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Cinque cose su questo inizio stagione di Sky

Upfront Pienone di star agli Arcimboldi di Milano per il lancio dei palinsesti. Poco più di un’ora tra speech, video e show. Un mix di comunicazione, divertimento, seduzione. Momento più emozionante della serata il frammento di E poi c’è Cattelan con l’intervista a Tim Roth. Peccato che, sopravvalutando l’inglese di tutti i presenti, Ale e Tim abbiano finito per confabulare tra loro. Stessa sensazione, ma la lingua non c’entra, per il dialogo con Ilaria D’Amico a proposito di un ballo, una festa, Costacurta… non s’è capito. E dire che l’hashtag era Together. Per il resto, grande serata.

Serie Tin Star promette non bene, benissimo. Roth ha il solito carisma quando fa personaggi malmostosi e borderline. Qui è uno sceriffo dalla doppia personalità che vuole resettare il passato di alcolista. Si trasferisce con famiglia da Londra al Canada, vicino Calgary: scenario mozzafiato di laghi, boschi e montagne. A rovinare tutto arriva la raffineria di petrolio e un contorno di malavitosi, difficili da tenere a bada. Come i dèmoni dello sceriffo.

X Factor e gli show Da monitorare anche l’undicesima edizione del talent musicale. La scommessa è sempre la stessa: riuscirà la nuova stagione a migliorare la precedente? Si parte sempre scettici. Poi… La giuria è per metà nuova. Al posto di Alvaro Soler, Levante, al posto di Arisa, Mara Maionchi. Confermati Fedez e Manuel Agnelli. Totale: meno internazionalità (andando indietro: Mika e Skunk Anansie) e giuria tutta italiana per valorizzare, a contrasto, i tanti concorrenti di etnie straniere. E forse più attenzione agli over trenta che ai teenagers. Momento topico, le scintille con Angelo, un concorrente segato, quando Levante gli ha detto: «Non hai incontrato il mio gusto», e Agnelli: «Il mio sì, ma l’hai preso a pugni». Risultato: 1.327.000 telespettatori medi (4.57% di share, +3% sul debutto 2016). Il resto dell’intrattenimento è un gigantesco Masterchef con i suoi spin off e gli chef che si moltiplicano in tutte le salse. Sky Arte ha sempre un’offerta poliedrica, attenta alla musica, al collezionismo e alle tendenze hipster e bobo.

Piattaforma e tecnologia Sky fa sul serio anche in chiaro. Si crede molto in Tv8, partita bene con Guess my age di Enrico Papi. Imminente il lancio di Sky Q, nuovo decoder per vincolare ulteriormente il telespettatore offrendogli qualità e servizi che promettono di diventare irrinunciabili.

Strategia Si punta sulle serie, sia di produzione internazionale (Tin Star, Babylon Berlin, Britannia), che italiane (Gomorra 3, Il miracolo di Niccolò Ammaniti, in lavorazione Zero Zero Zero dal libro di Saviano e Django dal film di Franco Nero). Il messaggio è: recintiamo la serialità. Nonostante Suburra, Netflix non deve passare.

 

Peaky Blinders, una gangs story che sa di rivolta

E intanto Steven Knight non sbaglia un colpo. Da qualche settimana è visibile su Netflix la terza stagione di Peaky Blinders, la serie creata dallo sceneggiatore e regista britannico (Locke, al cinema, e Taboo, di cui abbiamo parlato in questo blog), tratta dalla storia vera della banda capeggiata dal carismatico Tom Shelby, e Alberto, che è sempre molto più avanti di me, consiglia di recuperare le stagioni perdute.

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Nella Birmingham del 1920 tre fratelli reduci dalla guerra in Francia vogliono dominare il racket delle scommesse sui cavalli. Ci sono il primogenito Arthur (Paul Anderson), labile e violento, il più giovane, John, e Tom (un formidabile Cillian Murphy), il capo riconosciuto. A zia Polly, invece, hanno portato via i figli ancora piccoli. Per imporsi e non avere troppi fastidi bisogna sconfiggere gli altri clan e ridimensionare le ambizioni del nuovo capo della polizia, lo spietato Chester Campbell (Sam Neil) che si serve dell’intrigante spia, Grace. Birmingham, però, è solo la base di lancio per Londra, dove lo scontro con gli italiani e gli ebrei, capeggiati da uno strepitoso Tom Hardy, si fa duro. Sebbene siano molto attenti all’abbigliamento e alle maniere eleganti, quanto a violenza i Peaky Blinders non si fanno pregare. E i rasoi che nascondono nella visiera delle coppole tagliano la faccia di chi li ostacola senza troppe sfumature.

La cosa che più mi colpisce è l’orgoglio di famiglia dei fratelli, osserva Alberto. Il fatto di appartenere a una dinastia di zingari tinge di esoterismo un po’ tutto il racconto. Loro non si sentono mai a proprio agio e in tutti i posti dove stanno c’è sempre qualcuno che, in qualche modo, ricorda loro che appartengono a quel popolo.

È forse per questo che la violenza è sempre pronta a esplodere. È una violenza ribelle, che ha qualcosa di eversivo.

Io non la trovo una serie particolarmente violenta. Più che vedersi, la violenza s’intravede. Soprattutto nelle prime due stagioni. All’origine della loro frustrazione c’è anche la guerra, durante la quale hanno vissuto sottoterra per scavare delle gallerie, come ricorda Churchill in un dialogo con il capo della polizia.

Cillian Murphy nei panni di Tom Shelby

Cillian Murphy nei panni di Tom Shelby

Io penso che la qualità migliore della serie sia soprattutto nella sua cura formale. I personaggi, in fondo sono già visti: il gangster tormentato, il poliziotto corrotto, la spia che s’innamora del malavitoso. Vengono in mente Boardwalk Empire e Gangs of New York.

Comunque, sono ben raccontati. Sono molto credibili sia Tom che Arthur, interpretati da attori poco conosciuti. Il personaggio che mi piace meno è zia Polly, che causa tanti problemi. L’altra cosa che mi dispiace è la scarsità di location: tutto si svolge in tre o quattro ambienti, il pub, la fonderia, il bordello. Forse è una questione di budget.

Però la scenografia è ben curata. E qui torniamo all’estetica, ai costumi, ai dialoghi, alla scrittura, al sapiente dosaggio del ralenti. E soprattutto alla colonna sonora: fondamentale. Una storia d’inizio Novecento accompagnata dalla musica rock, a cominciare dalla sigla di Nick Cave per proseguire con Tom Waits, è un colpo di genio assoluto. Che dà a tutta la vicenda un sapore acre di rivolta.

 

Tredici, serie sui ragazzi che processa gli adulti

Mica facile convivere con la fragilità senza infrangersi. Soprattutto se si è adolescenti, si è vittime di bullismo e gli adulti latitano. Ho finalmente completato la visione di Tredici, la serie di Netflix sulla storia di una ragazza suicida che, etichettata ingiustamente come «ragazza facile», incide e fa diffondere post mortem 13 audiocassette, ognuna dedicata a conoscenti, amici o potenziali tali, nessuno dei quali è riuscito a colmare il suo vuoto. Anzi, forse l’ha creato o allargato. Ognuno di loro costituisce una ragione del suo gesto tragico. Il titolo originale della serie è 13 Reasons Why ed è tratta dall’omonimo romanzo scritto da Jay Asher che anche in Italia sta rapidamente scalando le classifiche di vendite.

Dal punto di vista televisivo, Tredici è una delle opere meglio realizzate degli ultimi anni. Ben scritta, ben recitata, magistralmente diretta, con i personaggi e gli interpreti giusti. Asciutta ed equilibrata anche nel racconto. È una di quelle storie da cui non ci si riesce a staccare. Che s’insinua dentro e non ti molla. Accade anche con Gomorra e con The Bridge – L’originale. Anche queste serie ti portano dentro mondi poco conosciuti. I clan della camorra con le loro logiche spietate e irredimibili. Oppure la civiltà scandinava con la sua pretesa di perfezione, e che invece si rivela una fucina di solitudini e perversioni. Se possibile, Tredici è ancora più forte, più struggente, perché ci introduce nel mondo degli adolescenti. Anch’esso un universo lontano, poco esplorato. Un mondo di persone fragili, immerse nella stagione più delicata e drammatica dell’esistenza. Persone che sono i nostri figli.

Clay Jensen ascolta le audiocassette di Hannah Baker

Clay Jensen ascolta le audiocassette di Hannah Baker

È stato scritto che è una serie sul bullismo. Certo, ci sono diversi episodi di umiliazione e di violenza psicologica che colpiscono Hannah Baker (l’attrice Katherine Langford). Ci sono omissioni, gesti non compiuti, parole non dette. Mancanze gravi anche queste. Che la allontanano progressivamente da chi sembrava un’amica o da chi poteva essere un fidanzato. La serie racconta tutto questo, calibrando sfumature di sentimenti e di psicologie alle prese con la solitudine, l’indifferenza, la distanza dagli altri, il deserto affettivo, l’assenza di contenuti e proposte vitali. Descrive la volubilità dei rapporti tra ragazzi, le invidie, le rivalità, una schiuma di relazioni effimere, foriere di delusioni.

Ma Tredici è anche, e forse soprattutto, una serie sull’impotenza del mondo adulto. Esortato dalla madre che, vedendo il figlio diciassettenne (Clay Jensen) turbato per un motivo ignoto, lo invita a parlare per farsi aiutare, il coprotagonista della storia risponde: «Mamma, anche se parlassi, tu non mi puoi aiutare». È una serie su questa impossibilità, su questa incomunicabilità tra ragazzi e adulti. Sull’incapacità di noi genitori, professori, educatori, professionisti di essere una proposta, un’ipotesi percorribile, una presenza. Di essere una ragione positiva per vivere. Un esempio, come si diceva una volta: parola rimossa. È una serie che, in un certo senso, fa l’esame di coscienza (altra espressione considerata vetusta) al mondo adulto. Alessandro D’Avenia, che di licei e di «fragilità» giovanile si intende parecchio avendoci dedicato anche l’ultimo libro (L’arte di essere fragili, Mondadori), ha scritto di «un assordante vuoto d’amore» nella serie. In realtà, più che l’assenza di amore, che invece traspare dai genitori di Hannah e di Clay Jensen, per conto mio ciò che latita sono i contenuti, le proposte vitali, un’idea che dia senso all’esistenza. Con l’eccezione di un professore, tutti gli adulti che lavorano o gravitano attorno al liceo in cui è ambientata la storia sono persone rispettabili, armate delle migliori intenzioni. Ma solo l’ultima cassetta di Hannah Baker è dedicata a una di loro. È lo psicologo della scuola, al quale si rivolge come ultima speranza, dicendogli che la sua vita non vale niente. Ma lui, con tutta la sua buona volontà, non riesce a superare il confine del ruolo. La decisione è presa.

Prigionieri dei nostri ruoli, noi adulti non riusciamo a capire, a entrare nel loro mondo. Non per curiosare, per sapere tutto. È giusto che i ragazzi abbiano margini di autonomia. Non riusciamo a entrare perché non siamo abbastanza credibili, affascinanti, non siamo un’ipotesi da verificare. Non siamo ragioni per cui valga la pena vivere. Il risultato è che, mentre il mondo degli adolescenti ci resta estraneo, ogni tanto, anzi, sempre più spesso, ci svegliamo di fronte a qualche tragica notizia di cronaca. Avete presente Blu Whale, il gioco online che guida gli adepti a cimentarsi in prove di coraggio sempre più pericolose e che sta facendo lievitare il numero di morti tra i ragazzi. L’ultima prova è buttarsi dal cornicione di un condominio o di un grattacielo. Nell’età della fragilità, nel vuoto di proposte, il nichilismo esercita una seduzione difficile da vincere. Se la scuola, i rapporti, le amicizie fanno schifo, se tutta la vita fa schifo tanto vale porle fine. Tanto vale lanciarsi davvero nel vuoto.

Hannah Baker, protagonista di Tredici

Hannah Baker, protagonista di Tredici

Anche prendendola dalla parte delle parole e del linguaggio, la società contemporanea, così moderna e avanzata, esce bocciata alla prova degli adolescenti. La loro fragilità avrebbe bisogno di confrontarsi con solidità, consistenza, sostanza, realtà. Invece, e qui saltano fuori le nostre responsabilità, infoiati dalla rivoluzione digitale e dalla globalizzazione, professori, filosofi, sociologi, intellettuali in genere, in tutti questi anni abbiamo continuato a esaltare l’esatto opposto di cui quella fragilità necessita: il pensiero debole, la società liquida, la realtà virtuale, la sessualità fluida cantata da Michele Bravi, nuovo idolo della nextgen. Dimenticandoci del cuore dell’uomo, delle sue domande fondamentali, del suo bisogno di significato.

E i più fragili s’infrangono.

La Verità, 1 giugno 2017

 

Su Netflix il comico Grillo batte il gemello politico

E invece no, Grillo vs Grillo che la piattaforma Netflix ha da pochi giorni aggiunto alla sua offerta in streaming, non l’ho trovato così fazioso e tendenzioso. Un’ora e 35 minuti di show in grandissima parte autobiografico e con limitate digressioni politiche. Nessun accenno, per dire, a Matteo Renzi, a Matteo Salvini, a Virginia Raggi. Silvio Berlusconi vi compare solo un momento, ma nella veste di tycoon di Fininvest, quando offrì al comico genovese la conduzione di Ok, il prezzo è giusto appena acquistato a una cifra iperbolica («il mio agente, Marangoni, seduto vicino a me, sudava»). Lo spettacolo è stato registrato in un teatro di Genova il 16 dicembre scorso, in platea ci sono Gino Paoli, il vicino di casa di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, mai tirato in ballo. Ed è significativo il fatto che a trasmettere lo show sia una piattaforma americana e nessuno dei tanti editori nostrani, nemmeno La7 che ai grillini ha sempre dedicato parecchia attenzione. Sullo schermo gigante compare il leader del Movimento Cinque stelle, in giacca e cravatta, che pontifica sulla «democrazia che sa di pesce rancido», arzigogola genericamente sul futuro dei partiti e che, alla fine, si trasforma in un santone di bianco vestito, mentre lui, in platea, offre dei grilli seccati agli spettatori che li chiedono. Una cosa leggera. Di ciò che il politico sciamanico dice, nulla o quasi resta nella memoria. La parte più interessante e godibile è quella autobiografica, favorita anche dall’ambientazione genovese. Il movimento che nasce dall’insonnia, salutare e creativa, e dal conflitto tra depressione e desiderio di felicità che si concentra nel diaframma, «il nostro secondo cervello». Tutto si muove e si agita lì, e nelle conversazioni notturne con altri insonni. In alcune parti, lo show fa venire alla mente Volevo fare il ballerino di Fiorello, nel rapporto dialettico e conflittuale con il padre che lo vuole tenere in fabbrica e che non ride alle sue battute, ma poi se le rivende al bar con gli amici. Poi lo sbarco a Milano, nella stessa pensione frequentata da Paoli e De André, i primi spettacoli, fino alla chiamata in Rai. Che prova a imbrigliarlo, non devi parlare di nucleare (c’era il referendum): «Figuratevi, ho fatto il comico perché nessuno mi dicesse cosa potevo dire o non dire…». Si arriva all’incontro con Gianroberto Casaleggio e all’idea di «fare qualcosa per gli altri». Se da un comico e un imprenditore è nato un movimento politico – è la morale – tutto può succedere. Gli altri si alleano perché il M5s è un’anomalia non omologabile. Qualche volta la battuta è nebbiosa. Ma mai rabbiosa o iconoclasta. Certamente è uno show meno antisistema di tanti del passato, quando sbraitava davanti a slide fitte di organigrammi e assetti societari. Si ride, qualche volta amaro…

 

Il caso «The OA», show spartiacque di Netflix

Mio figlio Alberto è un consumatore seriale di serie tv. Io ne vedo qualcuna meno. Perciò, eccoci qui.

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Il primo show con cui abbiamo pensato di inaugurare «Le serie viste con mio figlio» è The OA di Netflix. Una serie controversa, complicata, quasi inafferrabile a cominciare dal titolo che per qualcuno significa Original Angel, per altri rimanda a un’espressione di Cristo («Io sono l’alfa e l’omega»). Una serie spartiacque, sottolinea Alberto, che rompe con la logica dei generi perché ne contiene e contamina diversi. Anche per questo, e per la sua notevole ambizione narrativa, ha una trama poco comprensibile, che mescola elementi new age, yoga, sconfinamenti metafisici con un linguaggio fantasy e sci-fi. Certamente, si tratta di un prodotto indipendente e molto elitario assai diverso dal resto della proposta Netflix, in cui la spiccata ambizione intellettuale rischia di farla sconfinare nel ridicolo. Forse, azzardando un po’, si può dire che The OA porta la cinefilia festivaliera nella produzione seriale.

Disponibile sulla piattaforma streaming dal 16 dicembre scorso, è stata creata da Brit Marling e Zal Batmanglij, coppia di autori vecchia conoscenze dei circuiti indie, e consiste di otto episodi, di durata variabile. Tra i produttori esecutivi figura pure Brad Pitt, mentre Brit Marling interpreta anche la protagonista della storia, Nina Azarov, una bambina russa che, dopo un’esperienza pre-morte che l’ha resa cieca ed essere sparita per sette anni, durante i quali è stata rapita da uno strano scienziato che esegue degli esperimenti a fini terapeutici su di lei e su altri quattro reclusi, ricompare con il nome di Prairie Johnson, autodefinendosi «Primo angelo». È in questa veste che Prairie diviene la leader di un gruppetto di «eletti» ai quali partecipa la sua esperienza e trasmette la pratica liberatoria dei cinque movimenti. In mezzo a tutto questo ci sono sogni rivelatori e traumatici, un padre che scompare anche lui, nuovi e strani genitori adottivi, uno psicologo dell’Fbi che dovrebbe aiutarla a ritrovarsi.

Prairie Johnson (Brit Marling) suona il violino per richiamare l'attenzione del padre

Prairie Johnson suona il violino per richiamare l’attenzione del padre

La critica specializzata, a cominciare da quella americana, si è divisa tra entusiasti e detrattori, ma la maggior parte degli addetti ai lavori ha faticato a inquadrare la storia. Che parte come un thriller psicologico che si svolge in un desolato paesino dell’America profonda dove improvvisamente accade qualcosa di strano, ma poi vira nel metafisico. Per questo qualcuno l’ha avvicinata a Stranger Things, altri, per forza catalizzatrice, l’hanno associata a Westworld, altri ancora hanno trovato somiglianze con episodi di Black Mirror, qualcuno ha ravvisato citazioni cinematografiche di Alfred Hitchcock e David Fincher, o di Linea mortale, un horror con Julia Roberts e Kevin Bacon del 1990. Ma forse è a Les Revenants, la serie francese sceneggaiata anche da Emmanuel Carrère,  che attinge maggiormente. Al di là dei riferimenti più o meno cinephiles, la visione degli otto episodi ondeggia su un’altalena di sentimenti che vanno dalla curiosità di capire come va a finire – ma più ci si inoltra e più ci si perde – alla sensazione di stare perdendo del tempo. Detto tutto questo, non si riesce a staccarsi, osserva Alberto. La storia è inverosimile, perché la protagonista è una ragazza che perde la vista e poi la ritrova, muore e torna in vita, perde il padre e ne trova un altro, viene rapita da uno scienziato ma nessuno la va a cercare. Ma anche se tutto risulta inverosimile e non ricade nel reale, anche se non ci sono azione e conflitto, ma desolazione e claustrofobia, la storia può tenere inchiodato il pubblico come lei riesce a catalizzare gli ascoltatori della casa abbandonata al limitare del paesino. Alla fine, il dubbio che possa essere tutto un’impostura rimane, ma anche se lo fosse la protagonista riesce a trasmettere qualcosa di utile alla vita dei suoi ascoltatori. In sintesi, che cosa funziona e che cosa no in questa serie? Non funziona la storia, tirata e lacunosa. Mentre è curioso che senza azione, solo con racconti e dialoghi, riesca a creare una tensione misteriosa e coinvolgente.

Alla fine, concordiamo sul fatto che, proprio per la sua complessità e inafferrabilità, si continua a rimuginarla. Ci vorrà una seconda stagione per capirla meglio.

i caverzan

Campo Dall’Orto: “La mia Rai? Digitale e con tante serie”

No, non se l’aspettava tutto ‘sto casino attorno alla Rai. “È una pressione trasversale, che coinvolge tutte le parti politiche, anche quelle che dovrebbero sostenere le decisioni del presidente del Consiglio”. Continua a leggere

Con Marseille Netflix cerca un pubblico più pop

Nonostante critiche e stroncature la produzione ha appena rinnovato Marseille per la seconda stagione. L’annuncio è arrivato qualche giorno fa via Twitter. Continua a leggere

Scrosati: Gomorra? Non c’è due senza tre e quattro

L’astinenza è finita: domani parte su Sky Atlantic e Sky Cinema 1 la seconda stagione di Gomorra. Avete già deciso anche la terza?

Si, la scrittura è già a buon punto. Stiamo anche già ragionando sulla quarta”.

Squadra che vince non si cambia?

“La squadra è in continua evoluzione, a partire dall’inserimento di Claudio Giovannesi che ha diretto gli episodi 7 e 8. Ma si tratta di una squadra che si basa su fondamenta solide, dal contributo fondamentale di Roberto Saviano a quello cruciale di Stefano Sollima, dal team di Cattleya guidato da Gina Gardini a quello di Sky guidato da Nils Hartmann e dagli sceneggiatori che creano la materia su cui tutta la serie si regge. Rispetto agli attori una delle forze di questo progetto è senza dubbio non aver avuto timore di raccontare quello che accadrebbe nella realtà, dove chi sceglie una vita di violenza è il primo a rimanerne vittima, che vuol dire che i nostri protagonisti possono morire. D’altronde, questa è la lezione che arriva dal miglior cinema di genere, a partire da quello di Scorsese, capace di far morire un protagonista improvvisamente, magari in una scena secondaria. Tanti ci hanno detto ad esempio che Donna Imma non doveva morire. Io sono persuaso del contrario: una storia dove tutti sono a rischio è narrativamente più tesa, ed è più realistica. Anche nella seconda stagione ci sono molte sorprese, ogni puntata potrebbe contenere una svolta davvero inaspettata”.

Andrea Scrosati, 44 anni, vicepresidente di Sky Italia, responsabile di tutti i contenuti non sportivi della tv del gruppo Murdoch è considerato “l’uomo che ha cambiato le sorti dell’intrattenimento in Italia” (Studio). Grazie alla sua spinta e alla sua supervisione sono nati Romanzo criminale, la nuova edizione di X Factor, Masterchef e molti altri progetti. Probabilmente Gomorra è il vertice creativo e produttivo della sua direzione. Finora. Ho parlato con Scrosati dei cambiamenti nel mondo della serialità, americana ed europea.

Andrea Scrosati, vicepresidente di Sky Italia

Andrea Scrosati, vicepresidente di Sky Italia

Una serie in napoletano stretto è stata venduta in più di 150 Paesi. Come ci è riuscita? E ve lo aspettavate?

“Eravamo convinti della forza di questa storia, ma ammetto che non ci aspettavamo questo successo internazionale. In molti ci dissero che una serie in napoletano non se la sarebbero vista nemmeno a Roma, figuriamoci a Parigi… Credo che oggi il panorama dei prodotti seriali si possa raggruppare in tre macrocategorie: quelle local local, quelle glocal e quelle global. Le local-local sono rilevanti per un singolo territorio, si basano su archetipi ed elementi che fuori dal loro contesto culturale sono di difficile comprensione. Quelle glocal – di cui Gomorra è un esempio perfetto – raccontano archetipi universali in contesti locali, hanno un elemento di grande realismo per un pubblico locale ma allo stesso tempo sono storie evocative anche per chi vive in paesi e realtà diverse. La tensione per il potere, i conflitti generazionali, l’effetto distruttivo della violenza, della corruzione, sono in fondo gli stessi elementi che sono alla base di una serie come Games of Thrones. Esempio perfetto di serie glocal era The Wire, sulla vicenda dei sindacati dei portuali di Baltimora, girata in dialetto stretto. Anche in quel caso si era partiti con un cast ignoto a livello internazionale. Ma come accadde per Idris Elba che da The Wire in poi è divenuto una star globale, così Fortunato Cerlino (Pietro Savastano) dopo Gomorra ha già recitato in due stagioni di Hannibal e sta lavorando ad altri progetti internazionali”.

Dovesse dire qual è il suo maggior punto di forza indicherebbe il cast corale, la qualità della scrittura, l’imprevedibilità della trama o altro?

“Come per ogni cosa, il tutto è il frutto di tanti elementi singoli e della loro armonia. Senza una scrittura di straordinario livello non ci sarebbero le basi per nulla. Senza un cast credibile e di grandi professionisti il risultato finale sarebbe imbarazzante. Senza una regia capace di un punto di vista straordinariamente realistico ed originale non ci sarebbero le atmosfere che fanno di Gomorra un prodotto di riferimento internazionale, e potrei andare avanti a lungo”.

Gomorra è stata la prima produzione europea capace di ribaltare il flusso abituale della serialità, dal centro dell’impero alla provincia europea. Che possibilità c’è di ampliare questa direzione contraria?

“Era già successo prima con alcune serie scandinave, ad esempio The Bridge e The Killing. Ed è successo contemporaneamente a Gomorra con Les Revenants di Canal+ e successivamente con una serie tedesca bellissima: Deutschland ’83. È interessante come in alcuni casi il mercato internazionale acquisisce il format per fare un remake, come nel caso delle serie scandinave, e in altri invece acquisisce il prodotto originale doppiandolo o sottotitolandolo, come nel caso di Gomorra e Deutschland ’83. Per un anno Weinstein ha provato a doppiare in inglese Gomorra, poi ha preso atto che la versione in Napoletano era molto più forte e Sundance Channel ha annunciato la messa in onda in originale con i sottotitoli, come è avvenuto per Deutschland ’83.

Genny Savastano, interpretato da Salvatore Esposito

Genny Savastano, interpretato da Salvatore Esposito

Il mercato sta anche proponendo prodotti ibridi. L’esempio perfetto è Narcos, serie di Netflix per il mercato americano, diretta da un regista brasiliano (Josè Padilha), prodotta da una casa francese (Gaumont), per il 40 per cento in spagnolo. Questa tendenza crescerà per ragioni industriali. Negli ultimi anni Hollywood è passata da una media di circa 220 serie l’anno alle 450 di oggi (tra nuove e rinnovi). Il ritmo di produzione aumenta, e inevitabilmente diminuisce la qualità del racconto. C’è meno tempo a disposizione. È una trasformazione già avvenuta nel cinema. Producendo di più si vuole andare sul sicuro e si punta su prodotti dove al posto della storia comandano gli effetti speciali… Si è più tranquilli producendo l’ennesimo blockbuster di supereroi che andando alla ricerca di una storia sofisticata…”.

Tornando all’Europa e al suo peso nel mercato…

“C’è uno spazio da riempire. Con l’ingresso di nuovi soggetti anche le piattaforme europee stanno capendo che o producono autonomamente o vengono trascinate in una gara al rialzo per l’acquisizione dei contenuti. Il pubblico europeo e quello asiatico non trovano più la qualità di racconto di qualche anno fa. Ma siccome sono abituati al livello americano, anche i produttori europei e asiatici devono crescere. A Hollywood gli studi che fanno cinema sono gli stessi che producono le serie. Così è in atto una progressiva standardizzazione che rende più difficile soddisfare la richiesta di qualità e originalità. Questo non significa che dagli Stati Uniti non continuino ad arrivare serie straordinarie, come True Detective o House of Cards, ma significa anche che la ricerca di qualcosa di diverso spinge molte star americane ad essere stimolate a lavorare in Europa, come per esempio è avvenuto con Jude Law e Diane Keaton in The Young Pope”.

Pablo Escobar (Wagner Moura) in Narcos

Pablo Escobar (Wagner Moura) in Narcos

L’avvento di Netflix, Amazon e Apple quali cambiamenti sta portando nella produzione di contenuti?

“L’avvento di player come Netflix, Amazon, Hulu, ha reso ancora più competitivo tutto il settore, ha stimolato una corsa alla creatività che può solo avere effetti benefici. D’altro canto però anche per questi player, come per tutta l’industria, c’è un tema di quantità vs qualità. Credo che se si raffronta House of Cards, prima produzione di Netflix, con alcune delle loro produzioni più recenti, la differenza sia abbastanza evidente”.

Negli anni zero abbiamo avuto Mad Men, Lost, I Soprano, Six Feet Under, The Wire, Breaking Bad, West Wing, Glee. Negli ultimi anni dall’America sono arrivati House of Cards, Mr Robot e poco altro.

“Le serie tv sono nate su alcune tv via cavo come luogo della sperimentazione di una scrittura più sofisticata, di plot complessi, mai banali, sfidanti anche per il pubblico. Quando anche i grandi network free americani hanno cominciato a commissionare serie questo ha inevitabilmente portato ad una semplificazione dei linguaggi, ad una minore propensione al rischio, considerando i budget coinvolti. Ma se si vuole produrre innovazione, se si vogliono creare nuovi linguaggi, bisogna necessariamente mettere in conto diversi fallimenti. Il bello è che se non lo fa l’industria mainstream ci sarà sempre qualcuno disponibile a farlo che magari diventerà leader nel mercato dopo pochi anni”.

La globalizzazione è amica o nemica della serialità?

“Può essere entrambe le cose. Se diventa l’alibi per non rischiare e puntare sul minimo comun denominatore si ottiene un effetto-omologazione, un fritto misto senza sapore e personalità. Diversamente, la globalizzazione può essere una grande opportunità di contaminazione culturale. Quando Sollima gira Gomorra2 è inevitabile che utilizzi spunti e idee che derivano da serie del resto del mondo, magari da Narcos, magari da The Wire. Gli sceneggiatori di 1992 sono cresciuti anche con i political drama scandinavi, e così via”.

Frank e Claire Underwood, diabolica coppia di House of Cards

Frank e Claire Underwood, diabolica coppia di House of Cards

Vivendi è entrata in Mediaset Premium nella prospettiva di creare un polo europeo. Anche Sky sta razionalizzando e unificando Italia, Germania e Gran Bretagna. Esiste uno specifico narrativo europeo?

“Certo che sì. Come esiste uno specifico latino americano, mediorientale e così via. Ma direi che esiste anche uno specifico italiano, uno brasiliano, e all’interno dei paesi scandinavi uno danese ed uno norvegese. Eppure l’ultima cosa che devi fare è tentare una definizione di questo specifico, perché è il momento in cui neghi il principio di creatività. Ogni realtà culturale è di per sé fluida, in movimento, si fa contaminare e contamina. Certamente possiamo identificare alcuni generi che alcuni territori hanno sviluppato più di altri, dalle commedie francesi sofisticate e basate sui dialoghi come Cena tra amici ai noir del nord europa. È anche vero però che questi generi sono stati obbligati per decenni dai budget necessari per realizzarli. Ad esempio per cinquant’anni i film di fantascienza realizzati in Italia si contavano sulle dita di una mano perché il mercato non giustificava gli investimenti necessari. Oggi grazie alla tecnologia digitale questo non è più un limite. E così non escludo affatto che nei prossimi cinque anni dal nostro paese possa nascere una serie sci-fi con ambizioni globali, o un film di supereroi. Anzi, in fondo, mi pare che Lo chiamavano Jeeg Robot ha dimostrato che il genere può essere affrontato con un approccio completamente originale ed affascinante…”.

La fabbrica delle serie americane è ancora nuova?

E se “la nuova fabbrica dei sogni” stesse cominciando a invecchiare? Non dico che sia già vecchia. No. Dico che forse è una fabbrica un po’ matura, che inizia a mostrare qualche segno di cedimento, qualche principio di ruga. La superficie del piccolo schermo – e dei pc, dei tablet, persino degli smartphone, dove i millenials più spesso le guardano – non è più così levigata. La nuova fabbrica dei sogni – Miti e riti delle serie tv americane è il saggio pubblicato da Aldo Grasso e Cecilia Penati (Il Saggiatore), frutto di ricerche e analisi approfondite del genere più in voga nella televisione mondiale, dalla metà del secolo scorso fino a oggi. La conclusione è che la serialità americana è divenuta un genere in piena regola, e che oggi “si fatica a trovare un romanzo moderno o un film che sia più interessante di un buon telefilm”. La tesi è sviluppata da Grasso nel primo capitolo, l’unico da lui firmato (il secondo, di excursus storico, è di Cecilia Penati, mentre gli altri tre – farciti di inglesismi che farebbero impazzire Camillo Langone – non sono firmati). “La serialità televisiva è forse la vera espressione del nostro tempo, al centro di infiniti raggi di vincolante degnità, la via di transito dei molti significati che ci circondano e che spesso ci appaiono illeggibili”. Le serie sono il genere più contemporaneo della tv del terzo millennio. Per linguaggio, innovazione, costruzione dell’immaginario. La loro consacrazione è un fatto conclamato e indiscutibile.

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Don Draper in Mad Men

È sull’americanità del fenomeno che forse si può rivedere l’assunto. Negli ultimi cinque anni si è passati progressivamente dal monopolio pressoché esclusivo di Hollywood alla sua centralità, fino ad un primato che, se pur resta solido, comincia afare i conti con la produzione europea. Ci sono state serie scandinave come The Bridge e The Killing delle quali gli americani hanno realizzato dei remake. C’è stata Gomorra, che è andata in onda in italiano, sottotitolata, nei network d’oltreoceano. Per contro, mentre la produzione a stelle e strisce aumenta, incentivata anche dall’avvento di Netflix, Amazon e Apple, la qualità delle storie, sempre più industrializzate, inizia ad attenuarsi. È soprattutto in termini d’innovazione che le serie americane sembrano perdere penetrazione. Dagli anni zero di Mad Men, LostThe Wire, I Soprano, West WingBreaking Bad, Six Feet Under, Glee, solo per citarne alcuni, negli anni dieci, pur in presenza di una crescita quantitativa, si è passati a House of Cards, True Detective (prima stagione), Mr Robot. Certamente, il primato americano persiste, soprattutto grazie a una produzione che mantiene un livello di sofisticazione medio più elevato. Ma la forbice tra America e Europa si riduce. “Il telefilm – prosegue Grasso – è un misto tra autorialità pura e design, fra idea e fabbrica, una miscela meravigliosa e impossibile di creatività e ripetizione, di ricalco e riscrittura”. La figura cardine di questo sistema è lo showrunner, colui che “fa correre” lo show, mediazione tra creativo-ideatore e produttore esecutivo, che in Europa è comparsa solo di recente. Il libro tratteggia storia e sensibilità di alcuni dei più interessanti tra loro, da J.J. Abrams (Alias, Lost) a Matthew Weiner (Mad Men, I Soprano), da Aaron Sorkin (West Wing, The Newsroom) fino a David Simon (The Wire), mettendone in luce ossessioni e predilezioni, stili narrativi e formule linguistiche. Poi, negli States esiste un canale come HBO, che ha fatto scuola svezzando e formando generazioni di autori e sceneggiatori. E già questo, da solo, basta a tenere ben solide le basi del primato…

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Elliot Anderson, protagonista di Mr. Robot

Il secondo spunto offerto dal volume è che anche i telefilm sono stati vittima della critica alla tv cattiva maestra, ritenuti causa dell’abbassamento della cultura di massa costruita sul minimo comun denominatore. Ci sono voluti decenni per riconoscer loro un adeguato livello di “artisticità”. In verità, non credo che anche per le serie sia valsa la famosa Curva del Dormiglione (Steven Johnson in Tutto quello che fa male ti fa bene, Mondadori). Ovvero che, secondo l’esperienza de Il Dormiglione di Woody Allen, dopo la sveglia fra 150 anni, ci accorgeremo che le merendine e le torte alla crema facevano bene. Nuocciono sempre al colesterolo e alla glicemia e nuoceranno anche fra due secoli. Merendine e salsicce sono reality e cronaca nera raccontata in modo morboso. Non i telefilm, mai stati trigliceridi in eccesso o grassi saturi della dieta. Semmai, da un territorio di esclusiva evasione, hanno conquistato lo status di opera letteraria, in grado di rappresentare la nostra civiltà e, ad un tempo, di psicanalizzarla.

Anche i telefilm si sono evoluti. Da Bonanza a True Detective, da Happy Days a Mr Robot. Rispetto a 40/50 anni fa, ora Hollywood esibisce ossessioni e perversioni, effetti collaterali del sogno americano. Ma a ben guardare, si tratta di sogni comuni anche di qua dell’oceano. Pure in Europa, attraverso le serie si realizza una grande seduta psicanalitica, un processo catartico, un tentativo di esorcizzare e sgravare la coscienza, metabolizzando attraverso la scrittura e lo storytelling, le nostre paure e le nostre deviazioni. “È tutta una questione di personaggi, personaggi, personaggi… Ogni cosa dev’essere al servizio delle persone. È questo l’ingrediente segreto dello show”, ha osservato Damon Lindelof, uno degli autori di Lost. In fondo, tutta la serialità racconta l’ambizione dell’uomo di essere artefice incontrastato delle proprie fortune, di affermarsi attraverso la conquista del potere, del successo, cercando di gratificare il proprio ego in tutti i modi. Spingendo il limite sempre più in là, come si vede anche in Mad Men, in HoC, in Vinyl, in Breaking Bad. Con il rischio che i nostri sogni si tramutino in incubi.

Kevin Spacey, il colpo di Maria che spiazza Sky

Un lungo filmato che riassume la sua carriera di grande attore cinematografico, i due Oscar per I soliti sospetti e American Beauty. Una celebrazione in grande stile. Abito elegante-sportivo, sneakers ai piedi, Kevin Spacey ha partecipato come quarto giudice alla puntata d’esordio serale di Amici (in onda sabato prossimo). Niente male come partenza per il talent di Maria De Filippi. È vero, Maria ha abituato il suo pubblico ai grandi divi di Hollywood. Da Al Pacino a Robert De Niro, da Charlize Teron a John Travolta, da Julia Roberts a Dustin Hoffman fino a Matthew McCounaghey tanto per citarne alcuni, tra C’è posta e Amici son tutti passati da Canale 5. Stavolta però c’è qualcosa di più. Spacey è attore riservato, restio a ospitate e passerelle. Ma soprattutto è il magnetico protagonista di House of Cards, la serie d culto del momento giunta alla quarta stagione, da noi in esclusivissima onda su Sky Atlantic (anche Netflix che l’ha prodotta ha dovuto farsene una ragione). Dunque, nell’immaginario del telespettatore, Spacey è una star in quota Sky.

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Per il lancio delle stagioni, lui che fino a poco tempo fa viveva a Londra, dov’è stato a lungo direttore artistico dello storico Old Vic Teather (ora è tornato negli States dove fa il presidente e produttore della Relativity Media), non è mai venuto in Italia. Quest’anno ha eccezionalmente concesso tre interviste a testate italiane: Corriere della Sera, StampaStudio. Non che per il talent di Maria De Filippi sia sceso appositamente a Roma. Era già qui in vacanza privata, niente cachet milionario. Però, per tutti questi motivi, la sua presenza su una rete Mediaset ha del clamoroso, più che per altre star internazionali. Grazie alle quali De Filippi vanta un ottimo rapporto con le agenzie che si occupano di loro. E quando qualcuno di loro passa dall’Italia, è la prima a saperlo.

Durante la registrazione della puntata, sabato scorso Spacey è stato cordiale ma professionale, friendly con gli altri giudici – Sabrina Ferilli, Loredana Bertè, Anna Oxa e Morgan – quel poco che il meccanismo della traduzione curata da Olga Fernando gli ha permesso. Anche un filo sovrappeso, come appare negli episodi attuali di HoC, in una forma non proprio consona al diabolico presidente americano Frank Underwood. Che, infatti, sta facendosi rubare la scena dalla first lady, più che mai determinata a conquistare la vicepresidenza, in un percorso che sembra ricalcare quello di Hillary Clinton. Ad Amici Spacey ha giudicato le esibizioni dei ragazzi, squadra bianca e squadra blu, ha distribuito qualche consiglio, ha scherzato con Maria. Ma degli Intrighi del potere della Casa Bianca non s’è fatto cenno. E a quanto pare nemmeno nell’intervista esclusiva che, per completare il giro delle grandi testate italiane, nell’occasione ha concesso a Repubblica. Accordi blindati: mai fare pubblicità a Sky, nemico dichiarato.

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Il quale, per rilanciare, ora potrebbe trovare il modo di esibire la fascinosissima Robin Wright, la machiavellica Claire Underwood…