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«Con The Place svelo la nostra anima nera»

Un regista romano, cinquantaduenne, fuori da giri e girotondi chic. Paolo Genovese ha nel curriculum una laurea in economia e commercio e una militanza di sinistra. Abbandonate entrambi. Nel 2016, dopo aver vinto tutti i premi italiani e qualcuno anche all’estero, il suo Perfetti sconosciuti chissà perché non è stato candidato all’Oscar. Questo per dire come gira il fumo nelle stanze del cinema che conta. Ora è appena uscito The Place (prodotto da Marco Belardi e Medusa), una commedia dal retrogusto amaro, con un cast notevole, una sceneggiatura solida e un protagonista enigmatico fino alla fine, interpretato da un grande Valerio Mastandrea. Forse uno psicologo. O la coscienza, il destino, un guru. O il diavolo, probabilmente, a cui si rivolgono i vari Alessandro Borghi, Rocco Papaleo, Giulia Lazzarini (e numerosi altri) per soddisfare il desiderio sinonimo di felicità: ritrovare la vista, trascorrere una notte con la pin up del calendario, veder guarire il marito dall’Alzheimer…

Qualcuno ha scritto di capolavoro, altri prevedono un nuovo successo.

«Non sono affatto sicuro che The Place sarà un successo. Dopo Perfetti sconosciuti ho scelto una storia diversa. A volte ci si adagia, si va sul sicuro, si fa il sequel. Io ho preferito rischiare per ripagare la fiducia del pubblico, reinvestendo il credito accumulato. I fratelli Taviani dicono che si può dare al pubblico non ciò che di sicuro gli piacerà, ma ciò che ancora non sa che potrebbe piacergli».

Facciamo un passo indietro. Lei è laureato in economia e commercio: poi cos’è successo?

«Non vengo da una famiglia cinematografica e il regista non è un lavoro in cui è scontato farcela. Come tanti ragazzi ho avuto bisogno di lavorare. Ho studiato per avere un piano B, ma mentre ero all’università scrivevo cortometraggi, avevo una piccola compagnia teatrale. Dopo il primo impiego in una multinazionale americana ho avuto la fortuna di entrare in McCann Erickson, una grande agenzia pubblicitaria dove ho fatto i primi spot. Girai un corto che ebbe successo e fu notato da Amedeo Pagani, Andrea Occhipinti e Gianluca Arcopinto che ci diedero l’opportunità di fare il primo film».

Ha lavorato a lungo con Luca Miniero: poi cos’è successo?

«Abbiamo cominciato per gioco e fatto tre film insieme. Quando il cinema è diventato una cosa seria abbiamo sentito l’esigenza di raccontare ognuno le proprie storie».

Era militante di estrema sinistra: poi cos’è successo?

«Essendo nato nel 1966 appartengo alla generazione che non ha fatto né il ’68 né il ’77. In università credevamo nella sinistra, seppure con un pizzico d’ironia. Piano piano l’ideologia di riferimento si è disgregata, non sapevamo più dove trovare la sinistra. Ci sentivamo come quando perdi le chiavi di casa. Poco alla volta ho smesso di interessarmi di politica e ho cominciato a impegnarmi nel volontariato, dove non c’era bisogno di colori e bandiere».

Anche nel suo cinema non c’è traccia di ideologie: «Le persone al centro della scena», ha detto in una intervista.

«Sentir dire “il mio cinema” mi fa sorridere. Faccio questo lavoro perché mi è sempre piaciuto raccontare storie. Anche da bambino tenevo diari, scrivevo… Allora non sapevo che quello del regista era un lavoro che poteva incarnare questa passione. Sì, le persone con i loro sentimenti sono al centro. Spero che i miei film facciano emozionare. Sono commedie in cui si ride e sorride, ma più importante è l’elemento drammatico».

Tre motivi per cui The Place dovrebbe funzionare.

«Ha un cast strepitoso. Tratta un tema devastante, una grande metafora: cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi? È un’occasione per una riflessione che forse non vorremmo fare durante la pizza post cinema».

Il cast di The Place: «La nazionale degli attori», dice Genovese

Il cast di The Place: «La nazionale degli attori», dice Genovese

La sceneggiatura innanzitutto: come nascono le idee?

«Cerco sempre una chiave inedita. Dal tempo dei fratelli Lumière tutto è già stato raccontato. Perciò bisogna cambiare la lente d’ingrandimento per rendere la storia interessante agli occhi del pubblico. In Perfetti sconosciuti dai cellulari che hanno stravolto le nostre vite affiorano segreti, tradimenti, cose indicibili. Per The Place ho tratto ispirazione da una piccola serie americana a sfondo etico in cui un demiurgo può tutto».

Che cosa legge e che cosa guarda?

«Guardo tutto il cinema italiano perché mi piace e m’interessa. Per cercare nuovi attori, studiare nuove tecniche. Ai festival internazionali seguo le cinematografie minori, non solo i blockbuster americani. Poi seguo la serialità. Trovo che il livello di scrittura e la profondità dei dialoghi raggiunto dalle serie sia da scuola. La lettura, purtroppo, è finalizzata alla ricerca di storie per il cinema».

Come ha scoperto The Booth at the End che ha ispirato The Place?

«Una notte vagando nei meandri di Netflix ho trovato questa serie nata per il web fatta di episodi di 15 minuti».

E da lì?

«L’ho segnalata a Mastandrea, siamo amici. Dopo qualche giorno mi ha detto: io faccio lui».

E lei?

«Era perfetto. Il suo personaggio non ha storia e rimane avvolto nel mistero, serviva un attore che avesse capacità di recitare per sottrazione».

Anche qui come in Perfetti sconosciuti i protagonisti hanno un lato oscuro. L’uomo è diviso, ha due vite?

«In Perfetti sconosciuti mi chiedevo quanto poco conosciamo gli altri, in The Place quanto poco conosciamo noi stessi. Lì non volevano svelarsi, qui andare in profondità ci fa paura. Molti di noi non sono costretti a scoprire la propria anima nera e, come dice il personaggio di Giulia Lazzarini, chi non deve farlo è fortunato. Se mi trovassi in una di quelle situazioni l’asticella della mia moralità si abbasserebbe o si alzerebbe?».

Situazioni al bivio tra bene e male.

«Negli ultimi tempi, pensando all’evoluzione dei social, mi sono accorto che siamo diventati tutti molto giudicanti, pronti a puntare il dito per gli scandali politici, economici e di costume. Allora un film che ci costringesse a giudicare noi stessi mi sembrava interessante. Non esistono il male e il bene assoluti, ma percorsi che non sempre ci pongono degli aut aut. Dostoevskij diceva: ≤Non c’è niente di più facile che criticare il male, molto più difficile è comprenderlo≥. Nella nostra coscienza siamo soli e agiamo senza condizionamenti e senza considerare le conseguenze che le nostre scelte hanno sugli altri».

Perché il nostro cinema fatica a raccontare questo tempo?

«Penso che la difficoltà di questi ultimi anni sia la profonda trasformazione delle classi. Fino all’epoca dei miei genitori le classi erano differenziate da comportamenti definiti. Trent’anni fa, per dire, non c’era il divorzio. Il mutamento delle classi, l’avvento delle famiglie allargate, il ruolo assunto dalle donne, l’accettazione del diverso: tutti questi cambiamenti non sono ancora rifluiti nel cinema. In tanti film si coglie la forma e non la sostanza di questi mutamenti. Se il pubblico non si riconosce e non si immedesima significa che usiamo strumenti sbagliati per conoscere e raccontare l’animo umano».

È rimasto male quando Perfetti sconosciuti non è stato candidato come film italiano all’Oscar?

«Sì. È brutto che lo dica io, ma mi è spiaciuto molto. Pensavo che un film che aveva vinto tutti i premi italiani e il Tribeca festival avesse qualche possibilità sulla strada per l’Oscar. In fondo, prima della Grande bellezza di Paolo Sorrentino l’avevano vinto due commedie come Mediterraneo e La vita e bella. Invece è stato curiosamente ricandidato un documentario che già lo era nella sua categoria (Fuocoammare, ndr)».

Una scena di Perfetti sconosciuti. Genovese: «Ancora non mi spiego perché non fu candidato all'Oscar»

Genovese: «Ancora non mi spiego perché Perfetti sconosciuti non fu candidato all’Oscar»

Che spiegazione si è dato? Forse non appartiene alle consorterie giuste?

«Non lo so. Non ho trovato spiegazioni. Dopo che Paolo Virzì aveva spontaneamente ritirato dalla corsa La pazza gioia sembrava quasi scontata la candidatura del mio film. Per questo ci sono rimasto male. Il fatto che avrebbe avuto qualche chance è stato confermato dal successivo apprezzamento internazionale».

Il suo scopo è ridare alla commedia profondità d’autore?

«Il cinema che riconosciamo come migliore, quello di Dino Risi, Ettore Scola, Mario Monicelli, era fatto di commedie che si rivolgevano a tutti eppure avevano grande profondità. Quando sei in una sala di Mosca o di Detroit capisci se il tuo lavoro è autoreferenziale o interessa anche lì. Allora puoi girare un film tutto dentro una stanza. Immaturi, per esempio, non aveva questo respiro».

Lei sembra avere uno sguardo diverso da quello che domina il cinema intellettuale.

«Mi ritengo un intellettuale nel senso che lavoro con l’intelletto. Le mie storie appaiono diverse perché le scelgo, anche in modo viscerale, in base a ciò che mi diverte raccontare. Altri partono dall’impegno, dalla denuncia».

Sta già lavorando al prossimo film?

«Dovrebbe intitolarsi Il primo giorno della mia vita: parla dell’opportunità di ricominciare dopo che si è toccato il fondo. È una sceneggiatura originale, probabilmente sarà girato in America, in inglese».

A proposito di anima nera, ha scoperto la sua?

«Alla domanda su cosa sono disposto a fare per diventare regista ho risposto a 24 anni buttando nel cesso una laurea e un posto fisso in una multinazionale americana. Ma in questo non c’è nulla di moralmente dubbio. Quanto alla mia anima nera, l’ho scoperta, ma non è argomento di interviste. Posso dire che come limite mi sono sempre messo il rispetto degli altri. Cioè, vorrei che l’eventuale compromesso con me stesso non danneggiasse altre persone».

Se volesse vincere l’Oscar e io, come Mastandrea, le dicessi: si può fare, ma dopo dovrebbe cambiare mestiere, come risponderebbe?

«Risponderei di no. Non potrei pensare di vivere senza la possibilità di raccontare storie».

La Verità, 12 novembre 2017

 

Spotlight, le leggi del giornalismo e quelle del cinema

Probabilmente, come ha autorevolmente decretato l’Osservatore romano, Il caso Spotlight “non è un film anticattolico”. Ma neanche un film da Oscar. Privo d’invenzioni registiche e narrativamente poco originale, è un film ben scritto e ben recitato. Qualche critico l’ha definito addirittura “il migliore dell’anno”, e così la pensa la potente Academy di Los Angeles che l’ha insignito del massimo premio. Tuttavia, stando così le cose, più che l’estetica narrativa, elogiato e premiato pare il tema civile dell’opera su cui non può non essere universale il sentimento di condanna. Ma se questo è il meglio del cinema mondiale, bisogna dar ragione a chi sostiene che ormai, con le sue sperimentazioni e i suoi linguaggi, la serialità televisiva l’abbia ampiamente surclassato.

Il caso Spotlight è un film nella tradizione del reporter movie che descrive il giornalismo come “cane da guardia del potere”, alla maniera di Tutti gli uomini del presidente (Alan Pakula, 1976) e del cinema di Sidney Lumet, cui il regista Tom McCarthy ha detto d’ispirarsi. Solo che qui, anziché il Watergate, ci sono da svelare le centinaia di abusi sessuali su minori commessi dal clero, dagli anni ’70 in poi, nella diocesi di Boston. E soprattutto c’è da provare il “sistema” di omertà adottato dall’allora arcivescovo Bernard Law, il quale si limitava a spostare in un’altra parrocchia il sacerdote accusato.

Quello di McCarthy è un lavoro ancorato alla storia dell’inchiesta condotta tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 dai quattro giornalisti (interpretati da Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Matty Carroll) della redazione Spotlight (riflettore) del Boston Globe. Fu il nuovo direttore (impersonato da Liev Schreiber) a far riprendere le ricerche trascurate qualche anno prima, concedendo tempi lunghi alle verifiche di fonti e documenti, nella tradizione di quel giornalismo investigativo ormai scomparso ovunque, per sempre più stringenti ragioni di bilancio. Quell’inchiesta, che sfociò nelle dimissioni del cardinal Law, divenne giustamente il modello di altre investigazioni che negli anni hanno portato alla luce la metastasi della pedofilia diffusa in tanti altri oratori e scuole religiose, dall’Australia all’Irlanda, dal Canada alla Germania. Proprio la lunga lista di quelle situazioni che precede i titoli di coda, insieme con l’indicazione che l’ex cardinale Law è stato trasferito in Santa Maria Maggiore a Roma, congeda lo spettatore con un senso di profonda amarezza. In realtà, assimilato a una promozione, quel trasferimento segnò l’uscita di scena definitiva del porporato. Inoltre, non è questa la sola ambiguità del Caso Spotlight, un film non anticattolico ma lacunoso sì.

Mettendo al centro la redazione del Boston Globe, il regista si esenta dall’impegno di citare una parte non secondaria della storia. Nel giornalismo che il film stesso esalta, si chiama “dovere di completezza” o anche “diritto di replica”. Ma siccome il cinema ha altre regole, dei pronunciamenti e delle contromisure della gerarchia contro la pedofilia non v’è traccia. Dalle linee guida dei vescovi americani contro i crimini sessuali del 1992 alla “tolleranza zero” della Conferenza di Dallas del 2002; oppure dai pronunciamenti di Benedetto XVI ai più recenti provvedimenti di Bergoglio: sarebbe bastato citare anche questi prima dei titoli di coda. Nel film, invece, i giornalisti-investigatori incalzano con un eloquente “stai dalla parte giusta?” chi stenta a collaborare. O di qua o di là: e così, sebbene uno dei protagonisti proclami che “non è in gioco la fede ma la conoscenza”, si arriva alla scontata conclusione che una cosa esclude l’altra.