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«La sinistra ha fatto la storia, ora fa la Leopolda»

Enrico Lucci risponde in una pausa di lavoro. Quest’anno ne ha più di prima. Dopo Realiti Sciò, striscia tutta sua su Rai 2 in cui ha raccontato il declino del berlusconismo, nella nuova stagione di Nemo – Nessuno escluso, sempre Rai 2, il più ganzo del bigoncio – uno di sinistra che crede nell’ordine democratico, 54 anni, di Velletri, gavetta nelle tv romane prima di bussare in Viale Mazzini e di approdare alle Iene di Davide Parenti – canta e porta la croce. Incursore, intervistatore, conduttore. Al suo fianco non c’è più Valentina Petrini: «Mi sono attenuto alle scelte editoriali della Rai».

Sta di fatto che è un nuovo Nemo, con l’intervista politica rivisitata.

«Sono venuti Luigi Di Maio e Antonio Tajani, ma non è detto che debba essere sempre politica».

Però si vede che ti diverti, soprattutto se il soggetto si presta.

«Provo sempre a divertirmi, perciò tutti i soggetti si prestano».

Fai i servizi e conduci.

«Nel tempo spero di ridurre i servizi. Con ’sto mal di schiena…».

E il giornalismo di strada?

«È il mio. Se vai dove ci sono le persone sei più libero. In studio devi fare gli onori di casa, non puoi invitare uno e prenderlo a schiaffi. Sono due prospettive diverse».

E tu preferisci?

«Teoricamente, la strada. Solo che ho 54 anni…».

Un ragazzo.

«Anche in studio si può trovare una forma educata pur facendo tutte le domande».

Lilli Gruber o Corrado Formigli a Di Maio e Tajani ne avrebbero fatte altre.

«Ognuno è figlio della propria vita. La Gruber è una cosa, Formigli un’altra, Diego Bianchi un’altra ancora».

Tu sei più popolare?

«Non mi auto-intesterò mai la volontà del popolo. È tutto popolo, anche la Gruber e gli altri. Io provo a sintonizzarmi sul linguaggio corrente».

Appunto.

«Cerco di connettermi, arraffo quello che mi sembra di sentire. Altrimenti, per essere veramente l’uomo della base, dovrei vivere sette anni in Veneto, sette in Calabria…».

Ti sei messo il programma sulle spalle: inviato, intervistatore, conduttore.

«Macché spalle… I pilastri sono altri. Alessandro Sortino, capo progetto. E gli inviati veri, giganti come Daniele Piervincenzi, Laura Bonasera, Selenia Orsella, Marco Maisano e tutti gli altri».

Hai cominciato una nuova carriera da anchorman, da giornalista che porta la realtà in tv e la interpreta?

«È la ragione sociale di Nemo: mostrare quello che si muove nel Paese e raccontarlo in tutti i suoi aspetti».

Puoi cominciare a dire «la mia televisione», come i conduttori importanti.

«Io penso sempre la stessa cosa. Che tutti impariamo da tutti e ognuno sviluppa un proprio modo di vedere le cose. Non c’è nessun Leonardo da Vinci in giro, me compreso».

Siete diversi dalle Iene perché meno giustizialisti?

«Raccontiamo le cose con un linguaggio più disteso. Il nostro montaggio è attento ai particolari, come la fotografia. Ma Le Iene fanno bene il loro mestiere».

Hanno il gusto di stanare il furbetto e la doppia morale.

«Noi proviamo a essere più letteratura. Senza tirarcela».

Ti trovi bene in Rai o qualche volta hai la tentazione di tornare a Mediaset?

«Tutto dipende dalle persone. In Mediaset ho lavorato con grandi professionisti come Davide Parenti o Giorgio Gori. Sono venuto in Rai perché c’era Ilaria Dallatana. Anche con Andrea Fabiano mi sono trovato bene. Io ho iniziato in Rai con Claudio Ferretti, un fratello maggiore».

Siete diversi anche da Propaganda Live, perché meno autoreferenziali de sinistra?

«Un po’ sì. Diego Bianchi si è inventato un programma che non esisteva. All’inizio era molto elitario, adesso è più universale. Pensavo che avrebbe faticato fuori dalla Rai, invece su La7 ha ritrovato il suo pubblico. Se non c’è Nemo, Propaganda me lo vedo».

Anche tu de sinistra

«Ci sono mille modi di esserlo. A me tutti i stereotipi de sinistra me fanno orore».

Per esempio?

«Er cannarolo depresso, l’intellettuale fasullo che chiamate radical chic… Potrebbero stare tutti in Siberia a tagliare le betulle».

Sinistra sovietica?

«Ma no. Detesto pure certe macchiette nostalgiche che identificano il passato col paradiso. Essere di sinistra significa esprimere la critica continua allo stato presente delle cose. Non incasellarsi su figurette da quattro soldi su cui gli altri speculano».

Nella prima puntata hai detto che il socialismo ha lottato per le classi deboli, contro l’imperialismo, per gli operai… e ora è finito «alla Leopolda», pronunciata in falsetto.

«La sinistra ha scolpito la storia del Novecento, i laburisti hanno inventato il welfare… Tutto questo movimento ciclopico si è ridotto alla Leopolda. Mentre il resto del Pd litiga nel miglior modo possibile».

Tu cosa ci hai capito?

«Son passati otto mesi da quella scoppola elettorale e fino all’altro giorno non c’era traccia del congresso. Invece, dopo un mese avrebbe dovuto esserci un nuovo segretario e un nuovo programma. Devono reinventarsi e organizzare una proposta interessante per gli italiani. Cosa che non si sa quando accadrà, perché serve uno che comanda e decide cosa fare».

Uno come Marco Minniti?

«Come si fa a dire, c’è anche Nicola Zingaretti. Vediamo chi si presenterà e con quali contenuti».

Sicurezza e ordine sono valori di sinistra?

«Certo».

Che cos’ha Nemo in più degli altri programmi?

«Dovrebbero dirlo Sortino e gli autori. Comunque, la novità sono quelli che vengono in studio e in tre minuti dicono quello che devono dire. Poi c’è il tentativo di fare servizio pubblico, raccontando il mondo che c’è adesso nel modo più neutro possibile perché la neutralità assoluta non esiste. Cioè, con lo stile nostro, riflessivo e rispettoso di vari punti di vista».

Il mondo che c’è adesso sono le app del sesso delle ragazzine: degrado morale o evoluzione di costume?

«Qualsiasi cosa dipende da come la fai. L’importante è escludere violenza fisica e morale. Ognuno si può scegliere la vita che vuole, basta che non rompa i coglioni agli altri».

Il bene e il male però esistono e ogni azione ha conseguenze in te e negli altri, o no?

«Certo. Se stai sempre sulle app del sesso ti rovini. Anche l’uso compulsivo del cellulare è deleterio. Il vino è buono, ma se cominci a berlo di prima mattina finisci sotto i ponti».

Che Italia è quella di Nemo?

«È l’Italia contemporanea, dove tutto è mobile, suscettibile di cambiamenti secondo la tendenza sostenuta dai social. Tutto può diventare il contrario di ciò che era il giorno prima».

Società liquida?

«Gassosa. Che si sposta a seconda di come tira il vento».

Vista da qui quanto è distante la politica?

«Si è ricalibrata sulle nuove usanze. Matteo Salvini fa un tweet o un video ogni mezz’ora, Di Maio anche. Mentre gli altri non sanno come prendere il toro per le corna».

Anche Renzi governava con i tweet.

«Con risultati inferiori. Salvini è il più bravo di tutti. Peccato che poi alla fine tutto cozza con la realtà. Tipo: in due settimane bloccheremo la Tap, poi vai al governo, ti accorgi che devi farla e quelli che ti avevano votato t’inseguono coi forconi».

La politica quanto è distante dalle situazioni tipo Gela?

«Gela sta laggiù. Se quei livelli d’inquinamento si trovavano a Milano vedi come correvano i politici. Dovrebbero avere in mano la situazione e trascinare tutto il Paese verso una vita migliore. Invece inseguono il consenso e stanno sempre a guarda’ i sondaggi».

L’informazione quanto è lontana dalla gente reale?

«Tutti parlano della gente, presumono di rappresentarla. Ma lo fanno per mettersi al centro della fotografia».

Con l’occhio ai sondaggi.

«Per me un vero politico non si dovrebbe far vedere né sentire. E dopo due anni ci dovrebbe mostrare quello che ha fatto».

L’informazione televisiva è pregiudizialmente contraria al governo attuale?

«Pregiudizialmente lo si poteva dire dopo un mese. Adesso che ne sono passati cinque si possono dare dei giudizi. E poi vedo spesso Mario Giordano e Marco Travaglio che un po’ bacchetta e un po’ no. Le posizioni sono variegate».

Meno tra i conduttori.

«Se conosci la loro opinione ti regoli. Si sapeva che Michele Santoro era di sinistra, però lo vedevano anche quelli di destra. I conduttori non possono essere neutri».

Ma nemmeno tutti d’opposizione. Non sarà perché i legastellati contestano l’establishment?

«Quanto influisce sull’opinione pubblica l’orientamento dei conduttori? Quando parlavano Enzo Biagi o Indro Montanelli si stava a sentire. Oggi è tutto cambiato. I giovani stanno sui social e i nuovi media sono talmente diversificati… Se vedi Giovanni Floris sai che la sua non è la verità… Scusa, ho citato la vostra testata».

Molto controcorrente. Anche Nemo escluderebbe qualcuno, tipo Roberto Spada o gli aguzzini di Desirée Mariottini?

«Agli aguzzini di Desirée che vuoi chiedergli: cosa pensano dell’amore? La militante di Forza nuova con la maglietta di Auschwitzland, per esempio, non la vorrei. Certe persone vanno ignorate per non legittimarle».

Fabrizio Corona?

«Anche quella è televisione. Puoi pure chiamarlo, per capire perché uno così rappresenta un modello per tante persone».

Ultimo libro letto?

«Ho sempre amato la poesia. Da poco ho scoperto Wisława Szymborska: scrive poesie che si capiscono al volo. La gioia di scrivere è un libro bellissimo».

Ultimo film visto?

«Non vado al cinema da due anni. Uscivo quasi sempre deluso. Stare seduto al bar a guardare la gente è il film più bello».

Serie tv?

«A ’sto punto tutti dicono Netflix (con la vocina): io non so manco cos’è. Si va a mode: due anni fa la città più bella era Barcellona, ora è Berlino. La sera accendo la tv e mi fermo dove mi va. Guardo i ciccioni che devono dimagrire, i camionisti…».

Se avessi un figlio adolescente che cosa gli diresti?

«Che la vita non ha alcun senso tranne quello che riesci a dargli tu. E spero sia un senso di felicità. Già sono tante le rogne quando uno viene al mondo… Passalo pure male, sto periodo».

 

La Verità, 4 novembre 2018

Le convergenze parallele tra Sky e Netflix

«Se non puoi sconfiggere il nemico, fattelo amico». L’antico detto di Giulio Cesare illumina anche le strategie dei giganti televisivi. Da rivali che erano, Sky tv e Netflix, sono diventati alleati. È la clamorosa novità di ieri nello scacchiere delle telecomunicazioni. Un accordo inaspettato e sorprendente. Ci vorrà ancora qualche giorno per conoscere i dettagli economici della nuova alleanza. Così come per conoscere i costi dei nuovi pacchetti di abbonamento. Per ora è stato annunciato che sarà la piattaforma di Sky Q a diffondere film, serie e documentari della multinazionale californiana. Dal 2019, prima nel Regno unito e, a seguire di pochi mesi, in Germania, Austria e Italia, Sky tv distribuirà ai suoi abbonati anche i contenuti di Netflix. I telespettatori potranno accedere all’offerta Netflix con un semplice click su una applicazione, come avviene adesso per aprire ad esempio Sky box sets. Chi è già titolare di un abbonamento alla streaming tv potrà migrare il proprio account nel nuovo pacchetto Sky, o accedere all’app di Netflix utilizzando i dettagli dell’account esistente.

Andrea Zappia, ad di Sky Italia

Andrea Zappia, ad di Sky Italia

L’annuncio della partnership ha preso in contropiede tutto il sistema delle telecomunicazioni. Il primo motivo di sorpresa deriva dal fatto che finora Sky e Netflix erano considerate concorrenti. Con 23 milioni di abbonati in 7 Paesi (Regno Unito, Irlanda, Germania, Austria, Italia, Spagna e Svizzera), Sky è il gruppo leader dell’intrattenimento in Europa. Per contro, con più di 117 milioni di abbonati in oltre 190 paesi, che ogni giorno guardano più di 140 milioni di ore di programmi, tra cui film, serie, documentari e lungometraggi, Netflix è il più grande servizio di intrattenimento via Internet del mondo. Ora i giganti rivali si alleano. Gli interessi convergono. In un mercato che inizia a mostrare segnali di rallentamento se non di riflusso, una convivenza che consentisse l’espansione di entrambi stava diventando problematica in molte aree geografiche. Ancor più a fronte delle ambizioni per la nascita di un grande polo europeo della Vivendi di Vincent Bolloré. Che, ora, dopo l’annuncio di ieri (che segue lo slittamento al 23 ottobre dell’udienza sul contenzioso con Mediaset per l’acquisizione di Premium) dovrà rivedere radicalmente le proprie strategie.

La nuova partnership tra Sky tv e Netflix si colloca in una posizione di forza all’interno di un mercato tutt’altro che illimitato. Continuare a guerreggiare poteva rivelarsi autolesionista, devono aver ragionato i massimi vertici aziendali: meglio collaborare e giocare d’anticipo. L’ad di Sky Italia, Andrea Zappia, ha parlato di «una tappa rivoluzionaria nel nostro percorso di innovazione tecnologica e culturale». E di «accordo senza precedenti», grazie al quale «Sky Q diventa la piattaforma dove è possibile trovare tutti i migliori contenuti di intrattenimento al mondo, accessibili con un solo click». Il ceo del Gruppo Sky, Jeremy Darroch, ha osservato che «riunendo i contenuti Sky e Netflix sotto lo stesso tetto, al fianco dei programmi targati Hbo, Showtime, Fox e Disney, stiamo rendendo l’esperienza di intrattenimento ancora più semplice e immediata per i nostri clienti». L’ad di Netflix, Reed Hastings, ha suggellato l’intesa: «Siamo lieti di collaborare con Sky per riunire sotto lo stesso tetto il meglio delle ultime tecnologie e dello storytelling».

Reed Hastings, fondatore e ad di Netflix

Reed Hastings, fondatore e ad di Netflix

Il secondo motivo di sorpresa per l’annuncio di ieri è legato al risiko internazionale delle televisioni. Cordate e alleanze date per acquisite devono essere corrette. Nei giorni scorsi gli osservatori seguivano con curiosità il rincorrersi delle offerte di acquisto al vaglio dei vertici di Sky da parte di altri grandi player internazionali. L’offerta di 25 miliardi di euro cash di Comcast, gigante americano della tv via cavo, per la maggioranza della pay tv britannica. Quella di Disney, che in dicembre aveva messo sul piatto 50 miliardi di dollari per acquisire la maggioranza di Fox, Sky compresa. Infine, la proposta della stessa 21Century Fox di Rupert Murdoch per il 61% non già di sua proprietà (proposta stoppata dall’antitrust britannico). Ora la nuova partnership con Netflix rende Sky tv ancora più appetibile e le quotazioni dovranno essere aggiornate. Il sistema dell’audiovisivo è in continua fibrillazione. Lo dimostrano anche i movimenti che riguardano Chili, la piccola società di tv on demand nata da un’idea di Stefano Parisi nel 2012. Dopo l’ingresso di Warner Bros e Paramount-Viacom al 4% e Sony Pictures al 3% ai quali è seguito quello della famiglia Lavazza con 25 milioni per il 24%, ieri si è avuta notizia dell’investimento di 6 milioni di euro della 21Century Fox per il 4% del capitale. Evidentemente il semaforo rosso dell’authority londinese all’espansione di Murdoch (già proprietario nel Regno unito di un impero editoriale che comprende, tra gli altri, quotidiani come il Times e il Sun), ha suggerito al tycoon australiano di dirottare la sua liquidità sull’Italia. Lo scacchiere delle telecomunicazioni è in continua evoluzione.

La Verità, 2 marzo 2018

Suburra, una Gomorra meno dirompente

Se quei sampietrini potessero parlare… Hanno visto cose che noi uomini del Terzo millennio nemmeno immaginiamo: «La suburra, un posto che non cambia da 2000 anni», dice il Samurai già nelle prime scene. Una delle trovate migliori di Suburra – La serie, dieci episodi su Netflix, è la grafica della sigla. La cinepresa zuma sul lastrico romano e i sampietrini di acciaio lucido si sporgono come squame rettili fino a comporre il titolo, trasmettendo un senso inquietante di violenza strisciante e contundente. La seconda trovata è l’architettura narrativa degli episodi. Che si avviano con un climax, una scena inaspettata sapientemente interrotta, per poi ricominciare da «il giorno prima», con un flashback che riporta all’anteprima, mostrandone l’epilogo, un’altra sospensione cattura curiosità.

L’esordio di Netflix con una produzione made in Italy corrisponde alle molte attese del pubblico di riferimento. Per la realizzazione del prequel del film del 2015, firmato da Stefano Sollima e tratto dal libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, il colosso della streaming tv è ricorso alla Cattleya di Riccardo Tozzi (produttrice di Gomorra, qui in collaborazione con Rai Fiction), a buona parte del cast del film di Sollima, e alla regia dei primi episodi di Michele Placido, già direttore di Romanzo criminale al cinema (sempre da De Cataldo).

Sui terreni del litorale di Ostia di proprietà del Vaticano e del clan Adami, si concentrano le mire delle cosche mafiose che vogliono trasformarlo in un porto per il traffico di cocaina. La testa di ponte dell’operazione è il Samurai (Francesco Acquaroli), burattinaio della politica capitolina con addentellati in Vaticano, che muove le pedine per fare il gran salto nella criminalità internazionale. Corrompe il politico outsider Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), vuole allearsi con Sara Monaschi (un’ottima Claudia Gerini), revisore dei conti in Vaticano. Il piano si scontra con le ambizioni di tre criminali emergenti: l’allucinato Aureliano Adami (Alessandro Borghi), lo zingaro Spadino (un credibile Giacomo Ferrara), e Gabriele, figlio di un poliziotto (Eduardo Valdarnini). Tra doppi giochi e vendette incrociate, la storia intreccia «patrizi e plebei, politici e criminali, mignotte e preti». In sintesi, «Roma», chiosa il Samurai: la Roma corrotta, cupa e dissoluta, protagonista di Mafia capitale, in parte già vista con la banda della Magliana di Romanzo criminale. L’intrigo ha tutti gli ingredienti giusti per farsi seguire anche da un pubblico largo. Ma forse, avendo una scrittura più elementare di Gomorra, non ne possiede la stessa forza evocativa.

 

La Verità, 12 ottobre 2017

Cinque cose su questo inizio stagione di Sky

Upfront Pienone di star agli Arcimboldi di Milano per il lancio dei palinsesti. Poco più di un’ora tra speech, video e show. Un mix di comunicazione, divertimento, seduzione. Momento più emozionante della serata il frammento di E poi c’è Cattelan con l’intervista a Tim Roth. Peccato che, sopravvalutando l’inglese di tutti i presenti, Ale e Tim abbiano finito per confabulare tra loro. Stessa sensazione, ma la lingua non c’entra, per il dialogo con Ilaria D’Amico a proposito di un ballo, una festa, Costacurta… non s’è capito. E dire che l’hashtag era Together. Per il resto, grande serata.

Serie Tin Star promette non bene, benissimo. Roth ha il solito carisma quando fa personaggi malmostosi e borderline. Qui è uno sceriffo dalla doppia personalità che vuole resettare il passato di alcolista. Si trasferisce con famiglia da Londra al Canada, vicino Calgary: scenario mozzafiato di laghi, boschi e montagne. A rovinare tutto arriva la raffineria di petrolio e un contorno di malavitosi, difficili da tenere a bada. Come i dèmoni dello sceriffo.

X Factor e gli show Da monitorare anche l’undicesima edizione del talent musicale. La scommessa è sempre la stessa: riuscirà la nuova stagione a migliorare la precedente? Si parte sempre scettici. Poi… La giuria è per metà nuova. Al posto di Alvaro Soler, Levante, al posto di Arisa, Mara Maionchi. Confermati Fedez e Manuel Agnelli. Totale: meno internazionalità (andando indietro: Mika e Skunk Anansie) e giuria tutta italiana per valorizzare, a contrasto, i tanti concorrenti di etnie straniere. E forse più attenzione agli over trenta che ai teenagers. Momento topico, le scintille con Angelo, un concorrente segato, quando Levante gli ha detto: «Non hai incontrato il mio gusto», e Agnelli: «Il mio sì, ma l’hai preso a pugni». Risultato: 1.327.000 telespettatori medi (4.57% di share, +3% sul debutto 2016). Il resto dell’intrattenimento è un gigantesco Masterchef con i suoi spin off e gli chef che si moltiplicano in tutte le salse. Sky Arte ha sempre un’offerta poliedrica, attenta alla musica, al collezionismo e alle tendenze hipster e bobo.

Piattaforma e tecnologia Sky fa sul serio anche in chiaro. Si crede molto in Tv8, partita bene con Guess my age di Enrico Papi. Imminente il lancio di Sky Q, nuovo decoder per vincolare ulteriormente il telespettatore offrendogli qualità e servizi che promettono di diventare irrinunciabili.

Strategia Si punta sulle serie, sia di produzione internazionale (Tin Star, Babylon Berlin, Britannia), che italiane (Gomorra 3, Il miracolo di Niccolò Ammaniti, in lavorazione Zero Zero Zero dal libro di Saviano e Django dal film di Franco Nero). Il messaggio è: recintiamo la serialità. Nonostante Suburra, Netflix non deve passare.

 

Peaky Blinders, una gangs story che sa di rivolta

E intanto Steven Knight non sbaglia un colpo. Da qualche settimana è visibile su Netflix la terza stagione di Peaky Blinders, la serie creata dallo sceneggiatore e regista britannico (Locke, al cinema, e Taboo, di cui abbiamo parlato in questo blog), tratta dalla storia vera della banda capeggiata dal carismatico Tom Shelby, e Alberto, che è sempre molto più avanti di me, consiglia di recuperare le stagioni perdute.

logoserieconmiofiglio-cavevisioni.it

Nella Birmingham del 1920 tre fratelli reduci dalla guerra in Francia vogliono dominare il racket delle scommesse sui cavalli. Ci sono il primogenito Arthur (Paul Anderson), labile e violento, il più giovane, John, e Tom (un formidabile Cillian Murphy), il capo riconosciuto. A zia Polly, invece, hanno portato via i figli ancora piccoli. Per imporsi e non avere troppi fastidi bisogna sconfiggere gli altri clan e ridimensionare le ambizioni del nuovo capo della polizia, lo spietato Chester Campbell (Sam Neil) che si serve dell’intrigante spia, Grace. Birmingham, però, è solo la base di lancio per Londra, dove lo scontro con gli italiani e gli ebrei, capeggiati da uno strepitoso Tom Hardy, si fa duro. Sebbene siano molto attenti all’abbigliamento e alle maniere eleganti, quanto a violenza i Peaky Blinders non si fanno pregare. E i rasoi che nascondono nella visiera delle coppole tagliano la faccia di chi li ostacola senza troppe sfumature.

La cosa che più mi colpisce è l’orgoglio di famiglia dei fratelli, osserva Alberto. Il fatto di appartenere a una dinastia di zingari tinge di esoterismo un po’ tutto il racconto. Loro non si sentono mai a proprio agio e in tutti i posti dove stanno c’è sempre qualcuno che, in qualche modo, ricorda loro che appartengono a quel popolo.

È forse per questo che la violenza è sempre pronta a esplodere. È una violenza ribelle, che ha qualcosa di eversivo.

Io non la trovo una serie particolarmente violenta. Più che vedersi, la violenza s’intravede. Soprattutto nelle prime due stagioni. All’origine della loro frustrazione c’è anche la guerra, durante la quale hanno vissuto sottoterra per scavare delle gallerie, come ricorda Churchill in un dialogo con il capo della polizia.

Cillian Murphy nei panni di Tom Shelby

Cillian Murphy nei panni di Tom Shelby

Io penso che la qualità migliore della serie sia soprattutto nella sua cura formale. I personaggi, in fondo sono già visti: il gangster tormentato, il poliziotto corrotto, la spia che s’innamora del malavitoso. Vengono in mente Boardwalk Empire e Gangs of New York.

Comunque, sono ben raccontati. Sono molto credibili sia Tom che Arthur, interpretati da attori poco conosciuti. Il personaggio che mi piace meno è zia Polly, che causa tanti problemi. L’altra cosa che mi dispiace è la scarsità di location: tutto si svolge in tre o quattro ambienti, il pub, la fonderia, il bordello. Forse è una questione di budget.

Però la scenografia è ben curata. E qui torniamo all’estetica, ai costumi, ai dialoghi, alla scrittura, al sapiente dosaggio del ralenti. E soprattutto alla colonna sonora: fondamentale. Una storia d’inizio Novecento accompagnata dalla musica rock, a cominciare dalla sigla di Nick Cave per proseguire con Tom Waits, è un colpo di genio assoluto. Che dà a tutta la vicenda un sapore acre di rivolta.

 

Tredici, serie sui ragazzi che processa gli adulti

Mica facile convivere con la fragilità senza infrangersi. Soprattutto se si è adolescenti, si è vittime di bullismo e gli adulti latitano. Ho finalmente completato la visione di Tredici, la serie di Netflix sulla storia di una ragazza suicida che, etichettata ingiustamente come «ragazza facile», incide e fa diffondere post mortem 13 audiocassette, ognuna dedicata a conoscenti, amici o potenziali tali, nessuno dei quali è riuscito a colmare il suo vuoto. Anzi, forse l’ha creato o allargato. Ognuno di loro costituisce una ragione del suo gesto tragico. Il titolo originale della serie è 13 Reasons Why ed è tratta dall’omonimo romanzo scritto da Jay Asher che anche in Italia sta rapidamente scalando le classifiche di vendite.

Dal punto di vista televisivo, Tredici è una delle opere meglio realizzate degli ultimi anni. Ben scritta, ben recitata, magistralmente diretta, con i personaggi e gli interpreti giusti. Asciutta ed equilibrata anche nel racconto. È una di quelle storie da cui non ci si riesce a staccare. Che s’insinua dentro e non ti molla. Accade anche con Gomorra e con The Bridge – L’originale. Anche queste serie ti portano dentro mondi poco conosciuti. I clan della camorra con le loro logiche spietate e irredimibili. Oppure la civiltà scandinava con la sua pretesa di perfezione, e che invece si rivela una fucina di solitudini e perversioni. Se possibile, Tredici è ancora più forte, più struggente, perché ci introduce nel mondo degli adolescenti. Anch’esso un universo lontano, poco esplorato. Un mondo di persone fragili, immerse nella stagione più delicata e drammatica dell’esistenza. Persone che sono i nostri figli.

Clay Jensen ascolta le audiocassette di Hannah Baker

Clay Jensen ascolta le audiocassette di Hannah Baker

È stato scritto che è una serie sul bullismo. Certo, ci sono diversi episodi di umiliazione e di violenza psicologica che colpiscono Hannah Baker (l’attrice Katherine Langford). Ci sono omissioni, gesti non compiuti, parole non dette. Mancanze gravi anche queste. Che la allontanano progressivamente da chi sembrava un’amica o da chi poteva essere un fidanzato. La serie racconta tutto questo, calibrando sfumature di sentimenti e di psicologie alle prese con la solitudine, l’indifferenza, la distanza dagli altri, il deserto affettivo, l’assenza di contenuti e proposte vitali. Descrive la volubilità dei rapporti tra ragazzi, le invidie, le rivalità, una schiuma di relazioni effimere, foriere di delusioni.

Ma Tredici è anche, e forse soprattutto, una serie sull’impotenza del mondo adulto. Esortato dalla madre che, vedendo il figlio diciassettenne (Clay Jensen) turbato per un motivo ignoto, lo invita a parlare per farsi aiutare, il coprotagonista della storia risponde: «Mamma, anche se parlassi, tu non mi puoi aiutare». È una serie su questa impossibilità, su questa incomunicabilità tra ragazzi e adulti. Sull’incapacità di noi genitori, professori, educatori, professionisti di essere una proposta, un’ipotesi percorribile, una presenza. Di essere una ragione positiva per vivere. Un esempio, come si diceva una volta: parola rimossa. È una serie che, in un certo senso, fa l’esame di coscienza (altra espressione considerata vetusta) al mondo adulto. Alessandro D’Avenia, che di licei e di «fragilità» giovanile si intende parecchio avendoci dedicato anche l’ultimo libro (L’arte di essere fragili, Mondadori), ha scritto di «un assordante vuoto d’amore» nella serie. In realtà, più che l’assenza di amore, che invece traspare dai genitori di Hannah e di Clay Jensen, per conto mio ciò che latita sono i contenuti, le proposte vitali, un’idea che dia senso all’esistenza. Con l’eccezione di un professore, tutti gli adulti che lavorano o gravitano attorno al liceo in cui è ambientata la storia sono persone rispettabili, armate delle migliori intenzioni. Ma solo l’ultima cassetta di Hannah Baker è dedicata a una di loro. È lo psicologo della scuola, al quale si rivolge come ultima speranza, dicendogli che la sua vita non vale niente. Ma lui, con tutta la sua buona volontà, non riesce a superare il confine del ruolo. La decisione è presa.

Prigionieri dei nostri ruoli, noi adulti non riusciamo a capire, a entrare nel loro mondo. Non per curiosare, per sapere tutto. È giusto che i ragazzi abbiano margini di autonomia. Non riusciamo a entrare perché non siamo abbastanza credibili, affascinanti, non siamo un’ipotesi da verificare. Non siamo ragioni per cui valga la pena vivere. Il risultato è che, mentre il mondo degli adolescenti ci resta estraneo, ogni tanto, anzi, sempre più spesso, ci svegliamo di fronte a qualche tragica notizia di cronaca. Avete presente Blu Whale, il gioco online che guida gli adepti a cimentarsi in prove di coraggio sempre più pericolose e che sta facendo lievitare il numero di morti tra i ragazzi. L’ultima prova è buttarsi dal cornicione di un condominio o di un grattacielo. Nell’età della fragilità, nel vuoto di proposte, il nichilismo esercita una seduzione difficile da vincere. Se la scuola, i rapporti, le amicizie fanno schifo, se tutta la vita fa schifo tanto vale porle fine. Tanto vale lanciarsi davvero nel vuoto.

Hannah Baker, protagonista di Tredici

Hannah Baker, protagonista di Tredici

Anche prendendola dalla parte delle parole e del linguaggio, la società contemporanea, così moderna e avanzata, esce bocciata alla prova degli adolescenti. La loro fragilità avrebbe bisogno di confrontarsi con solidità, consistenza, sostanza, realtà. Invece, e qui saltano fuori le nostre responsabilità, infoiati dalla rivoluzione digitale e dalla globalizzazione, professori, filosofi, sociologi, intellettuali in genere, in tutti questi anni abbiamo continuato a esaltare l’esatto opposto di cui quella fragilità necessita: il pensiero debole, la società liquida, la realtà virtuale, la sessualità fluida cantata da Michele Bravi, nuovo idolo della nextgen. Dimenticandoci del cuore dell’uomo, delle sue domande fondamentali, del suo bisogno di significato.

E i più fragili s’infrangono.

La Verità, 1 giugno 2017

 

Su Netflix il comico Grillo batte il gemello politico

E invece no, Grillo vs Grillo che la piattaforma Netflix ha da pochi giorni aggiunto alla sua offerta in streaming, non l’ho trovato così fazioso e tendenzioso. Un’ora e 35 minuti di show in grandissima parte autobiografico e con limitate digressioni politiche. Nessun accenno, per dire, a Matteo Renzi, a Matteo Salvini, a Virginia Raggi. Silvio Berlusconi vi compare solo un momento, ma nella veste di tycoon di Fininvest, quando offrì al comico genovese la conduzione di Ok, il prezzo è giusto appena acquistato a una cifra iperbolica («il mio agente, Marangoni, seduto vicino a me, sudava»). Lo spettacolo è stato registrato in un teatro di Genova il 16 dicembre scorso, in platea ci sono Gino Paoli, il vicino di casa di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, mai tirato in ballo. Ed è significativo il fatto che a trasmettere lo show sia una piattaforma americana e nessuno dei tanti editori nostrani, nemmeno La7 che ai grillini ha sempre dedicato parecchia attenzione. Sullo schermo gigante compare il leader del Movimento Cinque stelle, in giacca e cravatta, che pontifica sulla «democrazia che sa di pesce rancido», arzigogola genericamente sul futuro dei partiti e che, alla fine, si trasforma in un santone di bianco vestito, mentre lui, in platea, offre dei grilli seccati agli spettatori che li chiedono. Una cosa leggera. Di ciò che il politico sciamanico dice, nulla o quasi resta nella memoria. La parte più interessante e godibile è quella autobiografica, favorita anche dall’ambientazione genovese. Il movimento che nasce dall’insonnia, salutare e creativa, e dal conflitto tra depressione e desiderio di felicità che si concentra nel diaframma, «il nostro secondo cervello». Tutto si muove e si agita lì, e nelle conversazioni notturne con altri insonni. In alcune parti, lo show fa venire alla mente Volevo fare il ballerino di Fiorello, nel rapporto dialettico e conflittuale con il padre che lo vuole tenere in fabbrica e che non ride alle sue battute, ma poi se le rivende al bar con gli amici. Poi lo sbarco a Milano, nella stessa pensione frequentata da Paoli e De André, i primi spettacoli, fino alla chiamata in Rai. Che prova a imbrigliarlo, non devi parlare di nucleare (c’era il referendum): «Figuratevi, ho fatto il comico perché nessuno mi dicesse cosa potevo dire o non dire…». Si arriva all’incontro con Gianroberto Casaleggio e all’idea di «fare qualcosa per gli altri». Se da un comico e un imprenditore è nato un movimento politico – è la morale – tutto può succedere. Gli altri si alleano perché il M5s è un’anomalia non omologabile. Qualche volta la battuta è nebbiosa. Ma mai rabbiosa o iconoclasta. Certamente è uno show meno antisistema di tanti del passato, quando sbraitava davanti a slide fitte di organigrammi e assetti societari. Si ride, qualche volta amaro…

 

Il caso «The OA», show spartiacque di Netflix

Mio figlio Alberto è un consumatore seriale di serie tv. Io ne vedo qualcuna meno. Perciò, eccoci qui.

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Il primo show con cui abbiamo pensato di inaugurare «Le serie viste con mio figlio» è The OA di Netflix. Una serie controversa, complicata, quasi inafferrabile a cominciare dal titolo che per qualcuno significa Original Angel, per altri rimanda a un’espressione di Cristo («Io sono l’alfa e l’omega»). Una serie spartiacque, sottolinea Alberto, che rompe con la logica dei generi perché ne contiene e contamina diversi. Anche per questo, e per la sua notevole ambizione narrativa, ha una trama poco comprensibile, che mescola elementi new age, yoga, sconfinamenti metafisici con un linguaggio fantasy e sci-fi. Certamente, si tratta di un prodotto indipendente e molto elitario assai diverso dal resto della proposta Netflix, in cui la spiccata ambizione intellettuale rischia di farla sconfinare nel ridicolo. Forse, azzardando un po’, si può dire che The OA porta la cinefilia festivaliera nella produzione seriale.

Disponibile sulla piattaforma streaming dal 16 dicembre scorso, è stata creata da Brit Marling e Zal Batmanglij, coppia di autori vecchia conoscenze dei circuiti indie, e consiste di otto episodi, di durata variabile. Tra i produttori esecutivi figura pure Brad Pitt, mentre Brit Marling interpreta anche la protagonista della storia, Nina Azarov, una bambina russa che, dopo un’esperienza pre-morte che l’ha resa cieca ed essere sparita per sette anni, durante i quali è stata rapita da uno strano scienziato che esegue degli esperimenti a fini terapeutici su di lei e su altri quattro reclusi, ricompare con il nome di Prairie Johnson, autodefinendosi «Primo angelo». È in questa veste che Prairie diviene la leader di un gruppetto di «eletti» ai quali partecipa la sua esperienza e trasmette la pratica liberatoria dei cinque movimenti. In mezzo a tutto questo ci sono sogni rivelatori e traumatici, un padre che scompare anche lui, nuovi e strani genitori adottivi, uno psicologo dell’Fbi che dovrebbe aiutarla a ritrovarsi.

Prairie Johnson (Brit Marling) suona il violino per richiamare l'attenzione del padre

Prairie Johnson suona il violino per richiamare l’attenzione del padre

La critica specializzata, a cominciare da quella americana, si è divisa tra entusiasti e detrattori, ma la maggior parte degli addetti ai lavori ha faticato a inquadrare la storia. Che parte come un thriller psicologico che si svolge in un desolato paesino dell’America profonda dove improvvisamente accade qualcosa di strano, ma poi vira nel metafisico. Per questo qualcuno l’ha avvicinata a Stranger Things, altri, per forza catalizzatrice, l’hanno associata a Westworld, altri ancora hanno trovato somiglianze con episodi di Black Mirror, qualcuno ha ravvisato citazioni cinematografiche di Alfred Hitchcock e David Fincher, o di Linea mortale, un horror con Julia Roberts e Kevin Bacon del 1990. Ma forse è a Les Revenants, la serie francese sceneggaiata anche da Emmanuel Carrère,  che attinge maggiormente. Al di là dei riferimenti più o meno cinephiles, la visione degli otto episodi ondeggia su un’altalena di sentimenti che vanno dalla curiosità di capire come va a finire – ma più ci si inoltra e più ci si perde – alla sensazione di stare perdendo del tempo. Detto tutto questo, non si riesce a staccarsi, osserva Alberto. La storia è inverosimile, perché la protagonista è una ragazza che perde la vista e poi la ritrova, muore e torna in vita, perde il padre e ne trova un altro, viene rapita da uno scienziato ma nessuno la va a cercare. Ma anche se tutto risulta inverosimile e non ricade nel reale, anche se non ci sono azione e conflitto, ma desolazione e claustrofobia, la storia può tenere inchiodato il pubblico come lei riesce a catalizzare gli ascoltatori della casa abbandonata al limitare del paesino. Alla fine, il dubbio che possa essere tutto un’impostura rimane, ma anche se lo fosse la protagonista riesce a trasmettere qualcosa di utile alla vita dei suoi ascoltatori. In sintesi, che cosa funziona e che cosa no in questa serie? Non funziona la storia, tirata e lacunosa. Mentre è curioso che senza azione, solo con racconti e dialoghi, riesca a creare una tensione misteriosa e coinvolgente.

Alla fine, concordiamo sul fatto che, proprio per la sua complessità e inafferrabilità, si continua a rimuginarla. Ci vorrà una seconda stagione per capirla meglio.

i caverzan

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