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Tarchi: «Il centrodestra? Alleanza immaginaria»

È colpa di noi giornalisti se Marco Tarchi non usa cellulari e dialoga solo tramite posta elettronica. Fece questa scelta una ventina d’anni fa, per «mettermi al riparo dall’uso pubblico, altrui, del tempo privato, mio. Se avessi avuto la tentazione di procurarmi un cellulare, mi sarebbe passata nel periodo 1994-96, quando, essendo uno dei pochi studiosi che sapeva qualcosa del mondo post neofascista improvvisamente risorto, ricevevo, al numero fisso di casa, continue chiamate di giornalisti che mi tenevano al telefono per 30-40 minuti chiedendomi di tutto, per poi scriverci su un articolo, sovrapponendo le loro opinioni alle mie e citandomi di passaggio in due righe. Stava diventando una persecuzione, a cui il non-uso di un cellulare mi ha sottratto». Insomma, ecco un raro caso in cui la voglia di visibilità non s’è mangiata la qualità della vita e un certo rispetto per le proprie opinioni. Ovviamente, Tarchi non usa i social media, detestandone «la capacità di moltiplicare egocentrismo, superficialità e volgarità».

Romano di nascita e fiorentino d’adozione, 65 anni, professore ordinario alla facoltà di Scienze politiche di Firenze, già ideologo della Nuova destra italiana vicina ad Alain de Benoist, dopo una burrascosa espulsione dal Msi abbandonò la politica militante per dedicarsi agli studi. Dirige Diorama.it, mensile di «attualità culturali e metapolitiche» e pubblica per Il Mulino. L’ultimo libro (2014) s’intitola Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo.

 

Perché le elezioni francesi sono importanti anche fuori dalla Francia?

«Perché sono un test sulle capacità di crescita elettorale del populismo. Che si trova di fronte il perfetto rappresentante di quei poteri forti contro cui rivolge gran parte dei suoi strali».

Dopo la Brexit e l’elezione di Trump si è detto che l’era della globalizzazione è al tramonto. Oltre che dalla Francia, da dove potrà venire un terzo segnale?

«Non sono certo di questo tramonto. A sostenere la bontà della globalizzazione ci sono una molteplicità di soggetti – politici, economici, culturali – molto potenti soprattutto nel mondo della comunicazione. La loro capacità di seduzione e suggestione sul pubblico è tuttora elevata. La sfida populista è ardua, malgrado la sua presa sempre più estesa. In Austria, dopo il successo sfiorato nella corsa alla presidenza della Repubblica, la Fpö (Partito della Libertà, nda) potrebbe aggiudicarsi il primo posto alle elezioni legislative. E l’Afd (Alternativa per la Germania, nda) probabilmente entrerà in parlamento in Germania. Sono segnali destinati ad ampliarsi, in questa fase».

In Italia stiamo assistendo al ritorno di Matteo Renzi. Crede che saprà inaugurare una stagione nuova come ha annunciato o si tratterà del sequel di un film già visto?

«Propendo per la seconda ipotesi. Dubito che Renzi riesca a liberarsi dal complesso di onniscienza e onnipotenza che lo affligge e che voglia davvero convincersi di aver commesso gravi errori. Per lui, a sbagliare non possono essere che gli altri. È la stessa sindrome che ha afflitto Berlusconi».

Paolo Gentiloni si ritirerà senza fiatare?

«Non mi pare che il personaggio aspiri a costruirsi una figura, e una statura, autonoma. A meno che non gli si prospetti un’insperata finestra di opportunità, come possibili futuri alleati di governo disposti a concludere patti solo a condizione di escludere Renzi dalla presidenza del Consiglio, penso che tornerà in seconda fila».

Beppe Grillo, oltre la dicotomia destra/sinistra (LaPresse)

Beppe Grillo, oltre la dicotomia destra/sinistra
(LaPresse)

Come evolverà il tripolarismo italiano?

«Dipenderà in notevole misura dalla legge elettorale che verrà adottata e dalle mosse dei principali soggetti in campo. Uno dei quali, il centrodestra, è solo potenziale, e difficilmente riuscirà a sommare aritmeticamente i voti che a ciascuna delle sue componenti oggi attribuiscono i sondaggi, perché su molti temi le posizioni di Lega e Forza Italia sono incompatibili».

Sarà necessario un ritorno al proporzionale? Oppure l’unica strada praticabile sarà un Nazareno bis per escludere il M5s?

«Il Nazareno bis potrebbe forse produrre un governo delle larghe intese. Ma se questo fallisse nel tentativo di sanare i problemi del Paese, sarebbe la premessa di un trionfo successivo del M5s. Quanto al sistema elettorale, io sono da sempre un fautore del proporzionale puro, perché credo che le elezioni debbano prima di tutto dare una rappresentanza effettiva e soddisfacente alle opinioni dei cittadini. Ai partiti spetta poi tradurre la loro volontà in accordi e confronti. In quasi tutta Europa, il sistema proporzionale produce governi stabili, non il caos descritto dai fautori del maggioritario».

Del movimento capeggiato da Beppe Grillo le piace il tentativo di superare le categorie di destra e sinistra o qualcos’altro?

«Credo che il superamento della dicotomia sinistra/destra sia nelle cose, e il fatto che Grillo lo abbia capito va a suo merito. Molte persone, oggi, ragionano sui fatti, non sulle interpretazioni codificate nelle ideologie novecentesche o sui loro residui. Non sempre il M5s riesce a tradurre le intuizioni del suo portavoce e garante in scelte politiche conseguenti, ma non c’è dubbio che la sua azione abbia sottratto la politica italiana a un’ingessatura bipolare funesta».

Populismo è il termine politico più in voga: l’accezione dominante però è negativa, una sorta di anticamera della dittatura. Eppure, come dice Ernesto Galli della Loggia citando la Costituzione, la sovranità appartiene al popolo…

«Io mi batto, sul terreno scientifico, contro la degradazione del populismo a etichetta insultante. È una mentalità che può piacere o meno, ma che richiama la centralità del popolo come fonte legittima del potere in democrazia, e incita a ricostituirne un’identità comune: obiettivo non disprezzabile».

A sinistra si procede per scissioni, ma anche a destra l’alleanza tra Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni appare irta di difficoltà. Qual è la possibile carta vincente del centrodestra?

«Non ne vedo. L’eterogeneità di questi soggetti è profonda. Oggi si sta affermando uno spartiacque tra fautori e avversari della globalizzazione e dei suoi effetti, e su questo tema cruciale Berlusconi e i liberali stanno su un versante, Salvini, Meloni, i populisti e i sovranisti sull’altro. Ricomporre il dissidio è impossibile, far finta che non esista produrrebbe un’armata Brancaleone».

Salvini, Berlusconi e Meloni. Per Tarchi un'intesa senza futuro

Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Per Tarchi, un’intesa senza futuro

Mi sta dicendo che per il centrodestra e per gli elettori moderati non c’è speranza?

«Gli elettori a cui l’ipotetico centrodestra vorrebbe rivolgersi non sono tutti moderati. Anzi, molti di loro sono attratti da parole d’ordine radicali come quelle della Lega. Senza contare che molti moderati stanno con Renzi, che ha saputo spostare a destra un partito storicamente di sinistra. Non siamo più negli anni Novanta, l’anticomunismo non è più un collante. Il centrodestra è un’entità più immaginaria che reale».

Non sarà che il suo giudizio così drastico è inficiato dalla negativa esperienza personale in quell’area?

«Per niente. E poi non ho appartenuto a “quell’area”, ma al Msi, che era tutt’altra cosa. Una vicenda che si è conclusa più di 36 anni fa. Non sarebbe il caso di evitare di ricordarmela ogni volta che esprimo un giudizio sulle varie destre? Ragiono da analista, non da ex: categoria che detesto».

Qual è il suo pensiero in materia d’immigrazione?

«Difficile sintetizzarlo. Credo che il fenomeno migratorio di massa sia più una fonte di problemi che una risorsa, come vorrebbe la retorica del politicamente corretto. E che, sul piano pratico, non la si debba affrontare ricorrendo a due opposti e simmetrici ricatti psicologici – quello della paura, per cui ogni immigrato è un criminale potenziale, e quello della commozione e della compassione, per le quali ogni immigrato è un “piccolo Aylan” disperato e indifeso. Credo anche che diluire sempre più i caratteri specifici che hanno costituito ciascun popolo sia una grave ferita inflitta a quella diversità che è il fondamento della bellezza, non solo estetica, del mondo. Apprezzo il dialogo tra i popoli e le culture, detesto la loro omologazione sradicante».

Ci sono spazi d’integrazione della popolazione islamica nel nostro Paese?

«Ci sono, ma bisognerà vedere come saranno utilizzati da entrambe le parti. Imparare a convivere con l’altro-da-sé è sempre molto difficile, e per riuscirci occorre prima di tutto ammettere e conservare la reciproca diversità, trovando compromessi pratici accettabili. L’assimilazione, alla lunga, provoca alienazione e ripulse. Si veda ciò che accade nelle banlieues francesi».

Come giudica il magistero di papa Francesco sull’argomento?

«Giudico le sue come opinioni, che come quelle di tutti gli esseri umani sono discutibili. Comprendo la sua posizione, ma sostenere l’accoglienza indiscriminata di chiunque approdi in Europa mi pare una scelta irresponsabile, destinata a produrre future sciagure. Lo ha sostenuto anche Giovanni Sartori, un grande politologo a me caro, e concordo con lui».

Segue i programmi di politica in tv? Come valuta la rappresentazione che la televisione dà della politica italiana?

«Ne seguo saltuariamente qualcuno. Non posso, e non voglio, portarmi sempre il lavoro a casa… La televisione consente alla politica italiana e ai suoi protagonisti di presentarsi per quel che sono. Purtroppo».

 

La Verità, 7 maggio 2017

 

«Titanic Italia? No, vedo un lento decadimento»

Professore, in Italia si può cambiare posizione politica senza essere etichettati come traditori? «Sì, si può a due condizioni. La prima è che non si traggano vantaggi personali dal proprio cambiamento, perché allora sarebbe un cambiamento tacciabile di opportunismo. La seconda è che si spieghino le ragioni del proprio mutamento». Qualche mese fa Ernesto Galli della Loggia, storico ed editorialista principe del Corriere della Sera, autore di interventi di grande lucidità sul momento della nostra Italia, ha mandato in libreria per Il Mulino un saggio intitolato Credere, tradire, vivere. È un’articolata riflessione, in parte autobiografica, che prende le mosse dalla parabola vissuta dalla generazione protagonista del ’68, nella quale molti, lui tra questi, dopo aver idealmente ucciso i padri sostituendoli con nuovi maestri, sono rimasti delusi dalle loro lezioni, oltre che dagli eventi della storia, e hanno deciso di allontanarsi dalle rive della sinistra comunista, chi avvicinandosi alla fede, chi scegliendo altre appartenenze.

In questi giorni Galli della Loggia sta invece preparando l’introduzione a un nuovo saggio in uscita da Marsilio che si concentrerà sugli ultimi vent’anni, per analizzare la crisi delle identità politiche e ideologiche, le nuove emergenze sociali, etiche e ambientali, la perdita dei legami tradizionali.

Da qualche tempo stiamo assistendo all’avverarsi della profezia del filosofo Augusto Del Noce che sosteneva che il vecchio Pci si sarebbe trasformato in un «partito radicale di massa». Sembra anche a lei che oggi la sinistra persegua traguardi di natura etica più che di equità sociale?

«È ciò che sta avvenendo. Ma va detto che, all’epoca, a Del Noce potevano sfuggire alcuni aspetti dell’evoluzione sociale italiana. Oggi non ci sono più gli operai e per i partiti di sinistra votano pensionati, professoresse della Cgil, strati dei ceti medi. Tuttavia, quel che resta del Pd mantiene un minimo collante sociale. Se dovessimo cercare una profezia sulla destra non sapremmo a chi rivolgerci. L’idea di rappresentare il popolo delle partite Iva si è rivelata un’illusione. La destra ha un elettorato, ma non sa esattamente quale sia».

Il filosofo Augusto Del Noce

Il filosofo Augusto Del Noce

Forse perché non ha più un partito perno come qualche anno fa?

«Credo che la causa principale sia la mancanza di argomenti. Oltre l’idiosincrasia nei confronti degli immigrati non riesce ad andare. Anche la promessa di abbassare le tasse è illusoria finché persiste questo mostruoso debito pubblico».

La nuova emergenza sono i temi etici: eutanasia, nuove genitorialità, uguaglianza a tutti i livelli delle coppie dello stesso sesso. Il pensiero unico che sostiene l’emergenza etica è il politicamente corretto?

«Il politicamente corretto è un’ideologia che riguarda una minoranza della popolazione. Forse un milione di persone tra addetti alla comunicazione, intellettuali, strati colti. Dopo il caso del ristoratore di Lodi, ho visto un servizio in tv su una sezione del Pd di Bologna. Bene, gli iscritti erano tutti a favore della libertà di sparare per difendersi. Un’opinione che non differiva in nulla dalle posizioni leghiste. Per il resto, sì: il politicamente corretto è la nostra ideologia ufficiale, non lo è in Francia e Gran Bretagna. Italia e Germania sono politicamente corrette perché devono farsi perdonare il loro passato scorretto».

Non trova che su questi temi il punto di vista dei cattolici sia sottorappresentato?

«I temi etici non possono essere presi in blocco. Anche la Chiesa concorda con la necessità di ridurre l’accanimento terapeutico. Tutt’altra faccenda è l’utero in affitto, una mostruosità che va avversata e punita. Come mostruosa è stata la sentenza di quel tribunale che ha tolto la figlia ai genitori perché ritenuti troppo anziani».

In tema di adozione per le coppie omosessuali i nostri tribunali sono sordi al pronunciamento della Corte di Strasburgo che ha stabilito la necessità di un legame biologico.

«La nostra magistratura opera con l’idea di tutelare i diritti, sostituendosi ai legislatori. È una scimmiottatura del diritto anglosassone per il quale il giudice, anziché applicare la legge come prescrive il diritto romano, difende e instaura dei diritti in modo creativo. Agli intellettuali e ai giornalisti bisognerebbe aggiungere i giudici tra le categorie politicamente corrette».

A destra sembra che si pensi che la risposta al correttismo siano i modi spicci, un certo massimalismo negli argomenti, anziché il discernimento. Concorda?

«Al tuo partito preso contrappongo il mio. L’importante è non affrontare il merito delle questioni. I talk show sono la messa in scena di questi radicalismi simmetrici utili a innalzare gli ascolti. La destra non riesce a organizzare una proposta che vada oltre il rifiuto degli immigrati e il rifiuto delle tasse. Questo la candida a essere votata solo come anti sinistra, non come portatrice di un discorso propositivo autonomo».

Possono essere i populismi la risposta al politicamente corretto?

«Non mi convince il modo in cui viene usata questa parola. Essendo governo del popolo ogni democrazia è in un certo senso populista. È questione di misura, certo. La xenofobia, l’isteria anti islamica e il nazionalismo sono sbagliati. Anche l’uso del termine sovranismo va precisato. La nostra Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo. Da parte leghista si tende a confonderla con la difesa dei confini. La sinistra manifesta disprezzo per i cosiddetti sovranisti, ma quando difende la nostra autonomia dalle ingerenze di Bruxelles, il governo di sinistra si mostra sovranista, e giustamente. In generale, la gente desidera essere padrona a casa propria e governata da persone che parlino la propria lingua. Non mi sembrano esigenze antidemocratiche».

Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg

Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg

Che cosa pensa dell’affinità elettiva tra il renzismo e i marchi della new technology?

«Parlerei di innamoramento culturale. I grandi marchi americani hanno visto in Renzi il loro portabandiera in Europa. Ma il recente viaggio in California dell’ex premier è sembrato la gita di un ragazzo di Firenze. Che i vari Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e George Soros siano i profeti del futuro è una favola che fa sorridere. Come fa sorridere questa ideologia universalistica in cui siamo tutti pacifisti, animalisti, vegani, propugnatori delle nuove genitorialità e degli uteri in affitto, un po’ new age, il cristianesimo ci fa schifo… È una poltiglia buonista che nasconde certi inferni che si vivono nel mondo. A cominciare da quello delle miniere del Congo, dove in condizioni di schiavitù, si estrae il silicio che arricchisce i big della Silicon Valley. E sul quale il nostro ex premier dovrebbe avere informazioni sufficienti».

Tra ideologia del politicamente corretto da una parte e popolazione poco ascoltata dall’altra che ruolo può avere la Chiesa di papa Francesco?

«Avendo radici sudamericane, Bergoglio non ha lo stesso rapporto drammatico con il Vecchio Continente che aveva il tedesco Ratzinger. In Europa, che crede ormai scristianizzata, Francesco si fa portavoce delle istanze dei poveri del mondo. Le origini sudamericane si notano anche nella critica al capitalismo di sapore anti yankee».

Sui temi etici però sembra allineato con la cultura di Obama…

«Ha scelto una posizione non contrappositiva. Dobbiamo ricordarci che Bergoglio è un gesuita e i gesuiti sono maestri del “caso per caso”. Francesco applica questo spirito gesuitico, non inquisitoriale. Con la possibilità che alla fine risulti vincente nel dialogo con parti importanti della società. La Chiesa ha uno sguardo più lungo, ragiona con i secoli. I cattolici tradizionalisti dovrebbero leggere più libri di storia e riflettere sulla sconfitta del Risorgimento, in cui si è visto che contrapporsi alla modernità e ai valori liberali può essere catastrofico».

A volte certe espressioni di papa Francesco lasciano perplessi.

«Perché parla spesso a braccio. “Chi sono io per giudicare” ha messo in discussione secoli di magistero. Se la sua apertura al dialogo e la sottolineatura della centralità delle periferie porteranno a un concordato con la Cina e il suo miliardo e mezzo di abitanti, avrà avuto ragione lui. Capisco che una parte dei cattolici europei sia in imbarazzo, ma dobbiamo ricordare che la partita si gioca nel mondo intero».

Papa Francesco in una sua tipica espressione

Papa Francesco in una sua tipica espressione

Proviamo a proiettarci nel futuro. Come vede quello di Renzi?

«Ci vorrebbe la sfera di cristallo. Se il 30 aprile vincerà le primarie, avrà davanti la sfida più difficile. Cioè, superata la salita del Pd ne troverà una più ripida. Mi chiedo: alle prossime elezioni il candidato sarà lui o Gentiloni? Infine, bisognerà prendere un voto in più del M5s».

Berlusconi riuscirà a ricompattare il centrodestra?

«Berlusconi è un genio della comunicazione. Con la foto al McDonald’s nella quale leggeva con attenzione il menù, ha parlato a chi frequenta i fast food, agli investitori pubblicitari, a chi guarda la tv. Berlusconi conosce il suo pubblico, ma non sempre il pubblico vota per lui. Però a destra non si vede nessuno che possa essere suo concorrente. Nonostante gli sconfinamenti a Napoli, un leader nazionale non parla come Salvini».

Moriremo grillini?

«Tutto sembra convergere in quella direzione. Anche se in Italia ci sono sempre le intercettazioni…».

Cosa vuol dire?

«Che ci sono tante incognite».

Che cosa pensa dello scambio di favori tra Pd e Forza Italia nel voto sulla mozione di sfiducia al ministro Lotti e per la decadenza da senatore di Augusto Minzolini?

«È evidente che il Pd e Forza Italia sono destinati a governare insieme. Le alleanze si costruiscono anche così, non mi scandalizzo. Detto questo, c’è una faziosità nella politica italiana che spesso impedisce una riflessione approfondita. I grillini non applicano lo stesso criterio quando le indagini riguardano qualche loro esponente. Lotti era in una situazione oggettivamente complicata e anche se non è automatico che scattino sempre le richieste di dimissioni, credo che avrebbe fatto bene a fare un passo indietro. Come in passato fecero i ministri Annamaria Cancellieri, Federica Guidi e Maurizio Lupi».

Ci sono margini di ripresa per il nostro Paese?

«Sono pessimista».

Titanic Italia?

«Non vedo un iceberg, ma una decadenza progressiva. Stiamo già uscendo dal gruppetto di testa delle potenze mondiali in cui pensavamo di stare per diritto. I nostri marchi storici sono preda degli stranieri. Nessuno si occupa dell’assetto idrogeologico del Paese che sta fisicamente sgretolandosi. Ponti, argini…».

 

La Verità, 19 marzo 2017