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«Chi difende la famiglia naturale non è omofobo»

Mica facile per un cattolico destreggiarsi nel mondo della pubblicità e dell’advertising. Alberto Contri, 76 anni, nativo di Ivrea, cultore di jazz e contrabbassista a tempo perso, l’ha fatto per mezzo secolo in ruoli apicali di multinazionali e associazioni di settore, unico italiano mai entrato nell’Eaaa (European Association of Advertising Agencies). Già consigliere Rai, poi amministratore delegato di Rainet e tuttora docente dello Iulm di Milano, ha presieduto la fondazione Pubblicità Progresso, dimettendosi superata la boa del ventesimo anno. «Considerato che esercitavo quel ruolo a titolo gratuito, la fondazione è stata la mia forma di charity personale. Ma», racconta, «vent’anni di presidenza sono tanti e, quando negli ultimi tempi, un certo clima politicamente corretto ha iniziato a rendere l’aria irrespirabile, ho preferito lasciare». Dopo McLuhan non abita più qui? (Bollati Boringhieri), l’ultima sua pubblicazione dall’editore La Vela è La sindrome del criceto (postfazione di Salvatore Veca), vivace pamphlet contro il pensiero unico, la mitizzazione dell’intelligenza artificiale e l’invadenza della filosofia gender.

Com’è nato?

«Da tempo seguivo i progressi degli studi sull’intelligenza artificiale che tutto il mondo della pubblicità tiene in grande considerazione».

Che cosa non le tornava?

«Il fatto che non è il nuovo paradiso terrestre come molti fantasticano. È utilissima in tantissimi campi, dalla medicina alla ricerca spaziale, ma se non si sanno interpretare le informazioni che dà non serve a nulla».

Cosa c’è da temere?

«La sua mitizzazione. Anche la mia amica Barbara Carfagna, nel programma di Rai 1 Codice La vita è digitale, promuove le teorie sulla singolarità e il transumanesimo. Secondo lo scienziato americano Ray Kurzweil, poco alla volta la struttura biologica umana verrà integrata dalla nanotecnologia e dalla robotica e con l’aiuto di chip e microchip diventeremo onnipotenti ed eterni».

Invece?

«Invece, come dice Federico Faggin, lo studioso italiano inventore del microchip a base di silicio, non potrà mai esistere un computer con una coscienza: “Una macchina non può compiere scelte veramente creative, ossia scelte che non sono contenute nelle variabili che ha già immagazzinato”».

Elon Musk non la pensa così.

«Infatti la sua auto senza pilota va a sbattere. Perché la complessità della realtà non rientra negli algoritmi. Il computer non può intuire, improvvisare… Detto ciò, Musk è un genio, si è inventato questi vettori spaziali che ora tornano alla base, mentre prima cadevano in mare. Bisogna stare in guardia dalla sua idea che tutto ciò che è sperimentabile sia lecito e giusto».

Dell’intelligenza artificiale fanno grande uso quelli che lei chiama i nuovi padroni del mondo.

«I Gafa: Google, Apple, Facebook, Amazon. Hanno avuto intuizioni straordinarie, ma con quali effetti collaterali? Amazon sta distruggendo il commercio tradizionale, intere filiere produttive. Inoltre, tralasciando il fatto che non pagano le tasse come e dove dovrebbero, come singole persone stiamo regalando loro la nostra privacy. Di cui, Cambridge Analytica insegna, fanno ciò che vogliono».

Gli algoritmi producono conformismo?

«Tendono a tarpare la creatività, l’eccentricità. Uniformano opinioni e consumi, trasformandoci in piccoli automi. Le formule sono tante: se hai comprato questo puoi comprare anche quello; hai visto che cos’hanno comprato quella star e quel vip?».

Torna attuale il vecchio adagio del marketing: se ti danno qualcosa gratis vuol dire che il prodotto sei tu?

«La fregatura è che ci hanno abituati così. Tutte le ricerche di mercato dimostrano che pur di avere i social gratuitamente siamo disposti a tollerare pesanti intrusioni».

Sospetta che lo sviluppo che stiamo perseguendo anziché riguardare l’umanità nel suo complesso giovi «solo ai ricchi, i benestanti, i miliardari divenuti irraggiungibili monopolisti»?

«Da vent’anni celebriamo le magnifiche sorti e progressive di questo sistema, poi arriva un’epidemia e siamo tutti spiazzati. Ci affidiamo acriticamente all’autorità benefica dell’Onu e degli altri organismi mondiali, ma se andiamo oltre la narrazione di facciata ci accorgiamo che la fame e le malattie sono ancora tristemente diffuse».

Un altro allarme riguarda l’invadenza delle teorie gender.

«Oggi dire che gli uomini nascono dall’unione tra un uomo e una donna equivale a discriminare trans e omosessuali. Minoranze intolleranti e rumorose, come ben sa Joanne Rowling, violentemente attaccata per aver detto che il sesso conta più del genere».

In Italia sta per essere approvata la legge sull’omofobia, il ddl Zan.

«Così mentre di chiunque si potrà dire che si è comportato da stronzo, dei gay non lo si potrà dire. È vero che, nella storia, gli omosessuali sono stati discriminati e torturati. Ma provi a dire che oggi sono sovrarappresentati come ha fatto Platinette… Su Rai 1 il sabato sera va in onda un programma in cui due giurati su cinque, ovvero il 40%, sono omosessuali. Tutto ok?».

Perché i grandi marchi sponsorizzano manifestazioni come il Gay pride?

«Perché Accenture (la più grande società di consulenza aziendale al mondo ndr) ha diffuso uno studio secondo il quale chi promuove cause inclusive vende di più. Il che è tutto da verificare. Soprattutto è da verificare se questa politica convenga ai grandi marchi. Il calo demografico derivante dalla marginalizzazione della famiglia tradizionale farà diminuire anche i consumatori».

Perché la parola chiave è inclusività?

«Perché, paradossalmente per i militanti della diversità, uniforma le differenze. Per il pensiero unico difendere la famiglia naturale è sinonimo di arretratezza e omofobia. Ma, una volta inclusi, gli omosessuali diventano a loro volta intolleranti».

Il primato della natura enfatizzato dagli ecologisti funziona per i cuccioli di animali, non per gli umani?

«Secondo i veterinari non si possono togliere cani e gatti alla madre prima del compimento dei tre mesi, ma le madri biologiche non devono vedere i neonati dall’utero in affitto per evitare che si affezionino».

La legittimazione della pedofilia è così incombente?

«L’Associazione degli psichiatri americani sostiene che non è una depravazione, ma un’inclinazione naturale che va gestita. In Italia è stato prodotto con denaro pubblico un film sulla vita di Mario Mieli, attivista omosessuale morto suicida che teorizzava: “Solo noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino… l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini”».

Che cos’è la sindrome del criceto?

«Il criceto è dotato di grande velocità per sfuggire ai predatori, ma perché corre come un matto dentro la ruota senza che qualcuno lo insegua? Perché se sta fermo non sviluppa le endorfine e cade in depressione. Lo fa a prescindere dal fatto che quella corsa lo porti da qualche parte».

Perché è un comportamento emblematico?

«Pensiamo alla nostra classe dirigente, politica e imprenditoriale. Gente che occupa posti solo per paura di perdere potere e profitti, fregandosene delle conseguenze per la comunità».

Il prolungamento dello stato di emergenza deciso da Giuseppe Conte è un esempio di sindrome del criceto?

«Si enfatizza una situazione in modo strumentale camuffandola di buone intenzioni per puntellare la propria sopravvivenza».

Giustificando l’accentramento dei poteri.

«Sarebbe interessante se l’Osservatorio di Pavia misurasse per quanto tempo il premier ha occupato la tv con conferenze stampa, dirette Facebook e comunicazioni straordinarie. Tempo che avrebbe potuto dedicare al Paese, invece di continuare a correre nella ruota dei media».

I media sono la ruota?

«Sono organici a una politica di annunci e promesse. I talk show, le maratone elettorali sono un meccanismo sganciato dalla realtà e finalizzato a raccogliere incassi pubblicitari, le endorfine del sistema. Si prendono due esponenti di schieramenti opposti, gli si chiede quanto durerà questo governo e il gioco è fatto. Nessuno crede che un talk show produca una sintesi di qualche utilità per i cittadini».

In chiusura del libro parla di «nuovo umanesimo» come fece Conte insediandosi con il governo giallorosso.

«Sono diversi i referenti mentali. Io propongo un nuovo rinascimento basato sullo studio, il lavoro, il sacrificio. Conte è un avvocato e avrà studiato. Ma io che studio comunicazione da 50 anni mi sento umiliato quando vedo Rocco Casalino, un esperto che si è formato al Grande fratello la cui unica furbizia è saturare i media con il suo leader».

Diventerà un boomerang?

«L’overdose provoca saturazione e nausea. Anche perché Conte ha una comunicazione superficiale, basata su buzzwords: parole d’ordine come sostenibilità, economia green, inclusività, che ormai compongono il sottofondo di uno sciame di api».

Pier Paolo Pasolini profetizzava un’epoca in cui «il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare una nuova inquisizione, un nuovo conformismo. E i suoi chierici saranno chierici di sinistra».

«Non è quello che stiamo vedendo? Oggi, pur di frenare Matteo Salvini, il Pd si allea con il partito dell’uno vale uno e rinnega la tradizione di Enrico Berlinguer e delle Frattocchie».

In che cosa consistono i Gru, i Gruppi di resistenza umana?

«Il degrado parte dalla diffusione del cellulare già nella scuola elementare e si estende fino a certe carriere costruite molto in fretta. Girando l’Italia ho riscontrato un desiderio diffuso di ripartire dallo studio, dalla ricerca del bello, dal senso di responsabilità quotidiano. Non è l’ennesimo movimento politico “dei carini”, ma un’idea ingenua e ambiziosa allo stesso tempo, che parta dal basso, dai professionisti coscienziosi alle persone comuni».

Adesioni?

«Ne sto già avendo molte e qualificate. Stiamo preparando lo statuto: sentirete presto parlare di noi».

 

La Verità, 18 luglio 2020

Buffon, zelig dello spot. Dategli una squadra

 

 

laverita.info 19 giugno 2018

Josi: «Così è nato lo spot tormentone della Tim»

Incontri Luca Josi e non sai da dove cominciare. Da Bettino Craxi e i nomignogli che gli hanno affibbiato: Hammamet express, l’apostolo, l’aspirante martire del craxismo, l’ultimo repubblichino della Repubblica di Salò di Craxi? Oppure dai cinque Telegatti vinti quando faceva il produttore tv con Einstein Multimedia, prima di chiudere a causa della vicenda riguardante la fiction Rai Agrodolce? Dal matrimonio con Laura Paglieri, famiglia Felce Azzurra, o da quello con Luisa Todini, famiglia di grandi costruttori? O dal nuovo ruolo di capo della comunicazione di Tim (formalmente: direttore della struttura Brand Strategy e Media), ideatore e curatore, tra mille altre cose, dello spot con il ballerino Sven Otten che ci ha stregato prima durante e dopo il Festival di Sanremo? Forse intuendo i miei impacci, parte lui da quand’era bambino, promessa del nuoto a Genova, due allenamenti e una ventina di chilometri al dì, genitori socialisti nella città dove nacque il Psi e si andava al cinema nella Sala Sivori, luogo della fondazione. Il padre Giuseppe insegna Statica delle navi all’università e, per capire il tipo, a un tal Lelekis fa ripetere l’esame 32 volte. La madre è giudice minorile, poi preside di una scuola privata. Il più ignorante del casato ha tre lauree. L’unica a non aver studiato è nonna Margherita, discendente di Marco Antonio Bragadin, ammiraglio della Serenissima che resistette agli Ottomani nell’assedio a Famagosta (Cipro), poi catturato e scorticato vivo perché rifiutò di convertirsi all’islam. La nonna gli ripete questa storia, ma lui alla fine s’iscrive all’università. Ma siccome, nel frattempo, la passione politica ha scalzato il nuoto, studia a Genova e va alle riunioni dei giovani socialisti a Roma, dormendo in treno. Tre volte la settimana per tre anni, questa è la tigna. Più che un grande irregolare, Josi è una presenza che smuove il senso di colpa collettivo nei confronti di Craxi. Si definisce un «salmone orfano»: salmone perché essere craxiano dal 1992 al 2000 è piuttosto controcorrente, orfano perché nel frattempo il Psi è scomparso. A Roma poi esplode la passione per la storia dell’arte. Tuttora viva al punto che, entrato nel Cda della Fondazione di Telecom, chiamato dal presidente Giuseppe Recchi, si butta nel piano di ripristino del Mausoleo di Augusto a Roma («il più grande monumento sepolcrale del mondo dopo le piramidi, che consegneremo alla cittadinanza in meno di due anni»). Una volta in Telecom, complici altri cambiamenti, nell’aprile 2016 l’ad Flavio Cattaneo gli affida la responsabilità della comunicazione. Nel frattempo è tornato anche l’amore per il nuoto e, a 50 anni, Josi fa ancora i 100 stile libero in un tempo inferiore al minuto.

Dunque, cominciamo dalla fine. Com’è nato questo spot così magnetico, contagioso, virale?

«È nato nella mia famiglia allargata; tra figlie, figli e la mia amatissima compagna Allegra: la persona con cui guardo e condivido meglio il mondo. In casa, anche noi, siamo tenaci navigatori della rete, tutti frequentatori di questo straordinario modo di viaggiare da fermi».

Uscendo dalla metafora?

«A settembre ci siamo ricordati di quel ballerino che avevamo visto qualche tempo prima. Per la nostra comunicazione cercavo qualcosa di semplice nella sua ripetitività – una legge, un mantra, per chi viene dall’avere lavorato coi format – e il ballo di Sven era perfetto. Lo era già nel suo video autoprodotto in bianco e nero, con quelle inquadrature pulite e quel continuo volteggiare degli arti che sembravano indicare i quattro angoli dello schermo lasciato vuoto per poterci inserire le nostre parole».

E la musica?

«C’era già. Sven infatti ballava nella sua camera su All Night di Parov Stelar. Abbiamo preso il binomio completo. Loro due nemmeno si conoscevano. Sven è tedesco, ha 29 anni e una storia perfetta da raccontare: era un programmatore di computer, che per la tendenza ad appesantirsi, con conseguenti problemi alla schiena, aveva deciso di dimagrire e gli era venuta l’idea del ballo. Da autodidatta aveva cominciato a scaricarsi dei tutorial dalla rete per imparare i primi passi, poi si era appassionato a questa musica al punto d’inventarsi un ballo per interpretarla».

Adesso quando la senti nelle sigle della Serie A, nella testa vedi Sven che balla…

«È l’elettro-swing. Lo swing è nato negli anni Trenta e ha rappresentato una reazione, fisica, alla depressione economica. Da lì vengono una serie di sonorità e danze nuove, più spensierate e positive. Nel 2012, Stelar, ha creato questo brano, una versione elettro dello swing. E così, ci siamo ritrovati tra le mani questa chicca».

Un brano che sprigiona energia.

«Come tutto ciò che tira fuori il meglio di noi, regala qualche secondo di allegria, un sorriso e un po’ di buon umore. Questa campagna è diventata precocemente virale. Non era ancora partito il concorso per le reinterpretazioni del ballo rivolto sia ai singoli consumatori che possono mandare un video autoprodotto che ai dipendenti delle aziende che possono proporlo con tanto di marchio del gruppo – su www.ballacontim.it online da mercoledì – che lo spot aveva già prodotto più di 200 imitazioni e una ventina di parodie. Tutte nate spontaneamente; il sogno di ogni pubblicitario».

Rischio di sovraesposizione?

«Sono quei rischi che ognuno si augura sempre di dover gestire».

Quindi, spot stupendo: ma il prodotto è stato comunicato in modo efficace?

«Esistono un’infinità di casi di pubblicità famose per qualità delle immagini e dei suoni che si sono rivelate di scarsa efficacia per il prodotto di cui erano ambasciatrici. Noi abbiamo avuto un risultato eccellente in tutte le sue declinazioni. Al di là della piacevolezza, quella musica e quel modo di portare le parole dell’offerta è talmente semplice che lo spettatore ricorda con precisione il contenuto della proposta commerciale».

È la prima volta che c’è uno sponsor unico al Festival di Sanremo. Come l’avete deciso?

«Ricordiamo la leadership del gruppo presidiando gli eventi e i fenomeni principali della nostra società come la Serie A del calcio o la scuderia Ducati. Ci siamo chiesti quindi quale fosse il Superbowl italiano e la risposta era senza dubbio il Festival di Sanremo che realizza ascolti irriproducibili».

Avrete stanziato un super budget.

«Se intende sugli investimenti pubblicitari la risposta è no. Abbiamo riscontrato però che la percezione, anche da parte degli addetti ai lavori, è stata quella di un investimento infinitamente superiore a quello reale. Il che significa che abbiamo speso molto molto bene i nostri soldi per la resa che hanno avuto. La tempesta perfetta si è vericata a Sanremo dove si sono incontrati l’evento più evento del panorama italiano e lo spot del momento. Quando il nitro incontra la glicerina scaturisce qualcosa di esplosivo».

A proposito di super budget, com’è arrivata Mina?

«Come una cosa bella. A Sanremo ci siamo chiesti: perché le telepromozioni devono essere percepite come un prodotto minore della comunicazione? Così ci è venuta l’idea di creare uno spettacolo nello spettacolo, provando a immaginare un piccolo musical in stile bollywoodiano derivato dallo spot. Recchi e Cattaneo hanno sposato l’idea e sono stati i primi veri sponsor di questa campagna. Si è innescata una sorta d’isteria produttiva: abbiamo avuto il via libera il 15 gennaio e abbiamo iniziato a girare i filmati a Cinecittà il martedì precedente all’inizio del Festival».

E Mina?

«Ho la fortuna di averla amica. Lei ha avuto fiducia nell’idea che le ho proposto. Ed è successo quello che avete visto e ascoltato. La mia più grande preoccupazione era di realizzare qualcosa che fosse rispettoso del suo mito. Mina, che come tutte le persone di genio vive della sua curiosità imprevedibile, ancora una volta ha trovato il modo di divertirsi, stupire e reinventarsi. L’idea di cantare “Tim Tim Tim” è sua. Un guizzo mozartiano di un personaggio dal talento inesauribile».

Da quanto tempo esiste questo rapporto con Mina?

«Siamo amici, ci conosciamo da anni e, appunto, se devo immaginarmi il genio o spiegarlo, penso a lei e a pochi altri. Sono quelle intelligenze carsiche delle quali non riesci mai a capire come costruiscano i passaggi che le portano a intuizioni, a sintesi, che altri producono, faticosamente, dopo percorsi lunghi, concatenati (sempre che le producano). Il genio, invece, all’improvviso ti dà un’intuizione che con istinto animale ti spiazza. È come se fosse già in possesso di una soluzione che agli altri mancava, quello che si definisce “nascere imparato”. Mina è così, una persona imparata in tutte le situazioni, mai fuori luogo, non s’identifica con una stagione attraversandole tutte da protagonista».

C’è un episodio, una frase, una situazione che l’ha particolarmente colpita in questa amicizia?

«Le amicizie e i sentimenti privati si definiscono tali proprio perché lo restino».

Questa campagna della Tim è il suo ritorno pubblico nel mondo della comunicazione. Una sorta di rinascita dopo anni difficili?

«Per rinascere bisogna morire. Vengo da una famiglia di trattori, gente ligure che, se china il capo, vuol dire che sta prendendo la rincorsa per tirarti una testata. Negli anni della tv ho vinto cinque Telegatti, prodotto migliaia di ore del primetime televisivo, organizzato il Live8 del 2 luglio 2005 (il più grande evento musicale italiano). Ho incontrato poi momenti cattivi concepiti da personaggi peggiori (non sono credente, ma credo che convenga anche a questi tizi che Dio non esista). Mi hanno aiutato oltre alla mia famiglia, meravigliosa, poche persone e devo a loro se sono qui. Non sono stati anni facili, ma sono cresciuto con mia nonna paterna che al posto delle favole mi raccontava la storia dell’avo Marco Antonio Bragadin; qualcosa di diverso da Biancaneve. Da parte di mia madre, nelle mezze parole liguri, ascoltavo invece quella del tenente Piero Borrotzu, che a 22 anni si consegnò ai nazisti per scambiare la sua vita con quella dei cittadini di Chiusola. Non c’è un grammo di retorica in questi ricordi: erano uomini come noi, come me; persone che hanno affrontato prove assolute, con coraggio, forza e senso del dovere che riduce a un pizzicotto ognuno dei miei mostri».

A proposito di quei tizi mi permetto di dire che devono sperare nell’esistenza di Dio, perché Lui perdona… Comunque, l’esperienza di produttore tv è la sua seconda vita, la prima è stata la politica. Quando parlava dell’intelligenza di Mina, mi chiedevo come classificasse quella di Craxi.

«Anche di Craxi non si capiva come arrivasse alla sintesi, all’idea finale. Andreotti raccontava spesso che quando andavano insieme a qualche meeting politico, lui impiegava il tempo del viaggio a studiare i dossier, mentre Craxi si sdraiava e dormiva per poi rinvenire quando l’aereo iniziava la discesa. A quel punto, scartabellava velocemente il plico immergendosi in silenzio in quelle carte; una volta raggiunto il tavolo del consesso era però sempre lui quello che poneva il pallino al centro della conversazione focalizzando l’aspetto strategico della questione. E Andreotti lo ricordava con un filo d’ironica invidia».

Lei come lo ricorda?

«Come il mio miglio amico e il mio leader».

Oggi che rapporto ha con il mondo della politica?

«Protetto. Guardo la tv e vedo che c’è un sacco di gente che ne parla, che ne discute; probabilmente, da qualche parte, ce ne sarà qualcuno anche capace di farla. In generale, mi sembrano tempi eunuchi, pieni di personalità calviniste con il prossimo e cattoliche con sé stesse».

Può esemplificare? C’è qualcuno che l’ha particolarmente delusa e, al contrario, qualcuno che le suscita un briciolo di speranza?

«La politica necessita di un fondo di ottusità: quella di sentirsi indispensabili all’umanità. Alcuni, se non lo sono per davvero, risultano almeno utili; l’altra gran parte, sono rinunciabili o interscambiabili. Però la politica è imprescindibile perché dovrebbe servire a reagire alle ingiustizie e alle prepotenze. Perché si occupa della vita di ognuno di noi e se tu non affronti i problemi loro troveranno te e avrai solo perso tempo. Da noi il coraggio e l’impegno ci si immagina abbiano effetti retroattivi. Sopraggiungono dopo sperando che abbiano effetto sulle codardie e le negligenze del prima».

Piercamillo Davigo, presidente dell'Anm (Franesco Garufi)

Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm (Franesco Garufi)

Di recente Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm, ha detto che a 25 anni da Mani pulite la politica è ancora più corrotta. Concorda?

«È probabile. In un certo senso Tangentopoli somiglia a una terapia antibiotica interrotta anzitempo, che ha rafforzato la malattia. Craxi fu l’unico ad autodenunciarsi in Parlamento per il problema del finanziamento illecito ai partiti. Tacquero tutti. Non era il: “Tutti colpevoli, nessun colpevole”, ma il tutti colpevoli e basta. Nel frattempo la mitragliatrice di Tangentopoli aveva esaurito il nastro delle sue munizioni e fu così che resistettero i nani e le ballerine. I primi avvantaggiati dall’altezza e le seconde dalla mobilità».

 

Cosa la fece diventare craxiano proprio mentre prendeva corpo l’azione di Mani pulite?

«Sono stato l’ultimo segretario dei giovani del Psi di Craxi. Ci siamo messi a difendere una storia non nostra perché sapevamo ci sarebbe ricaduta in testa. E soprattutto perché pensavo che se fossimo stati così pessimisti da non voler difendere il nostro futuro non potevamo essere, contemporaneamente, così ottimisti da sperare che qualcuno lo facesse al posto nostro. Perché alla fine appare sempre che sono i buoni a vincere. E non perché lo siano per davvero, ma perché vincendo, e scrivendosi la storia, lo diventano».

Si sente un irregolare?

«Un carattere nazionale è ormai diventato il galleggiamento. Io preferisco nuotare e penso, come scriveva Ignazio Silone, che il destino sia un’invenzione della gente fiacca e rassegnata».

Per tornare al punto dal quale abbiamo iniziato: quali sono i grandi progetti su cui sta lavorando il terzetto Tim, Josi, Mina?

«Molti, ma non le rovinerò la sorpresa».

 

La Verità, 5 marzo 2017

Vi starete chiedendo perché Cracco c’inonda di spot

Uno si alza la mattina e, mentre si prepara la colazione, accende distrattamente la tv per aggiornarsi un po’ imbattendosi nella pubblicità. “Vi starete chiedendo che cosa ci fa Cracco in un bagno” di una nota casa Continua a leggere