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«Non ha spazio il cinema che racconta il sacro»

Un fraticello balbuziente. ¡Un monaco cappuccino che ascoltava. Un pastore che prendeva l’odore delle pecore, alle quali diceva: «Butta tutto sulle mie spalle». Proprio da questa frase il regista padovano Antonello Belluco ha tratto On my shoulders – Sulle mie spalle, il film che da qualche giorno è nei cinema del Triveneto. Il protagonista di questa storia è padre Leopoldo Mandić, un frate di origine croata che ha vissuto gli anni tra la Prima e la Seconda guerra mondiale a Padova, e che Giovanni Paolo II ha proclamato santo nel 1983. Siccome balbettava, scelse di ascoltare, trascorrendo le sue giornate in confessionale. Francamente, niente di meno cinematografico. Ma Belluco, 64 anni, di formazione pubblicitaria, autore di Antonio, guerriero di Dio, sul santo cittadino più famoso, poi del Segreto di Italia, con Romina Power, sull’eccidio di Codevigo perpetrato dai partigiani nel 1945, è uomo di scommesse donchisciottesche. Al di là della scelta del soggetto, come definire diversamente di questi tempi l’idea di scrivere, produrre e dirigere un film in totale solitudine? E di farlo uscire adesso che i cinema sono appena socchiusi?

Belluco, lei è più incosciente o più testardo?

«Diciamo un misto delle due cose. Quando mi metto in testa una cosa è difficile che non la finisca. Se penso a quanto mi è costato questo film…».

Doveva tenerci parecchio. Perché?

«Per un fatto di famiglia. Abitavamo vicino al convento, già allora meta di pellegrinaggi. La nonna, che mi ha fatto da madre, si preoccupava che avessi sempre in tasca un santino di Padre Leopoldo».

È cresciuto all’ombra di questo frate?

«Da bambino mi divertivo a buttare un soldino nel pozzo del ’500 che, essendo illuminato, faceva scintillare le monetine. Era un gioco».

L’idea di farci un film come le è venuta?

«Nel 2013 il film su sant’Antonio aveva completato il suo ciclo: perché non farne uno anche su Leopoldo? Poteva essere la pensata di un momento, invece, il giorno dopo, un amico mi regalò la prima biografia sul frate scritta dopo la sua morte. Da quel momento l’idea si è piazzata in testa. Ma c’era un problema…».

Cioè?

«Antonio, arrivato a Padova dal Portogallo, era protagonista di una vita avventurosa, mentre Leopoldo stava in confessionale».

Non proprio una vita da film.

«Esatto. Ma in quel libro c’era la storia dell’imprenditore che stava per suicidarsi se lui, con l’aiuto di un altro sacerdote, non fosse intervenuto».

I finanziamenti come li ha trovati?

«Rapinando la Banca d’Italia… La Film commission del Veneto aveva deliberato 70.000 euro, come per altri registi. Solo che, mentre loro hanno avuto la somma decisa, a me ne sono arrivati 46».

Motivo?

«I soldi erano finiti. Quando è giunto il mio turno non ce n’erano più».

Un caso?

«Chissà… Constato che questi registi locali sono regolarmente invitati alla Mostra di Venezia».

A quel punto cos’ha fatto?

«Ho chiesto un fido in banca».

Altri aiuti?

«Sì, da imprenditori, da qualche fondazione, dalla legge sulla tax credit. Avessi potuto contare sulla somma promessa della Film commission mi sarei risparmiato i conti in rosso».

Morale?

«I criteri di assegnazione dei fondi mi sfuggono. Questo è un film girato tutto a Padova e sull’Altopiano di Asiago, in territorio veneto. A volte vedo finanziamenti a opere che si allargano in più regioni…».

È così difficile capire le regole della distribuzione dei fondi pubblici del cinema?

«Sia al Mibac che alla Film commission bisogna compilare una scheda tecnica che attribuisca un valore al regista, ai produttori, agli attori e alla sceneggiatura, che però conta poco. Queste schede formano dei punteggi che vengono presentati al ministero. Anche i premi come il David di Donatello comportano dei punti, mi pare trenta, mentre le nomination valgono dieci. I funzionari fanno la somma e il gioco è fatto».

Che gioco?

«Quello per cui la spuntano sempre le grosse produzioni, già affermate. Nei premi e nell’accesso ai fondi vincono sempre i soliti noti. Una compagnia di giro, a discapito dei giovani».

Che bilancio fa del rapporto con le istituzioni e l’industria cinematografica?

«Quando qualche tempo fa ebbi occasione di parlare con Nicola Borrelli, direttore generale per il cinema del Mibac, mi disse che in quel momento c’erano più di 180 opere in attesa della valutazione dei tre commissari incaricati. Gli chiesi, e tuttora mi chiedo, come avrebbero potuto analizzare adeguatamente tante sceneggiature in un così breve lasso di tempo».

Domanda senza risposta?

«Anche il professor Gian Piero Brunetta, che per tanti anni ha partecipato a quelle commissioni, una volta mi disse che era uno dei pochi a leggere davvero le sceneggiature».

C’è spazio oggi per un cinema di orientamento cristiano?

«Ora come ora no. Se proponi un film sull’immigrazione o sull’ideologia transgender le attenzioni sono massime. Se porti una storia che abbia a che fare con il cristianesimo ti guardano strano: è roba del passato. Se non avessi creato la mia casa di produzione (Eriadorfilm ndr), non avrei potuto girare il film su Sant’Antonio, poi Il segreto di Italia, scrivere la sceneggiatura di Rosso Istria e neanche realizzare quest’ultimo lavoro. Al massimo avrei potuto girare delle storie miracolistiche, sulle quali di sicuro la critica si sarebbe accanita. A parte che lo farà lo stesso…».

La critica è decisiva?

«Certo. Un cinema attento al sacro non gode di aperture di credito. Vince il cinema astuto, espressione del pensiero unico, che appaga i giovani che prediligono la cultura dell’edonismo e del nichilismo».

Perché una storia di un secolo fa dovrebbe dire qualcosa di significativo nel 2020?

«Come si vede, dopo la crisi del 1929 c’erano imprenditori che pensavano al suicidio. In anni recenti proprio nelle nostre città alcuni industriali si sono dati la morte nelle loro fabbriche. Ora stiamo vivendo una grave crisi sanitaria che ha già avuto e avrà conseguenze sui bilanci delle famiglie. Finiti i soldi dell’assistenzialismo, se non si troveranno forme di accettazione di questo stato sociale, rischiamo l’assalto ai forni di manzoniana memoria. Personalmente, vedo una possibilità di rinascita nel ritorno al sacro, nel recupero dei contenuti della fede che abbiamo perso per strada».

È ottimista?

«Insomma… Le famiglie di oggi ignorano il messaggio cristiano. Quando parlo con i giovani mi sento dire che non conoscono una preghiera, che non sanno chi sia Gesù».

Perché oggi un frate confessore dovrebbe essere una figura significativa?

«Perché manca totalmente il rapporto personale. Comanda la tribù, il gruppo di appartenenza che si crea attraverso la moda e le mode. Ma sono rapporti di superficie, basta vedere cosa passa nei social. Leopoldo trasmette un senso di casa, di ascolto, di comprensione, di appartenenza a qualcuno di vero che ci insegna cos’è la compassione, il patire con. Tra l’altro, proprio quest’anno è stato proclamato patrono dei malati di cancro».

Com’è stato dirigere in questo ruolo Paolo De Vita, un attore che si dice ateo?

«Gli attori sono professionisti, è il regista che plasma i personaggi e il modo di renderli. L’attore lo scegli per la gestualità e la capacità di interpretazione, se è un professionista si spoglia delle sue opinioni. De Vita ha mostrato grande disponibilità a far crescere questo Leopoldo con la sua carica umana».

In tempi di misericordia proclamata a parole un frate come Leopoldo meriterebbe maggiore visibilità?

«Nel 2016, anno del Giubileo della misericordia, le salme di Padre Pio e di Padre Leopoldo furono esposte nella basilica di San Pietro. Fu registrata anche una puntata di Porta a porta, ma ricordo che si parlò quasi interamente di Padre Pio. Il Papa è molto sensibile al tema della misericordia. Io ho realizzato questo film perché credo che la testimonianza di Leopoldo meriti di essere conosciuta».

È un film che verrà visto fuori dai circuiti delle sale parrocchiali?

«Altre catene di esercenti ce lo stanno chiedendo. In aprile avevo prenotazioni da 600 sale, adesso il 60% dei cinema è chiuso, mentre quelli aperti possono ospitare fino al 40% della capienza».

Come si è avvicinato al cinema?

«Grazie ai soliti nonni, con i quali andavamo spesso al cinema. Ho visto tutti i classici, Il Gattopardo, Il dottor Stranamore, Lawrence d’Arabia, Ombre rosse…».

Chi è stato significativo per la sua formazione di regista?

«Noi siamo una specie di imbuto del cinema degli altri. Ho amato Steven Spielberg, Clint Eastwood, Ridley Scott. Alla macchina da presa ferma davanti alla scena preferisco quella che va a cercare il dettaglio, i silenzi dei volti».

Si ispira a qualcuno in particolare?

«Quando avevo 21 anni mi affascinò il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Mi piacevano i registi che sapevano entrare nelle corde dell’anima più di quelli del filone realistico-documentaristico. Un altro che citerei è Terrence Malick della Sottile linea rossa con Jim Caviezel».

Protagonista della Passione di Cristo di Mel Gibson.

«E che avrebbe dovuto essere il mio sant’Antonio, ma declinò perché non voleva fossilizzarsi su film di contenuto religioso. Così ho virato su Jordi Molla che avevo visto in Bad boys 2».

Cosa pensa della decisione dell’Academy di premiare i film che rispettano quote di rappresentanza delle diverse minoranze?

«Ormai anche gli scacchi sono razzisti perché muove prima il bianco. Fissare delle quote vuol dire uccidere l’arte, la fantasia, l’espressione spirituale. Realizzare un’opera cinematografica diventa mercanteggiare percentuali. Non credo sia libertà».

Una volta gli artisti erano anticonformisti oggi sono allineati al pensiero dominante?

«L’artista è sempre stato controcorrente, provocatorio, uno che guarda avanti perché ha una libertà che può risultare eversiva. Ora, complice la globalizzazione, la grande industria pretende che tutto sia omologato e parcellizzato. Ma così assistiamo al crollo della spinta ad andare oltre per migliorare le cose».

 

La Verità, 20 settembre 2020

«Non riusciranno a dividere Giorgia e Matteo»

Ragazza nell’associazionismo cattolico, attrice, conduttrice televisiva, un passato prossimo in Forza Italia come portavoce nazionale e parlamentare europea e un presente in Fratelli d’Italia, membro dell’esecutivo nazionale del partito più in crescita del momento. Padovana, in politica dal 1994, Elisabetta Gardini ha diverse stagioni da raccontare. Non è una che sgomita per mettersi in evidenza come tante sue colleghe, ma quando va, raramente, in tv, lascia il segno. Qualche giorno fa, ospite di Agorà su Rai 3, ha sotterrato la povera Barbara Lezzi, 5 stelle, sulla riforma della prescrizione: «Siete un movimento giustizialista, massimalista, manettaro, vorreste mettere tutta l’Italia sotto processo in eterno».

Che cosa disapprova maggiormente della riforma del ministro Alfonso Bonafede?

«Come ha scritto l’ex procuratore della Repubblica Carlo Nordio è una riforma aberrante, che stabilizza lo stato di imputato e viola diritti fondamentali come l’equo processo, la presunzione di innocenza, i tempi ragionevoli. I tempi eterni rendono ingiusta qualsiasi sentenza. L’Italia è già stata condannata più volte dall’Unione europea per la lunghezza dei processi. Sono convinta che sarà sonoramente bocciata».

Il governo cadrà o, pur di non andare a votare, troveranno un accordo?

«Come abbiamo visto eravamo su scherzi a parte. Faranno di tutto per andare avanti, ma non credo arriveranno a fine legislatura».

Ricominciamo: suo padre era pittore.

(Mostrandomi i suoi quadri sul telefonino) «È mancato sei anni fa. Presto, finché c’è mia madre, organizzerò una retrospettiva con le sue opere. Al liceo, con un tema su di lui ho preso uno dei più bei voti in italiano. Raccontavo che il nostro rapporto era conflittuale, ma attraverso i suoi quadri scoprivo un padre diverso».

Che cosa le ha lasciato?

«Un grande amore per l’essere umano e un esempio di coerenza. Diceva che chi crede in un principio non deroga. Che se lo scalfisci, il principio è destinato a scomparire. Negli anni della contestazione non era un concetto facile da accettare. Anche lui ammetteva debolezze e fragilità, ma diceva che il principio non deve essere intaccato».

È di formazione cattolica?

«Ero dell’Azione cattolica. Frequentavo le associazioni del volontariato, gli scout, Operazione Mato grosso. Stavo lontano dalla politica, negli anni Settanta non era salutare. Ho avuto compagni di classe finiti in galera. A Padova abbiamo visto Franco Freda e Giovanni Ventura, le Br, il sequestro Dozier, l’attentato alla Sinagoga. La politica faceva paura e non attraeva i giovani. Come anche adesso».

Le sardine non sarebbero d’accordo.

«Ma sono giovani? Se guardiamo l’età media di quelle piazze… Il capo ha 32 anni. In Italia lo consideriamo giovane, all’estero sono padri di famiglia».

Quasi un anno fa ha lasciato Forza Italia: che cos’ha trovato in Fratelli d’Italia?

«La casa dove ci sono i miei valori. Quelli che Forza Italia ha abbandonato, diventando un partito privo d’identità, con un leader che tenta di resistere, ma è circondato da un gruppo di persone, a cominciare da Antonio Tajani e Mara Carfagna, che poco hanno a che fare con la cultura del centrodestra. Fdi è un partito coerente, guidato da una leader come Giorgia Meloni, che interpreta al meglio la passione per l’uomo e per la famiglia che mi ha trasmesso mio padre. Poi ho trovato anche la collocazione internazionale nell’Alleanza dei conservatori e riformisti dove, fin dal 2009, speravo di portare il Pdl».

Invece?

«Vinse la linea di Tajani che volle rimanere nel Ppe. Era più utile alla sua carriera».

Da allora all’uscita da Forza Italia sono trascorsi dieci anni.

«Nel 2012 Berlusconi promise le primarie poi si ricredette. Allora Guido Crosetto, Ignazio La Russa e la Meloni s’inventarono le primarie delle idee. Io ero con loro su quel palco e in un’intervista dissi che alle primarie avrei votato per la Meloni. Già allora serviva un ricambio».

Però è rimasta con Berlusconi fino all’aprile dell’anno scorso.

«Perché credevo nel lavoro che ho portato avanti fino alla fine del mandato».

In che cosa consisteva?

«Nell’azione di riduzione del danno. Non si può imporre una legge che vada bene da Stoccolma a Lampedusa. Ogni Paese deve difendere le proprie specificità. Ci sono tanti campi in cui l’Italia può vantare delle eccellenze, dall’economia circolare alla pesca, dalla meccanica agricola all’alimentazione. Ho difeso le piccole e medie industrie e tante categorie produttive. La Brexit è stata un’occasione persa per rivedere il sistema dell’Unione rispetto al quale tanti Paesi iniziavano a mostrare insofferenza. Ma la Francia e la Germania si sono chiuse a riccio per non ammettere di aver sbagliato».

Come spiega la crescita di consensi del suo partito?

«Il declino di Forza Italia ha creato uno spazio e il lavoro di Giorgia Meloni, Crosetto e La Russa ha attratto tanti elettori critici verso gli eccessi della globalizzazione e l’invadenza delle religioni laiche in conflitto con la natura dell’uomo».

Per esempio?

«La formula genitore 1 e genitore 2 è quello più lampante. Oppure la religione ambientalista. Tutti vogliamo proteggere il pianeta, ma da questo a fare dell’ambientalismo una nuova religione ne passa. Ora l’essere umano è diventato il pidocchio della terra. Un altro esempio è il diritto a emigrare. Credo che il primo diritto sia stare bene dove si è nati. I cosiddetti nuovi diritti sono tutti imposti dall’alto».

Dov’è la differenza?

«I moderati e i conservatori difendono i principi del 1948, i progressisti hanno una concezione contrattualistica. E, guarda caso, quelli che propugnano sono diritti di morte o negativi: il diritto all’aborto, all’eutanasia, al suicidio assistito, il diritto a emigrare».

Anche il diritto all’adozione delle coppie gay attraverso l’utero in affitto è negativo?

«È un diritto per pochi privilegiati, a scapito del più debole, cioè il bambino. Sono pratiche di sfruttamento delle donne più povere, il cui corpo viene bombardato di ormoni per vendere gli ovuli o avviare le gravidanze. Non a caso i movimenti femministi americani che non sono di sinistra continuano a denunciarle. Ci sono studi, pubblicazioni, documenti, ma l’informazione mainstream li censura in modo che sembri che tutto il mondo femminile è favorevole all’utero in affitto».

Come spiega la crescita di popolarità di Giorgia Meloni?

«È brava. Se la ascolti le riconosci passione politica, competenza e coerenza. E tutto questo, nonostante sia donna. Checché se ne dica, in politica è ancora penalizzante».

Anche nel suo caso?

«È un’eccezione. Ci sono ministre, presidenti della Camera, ma i leader di partito sono sempre uomini. Giorgia Meloni è lontana dai vezzi della casta. Nel 2006 era già vicepresidente della Camera e l’ho sempre vista girare con la sua automobilina, senza scorta, accompagnata da qualche militante».

Perché da qualche tempo la grande stampa la elogia?

«Per seminare zizzania nel centrodestra».

Per creare una rivalità tra lei e Salvini?

«Sì, ma è una trappola nella quale non mi pare stiano cadendo. Bastava vedere il loro tweet insieme e sorridenti di qualche giorno fa, con i commenti dei militanti leghisti e di Fdi entusiasti della coppia. Un sondaggio dice che l’80% dei leghisti come seconda opzione voterebbe Fdi».

Giorgia Meloni, Daniela Santanchè, Isabella Rauti, lei: siete un partito a trazione femminile?

«Non direi. Siamo un partito dove ci sono donne con una propria storia e una propria visibilità che non sono frutto delle quote rosa, un’espressione mi provoca l’orticaria».

Oltre a lei, se ne sono andati Raffaele Fitto e Giovanni Toti, mentre Irene Pivetti e Alessandra Mussolini sono rientrate. Perché questo andirivieni in Forza Italia?

«Vedo più il percorso di andata che di ritorno. La Pivetti si è candidata, ma con il suo movimento, Italia madre. Alessandra è un’irrequieta, non credo sia un ritorno emblematico. Forza Italia arriva sempre seconda: dopo le Madamine torinesi, i SìTav, dopo i gilet gialli, i gilet azzurri. La maggior parte delle donne di Forza Italia sono di sinistra: la Carfagna è più attenta al Gay pride che alla famiglia, Michela Brambilla conduce battaglie animaliste estreme».

È così difficile creare un partito unico del centrodestra?

«Non mi sembra una prospettiva imminente. L’Italia è il Paese dei comuni e dei campanili, ci sono tante personalità spiccate. Il merito dei grandi leader è amalgamare le diversità in armonia. Com’era riuscito a fare Berlusconi e come ora ci fa intravedere quel tweet di Giorgia e Matteo».

Come si risolverà il contrasto sulle candidature per le elezioni in Puglia, in Campania e in Toscana?

«È un contrasto amplificato dai giornaloni che puntano a creare divisioni. Sono convinta che si troverà un accordo».

Cosa c’è di vero nei rumors che la vogliono candidata sindaco nel 2022?

«È un ritornello che ricorre da vecchia data. In politica ciò che avverrà fra 3 anni è fantascienza. Non c’è dubbio che io ami la mia città, più te ne allontani e più quando ci torni riscopri un rapporto unico e irripetibile».

È contenta che Padova sia Capitale europea del volontariato per il 2020?

«Molto. Credo sia il riconoscimento del senso di appartenenza a una comunità che in Veneto resiste e che si vede nelle eccellenze nella sanità, nell’istruzione e, appunto, nel volontariato. È una ricchezza che fa da filtro all’invadenza delle religioni laiche e che la politica deve proteggere e valorizzare, come sta accadendo in questa occasione».

Come fa una persona che milita in un partito di destra ad apprezzare il volontariato che, generalmente, guarda a sinistra?

«C’è il volontariato vero e c’è quello delle Ong che è una professione spesso pagata con stipendioni. Carola Rackete è una professionista. Gli alpini o la protezione civile devolvono gratuitamente tempo ed energie. Invece molti professionisti non agiscono per risolvere il problema, ma per perpetuarlo perché il loro lavoro arriva da lì».

 

La Verità, 16 febbraio 2020

«Ecco come funziona la mafia accademica»

È una ferita ancora aperta quella che Ferdinando Camon ha deciso di scoprire in Scrivere è più di vivere, il nuovo libro appena uscito da Guanda. Il capitolo che s’intitola L’urlo della mafia accademica è una denuncia in piena regola, nello stile del racconto autobiografico. Ma, sebbene siano trascorsi 45 anni dal fatto che ha deviato il corso della sua vita, la cicatrice è ancora dolente. Con La Verità, l’autore di Un altare per la madre ha scelto di circostanziare con nomi e cognomi tutta la storia, che rappresenta in modo clamoroso il sistema di assegnazione delle cattedre pilotate verso mogli, compagne, parenti. Un rapido sondaggio presso i suoi lettori su Facebook ha decretato a grandissima maggioranza che queste denunce vanno fatte.

Il libro inizia con un prologo significativo: lei, figlio di contadini, s’iscrive all’università, ma non ha i soldi per le tasse.

«Faccio il giro dei parenti, raccolgo il denaro e pago. Ma, nobilmente, l’università mi restituisce la somma perché il mio voto della maturità è alto. Resto ammirato. L’università mi esonera dalle tasse dei primi tre anni, non per il quarto».

Motivo?

«Dicono che non ho sostenuto l’esame di letteratura italiana. Quando mi presento in segreteria con il libretto, la segretaria capisce che il professore si è dimenticato di firmare il registro dei verbali e gli manda un sollecito con la firma del rettore».

A quel punto?

«Il professore invia a me una lettera minacciosa, dicendo che ho osato rimproverarlo: “Ci pensi per la sua vita e per il suo avvenire”. Un avvertimento che non capisco».

Chi era questo professore?

«Vittore Branca, un barone».

Una potenza. Dopo cosa accade?

«L’inevitabile cambio del docente di laurea innesca tutta la catena».

Ripercorriamola.

«La facoltà di lettere bandisce un incarico di letteratura italiana e io presento domanda. Siamo in due, ma io risulto primo perché l’altro, avendo un altro incarico, a norma di legge deve finire in coda».

Invece?

«La facoltà assegna l’incarico a lui: ero stupefatto».

Immagino.

«Il Senato accademico dichiara “illegittima” la delibera. La facoltà si riunisce nuovamente, ribadisce la sua scelta e il Senato la respinge per la seconda volta. Il rettore Luciano Merigliano mi tranquillizza. Ma la facoltà conferma per la terza volta la decisione e il Senato la invia al ministero della Pubblica istruzione. Mi presento a Roma in una sorta di ufficio reclami per i concorrenti universitari».

Situazione kafkiana…

«In una grande sala siamo un centinaio, forse di più. Quando tocca a me la funzionaria estrae da un cassetto la mia pratica. Io ho in mano la stessa delibera e vedo la sua capovolta, ma con una riga in più. Dico: “La sua fotocopia è falsa perché ha una riga in più”. Avevano fatto un altro originale. Mi aspettavo che la funzionaria riconoscesse il falso. Invece, ordina a tutti di uscire dalla sala, non vuole testimoni, chiude la fotocopia nel cassetto e mi intima di andarmene: “Non ho niente da dirle”».

Morale?

«Il ministero proteggeva la mafia».

Nome del ministro?

«Franco Maria Malfatti, un habitué della Pubblica istruzione».

Prova a contattarlo?

«Gli scrivo. Mi risponde cortese, ma sgusciante».

Si rassegna?

«No, intanto inizia l’operazione di allontanamento. Vogliono dirottarmi a Bologna».

Come?

«Preannunciato da una collega di francese, anche lei in attesa d’incarico, che avrà, a Padova, il preside del Dams, Benedetto Marzullo, mi convoca a un colloquio. La sua astuzia è creare un incarico di Letteratura di massa da affiancare a Comunicazioni di massa a condizione che io ritiri il ricorso al ministero».

Lei promette di farlo, ma…

«Non lo faccio e, appena se ne accorgono, smettono di pagarmi. Continuo a insegnare perché non voglio abbandonare la cinquantina di studenti che mi segue. Assisto agli esami il docente di Comunicazioni di massa, Martin Krampen, un tedesco che non sa esprimersi in italiano chiamato da Umberto Eco. Tutto gratis».

È una doppia sconfitta: né Padova né Bologna.

«Un amico, Giorgio Tinazzi, docente di Storia del cinema, mi convince a portare l’università a processo. Scelgo come legale il presidente dell’Associazione degli avvocati di Padova. Quando arriviamo al Tar di Venezia, competente in materia di lavoro, il presidente della corte osserva: “Non avete ancora capito che la facoltà non lo vuole?”».

Sensazioni a parte, qual è la sentenza?

«Una settimana dopo l’udienza mi chiama l’avvocato: “Lei non mi deve nulla perché il Tar ha condannato la facoltà di lettere a pagare tutte le spese processuali comprese le mie, ma non ha cambiato la delibera”».

Fine della storia?

«Sì. Ma qualche tempo dopo, quando Pier Vincenzo Mengaldo, importante italianista e critico letterario, si fa nominare commissario d’esame per assegnare una cattedra al fratello della sua compagna, mi lamento sul giornale locale indicando il conflitto d’interessi. Mi risponde sullo stesso giornale il preside di Lettere, Oddone Longo, sostenendo che un professore che assegna una cattedra al fratello della sua compagna è una faccenda privata».

Diceva la stessa cosa che diceva lei senza vederci il reato?

«Non capiva che il concorso per una cattedra universitaria è un atto pubblico, regolato per legge, e non un fatto privato. La stessa circostanza che ha visto protagonista Alberto Asor Rosa».

Anche lui?

«Da presidente di commissione ha assegnato la cattedra alla sua compagna. Asor Rosa è certamente persona scrupolosa e attenta, come lo è Mengaldo. Ma nelle nostre università vige il metodo della cooptazione. Il professore, il ricercatore non vale in sé, ma in quanto accolto nel cerchio dei potenti».

È una forma di elezione, di elevazione?

«È una sorta di ordinazione sacramentale. Un’affiliazione che conta più delle regole della legge. Non vige il criterio della produzione scientifica – sono andato in cattedra perché ho scritto tre opere su Giovanni Verga – ma mi ha messo in cattedra il professore tal dei tali. Cooptandolo, il potente consacra un sottoposto».

È un sistema tuttora attivo?

«In tutte le facoltà. La mafia accademica è più estesa, coinvolgente e insinuante di quanto immaginiamo».

Non lo vedono come un sistema mafioso?

«Per il mafioso la mafia è un’istituzione positiva, che fa il bene».

Le raccomandazioni ci sono sempre state.

«È qualcosa di più. Il potere del protettore si capisce dal valore del protetto. È un potere che cresce e si perpetua su sé stesso. Poi ci sono le compagne: in molti casi il matrimonio arriva dopo che si è trovata la cattedra per lei».

Perché ha impiegato così tanto prima di raccontare questa storia?

«Mi avevano restituito le tasse, avevo una venerazione per l’università. E poi, un po’ alla volta, mi è parso si fossero pentiti».

Che cosa glielo fa dire?

«Qualche anno dopo, nel 1978, pubblico Un altare per la madre. Del libro si parla molto, è rapidamente tradotto in una decina di lingue, concorro allo Strega. Mi chiama Cesare De Michelis e mi trasmette un’ambasciata che suona così: se vado a casa di Vittore Branca a Venezia, mi consegna la sua scheda con il voto allo Strega. “Ringrazialo, ma non vado a casa di nessuno a raccogliere le schede dei votanti”. Passano altri anni e Franco Sartori, il professore di storia greca con il quale mi sono laureato, mi manda dei complimenti e chiede di venire a cena con la moglie. Ha da poco avuto un infarto e, negli ultimi suoi anni, vuole mostrarle che ha seminato bene. Il fatto mi commuove».

Altri segnali?

«Un anno fa la regione mi ha conferito il premio Leone del Veneto, l’anno prima era andato ad Andrea Zanzotto. Per consegnarmelo con tutti gli onori scelgono proprio la Sala dei Giganti della facoltà di lettere».

Più incrociato Branca?

«Una volta a un ricevimento siamo in piedi, con il piatto… Mi sfiora, mi urta, sembra inavvertitamente. Io faccio finta di nulla».

La sua è stata una battaglia donchisciottesca?

«Sì, l’ho capito dopo. Ma ho lottato, vincendo e perdendo. Il mio compito nella vita consisteva nel cercare di capire la realtà e di contribuire a migliorarla. Scrivendo».

 

La Verità 6 aprile 2019

«Racconto la guerra del denaro del Nordest»

Un avvocato scrittore e uno scrittore avvocato. Si parla tanto dei magistrati romanzieri, che fanno le pulci alle serie tv. Romolo Bugaro, 55 anni, un passato nell’Autonomia operaia di Padova, la sua città, è un legale che si occupa di crisi d’impresa. Nel suo studio ha visto passare fallimenti, bancarotte, scandali finanziari. Con i suicidi di numerosi imprenditori, nel Nordest la crisi economica ha assunto più che altrove i toni della tragedia. Bugaro l’ha raccontata nei suoi romanzi con stile caustico, senza cedere alla rabbia o al vittimismo che hanno spesso condizionato la narrazione del dissesto. Un dissesto economico ed esistenziale.

Che cosa sta scrivendo, adesso?

«Credo molto nel corpo a corpo degli scrittori con il loro tempo. Sto scrivendo un testo teatrale sulla Banca popolare di Vicenza. E un nuovo romanzo, quasi finito».

Ci può anticipare qualcosa?

«Nel Veneto degli ultimi anni si sono verificati due fenomeni giganteschi. Anzitutto la decapitazione dell’élite politica, vedi scandalo del Mose e annessi. Poi la decapitazione delle élite finanziarie. Sto lavorando a un testo per il teatro che dovrebbe essere rappresentato nell’autunno 2018».

La tesi dell’opera?

«Non posso anticipare troppo. È un tentativo di riflessione sulle cause interne ed esterne del dissesto, sul reticolo di rapporti che c’era intorno alla banca e ha prodotto questa sciagura, su quale sia il contraccolpo di questa deflagrazione sulle vite delle persone».

Invece, il romanzo?

«Sono molto legato all’età dell’adolescenza vissuta nella Padova degli anni Settanta. Alcuni amici dell’epoca non esistono più. Altri hanno 50, 55 anni come me. È un romanzo sul tempo».

Toni Negri a processo dopo l'arresto del 7 aprile 1979

Toni Negri a processo dopo l’arresto del 7 aprile 1979

Ecco, appunto: per citare tre maestri dell’epoca, tra Toni Negri, Ferdinando Camon e il cardinale Albino Luciani futuro papa, da ragazzo lei scelse Negri. Ora?

«Sì, scelsi Toni Negri. Subivo, anche in modo superficiale, la fascinazione per l’estremismo e la radicalità. Ero attratto dall’esteriorità di questo pensiero. Che ho approfondito dopo, continuando a trovarlo per alcuni versi interessante. Restando a quelle figure, oggi mi sento molto più illuminato da Camon e dal suo percorso di scrittore eccelso».

Si definirebbe un narratore del Nordest?

«Diciamo che Bea vita! era ambientato qui, Le ragazze del Nordest pure, Effetto domino e il prossimo anche. Sento l’esigenza di raccontare storie e geografie vicine a me».

Il triangolo industriale, il Nordest: sono ancora valide queste categorie dopo la globalizzazione e la crisi del 2008?

«I famosi distretti produttivi sono abbastanza tramontati. Tuttavia resistono vocazioni territoriali: Vicenza rimane una città orafa, Padova e Treviso sono legate alle produzioni della meccanica di precisione. Su queste basi crescono delle novità diagonali, come il conflitto sempre più evidente tra industria e finanza. È un conflitto che causa tensione e strappi. La difficoltà dell’accesso al credito delle nuove industrie è uno degli snodi del nostro modello di sviluppo».

Lei parla un po’ da avvocato e un po’ da scrittore. È più l’avvocato che fornisce storie allo scrittore o più lo scrittore che regala chiavi interpretative all’avvocato?

«Ho sofferto questa professione perché sembrava mi distogliesse dalla scrittura. Ci ho messo vent’anni a capire che era preziosa per l’accesso a una serie d’informazioni e dinamiche altrimenti ignote. Occupandomi di crisi d’impresa e di fallimenti fare l’avvocato mi ha permesso di avvicinarmi al cuore profondo della guerra del nostro tempo».

Guerra?

«Certo. La guerra del denaro che investe milioni di persone. Il denaro è sempre più pervasivo della nostra vita. Siamo sempre più definiti dalla nostra posizione economica, dalla quantità di denaro che possediamo, dalla facilità con cui accediamo ai beni di lusso o dalla difficoltà che abbiamo a pagare le spese condominiali. A ben guardare, il denaro è sempre stato un tema caro alla letteratura. Il romanzo francese dell’Ottocento, da Gustave Flaubert a Honoré de Balzac, ruota tutto attorno al denaro. E quello russo? Di che cosa parla Nikolaj Gogol se non di denaro? Si fantastica sulla libertà dello scrittore, ma i romanzi nascono dalla vita e dal tempo nel quale si è immersi. Senza voler fare paragoni, Mario Rigoni Stern è stato costretto a scrivere della guerra di Russia perché l’ha vissuta. La mia professione mi mette di fronte alle peripezie delle persone per stare a galla, ai conflitti causati del denaro: è un tema molto vivido».

Si parla molto dei magistrati scrittori, ma ci sono anche gli avvocati. In Veneto, oltre a lei, Francesco Maino e l’editore Beppe Cantele: coincidenze?

«Il conflitto è la materia del lavoro legale. Avvocati e magistrati sono spesso a contatto con storie estreme e del limite che possono stimolare la scrittura».

Il Nordest è uno stato economico, sociologico o psicologico?

«Il Nordest è una terra di solitudini. Il piccolo imprenditore si occupa della produzione nel capannone, la moglie sta in ufficio e “fa le banche”, cura l’amministrazione. Quest’uomo e questa donna raramente fanno rete con altre imprese, organizzazioni, cooperative. Quando le cose funzionano questa solitudine è garanzia di libertà; quando non funzionano può diventare terribile».

Come abbiamo visto con certi suicidi di imprenditori dal rituale simbolico: all’alba, soli, nel capannone. Quel momento è superato?

«In Effetto domino c’è proprio un suicidio all’alba… Penso che il picco tragico sia superato perché c’è stata una riorganizzazione produttiva e si sono creati nuovi anticorpi. La crisi si è abbattuta su persone impreparate, che si sono trovate improvvisamente di fronte al crollo degli ordini, alla stretta del credito, alla caduta del lavoro: uno shock tremendo perché veniva dopo anni floridi».

Nordest, terra di outsider?

«Assolutamente. La lista è lunga. Gli imprenditori nelle aziende erano e sono come re nei loro castelli. È il rovescio della moneta: pochi vincoli, molte solitudini, facilità a emergere, fragilità davanti agli ostacoli».

Gianni Zonin, patron di Banca Popolare di Vicenza

Gianni Zonin, ex presidente della Popolare di Vicenza. Bugaro ha scritto una pièce teatrale

Anche gli scrittori sono outsider solitari?

«Credo che gli scrittori siano animali sociali. Personalmente sono legatissimo a un gruppo di colleghi che frequento da decenni come Tiziano Scarpa, Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, anche Francesco Maino. Le affinità sono parecchie, poi ognuno batte la propria pista. Ci siamo formati insieme, sentendo il bisogno di stare vicini anche come reazione a una terra poco accogliente verso chi si occupa di letteratura».

In Bea vita! parla del giovane non insediato. Padova, città universitaria, accoglie gli studenti fuori sede, ma quella da lei descritta, più che geografica è una situazione psicologica.

«È un senso d’incompatibilità, con sottili venature ideologiche. Il non insediato vive un’estraneità nei rapporti con le persone, nei rapporti di lavoro. Un po’ non sei d’accordo col mondo com’è fatto, pensi che l’ordine delle cose dovrebbe essere diverso. Un po’ ti senti distante dagli altri».

In alcune pagine descrive le quarantenni che organizzano aperitivi, gite, shopping e i quarantenni che non si rassegnano alla responsabilità adulta. La tragedia che incombe, una malattia, la banca che chiude il fido, è come un tarlo che inizia a minare gli equilibri. Rimedi?

«Mi chiedo che cosa succede davvero alla gente? Tu sei ricco perché hai la tua azienda e lavori bene. Poi, in questo tempo ultra connesso e ultra instabile, nel giro di un’ora accade qualcosa che ribalta la situazione. Il crollo di una banca che ti dava credito, l’arrivo di un competitor online che dimezza il costo del tuo prodotto, una malattia. Il tarlo che produce la sottile ansia nella quale viviamo è questa velocità di trasformazione. I quarantenni che rifiutano la responsabilità: lo stile di vita può essere una scelta fino a un certo punto. A 65 anni puoi vestirti come un ventenne e fare la vita del ventenne. Poi succede che un giorno non ti alzi dal letto perché hai il colpo della strega».

Parliamo delle risposte. Lei ha sperato nella rivolta, ha visto la fragilità del modello del Nordest, la famiglia essere messa in discussione, mentre della Chiesa non parla. Esistono delle ancore di salvezza?

«È una domanda insidiosa. Si sono persi quasi tutti i punti di riferimento tradizionali. Però sono ottimista perché vedo una crescita di consapevolezza riguardo a molte questioni. Il valore della persona, una sana gelosia del proprio tempo e delle proprie energie, l’ambiente, la capacità critica verso la vacuità di certe manifestazioni esteriori e di certi consumi. Per fortuna, gli status symbol, l’auto da 200.000 euro, la giacca firmata da 3.000, la vacanza di lusso non hanno più il potere di fascinazione di qualche anno fa. Non penso che le cose stiano andando sempre peggio, anzi. La botta della crisi è stata un’occasione per ripensare a tante cose».

Per incamminarsi in quale direzione?

«Sono convinto che la questione sia culturale. In questi anni di finanza selvaggia, di trasformazione radicale del lavoro, che ancora non sappiamo se verrà distrutto dall’innovazione tecnologica, dobbiamo ridare tempo e spazio al pensiero».

Non c’è il pericolo che resti un processo appannaggio del ceto intellettuale?

«Forse. Ma i cambiamenti sono repentini e, come abbiamo visto, possono essere travolgenti. Fino a quando la cultura resterà museificata e sotto vetro non troveremo mai la soluzione. Solo rimettendo al centro della scena il pensiero e la riflessione umana saremo protagonisti di queste sfide e riusciremo a governarle».

La Verità, 10 dicembre 2017

 

«Vi racconto la frontiera tra le Dolomiti e il West»

C’è un nuovo scrittore di successo a Padova. Si chiama Matteo Righetto. La critica letteraria lo elogia. Vince premi. Scrive romanzi da cui vengono tratti film interpretati da Marco Paolini e Paolo Pierobon. L’ultimo libro, pubblicato da Mondadori, è stato tradotto in Gran Bretagna, Germania, Australia, Canada e Olanda prima di uscire in Italia. S’intitola L’anima della frontiera ed è un western alla Cormac McCarthy ambientato fra i contrabbandieri del tabacco della valle del Brenta di fine Ottocento. Righetto ha 45 anni, insegna lettere al liceo, collabora con Il Foglio, è sposato e conduce una vita normale. Ci incontriamo al Centro culturale San Gaetano, l’ex tribunale trasformato in centro civico, composto di sale, teatro, bar, gallerie, biblioteche: un ben di dio sottodimensionato. Essendo Padova la nostra città, scambiamo opinioni sulle sue potenzialità poco sfruttate, dalla Cappella degli Scrovegni alla Specola, dall’Ortobotanico al Palazzo del Bo, dal Palazzo della Ragione ai santuari al Prato della Valle. Il succo è il seguente: «Se ci fosse un bravo assessore, un intellettuale lungimirante che desse un’impronta di sistema a tutto questo e capisse che la cultura può essere economicamente interessante, Padova vivrebbe un piccolo grande rinascimento».

Lei sembra spuntato come un fungo di montagna. Chi o che cosa sono stati la sua pioggia fertilizzante?

«Il fungo di montagna ha una crescita rapida, dalla notte al giorno. Io inseguo la mia affermazione da quando esordii con Savana padana, nove anni fa. Da allora lavoro per dare alla mia voce un timbro che unisca romanzo d’autore e letteratura di genere. Penso che L’anima della frontiera mostri questa maturazione».

Com’è cominciata?

«È un processo fatto di determinazione, forza di volontà, disciplina. Poi c’è il contagio di alcuni autori italiani e stranieri. Gocce di pioggia provenienti da Mario Rigoni Stern e Ferdinando Camon, per parlare dei nostri. Ernest Hemingway e Cormac McCarthy, per citare gli stranieri».

Qualcuno ha scomodato anche William Faulkner.

«Certo, l’ho letto. Ma non credo ci sia un influsso diretto».

Che cos’è la disciplina dello scrittore?

«La caparbietà nel voler raggiungere l’obiettivo. Per farlo si rinuncia a tante cose. La vicenda di Mario Balotelli insegna che il talento da solo non è sufficiente. Servono sacrificio e lavoro. Per perfezionare la scrittura limito vacanze e serate. Se andiamo al mare, quando le mie figlie e mia moglie vanno in spiaggia io rimango al computer. Insegno nove mesi all’anno, la domenica, le vacanze di Natale e d’estate scrivo. Certo, qualche passeggiata in montagna me la concedo anch’io».

Sua moglie non protesta?

«Mia moglie è una persona straordinaria. Gran parte del successo lo devo a lei. Quando sono arrivate le mie due figlie ero un po’ preoccupato. Porteranno confusione, come farò a scrivere, pensavo. Invece, proprio da loro viene la spinta principale».

Come mai L’anima della frontiera è stato venduto prima all’estero che in Italia?

«Il contratto con Mondadori risale a dicembre 2016. Poi il mio agente l’ha presentato al Salone del Libro di Francoforte e alla Fiera del Libro di Londra, riscontrando un forte interesse. Negli Stati Uniti, in Canada, Gran Bretagna e Australia i diritti sono stati acquisiti da quattro editori diversi. Per primo verrà pubblicato in Olanda».

«L'anima della frontiera» è pubblicato da Mondadori

«L’anima della frontiera» è pubblicato da Mondadori

In Italia la critica l’ha accolto molto bene.

«La critica è sempre stata benevola con me. Stavolta percepisco i fari puntati addosso».

Lei ambienta le sue storie in Veneto: si può parlare di letteratura glocal?

«Direi di sì, sono storie legate a un territorio specifico, ma al contempo universali perché riguardano i vizi e le virtù dell’uomo. Possono essere lette a Vicenza come a Melbourne».

E anche di letteratura di montagna?

«La letteratura di montagna è abitualmente identificata con le storie della Grande guerra, il trekking, lo sport, il turismo. Per me le Dolomiti sono un set esistenziale. Luoghi dell’anima che trasmettono una dimensione sia epica che intimista. Sono uno specchio per la coscienza e una metafora per l’umanità. Sono aspre, dure, selvagge, eppure sublimi, dolci, consolatorie. Sono esse stesse dei personaggi che forgiano a loro volta i protagonisti delle storie».

Letteratura primordiale?

«Nel senso che porta in superficie le questioni profonde dell’uomo. Anche il rapporto tra padri e figli è un tema ricorrente. Così come il senso del viaggio, metafora dell’esistenza e romanzo di formazione».

Che cosa facevano i suoi genitori? Com’era il rapporto con loro?

«Sono di umili origini. Mio padre era un orfano di guerra che poi ha fatto l’impiegato dell’Enel. Era l’uomo dell’intraprendenza. Mia madre era casalinga, la donna degli affetti. Pur non avendo studiato, erano persone di grande intelligenza, che mi hanno trasmesso i valori della tradizione cattolica, anche se io non mi definisco cattolico. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza normalissime. Le umili origini sono state il mio humus di scrittore. E sono interessanti perché poco comuni, essendo la grande maggioranza degli autori italiani figli della media borghesia intellettuale, di professori e giornalisti».

In questo libro mostra una conoscenza approfondita della flora di montagna e delle tecniche di coltivazione del tabacco.

«Mi sono documentato, ho fatto un lavoro di ricerca sui libri e parlando con le persone del posto».

Quindi è una storia quasi vera? Esisteva davvero il tabacco della valle del Brenta?

«Era tra i più pregiati d’Europa. E, nonostante questo, i contadini erano costretti alla fame dall’imposizione fiscale, prima della Regia Tabacchi, poi dell’Impero asburgico. C’era un paese che si chiama Nevada, tra il costone dell’Altopiano di Asiago e l’argine del fiume. Poi c’erano i minatori e il confine: quello che adesso divide Veneto e Trentino a fine Ottocento separava Italia e Austria. Quando ho scoperto che in quegli anni stavano costruendo la ferrovia ho pensato: questo è un western. E l’epica si è imposta da sola».

Un tipo di letteratura che scarseggia nella narrativa italiana.

«C’è sempre un sottofondo di piagnisteo, la precarietà di camera e cucina. Preferisco l’epos della letteratura americana. I miei editori m’incoraggiano in questa direzione».

Niente metropoli e rivoluzioni digitali: non ha la preoccupazione della contemporaneità?

«M’interessa raccontare gli uomini, sono loro il segreto di tutte le fiabe. Il mondo dei social non mi dice molto. Tra dieci anni ci saranno ancora i cellulari, o saranno sostituiti da altre macchine? L’anima dell’uomo ci sarà sempre».

Lei è un professore-scrittore, esemplare di un nuovo ircocervo culturale?

«A Treviso c’è Fulvio Ervas, l’autore di Se ti abbraccio non aver paura. E poi Alessandro D’Avenia…».

Tutta gente di successo. Tornando alla letteratura di montagna, cosa pensa di Mauro Corona?

«È un caro amico, una persona generosa per la quale nutro un affetto smisurato. Ultimamente la sua immagine mediatica ha prevaricato la dimensione autoriale».

Lasciando stare i padri storici, parliamo degli scrittori veneti. Conosce Vitaliano Trevisan?

«Lo conosco e lo stimo. È un grande scrittore e Works un grande libro».

Francesco Permunian?

«Non lo conosco così bene».

Massimo Carlotto, padovano anche lui?

«Carlotto lo conosco, ma facciamo cose molto diverse, in tutti i sensi».

Ferdinando Camon nel suo studio a Padova

Ferdinando Camon nel suo studio a Padova

Si può parlare di scuola veneta? Il territorio influenza i vostri lavori?

«Certo che si può. Esiste una scuola letteraria veneta, il cui tratto comune è proprio il legame e l’osservazione del territorio. Purtroppo, perché sia riconosciuta come tale anche da noi stessi, mancano ancora due elementi. Il primo è una certa autocoscienza, l’idea stessa di sentirsi scrittori veneti. Si parla di scuola sarda, pugliese, partenopea. Gli altri fanno clan. Noi, individualisti come siamo, lavoriamo ognuno per conto nostro. Il secondo elemento mancante è una critica che ci guardi così. Non esiste un critico letterario che abbia trovato un tratto comune, una convergenza narrativa. Ci vuole ancora tempo».

Che tipo di scrittore è Matteo Righetto?

«Personalmente custodisco quello che una volta mi ha detto Joe R. Lansdale: “Ricordati sempre che i tuoi libri sono più importanti di te”.  Perciò non amo essere troppo protagonista. Quando m’invitano preferisco parlare di libri. È il modo migliore che ho di prendermi cura delle persone. Non amo gli scrittori tuttologi che si atteggiano a intellettuali. Per carità, ho le mie idee. Ma il fatto che scriva un bel romanzo non stabilisce che le mie idee politiche siano più geniali di quelle del mio fornaio».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«La mia famiglia, innanzitutto, anche se potrebbe sembrare banale».

Di questi tempi non lo è. E poi?

«Una certa vita spirituale, anche se non specificamente confessionale. E poi la letteratura. Un autore come René Girard, con la sua teoria imitativa, m’insegna che con le nostre azioni, il nostro esempio, possiamo influenzare gli altri in modo positivo. Questo mi dà forza. Penso che se fai del bene, prima o poi ti viene restituito».

Che cosa si aspetta da questo libro?

«Mi piacerebbe che fosse amato da molti italiani».

Ne sarà tratto un film com’è avvenuto per La pelle dell’orso?

«Me lo auguro. C’è molto interesse».

 

La Verità, 2 luglio 2017

 

Camon: «Io, diseredato per l’altare a mia madre»

Parliamo da un’ora e mezza e adesso, mentre gustiamo il pranzo preparato dalla moglie, Gabriella Imperatori, anche lei giornalista, Ferdinando Camon dice: «Qui, in questa stanza, mio padre mi ha diseredato. Si presentò con mio fratello, due testimoni e il notaio. In Un altare per la madre avevo scritto che eravamo poveri». È il più macerante dei rimpianti con il quale lo scrittore veneto convive. Quel libro è esso stesso un monumento alla madre. E anche al padre, che costruisce quell’altare lottando contro il tempo e la morte. Altro che ripudio, la reazione doveva essere di gratitudine. «Invece io li capisco», riprende Camon. «Ho firmato quell’atto. Per loro, scrivendo della nostra povertà ho disonorato la famiglia, il nostro sangue. C’è la famiglia e c’è il resto del mondo. La famiglia è più importante di un libro». Parliamo, e il tormento riaffiora: «Potevamo volerci bene. Siamo rimasti a lungo distanti. Poi ho assistito mio padre in ospedale. Mio fratello m’invitò a una serata in un ristorante. Ma fu una cosa un po’ ambigua. C’erano 400 persone e un tenore veronese, mediamente famoso. Appena varcai la soglia, intonò Rondine al nido, come se io stessi tornando sui miei passi».

Camon ha 81 anni e vive in una casa talmente carica di libri che ha dovuto acquistare un nuovo appartamento dove trasferire parte della biblioteca e lo studio. «È costato poco perché aveva un’ombra sinistra. Ci si nascose per qualche tempo Marco Furlan, uno dei due componenti di Ludwig, la banda di killer seriali che tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta, commise 16 omicidi, rivendicandoli con deliri neonazisti. Sul campanello ho lasciato il suo cognome, piccolo feticcio di un passato tragico e cupo». Per Camon la provincia non è un limite. Se c’è una periferia centrale la si trova nella sua letteratura di padovano che non frequenta i salotti, neanche quelli della tv. I suoi libri sono tradotti in 25 Paesi. La vita eterna fu pubblicato con prefazione di Pier Paolo Pasolini; Occidente lo costrinse ad abbandonare la città con la famiglia a causa delle minacce di morte; Un altare per la madre, Premio Strega, ha venduto quasi 2 milioni di copie; La malattia chiamata uomo è stato rappresentato per 4 anni in un teatro di Parigi.

Chi vincerà in Francia?

«Emmanuel Macron. Sarà una vittoria europea e prevedibile, ma per me deludente. In Francia e ancor più in Italia ci giochiamo la partita della vita».

In che senso?

«Risparmi, lavoro, futuro dei nostri figli, tutto dentro un’idea di Stato. Purtroppo l’Italia non è uno Stato: non ha giustizia, equità, meritocrazia, sicurezza. Si vorrebbe qualcuno che rovesciasse il tavolo. Invece la partita è truccata».

Cioè?

«Ad ogni votazione, non so come giudicare Matteo Renzi. Lo considero onesto, ma limitato. Non cambierà nulla».

Preferirebbe Le Pen e i suoi emuli?

«Preferirei chi rovesciasse il tavolo dell’Europa. Oggi lavoro più di vent’anni fa, ricevo meno, pago più tasse, lo Stato è sempre più indebitato, ogni volta che s’incontrano Pier Carlo Padoan e Angela Merkel veniamo cazziati e ad ogni manovra si spremono soldi non si sa da dove. Qualcosa non quadra».

Non ha fiducia in Renzi. E in Beppe Grillo?

«Grillo è nato come rovesciatore del tavolo. Non so cosa farebbe dopo. Però sul cominciamento di un’altra partita concordo».

Il saluto di papa Francesco all'imam Ahmad al-Tayyib in Egitto

Il saluto di papa Francesco all’imam Ahmad al-Tayyib durante la visita in Egitto

Anche lei crede come Michel Houellebecq che il destino dell’Europa sia la sottomissione?

«L’islam non è integrabile, ma l’immigrazione continuerà. Quelli che vengono qua restano in gran parte islamici. Lentamente cambieranno anche loro e il loro cambiamento partirà dai loro nuclei più deboli. Andando a scuola i figli modificheranno il rapporto con gli adulti. Frequentandone altre, le donne cambieranno il loro rapporto col marito. Ma ci vorranno 3-4 generazioni. Perderanno questo Allah che è la fonte di tutto il loro essere e fare. Ma anche la nostra civiltà s’imbastardirà. Non sarà più una civiltà come vent’anni fa, cristiana, cattolica, costituzionalista. Già in chi accoglie questi migranti funziona l’idea, per me inammissibile, che non è indispensabile la loro adesione alla nostra Costituzione. Uno dei miei figli vive a Los Angeles. Quando ha fatto la pratica di cittadinanza, gli hanno dato il testo della Costituzione americana. Gli hanno lasciato un mese per studiarla e dopo lo hanno chiamato per interrogarlo. Non riesco a capire come a Londra possano esistere otto corti islamiche che emettono sentenze applicando la sharia. Che Stato è quello che ammette il funzionamento di un diritto altro rispetto al suo?».

Lei ritiene che l’islam non sia integrabile perché stabilisce la superiorità dell’uomo sulla donna, del musulmano sull’infedele, dello sceicco sul povero. Non c’è via d’uscita?

«Questi tre cardini impediscono che un islamico possa essere cittadino europeo».

Dove sbagliano i nostri politici?

«Vagheggiano l’islam moderato. L’islam moderato è quello che rinuncia a questi tre cardini. Dunque, non è più islam. Questa condizione ci dev’essere quando uno ottiene la cittadinanza. Non, forse, dopo tre generazioni».

Cosa pensa del magistero di papa Francesco sull’immigrazione?

«Papa Bergoglio mi piace in tutto quello che fa. È un vero cristiano. La sua rivoluzione in tema di accoglienza è forte. Ma il suo Dio non è quello di Pio XII. L’immigrazione dei decenni scorsi dall’Europa dell’Est era conseguenza del fallimento della storia comunista. L’immigrazione attuale dall’Africa e dall’Asia è esito del fallimento della civiltà islamica che, tagliando fuori dalla produzione le donne, non avrà mai lo sviluppo occidentale. Gli Stati europei hanno sempre pensato: voi siete la causa, il vostro fallimento non ci riguarda. Da perfetto cristiano, Bergoglio parla in termini di umanità: il fallimento di popoli appartenenti a un’altra storia ci riguarda. È un messaggio rivoluzionario e carico di futuro di cui sento la grandezza. Ma sono figlio della mia storia».

«Alberto Moravia rideva anche di fronte alla sua morte»

Camon: «Alberto Moravia rideva anche di fronte alla sua morte»

Lei è nato a Urbana, un paesino della bassa padovana: un destino nel nome?

«Sono figlio di contadini poveri. In casa, io e i miei tre fratelli, mio padre e mia madre camminavamo a piedi nudi sulla nuda terra. Non c’era l’acqua corrente, c’era da mangiare perché i contadini avevano bestie, frutta e verdura. Portavo maglioni che mia madre ritingeva immergendoli in mastelli, da dove uscivano a chiazze. Le ragazze non mi guardavano. Il paese non aveva e non ha un’edicola e un cinema. Campi contadini buoi stalle dialetto. Alla fine della guerra i partigiani furono audaci e cattivi, i tedeschi crudeli. In Lombardia i partigiani dormivano nei fienili pagando ai contadini locali per il rischio di nasconderli. Non ho mai visto mio padre prendere soldi per ospitare i partigiani nei fienili».

Suo padre e i suoi avi lavoravano i campi. Facendo lo scrittore si è inurbato e ha smentito la continuità della stirpe, di cui ha scritto nell’ultimo romanzo.

«Ero disperatamente bravo. I professori ripetevano: “Sarebbe un peccato se non continuasse a studiare”».

Uno dei suoi temi ricorrenti è la scomparsa della civiltà contadina. Perché è così importante?

«Charles Peguy sostiene che è “il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo”».

La fine della civiltà contadina e l’avanzare della scristianizzazione sono legate?

«No. La morte della civiltà contadina è una conseguenza dell’avvento della tecnologia e dell’industrializzazione. Un tempo i contadini toccavano la pelle degli animali e il legno della vanga. Oggi toccano il metallo del trattore. Quel mondo aveva un’idea di genitori e figli, di vecchiaia, di Dio, di morte e di salvezza. Il massimo cambiamento è avvenuto nella concezione e nella pratica del sesso. La civiltà contadina ne aveva un’idea spaventata e peccaminosa. Ora crescono ragazzi non legati, il matrimonio è solubile. Io preferisco il mondo di prima. Il progresso ha come prezzo la fine di quella civiltà».

Si definisce uno scrittore della crisi.

«Narro il prezzo del progresso».

Ha seguito la storia dell’isola della laguna veneta dove non si celebra messa per mancanza di fedeli?

«Chiesa vuol dire adunata, assemblea. È chiaro che se il popolo si sposta, cambia concezione di sé e forma una nuova adunanza. Per restare a contatto con questa realtà la Chiesa deve spostarsi anche lei. È ciò che sta facendo Bergoglio».

Esponendosi alle critiche di mutamento della dottrina in tema di famiglia.

«Certo. Io sono stato forgiato dall’idea che il mio Dio non è il Dio degli altri. Che tra Cristo e Allah non c’è compatibilità. La nuova chiesa di Bergoglio applica questa compatibilità».

Applica?

«Applica. In sostanza viene finalmente a cadere il principio che diceva: “Extra Ecclesiam nulla salus”, fuori dalla Chiesa non c’è salvezza. Questo principio ha tormentato le intelligenze cattoliche, a cominciare da Dante Alighieri. Nel canto XIX del Paradiso Dante chiede a Dio dove stia la giustizia se l’uomo che, nascendo in riva all’Indo e non sentendo parlare di Cristo, non si salva. Ma l’aquila, che parla in vece di Dio, risponde: “Or chi tu sei che vuoi seder a scanna e giudicar lontano mille miglia con la veduta corta di una spanna”. Ho capito, io non ci vedo, ma tu sei Dio, dammi la risposta. Nella Commedia non la dà. Ai parroci della laguna che una volta m’invitarono per essere consigliati sulla predicazione dissi che dovevano abolire quel principio. Sottovoce uno di loro mormorò: “Extra Ecclesiam sola salus”, solo fuori della Chiesa c’è salvezza. Il che mi è sembrato un po’ audace».

Papa Francesco è stato criticato per aver detto nell’intervista a Eugenio Scalfari che ciascuno ha una propria «visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene».

«Papa Francesco stabilisce che: “Etiam extra Ecclesiam salus”, anche fuori della Chiesa c’è salvezza».

Piero Fassino nel 2006 ignorò Camon come candidato al Senato del Pd

Piero Fassino nel 2006 ignorò Camon come candidato al Senato del Pd

Dopo l’addio a Urbana, è sempre rimasto a Padova. La vita di provincia l’ha penalizzata?

«Ho sempre saputo che non sarei andato a vivere a Roma o a Milano. In provincia hai un rapporto più fragile col potere. Una dozzina d’anni fa si svolgeva a Buenos Aires una fiera del libro dedicata alla letteratura italiana. La Lombardia e il Lazio organizzarono la trasferta dei loro scrittori. Repubblica mandò un inviato al seguito. Un giorno mi arrivò una telefonata dall’ambasciatore italiano in Argentina: “Perché non è qui? Almeno lei ha dei libri tradotti”. Partii e tenni una conferenza davanti a 2000 persone. Andai nelle scuole, piene di figli d’immigrati che volevano sapere delle loro terre, Vicenza, Padova, Rovigo. Quando entravo nelle classi si alzavano in piedi e partiva l’inno di Mameli che tutti cantavano. Lo scrittore era uno di loro».

Cosa vuol dire che il rapporto col potere è più fragile?

«Ho sempre pensato che mi serviva un grande giornale e scrivo per La Stampa. Poi mi serviva un grande editore italiano e ho Garzanti, che ha pubblicato Pasolini, Mario Soldati, Carlo Emilio Gadda, Goffredo Parise. Avevo bisogno anche di un grande editore francese e ho avuto Gallimard, che ti rende uno scrittore di respiro mondiale. Poi ho avuto grandi editori in Unione sovietica e in America latina. Insomma, ho avuto tutto standomene qui. Per completarmi m’interessava l’esperienza politica. Volevo far fruttare la mia conoscenza del mondo della scuola, avendo insegnato a tutti i livelli. Ora abbiamo un ministro non laureato. Invece, è rimasto un desiderio incompiuto».

Questo è il suo secondo rimpianto.

«Per due volte mi candidarono a sinistra, ma il partito mi boicottò. Ci misi una pietra sopra. Nel 2006 tornarono alla carica: “Stavolta t’imponiamo. Vieni alla manifestazione con Flavio Zanonato, allora sindaco, e Piero Fassino”. Andai e fui presentato a Fassino come possibile candidato per il Senato. “Certo, mi venga a trovare a Roma”, incoraggiò. Dopo qualche tempo provai a contattare la sua segreteria, invano. Allora mi rivolsi a Veltroni che conoscevo da quand’era stato ministro dei Beni culturali. Dopo qualche giorno mi chiamò: “Fassino non ricorda di averti mai incontrato”. Seppi dopo che la candidata in Veneto per il Senato era Anna Maria Serafini, sua moglie».

Ha in progetto un nuovo romanzo?

«Non voglio fare l’errore di Alberto Moravia che alla fine scrisse un sacco di cose inutili. Vorrei pubblicare solo ciò che può restare».

Forse per Moravia scrivere era un modo per ingannare l’avvicinarsi della fine?

«Al contrario, è in me il terrore della morte. Perciò evito di fare cose mortali. Moravia era cinico anche di fronte alla propria fine. Mi raccontò che una volta in Sudamerica s’imbarcò su un piccolo aereo che doveva scavalcare una catena montuosa. L’aereo stentava a prender quota e le montagne si avvicinavano: “Pensai che è facile morire”, mi confidò. “E che cosa hai fatto?”, gli chiesi. “Una bella risata”. In quel momento, ho pensato che non sarei mai stato uno che ride davanti alla morte».

La Verità, 30 aprile 2017