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La fabbrica delle serie americane è ancora nuova?

E se “la nuova fabbrica dei sogni” stesse cominciando a invecchiare? Non dico che sia già vecchia. No. Dico che forse è una fabbrica un po’ matura, che inizia a mostrare qualche segno di cedimento, qualche principio di ruga. La superficie del piccolo schermo – e dei pc, dei tablet, persino degli smartphone, dove i millenials più spesso le guardano – non è più così levigata. La nuova fabbrica dei sogni – Miti e riti delle serie tv americane è il saggio pubblicato da Aldo Grasso e Cecilia Penati (Il Saggiatore), frutto di ricerche e analisi approfondite del genere più in voga nella televisione mondiale, dalla metà del secolo scorso fino a oggi. La conclusione è che la serialità americana è divenuta un genere in piena regola, e che oggi “si fatica a trovare un romanzo moderno o un film che sia più interessante di un buon telefilm”. La tesi è sviluppata da Grasso nel primo capitolo, l’unico da lui firmato (il secondo, di excursus storico, è di Cecilia Penati, mentre gli altri tre – farciti di inglesismi che farebbero impazzire Camillo Langone – non sono firmati). “La serialità televisiva è forse la vera espressione del nostro tempo, al centro di infiniti raggi di vincolante degnità, la via di transito dei molti significati che ci circondano e che spesso ci appaiono illeggibili”. Le serie sono il genere più contemporaneo della tv del terzo millennio. Per linguaggio, innovazione, costruzione dell’immaginario. La loro consacrazione è un fatto conclamato e indiscutibile.

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Don Draper in Mad Men

È sull’americanità del fenomeno che forse si può rivedere l’assunto. Negli ultimi cinque anni si è passati progressivamente dal monopolio pressoché esclusivo di Hollywood alla sua centralità, fino ad un primato che, se pur resta solido, comincia afare i conti con la produzione europea. Ci sono state serie scandinave come The Bridge e The Killing delle quali gli americani hanno realizzato dei remake. C’è stata Gomorra, che è andata in onda in italiano, sottotitolata, nei network d’oltreoceano. Per contro, mentre la produzione a stelle e strisce aumenta, incentivata anche dall’avvento di Netflix, Amazon e Apple, la qualità delle storie, sempre più industrializzate, inizia ad attenuarsi. È soprattutto in termini d’innovazione che le serie americane sembrano perdere penetrazione. Dagli anni zero di Mad Men, LostThe Wire, I Soprano, West WingBreaking Bad, Six Feet Under, Glee, solo per citarne alcuni, negli anni dieci, pur in presenza di una crescita quantitativa, si è passati a House of Cards, True Detective (prima stagione), Mr Robot. Certamente, il primato americano persiste, soprattutto grazie a una produzione che mantiene un livello di sofisticazione medio più elevato. Ma la forbice tra America e Europa si riduce. “Il telefilm – prosegue Grasso – è un misto tra autorialità pura e design, fra idea e fabbrica, una miscela meravigliosa e impossibile di creatività e ripetizione, di ricalco e riscrittura”. La figura cardine di questo sistema è lo showrunner, colui che “fa correre” lo show, mediazione tra creativo-ideatore e produttore esecutivo, che in Europa è comparsa solo di recente. Il libro tratteggia storia e sensibilità di alcuni dei più interessanti tra loro, da J.J. Abrams (Alias, Lost) a Matthew Weiner (Mad Men, I Soprano), da Aaron Sorkin (West Wing, The Newsroom) fino a David Simon (The Wire), mettendone in luce ossessioni e predilezioni, stili narrativi e formule linguistiche. Poi, negli States esiste un canale come HBO, che ha fatto scuola svezzando e formando generazioni di autori e sceneggiatori. E già questo, da solo, basta a tenere ben solide le basi del primato…

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Elliot Anderson, protagonista di Mr. Robot

Il secondo spunto offerto dal volume è che anche i telefilm sono stati vittima della critica alla tv cattiva maestra, ritenuti causa dell’abbassamento della cultura di massa costruita sul minimo comun denominatore. Ci sono voluti decenni per riconoscer loro un adeguato livello di “artisticità”. In verità, non credo che anche per le serie sia valsa la famosa Curva del Dormiglione (Steven Johnson in Tutto quello che fa male ti fa bene, Mondadori). Ovvero che, secondo l’esperienza de Il Dormiglione di Woody Allen, dopo la sveglia fra 150 anni, ci accorgeremo che le merendine e le torte alla crema facevano bene. Nuocciono sempre al colesterolo e alla glicemia e nuoceranno anche fra due secoli. Merendine e salsicce sono reality e cronaca nera raccontata in modo morboso. Non i telefilm, mai stati trigliceridi in eccesso o grassi saturi della dieta. Semmai, da un territorio di esclusiva evasione, hanno conquistato lo status di opera letteraria, in grado di rappresentare la nostra civiltà e, ad un tempo, di psicanalizzarla.

Anche i telefilm si sono evoluti. Da Bonanza a True Detective, da Happy Days a Mr Robot. Rispetto a 40/50 anni fa, ora Hollywood esibisce ossessioni e perversioni, effetti collaterali del sogno americano. Ma a ben guardare, si tratta di sogni comuni anche di qua dell’oceano. Pure in Europa, attraverso le serie si realizza una grande seduta psicanalitica, un processo catartico, un tentativo di esorcizzare e sgravare la coscienza, metabolizzando attraverso la scrittura e lo storytelling, le nostre paure e le nostre deviazioni. “È tutta una questione di personaggi, personaggi, personaggi… Ogni cosa dev’essere al servizio delle persone. È questo l’ingrediente segreto dello show”, ha osservato Damon Lindelof, uno degli autori di Lost. In fondo, tutta la serialità racconta l’ambizione dell’uomo di essere artefice incontrastato delle proprie fortune, di affermarsi attraverso la conquista del potere, del successo, cercando di gratificare il proprio ego in tutti i modi. Spingendo il limite sempre più in là, come si vede anche in Mad Men, in HoC, in Vinyl, in Breaking Bad. Con il rischio che i nostri sogni si tramutino in incubi.

Kevin Spacey, il colpo di Maria che spiazza Sky

Un lungo filmato che riassume la sua carriera di grande attore cinematografico, i due Oscar per I soliti sospetti e American Beauty. Una celebrazione in grande stile. Abito elegante-sportivo, sneakers ai piedi, Kevin Spacey ha partecipato come quarto giudice alla puntata d’esordio serale di Amici (in onda sabato prossimo). Niente male come partenza per il talent di Maria De Filippi. È vero, Maria ha abituato il suo pubblico ai grandi divi di Hollywood. Da Al Pacino a Robert De Niro, da Charlize Teron a John Travolta, da Julia Roberts a Dustin Hoffman fino a Matthew McCounaghey tanto per citarne alcuni, tra C’è posta e Amici son tutti passati da Canale 5. Stavolta però c’è qualcosa di più. Spacey è attore riservato, restio a ospitate e passerelle. Ma soprattutto è il magnetico protagonista di House of Cards, la serie d culto del momento giunta alla quarta stagione, da noi in esclusivissima onda su Sky Atlantic (anche Netflix che l’ha prodotta ha dovuto farsene una ragione). Dunque, nell’immaginario del telespettatore, Spacey è una star in quota Sky.

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Per il lancio delle stagioni, lui che fino a poco tempo fa viveva a Londra, dov’è stato a lungo direttore artistico dello storico Old Vic Teather (ora è tornato negli States dove fa il presidente e produttore della Relativity Media), non è mai venuto in Italia. Quest’anno ha eccezionalmente concesso tre interviste a testate italiane: Corriere della Sera, StampaStudio. Non che per il talent di Maria De Filippi sia sceso appositamente a Roma. Era già qui in vacanza privata, niente cachet milionario. Però, per tutti questi motivi, la sua presenza su una rete Mediaset ha del clamoroso, più che per altre star internazionali. Grazie alle quali De Filippi vanta un ottimo rapporto con le agenzie che si occupano di loro. E quando qualcuno di loro passa dall’Italia, è la prima a saperlo.

Durante la registrazione della puntata, sabato scorso Spacey è stato cordiale ma professionale, friendly con gli altri giudici – Sabrina Ferilli, Loredana Bertè, Anna Oxa e Morgan – quel poco che il meccanismo della traduzione curata da Olga Fernando gli ha permesso. Anche un filo sovrappeso, come appare negli episodi attuali di HoC, in una forma non proprio consona al diabolico presidente americano Frank Underwood. Che, infatti, sta facendosi rubare la scena dalla first lady, più che mai determinata a conquistare la vicepresidenza, in un percorso che sembra ricalcare quello di Hillary Clinton. Ad Amici Spacey ha giudicato le esibizioni dei ragazzi, squadra bianca e squadra blu, ha distribuito qualche consiglio, ha scherzato con Maria. Ma degli Intrighi del potere della Casa Bianca non s’è fatto cenno. E a quanto pare nemmeno nell’intervista esclusiva che, per completare il giro delle grandi testate italiane, nell’occasione ha concesso a Repubblica. Accordi blindati: mai fare pubblicità a Sky, nemico dichiarato.

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Il quale, per rilanciare, ora potrebbe trovare il modo di esibire la fascinosissima Robin Wright, la machiavellica Claire Underwood…

Perché la streaming tv stenta a decollare

Insomma, la streaming tv in Italia non decolla. Stenta. Vivacchia. Pilucca qualche centinaia di migliaia di abbonati ai margini della platea. Qualche giorno fa Repubblica ha parlato di circa 700mila spettatori tra Sky Online, Infinity di Mediaset e Netflix. Nicchie, piccole tribù di impallinati… Ci si attendeva molto dallo sbarco in Italia del colosso di Los Gatos (quasi 75 milioni di abbonati nel mondo), ma nell’ottobre scorso, in sede di lancio, il guru Reed Hastings aveva subito placato l’euforia che agitava i fan della visione sequenziale. Puntiamo ad arrivare ad un terzo delle famiglie italiane in sette anni, aveva detto pronosticando l’andamento lento. Dopo i primi tre mesi di rodaggio, il grafico appare più piatto del previsto.

Avevano, dunque, visto giusto gli analisti e i dirigenti di Sky e Mediaset quando dicevano che l’arrivo di Netflix non li spaventava perché c’era già la loro offerta a saturare la domanda? Un po’ sì e un po’ no. Sì perché, tre soggetti di streaming tv in un mercato debole come il nostro, che peraltro attraversa una fase di crisi, sono oggettivamente tanti. No perché, a ben guardare, nemmeno loro se la passano bene. In quella fetta di 700mila fruitori di streaming tv, 280mila sono quelli connessi a Netflix (110mila i veri abbonati, gli altri ancora nel mese di prova gratuito). Dunque, sempre secondo i dati diffusi da Repubblica, tra Sky Online e Infinity restano circa 400mila abbonati.

Oltre all’eccesso di concorrenza all’interno di un mercato piccolo, un’altra delle ragioni del mancato decollo di Netflix, secondo alcuni osservatori va attribuita alla modestia dell’offerta. Pochi i contenuti esclusivi davvero imprescindibili per un servizio che si propone come un gadget d’élite. La critica ha qualche motivazione, ma non ne sono completamente convinto. Serie come Narcos o Making a Murderer o film come Shame o Spring Breakers sono prodotti di qualità. Esclusivi ed elitari quanto basta. Piuttosto, forse, mischiando nell’homepage serie e film, la loro presentazione può risultare un tantino confusa.

Allora, forse, il punto può essere un altro. Qualche settimana fa, quando raccontavo a una persona informata e di buona cultura che, con una certa fatica, mi ero finalmente collegato a Netflix, mi sono sentito rispondere “che cos’è?”. Più di recente, invece, un amico al quale ho regalato un abbonamento semestrale mi ha detto, in tutta franchezza, che i film li aveva già visti quasi tutti. Franchezza per franchezza, ho risposto che ne dubitavo. Ma ciò che dicono queste risposte, per quanto bizzarre, è che, forse, non è ancora stato ben mirato il target di riferimento. E che anche il passaparola ha bisogno di tempi lunghi se non lunghissimi. Perché, a differenza delle normali pay tv per le quali, dopo un po’, si forma la community dei fans di Gomorra piuttosto che di The Orange is the New Black, lo streaming difetta nella possibilità di condivisione. Cioè, ne ha pochissima e solo in frange decimali di spettatori. Perché, croce e delizia di questo servizio, ognuno guarda ciò che vuole, in modi e tempi assolutamente individuali se non individualisti.

Nonostante l’ottima recensione di Davide Piacenza su RivistaStudio.com, chi parla a cena con gli amici di quella tal scena di Making a Murderer?