerciale. Tutto ciò che ha successo va preso in considerazione. È l’umiltà l’insegnamento. Non possiamo pensare che il nostro io valga più di quello degli altri. Se una cosa è popolare bisogna rispettarla.

Ha più sentito Berlusconi?

Mai dal 2 maggio 1992 quando mi licenziò. Mi piacerebbe molto rivederlo e litigare con lui.

Perché la licenziò?

La mia Italia 1 disturbava il Caf, Craxi Andreotti Forlani.

Segnali dal suo mondo?

Conservo ottimi rapporti professionali. Scrivo sulla rivista Link che ritengo la migliore rivista in assoluto di televisione.

Quanto durerà questo governo?

Mi auguro tanto perché è senz’altro migliore di quello precedente.

Nonostante le frequenti gaffe mediatiche?

Le gaffe mediatiche sono meno rilevanti della crisi economica creata da chi c’era prima.

Come sono i suoi rapporti con i vertici aziendali?

Ottimi. Con l’ad Fabrizio Salini c’è una vecchia sintonia. Ancora oggi lo ringrazio per l’aiuto che mi diede al Festival della Fiction di Roma quand’era capo della Fox. Organizzammo un master class con Alicia Witt, la sceneggiatrice di Walking dead. Con il presidente Marcello Foa mi unisce l’attenzione critica verso l’informazione.

L’accusano di fare controprogrammazione e Salini sarebbe preoccupato.

La controprogrammazione è una regola che fa parte del lavoro televisivo quando si tiene presente lo scenario competitivo. Non è un dispetto contro qualcuno.

Rai 1 ha cancellato la conferenza stampa di Superbrain, lo show di Paola Perego, contro il quale ha programmato la serie The Good Doctor.

Con Lucio Presta ho sempre avuto un rapporto tempestoso. Però lo ammiro perché l’amore per sua moglie è così struggente che vorrebbe che tutte le reti si spegnessero in concomitanza dello show di lei. È come il protagonista di Adele H di Francois Truffaut, travolto dall’amour fou. Mi commuove e lo apprezzo.

Fa anche controinformazione.

È necessaria, detesto il pensiero unico politicamente corretto che nasconde le notizie sgradite. In questi anni la Rai ha perso il primato dell’informazione. Basta vedere che La7 ha Otto e mezzo e Rete 4 ha Stasera Italia. La Rai nulla. Deve coprire questa lacuna. Per me la conduttrice ideale dell’approfondimento dopo il Tg2 serale è una come Federica Sciarelli.

Ma ha già Chi l’ha visto?

Infatti, è un pio desiderio.

Ha dato dell’imbecille a una giornalista della Stampa.

Chiedo scusa per l’imbecille, ma bisogna ammettere che certi articoli sono molto fantasiosi. Ho trasceso usando il mio impatto mediatico per ridare centralità a Rai 2. Mai come adesso si avverte il conformismo dei media. Non a caso le vendite dei giornali precipitano.

Come si spiega che quasi tutta la stampa la attacca?

(Sorride) Chi mi attacca mi fa un favore. Vuol dire che sono davvero disturbante. Squadrato, come diceva Celentano.

Alla prima uscita si è fatto una valanga di nemici.

Ci sono stati tre tipi di reazione alla mia presentazione del palinsesto.

Addirittura.

La prima, sotto forma di depistaggio. Allontanare l’attenzione dai programmi più problematici e concentrarla su quelli più popolari come I fatti vostri e Quelli che dopo il tg. Per Repubblica il mio unico problema era mettere a tacere queste voci dissenzienti. Un po’ come censurare Stanlio e Ollio.

La seconda?

Rovesciare la focaccia. Cosa si oppone a un direttore di rete che si propone l’obiettivo di abolire la censura? Di essere un noto censore, incaricato dalla maggioranza di tacitare l’opposizione e la libertà di espressione.

E la terza reazione?

L’abbiamo vista all’opera a proposito dell’Ottavo blog: demonizzazione delle fonti. Ho letto sulla Stampa che i blog da me citati avrebbero molti scheletri nell’armadio. Non sono in grado di dibattere sullo specifico. Non m’interessa l’attendibilità di chi presenta l’informazione, ma l’attendibilità dell’informazione stessa. Saddam Hussein era il più cattivo di tutti, ma ahimè sulle armi di distruzione di massa era l’unico a dire il vero. Assad è stato prima buono poi cattivo. Ricevuto in pompa magna dal presidente Napolitano come baluardo dei valori occidentali contro l’integralismo islamico, si è trasformato in breve tempo in un mostro che non esita a gasare il suo popolo per impedirne la libertà di espressione. Potrei continuare.

Meglio di no.

Il giornalismo dovrebbe sempre tener presente la corrispondenza tra la notizia e la realtà dei fatti. La verità non guarda in faccia buoni e cattivi, ma ha a che fare con l’oggettività, non con presunte considerazioni morali.

Ha fatto incazzare anche gli juventini con quella battuta sull’occupazione dei Var.

(Ride) Quella battuta mi è piaciuta da pazzi. Io ho fatto L’Appello del martedì e considero il calcio materia di scherzo. Invece ho capito che è roba serissima. Infatti: il rigore contro la Sampdoria non c’era, mentre c’erano quelli non dati al Torino nel derby. Gli juventini sono belli, ricchi e famosi; sopportino qualche malignità. Sopportatela! Il potere esige il buffone di corte. Noi che non siamo juventini siamo una moltitudine di buffoni.

Magalli non la adora.

Invece mi è simpatico. È il più grande battutista rimasto della vecchia tv. Era amico di Gianni Boncompagni, di Luciano Salce e di tutti i grandi autori comici, per cui lui può dire quello che vuole e io lo esalto.

Chiudendo I fatti vostri?

No, dev’essere solo ridotto nei costi. Michele Guardì è uno degli uomini più ricchi d’Italia. Non può pretendere la Siae, faccia un sacrificio…

Quante cose può fare in un anno?

Pensi quante ne ho fatte in un mese… Il piano editoriale, lo speciale su Celentano, ho inventato un programma di approfondimento. Il 18 febbraio Enrico Lucci incontrerà Gianfranco Funari in Paradiso. Poi Bernardo Bertolucci sarà vendicato dei magistrati oscurantisti. Il 4 febbraio, per i 30 anni di Crêuza de mä, darò il concerto di Fabrizio De André con la presentazione di Dori Ghezzi. Il 25 febbraio ripartirà Made in sud con Stefano De Martino. Ho ridotto Ncis per riproporre le serie italiane. Arbore farà una serata dedicata a Gianni Boncompagni. Night tabloid diventerà Povera patria con la sigla di Battiato preceduta da una comica imitatrice. Poi c’è la trasformazione di Nemo con il ritorno alla conduzione di Alessandro Sortino. Ho messo a punto The Voice con Simona Ventura che partirà il 16 aprile e dove spero di avere in giuria Asia Argento e Morgan.

Non verranno mai.

Lo spero, è un sogno. Non si può sognare? (alzando il tono)

È vero che ha bocciato la seconda stagione del Supplente prodotto da Carlo Degli Esposti?

Vero, non mi piace. Mi aspetto proposte più interessanti e geniali, come Degli Esposti sa essere.

Resterà solo un anno o spera in una proroga?

Niente proroghe. Già arrivare a fine novembre 2019 sarà una fatica enorme. Chissà se questo entusiasmo creativo durerà fino allora.

È una specie di servizio civile gratuito?

Esatto. Come quello che faccio in carcere.

Cosa fa in carcere?

Tengo un corso di televisione nel carcere di Marassi sulle serie americane per la facoltà di Scienze dell’informazione. Ho cominciato lunedì scorso con The Wire. Naturalmente, con tutti questi impegni gratuiti, spero che il 2 giugno il presidente Sergio Mattarella mi conferisca il cavalierato.

Per avvicinarsi a Berlusconi?

Purtroppo non sono diventato come Urbano Cairo. Lui sì che è riuscito a imitarlo quasi in tutto.

Gli manca la discesa in campo.

Sì, ma avverrà in tempi relativamente brevi. Alle prossime elezioni politiche, quando saranno.

Lo suppone o lo sa?

Lo suppongo. Per la carenza di leader, per la tv che fa e per la voglia di rifare il percorso berlusconiano. Manca solo la politica.

Quanti detenuti seguono il suo corso?

Una trentina. Ma non parliamone troppo perché non vorrei che Presta, i giornalisti mainstream e i concorrenti delle altre reti convincessero la direttrice Maria Milano a tenermi dentro.

Tornare qui è chiudere un cerchio?

Certo, si chiude una stagione. Ma magari poi se ne apre un’altra… Devo dire che la vecchiaia dà una grande libertà. E anche la capacità di non avere paura di rischiare.

Per esempio richiamando Luttazzi? Qualche dettaglio?

L’ho sentito tre o quattro volte al telefono e lo incontrerò in Spagna in febbraio.

Probabilità di rivederlo davvero?

Dipende da lui, da quello che vuol fare.

Attaccare Salvini e Di Maio?

Molto probabile.

Glielo lasceranno fare?

Io vado via a novembre, lui dovrebbe iniziare a ottobre. Per due mesi…

Copiava le battute dai comici americani.

Vuol dire che sapeva copiare bene, altri copiano i format e molte volte male. Copiare una battuta è diffondere intelligenza.

Altri ritorni a Rai 2, magari Santoro?

Vorrei tanto incontrare lui, Piero Chiambretti e anche altri. Ma in un mese non sono riuscito a far tutto.

Ha detto che farà tornare la satira perché è finita l’èra di Berlusconi e Renzi. Perché li accomuna?

Perché appartengono allo stesso discorso politico. Siamo nell’epoca dei gilet jaunes non in quella degli azzimati e dei millennials, di Publitalia e della Leopolda. Siamo una moltitudine di gilet jaunes alla ricerca di un nuovo discorso economico e politico.

Condivide il pensiero di Alain de Benoist secondo il quale all’asse orizzontale destra-sinistra si è sostituita una prospettiva verticale élite-popolo?

Bene. Allora… I gilet jaunes sono nati per opporsi al potere. Già nel dopoguerra in Francia ci fu una strana mescolanza tra pensiero di destra e frange di sinistra contro il parassitismo delle classi rentiers (che vivono di rendita ndr). Ha ragione de Benoist, oggi il conflitto è verticale. Perché questo cambiamento? Molto semplice: perché il mondo del lavoro combatte il mondo della finanza, produzione contro speculazione. Il fronte della resistenza oggi va dal padrùn delle brache bianche al proletariato e sottoproletariato. È un fronte unico contro il vampirismo della finanza.

Dice che Trump si poteva prevedere, ma è un bene o un male con quei muri?

Si poteva prevedere perché la Clinton era ancora peggio di Trump.

 

Panorama, 16 gennaio 2019