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Gabanelli, la Rai perde anche l’ultimo treno

Imbarazzo. Impaccio. Stallo. Il caso Gabanelli è venuto al pettine e sembra proprio che in Viale Mazzini nessuno abbia le dita e la pazienza giuste per scioglierlo. O forse, chi le ha non conta abbastanza, perché la sensazione netta è che il destino dell’informazione Rai sia sempre più deciso altrove, zona palazzo del Nazareno per intenderci. Manca poco a mercoledì 15 novembre, quando le dimissioni dell’ex conduttrice di Report diverranno operative dopo il no all’idea della striscia dopo il Tg1, e tutto tace. Giovedì mattina era fissata una riunione del Cda nel quale si sarebbe dovuto affrontare in extremis la vicenda. Invece, all’ultimo è saltato per un’indisposizione della presidente Monica Maggioni. Dopo la lettera di dimissioni, a precisa domanda se si trattasse di una decisione irrevocabile Milena Gabanelli aveva risposto: «Di irrevocabile c’è solo la morte… e per il momento mi sento abbastanza viva». Il che potrebbe far supporre che i margini per una ricucitura ci siano. Contando su questo spiraglio, il consigliere Carlo Freccero aveva annunciato in un’intervista al Fatto quotidiano che avrebbe presentato al direttore generale Mario Orfeo la proposta di una striscia quotidiana alle 21 su Rai 3 di cinque minuti per fare da traino ai programmi di prima serata, da Report e Cartabianca. Ma fino a mercoledì sera la giornalista dimissionaria ancora non ne sapeva nulla.

La frase sull’irrevocabilità solo della morte fa pensare che una plausibile iniziativa del vertice aziendale, forse anche una striscia serale sulla ex rete di opposizione, sarebbe stata presa in considerazione dalla giornalista. Quando si tratta di abbandonare l’azienda per cui si è lavorato una vita e di ricominciare da capo con editore, metodi e colleghi nuovi e risorse verosimilmente inferiori, ci si pensa due o tre volte. Nei giorni scorsi Freccero, l’unico che ha provato a sciogliere il nodo, ha circostanziato la proposta a Orfeo. Il quale, forse aspettava la riunione del Cda di giovedì, poi improvvisamente saltato. O forse altri semafori rossi sono stati accesi dai palazzi della politica e dagli instancabili commissari del capo. In un’altra intervista l’ex conduttrice di Report ha ribadito, senza scandalizzarsi, che «la Rai è sempre stata in mano alla politica e sempre lo sarà. La differenza sta nella qualità delle persone che la governano». Ma ai ripetuti sms con i quali Freccero ha sollecitato una risposta alla sua «soluzione razionale e corretta a livello di palinsesto perché avrebbe potenziato la programmazione di Rai 3», Orfeo ha finora opposto il silenzio. C’è tempo fino a mercoledì.

La Verità, 10 novembre 2017

Milena chiede la striscia dopo il Tg1. Orfeo che fa?

Il tempo stringe e il caso Gabanelli diventa ogni giorno più complicato. Secondo fonti ben informate la giornalista ed ex conduttrice di Report ha chiesto di tornare in video. Non un «video qualsiasi», bensì una striscia quotidiana dopo il Tg1. Alla maniera del Fatto di Enzo Biagi, per intenderci. Oppure di Pigi Battista e poi di Giuliano Ferrara con Radio Londra. L’idea sarebbe quella di portare su Rai 1 la politica, l’economia e l’attualità con lo stile asciutto e documentato degli articoli che scrive per il Corriere della Sera. Si attende la risposta del direttore generale Mario Orfeo e della presidente Monica Maggioni.

Manca una settimana alla fine del periodo di aspettativa senza stipendio, deciso da Milena Gabanelli contestualmente al rifiuto della condirezione di Rainews24 con delega all’informazione online. Ma del famigerato Piano per l’informazione, all’interno del quale la giornalista dovrebbe trovare la sua collocazione, non si hanno notizie. Con l’avvicinarsi delle elezioni tutto fa pensare che telegiornali e programmi di approfondimento siano intoccabili. L’imminente campagna elettorale, con inevitabile par condicio, sconsiglia innovazioni. Sotto i diktat renziani, non s’è fatto nulla prima perché c’era il referendum costituzionale, figurarsi ora.

In fondo, non c’è da meravigliarsi: il Piano per le news ha provocato una morìa in Viale Mazzini. Sia Carlo Verdelli che lo stesso Campo Dall’Orto sono caduti su questo. Pietra d’inciampo proprio la nomina a direttore di Gabanelli con l’assegnazione una testata autonoma per rifondare l’informazione online sulla quale il servizio pubblico è in pesante ritardo. A fine agosto Carlo Freccero aveva tentato una mediazione proponendo la condirezione di Rainews24. Ma, dopo che il Cda e il dg l’avevano fatta propria, Gabanelli aveva declinato: «Non metto la faccia su un progetto che non firmo. Mi autosospendo». Ora ecco la richiesta di «venire dopo il tg». Del resto, sia Mediaset con Dalla vostra parte su Rete 4, sia La7 con Otto e mezzo, hanno la striscia di approfondimento dopo i telegiornali. La Rai no. Ma, considerato lo zelo di certi vigilanti renziani, c’è da scommettere che continuerà a esserne priva. Con il rischio di vedere un’altra grande giornalista accasarsi altrove.

La Verità, 24 ottobre 2017

«L’Arena» fa ascolti e utili, perciò la chiudono

Tutti, giustamente, concentrati su Fabio Sazio. E sul suo nuovo, faraonico contratto: 11,2 milioni in quattro anni. (A proposito: da quando si fanno contratti a così lunga scadenza? Di solito non si fanno di due in due, con eventuale opzione?) Però, che ne dite se, per un momento, parliamo del caso Giletti? Che, anche se potrebbe sembrarlo, non è uno scherzo. Il Consiglio d’amministrazione di Viale Mazzini riunito sotto la regia di Monica Maggioni e con la partecipazione ordinaria del neodirettore generale Mario Orfeo, ha deciso di chiudere L’Arena di Rai 1. Così, d’emblée, senza farsi troppe remore. Il suo conduttore è stato dirottato al sabato sera per dodici show musicali. Si sa, la presentazione dei palinsesti incombe (mercoledì a Milano). E quindi giornalisti e presentatori rimbalzano da una rete all’altra, da un pomeriggio festivo a una prima serata feriale, da un programma giornalistico di comprovato successo a uno show d’intrattenimento da inventare. Il tutto, com’è accaduto a Massimo Giletti, senza una discussione o un coinvolgimento decisionale. Anche tra i volti storici della Rai ci sono figli e figliastri. C’è chi è super coccolato e accontentato. E chi viene spostato da una casella all’altra senza essere consultato. Con il risultato di apprendere del nuovo impiego da qualche indiscrezione via Internet o dei giornali. Del resto, se la buona educazione non la si impara da piccoli, difficile la si sappia esercitare una volta seduti sul cavallo di Viale Mazzini.

Modi a parte, la vicenda dell’Arena è significativa per parecchi altri motivi. Ideato e condotto da Giletti e giunto alla dodicesima stagione, il programma può vantare una media di ascolti superiore al 20% di share, quasi 4 milioni di telespettatori, che lo ha reso sempre vincente sulla concorrenza. Da rubrica di Domenica In e interamente prodotto in Rai, il talk show è progressivamente cresciuto, fino a conquistare piena autonomia dal contenitore domenicale, di cui, occupando le prime due ore del pomeriggio, è divenuto addirittura il traino. Non a caso, in questi anni, il conduttore dell’Arena è rimasto lo stesso, mentre quelli di Domenica In sono cambiati. Nell’ultima stagione, grazie agli introiti pubblicitari provenienti da una quarantina di spot, il talk ha prodotto un utile di 7 milioni di euro. Basterebbero questi numeri per mettere L’Arena tra i titoli intoccabili appartenenti al patrimonio del servizio pubblico.

Berlusconi all'Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Berlusconi all’Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Al conto economico attivo, va poi aggiunto il valore editoriale del programma, ripreso spesso dai media per i suoi colpi giornalistici. In questi anni Giletti ha condotto numerose inchieste contro la casta, smascherando scandali come i ritardi nella ricostruzione del terremoto in Umbria, il riciclaggio del denaro proveniente dalla vendita della casa di Montecarlo di Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, l’esorbitante numero di guardie forestali nelle regioni del Sud, l’abusivismo in Sicilia… Ha intervistato i politici di tutti gli schieramenti senza mai farli sentire troppo a loro agio, da Mario Capanna a Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, il quale mancò poco che abbandonasse lo studio a causa delle domande poco compiacenti. Insomma, pur privo di sponsorizzazioni griffate perché non iscritto al megapartito del politicamente corretto, L’Arena è un esempio di giornalismo anarchico e restio ai diktat del Palazzo, chiunque sia il suo principale inquilino.

Quando è stato nominato direttore generale, si temeva che il sonno di Orfeo sarebbe calato sull’informazione della tv pubblica, peraltro pagata dai cittadini di tutti gli orientamenti e quindi tutti detentori del diritto di essere rappresentati. Invece, ai palinsesti si applica la tecnica del «panino» in auge nei tg governativi, dove il sottile lo strato dell’opposizione è schiacciato tra la fetta di Palazzo Chigi e quella della maggioranza di governo. Fonti beninformate riportano che, per giustificare la chiusura dell’Arena, il dg abbia parlato del bisogno «di tranquillità e di serenità» del pubblico nel dì di festa. Chissà perché è un bisogno che spunta sempre quando ci sono di mezzo programmi dissonanti rispetto alla voce del padrone. Per dire, un anno dopo, la soppressione di un talk di approfondimento come Virus non ha ancora trovato una motivazione plausibile. E l’avvicendamento alla direzione del Tg3 di Bianca Berlinguer con Luca Mazzà e la scelta di Ida Colucci al Tg2 ha, per la prima volta nella storia Rai, uniformato tutti tre i telegiornali generalisti alla linea della maggioranza di governo.

Con la soppressione dell’Arena l’omologazione si espande ulteriormente (si salva solo Porta a Porta). Forse, l’unica pecca di Giletti è stata, lo scorso autunno, aver battuto con Viva Mogol un programma di Maria De Filippi, solitamente incontrastata dominatrice del sabato sera. Un successo che si è trasformato in un boomerang per il giornalista. Sul contratto del quale non sono circolate cifre, a differenza di quello predisposto per il conduttore di Che tempo che fa. A questo proposito, non si fermano le polemiche. Michele Anzaldi, responsabile della comunicazione del Pd, ha presentato un esposto a Corte dei Conti e Anac, mentre il grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza, ha detto: «Quando era stato preventivato di toccare lo stipendio a Fazio, classico comunista col cuore a sinistra e portafogli a destra, voleva scappare in un’altra tv». Tuttavia, non è detto che la lievitazione del cachet funzionerebbe con Giletti (già in passato segnalato vicino a Mediaset). Il quale, più che al portafoglio, tiene alla sua creatura televisiva. Che invece è stata soppressa.

È vero, avrebbe tutte le caratteristiche per sembrare uno scherzo. Invece.

La Verità, 25 giugno 2017

Tutto chiaro, sulle notizie cala il sonno di Orfeo

Diradata la foschia, il capo del tg più allineato è diventato direttore generale della Rai. Più chiaro di così? La nomina di Mario Orfeo (a proposito: sarà dg o ad?) è la chiusura del cerchio, la prova del nove, la pistola fumante del pasticciaccio brutto di Viale Mazzini. Orfeo era dal primo momento il candidato dell’inner circle renziano: da Matteo Renzi a Maria Elena Boschi, passando per Luigi Lotti. Mai una lamentela, mai un problema da loro. Anzi, canali lubrificati e connessioni rapide. Gestione perfetta della campagna referendaria con sordina messa agli esponenti del No. Ridimensionamento dello scandalo Consip. Nell’agenda del neodg non mancano buoni rapporti anche con settori del centrodestra, tanto che la nomina è stata condivisa anche in cda, con l’eccezione di Carlo Freccero.

Antonio Campo Dall’Orto ha lavorato due anni per trasformare un’azienda di comunicazione obsoleta in media company. Ha commesso qualche errore, chi non ne fa? Ma si era fatto la balzana idea che la Rai andasse riformata e portata nel Terzo millennio. Pittoresco, quel Campo Dall’Orto. Di tutto ciò alla politica non fregava una beata mazza. C’era il referendum costituzionale e ora si avvicinano a grandi passi le elezioni, con la legge che si riuscirà ad arrangiare senza il concorso dei grillini. Complice, non si sa quanto consapevole, Monica Maggioni, che ora si vede scavalcata dalla scelta di un ex direttore del Tg2 e del Tg1, ha vinto la linea di Michele Anzaldi, il pasdaran renziano che un giorno sì e l’altro pure seppelliva sotto gragnuole di ultimatum giornalisti e conduttori non allineati al verbo del capo.

Tre indizi facevano già la prova. Prima il clamoroso flop di Politics di Gianluca Semprini con il recupero dell’irrequieta Bianca Berlinguer (rimossa dal Tg3) aveva molto innervosito gli ambienti renziani. Poi la bocciatura del piano per le news di Carlo Verdelli, senza possibilità d’illustrarlo in cda, aveva costretto alle dimissioni l’autore. Infine il semaforo rosso allo stesso piano riveduto con la scabrosa proposta di nominare Milena Gabanelli alla direzione del portale Rainews.it è stato il colpo di grazia su CDO. Poche chiacchiere, lo scoglio era il controllo dell’informazione. Altro che la media company, gli stipendi degli artisti e balle varie. Ora di indizi ce ne sono addirittura quattro e tutto è lapalissiano. La nomina di Orfeo, il normalizzatore inviso ai 5 Stelle, quadra il cerchio. La copertura si completerà con la promozione di Antonio Di Bella al Tg1 (o di Andrea Montanari). Per una volta il «solito ignoto» è stato scoperto rapidamente. Si sa, quando si avvicinano le elezioni… «Mario Orfeo, è lei che gestirà la Rai per conto del Pd renziano e della nuova Forza Italia durante la campagna elettorale?». Sì, è lui. Fine delle trasmissioni.