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Anche Rai 1 vuole farci morire camorrologi

Moriremo tutti camorrologi. Oppure mafiologi. Insomma, esperti di criminalità organizzata in tutte le sue sfaccettature. Su Canale 5 è in onda Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale, su Netflix è visibile Suburra, mentre lunedì sera è iniziata su Rai 1 Sotto copertura. La cattura di Zagaria, seconda stagione dopo la prima, in due episodi, dedicata all’arresto del boss dei Casalesi Antonio Iovine. Stavolta, per prendere il capoclan latitante da vent’anni, interpretato da un Alessandro Preziosi che fa la faccia feroce, di episodi ce ne vorranno ben otto concentrati in quattro serate (Rai 1, lunedì, ore 21.25, share del 20.22%). I due boss camorristi furono incarcerati a poco più di un anno di distanza tra novembre 2010 e dicembre 2011 al termine delle operazioni guidate dal capo della Squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani e dunque ha una sua plausibilità la realizzazione di due serie con lo stesso titolo. Poco dopo l’arresto di Iovine, grazie alle soffiate dei collaboratori di giustizia, prende corpo la pista che porterà alla cattura di Michele Zagaria. Nella fiction, già nel primo episodio gli investigatori lo localizzano nel bunker di Casapesenna, suo paese natale. Ma la strada è ancora lunga perché, sulla base delle dichiarazioni di un pentito, il capo della polizia viene accusato di collusioni con le cosche. Accuse che innescheranno un procedimento giudiziario che si concluderà con la piena assoluzione nel giugno 2015, ma che hanno suggerito alla produzione un’identità di fantasia al personaggio di Claudio Gioè.

I clan camorristici non sono esattamente l’habitat di Lux Vide, incline a stemperare il noir criminale con le vite private dei poliziotti. Uno di loro vuole riconquistare la moglie, un altro ha in animo di lasciare la polizia per dedicarsi di più alla famiglia, il più giovane dei tre è fidanzato con la figlia del capo. Pure i camorristi hanno un cuore e il braccio destro di Zagaria cede al fascino di sua nipote. Ancor meno credibile appare l’intervento in cui Arturo deve piazzare «sotto copertura» una cimice per intercettare il boss nel bunker ma, nel momento di massima tensione, gli squilla il cellulare. Ingenuità a parte, Rai Fiction e Lux Vide sembrano averci preso gusto. Forse nell’intento di saturare il pubblico prima di Gomorra 3. Moriremo camorrologi.

La Verità, 18 ottobre 2017

Bertolino antifuga cervelli Fazio e Crozza sbagliano

Fondazione Tim sull’innovazione È sbarcato ieri su La7 MeravigliosaMente, programma sull’innovazione di Enrico Bertolino e realizzato da Zerostudio’s per Fondazione Tim. A metà tra l’educational e la divulgazione scientifica, il comico visita in altrettante puntate cinque università dell’eccellenza italiana (Pisa, Genova, Padova, Milano, Torino). La prima notizia è che esistono nonostante le classifiche internazionali. La seconda è la comunicazione smart con cui Bertolino incontra ricercatori di robotica che progettano pancreas per diabetici gestibili con wi-fi, o ingegneri che studiano il trasporto con levitazione magnetica che ridurrà di 2/3 i viaggi sulle linee Tav. Il tutto in agenda «tra due anni».

Errori di programmazione/1 Il primo è Che fuori tempo che fa, il talk show di Fabio Fazio nella seconda serata del lunedì su Rai 1. Con l’eccezione della copertina di Maurizio Crozza, la tavolata con gli ospiti sembra una sorta di «avanzi» del Tavolo con Nino Frassica della domenica. In passato c’è chi ha proposto qualcosa di dignitoso con il marchio Avanzi, ma stavolta c’è da confrontarsi con lo schiacciasassi Grande Fratello Vip. E non basta il traino della Nazionale, tanto più se dopo la fine del match c’è mezz’ora di bar sport, per far superare la sensazione di già visto.

Errori di programmazione/2 L’altro svarione riguarda Fratelli di Crozza in onda su Nove al venerdì (3.5%) come nelle annate su La7, dove quest’anno c’è Propaganda Live di Zoro che gli rosicchia il pubblico militante. Più male gli fa su Tv8 la prima tv in chiaro di X Factor che lo supera regolarmente (4.5% circa). Se non si vogliono cambiare abitudini tocca rassegnarsi.

Correzione per Skroll Dopo un mese di preserale nell’illusione che facesse da traino a Mentana, Andrea Salerno ha deciso di spostare la striscia di Marco D’Ambrosio alias Makkox prima di un altro tg, quello della notte. Gli ascolti delle 19.30 erano scesi sotto l’1%, mentre la replica dopo mezzanotte resisteva attorno al 2% (e il doppio di telespettatori). I frequentatori dei social sono nottambuli.

I capolavori di Taodue L’altro giorno a proposito di Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale di Canale 5 Aldo Grasso ha scritto che «vengono in mente tante cose». A cominciare dal «cinema dell’impegno civile (i film dei fratelli Taviani, di Germi, di Petri, di Pontecorvo, di Rosi, di Scola…) così centrale negli anni ’70 del Novecento. Le non poche serie della Taodue da Distretto di polizia a R.I.S., da Squadra antimafia a Le mani dentro la città, solo per citare alcuni titoli, affondano le loro radici culturali proprio in quella stagione in cui il nostro cinema provava a raccontare misteri e storture del nostro Paese».

La Verità, 15 ottobre 2017

La lezione di resilienza e ironia di Bebe Vio

Quando la vita va in televisione, alla fine, combina sempre qualcosa di buono. La vita e le storie valgono la visione e l’ascolto, soprattutto se raccontate con spontaneità. Il nuovo programma di Bebe Vio, La vita è una figata! (Rai 1, domenica, ore 17.45, share del 10.63%), ha il pregio dell’immediatezza e della semplicità. Almeno, così risulta al telespettatore. La giovane fiorettista, oro alle ultime Paralimpiadi, incontra nella sua coloratissima casa studio laboratorio una serie di persone protagoniste di vicende particolari, «gente un po’ speciale» ma non troppo. Domenica si sono viste Paola Turci, che ha svelato il rapporto con il suo corpo e lo specchio, soprattutto con le cicatrici che le segnano il volto dopo l’incidente che l’ha lasciata miracolosamente in vita; Andrea Caschetto, un ragazzo siciliano che soffre di amnesie in seguito a un’operazione al cervello; Mayla Riccitelli, una bambina di 10 anni che pratica la danza anche se priva della parte inferiore di una gamba; Gianluca Maffeis, un millenial che sta facendo il giro del mondo senza prendere l’aereo. Il denominatore comune di questi incontri sono la spontaneità e l’energia trasmesse dalla padrona di casa, prontamente ricambiata dai suoi ospiti. Ognuno dei quali alla fine è chiamato a dire perché per lui «la vita è una figata» nonostante le disavventure e le circostanze in cui sono incorsi e che condizionano la loro vita. In sostanza, senza presunzione ma con la freschezza di Bebe, La vita è una figata!, convinzione trasmessa alla figlia dal padre Ruggero, è una lezione di resilienza, di capacità di ribaltare le situazioni avverse trasformandole in un pretesto positivo. Il tutto senza buonismi, come visto nel dialogo con Pif, intervistato con telecamerina: «Sai che mi sento più a mio agio se sto dall’altra parte?». «Ah sì? Ma questa è casa mia e le domande le faccio io». «È un piacere venire a casa tua…». «Come ti chiami?». «Piefrancesco, detto Pif… ma una che si chiama Bebe non può fare troppo la spiritosa…». Spontaneità e immediatezza, doti primarie della conduttrice. Ma anche merito degli autori di Stand by me di Simona Ercolani che produce il programma e che, grazie al montaggio, riescono a rendere lineare qualcosa che non lo è.

La Verità, 10 ottobre 2017

Manfredi, Bocelli e le carambole di Fazio

Non servivano le assicurazioni di Miriam Leone sulle capacità interpretative di Elio Germano, domenica sera entrambi ospiti di Che tempo che fa. Anche se un po’ se la tira, chi ha visto La nostra vita (miglior attore al Festival di Cannes) e Il giovane favoloso sa di cosa si parla. In arte Nino, il film tv su Nino Manfredi prima che diventasse il grande artista che è stato, si regge quasi interamente sull’istrionismo dell’attore romano (Rai 1, lunedì, ore 21.20, share del 23.40%). Essendo diretto e sceneggiato dal figlio di Manfredi, Luca, bisogna credere che le quote romantiche siano ridotte al minimo, e che le inclinazioni guittesche del padre fossero tanto pronunciate e non proposte solo per consentire a Germano di esprimere le sue, altrettanto notevoli, come nell’imitazione della gallina, o durante la discussione di laurea, sostituita da un assaggio di Arlecchino, servitor di due padroni. In questi casi andare sopra le righe è un attimo, ma gli autori, tra i quali c’è lo stesso Germano, sono riusciti a non eccedere in forza di un copione definito. Unico superstite di un quartetto di malati di tbc, Nino s’infila nella Seconda guerra, forte di un’ironia che sfiora l’incoscienza e che turba il padre maresciallo. Il quale, incapace di riconoscerne la vocazione, lo vuole a tutti i costi laureato in giurisprudenza. La vicenda si snoda tra promettenti provini, intemperanze giovanili e ultimatum paterni, fino all’incontro con la futura, bellissima moglie (Miriam Leone) e all’approdo alla ribalta di Canzonissima. Consacrazione alla quale, in verità si arriva con qualche salto narrativo di troppo.

Lunedì prossimo un altro biopic dedicato ad Andrea Bocelli proseguirà il discorso di Rai 1, inaugurato con la miniserie su Domenico Modugno e continuato con C’era una volta Studio Uno, volto a promuovere gli artisti che le appartengono o che hanno fatto la storia della televisione. Alle fiction dedicate a santi, sportivi e carabinieri, si aggiunge il filone su cantanti e attori.

P.s. Come tre giorni fa Elio Germano e Miriam Leone, anche Andrea Bocelli domenica prossima sarà ospite di Fabio Fazio. Il quale, invitando a vedere il film del giorno successivo, promuoverà il traino che precede il suo Che fuori tempo che fa del lunedì. Una mano lava l’altra e tutte due lavano Rai 1.

La Verità, 27 settembre 2017

La Rai scommette sulla pallavolo, anzi no

Non si può dire che la Rai non provi a inventarsi qualcosa in questo declino d’estate, antipasto della nuova stagione. L’idea di trasmettere l’EuroVolley su Rai 1 era appunto un’idea (lunedì Italia – Repubblica Ceca, ore 20.30, share del 12.81 %). Nonostante l’esclusione (per motivi di sponsor) dello zar Ivan Zaytsev che ci portò all’argento alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, l’Italia è una squadra ambiziosa e, se il suo cammino proseguisse, potrebbe farsi amare e seguire non solo sui social, considerato che il volley è la seconda disciplina sportiva per numero d’iscritti, dopo il calcio. Senza diritti tv della Serie A e delle coppe europee, senza quelli per la diffusione della Formula 1, della Moto Gp e del tennis, e con un solo match di basket programmabile la domenica, alla tv pubblica non resta che tenersi stretta la pallavolo. Premiarla con la promozione su Rai 1 è rischio che oscilla tra l’ultima spiaggia e il tentativo di creare l’evento. Ecco perché, una volta azzardato, bisognava crederci fino in fondo. Invece, nello studio di Rai Sport, dove Simona Rolandi si sforza di rallegrare l’incupito Lorenzo Bernardi, aleggia un’aria da emittente ministeriale che spegne qualsiasi velleità di l’evento sportivo. Le cose migliorano in telecronaca grazie a Maurizio Colantoni e Andrea «Lucky» Lucchetta che prova a seminare un po’ d’euforia con il suo linguaggio immaginifico («La Germania di Andrea Giani è un 4×4 a trazione integrale») e aggettivi che viaggiano in trio («I nostri sono tornati belli, vincenti e sorridenti»; «il muro dev’essere fermo, duro, dolomitico»). Ci si accontenta della minestrina: Rai Sport sembra disabituata a pensare in grande. Allargare il parterre di commentatori con uno tra Julio Velasco, Giampaolo Montali, Francesca Piccinini? Immaginare una lavagna per illustrare qualche schema? Tirare dentro le reazioni sui social? Prevedere dei profili di giocatori e allenatore?

La Verità, 30 agosto 2017

 

Giletti, Gabanelli e… tutti gli incendi dell’estate Rai

Abbandoni, dimissioni, defezioni e, per non farsi mancare nulla, previsioni di bilanci in rosso di 100 milioni. La Rai diretta da Mario Orfeo e presieduta da Monica Maggioni è come la costa sud della Sardegna in questa torrida estate d’incendi seriali: ne spegni a fatica uno e ne divampano altri tre o quattro, ancor più letali. Per un Fabio Fazio che si è voluto trattenere a costo di un contratto multimilionario ora al vaglio della Corte dei conti, in pochi giorni hanno detto addio a Viale Mazzini Daria Bignardi, direttore di Rai 3, e Massimo Giletti, che ha traslocato a La7. Qualche settimana fa si erano registrati gli abbandoni di Nicola Savino e della Gialappa’s band, rientrata a Mediaset. Ora sul futuro di Milena Gabanelli, uno dei volti più rappresentativi dell’informazione del servizio pubblico, si addensano nubi sempre più minacciose. Il preoccupante bollettino sullo stato di salute aziendale aveva fatto crescere l’attesa per la prima audizione alla Commissione di Vigilanza del direttore generale. La quale, realizzata astutamente in notturna, si è rivelata ugualmente un supplizio sia sul terreno finanziario che su quello editoriale.

Mario Orfeo alla presentazione dei palinsesti autunnali

Mario Orfeo alla presentazione dei palinsesti autunnali della Rai

Nel 2017 le entrate dal canone dovrebbero scendere di 140 milioni rispetto al 2016, mentre nel 2018 il calo dovrebbe essere di 170 milioni, motivo per cui il rosso previsto tra due anni «è di 80-100 milioni», ha messo le mani avanti Orfeo. La faccenda è tanto più fastidiosa a fronte dell’inserimento del canone nella bolletta elettrica allo scopo di azzerare l’evasione fiscale. L’argomento principale dell’audizione avrebbe dovuto essere il contratto di Fazio. Ma dopo aver garantito che la nuova collocazione su Rai 1 porterà un risparmio del 16%, Orfeo ha lamentato scarsità di risorse bussando a quattrini: «Il mercato pubblicitario attraversa ancora una fase d’incertezza», i costi degli eventi sportivi lievitano, mentre il canone di abbonamento «è sceso da 100 a 90 euro». In più ci sono «i prelievi straordinari che si sono succeduti» (i 150 milioni chiesti da Renzi a Luigi Gubitosi ndr). Chissà come la prenderanno dalle parti di Largo del Nazareno: anziché risolvere i problemi come Wolf di Pulp fiction, Orfeo li pone.

Anche il caso Gabanelli sembra lontano dalla quadratura. La realizzazione del Piano dell’informazione è una salita lastricata dalle dimissioni prima di Francesco Merlo, poi di Carlo Verdelli, infine di Antonio Campo Dall’Orto. Quanto a Gabanelli, a fine maggio aveva annunciato che se fosse stato bloccato il nuovo progetto di Rai 24 avrebbe potuto lasciare la Rai. Proposito ribadito pochi giorni fa. Ai vigilanti Orfeo ha detto che, «superata la prima fase di emergenza, abbiamo iniziato a esaminare con il Cda il tema» che sarà affrontato «in un tempo ragionevole». Verosimilmente, e senza essere troppo maliziosi, si andrà a dopo le elezioni.

Per il resto si naviga a vista. Il progetto di media company avviato da Campo dall’Orto è già evaporato. Il potenziamento della digitalizzazione è finito in qualche sottoscala. Dopo il passaggio di Fazio a Rai 1 e l’addio del gruppo di Diego Bianchi alias Zoro che gestiva la striscia serale di Gazebo social news, il palinsesto di Rai 3 è in altissimo mare. Ancor più con l’abbandono di Daria Bignardi, sostituita da Stefano Coletta e non, come molti si aspettavano, da Maria Pia Ammirati. Nel frattempo anche Andrea Salerno, altro possibile candidato, è già da un paio di mesi incardinato al vertice di La7.

Il curioso selfie twittato da Andrea Salerno con Cairo, Giletti e Mentana

Il curioso selfie twittato da Andrea Salerno con Cairo, Giletti e Mentana

La Rai, che la vulgata rimasta ferma al Novecento continua a dipingere come «la prima azienda culturale italiana», è in realtà l’editore televisivo più attardato e demodé del sistema. Basta ascoltare certe telecronache sportive o compulsare la proposta dei palinsesti estivi per averne conferma. Ai piani alti di Viale Mazzini, però, hanno altro a cui pensare. C’è da gestire la lunga volata di una campagna elettorale che si annuncia senza esclusioni di colpi. Non c’è tempo per ambizioni editoriali, velleità riformistiche, progetti innovativi. E non c’è spazio per voci dissonanti com’era quella dell’Arena di Massimo Giletti, 4 milioni di telespettatori medi e 7 milioni di utili all’anno. Ieri Orfeo ha replicato al conduttore su Twitter di non ver mai detto che «la domenica la gente deve stare tranquilla». Ma che non gli piace «l’informazione urlata e spettacolarizzata». Dopo Giovanni Floris, Massimo Giannini e Nicola Porro, un altro giornalista non renziano è stato accompagnato alla porta. Chissà perché «l’informazione urlata e spettacolarizzata» vale come discriminante in negativo per chi non si schiera con il padrone del vapore e non, per esempio, per Michele Santoro figliol prodigo di Mamma Rai previa professione di renzismo e rottura con gli ex amici filogrillini. La domanda sarà pure capziosa, ma la realtà dei fatti è che, poco alla volta, il primato dell’informazione e degli approfondimenti politici, core business del servizio pubblico, sta progressivamente passando in mano a La7.

 

La Verità, 3 agosto 2017

P.s. Ultima grana in ordine di tempo: la causa intentata da Paola Perego e dal marito Lucio Presta per i danni biologici ed economici subiti in occasione della chiusura di Parliamone…. sabato. E non sanati dal mancato accordo per il suo impiego nel prossimo palinsesto autunnale.

«Ancora non si sa chi ha chiuso il talk di Paola»

Nei giorni caldi del licenziamento di Paola Perego l’aveva promesso: «Prima o poi faremo, chi c’è più irregolare di me?». E ora, a proposito di giorni caldi, Lucio Presta, calabrese di 57 anni, uno dei manager dello spettacolo più influenti (Roberto Benigni, Paolo Bonolis, Antonella Clerici e Belén Rodriguez, tra gli altri), risponde dal set del concerto di Vasco Rossi di Modena: «Non le dico la temperatura… Giusto perché eravamo d’accordo…». Dopo la clamorosa chiusura di Parliamone sabato, nella prossima stagione Paola Perego condurrà 14 prime serate.

Lucio Presta è più un marito protettivo, come dice sua moglie, o un marito potente?

«Un marito protettivo. Paola ha un vantaggio: essendo civilmente sposati, mi vede in più ruoli».

Molti propendono per il marito potente.

«In questo mondo non ci sono manager potenti, ma professionisti solidi che difendono con passione i propri artisti».

Sua moglie è stata riabilitata.

«Mia moglie non doveva essere riabilitata. Ha semplicemente riallacciato un rapporto professionale con la rete e l’azienda che l’avevano ingiustamente sospesa».

Paola Perego con Lucio Presta, manager e marito

Paola Perego con Lucio Presta, manager e marito

Come sono andate le cose in quella puntata di Parliamone sabato?

«Tutti erano informati di quello che sarebbe andato in onda. Tutti gli autori, da Paola fino a Gregorio Paolini, il capostruttura, il produttore, il regista, il direttore. Nessuna conduttrice riesce a mettere in onda o a invitare qualcuno senza che tutta la filiera ne sia informata».

Si è gridato allo scandalo per la lista di pregi delle donne dell’Est, ma anche gli aneddoti di Fabio Testi erano sconvenienti.

«L’unica cosa davvero sconveniente è stata il racconto fatto dall’ospite. Ma, come in tutte le trasmissioni in diretta, ogni ospite firma un contratto nel quale si assume la responsabilità di ciò che dirà. Paola l’aveva stoppato immediatamente. Anche su questo non c’era niente da dire. Non è stata la più alta pagina di tv, ma nemmeno la più bassa. Tant’è vero che non era successo niente né il sabato né la domenica».

Quindi come si spiega la faccenda?

«Non me la spiego. Dopo che era stato chiuso il programma, il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto mi aveva mandato un messaggio nel quale mi diceva che Paola non era responsabile. Continuo a chiedermi che cosa sia successo, chi abbia voluto chiudere il programma e perché. Ovviamente avevo girato il messaggio al legale che stava preparando la causa all’azienda».

Campo Dall’Orto era già in forte difficoltà.

«Io ho smesso di sentirlo da subito, non da quando si è dimesso come han fatto tanti. Ho maturato la sensazione che sia stato spinto a chiudere il programma».

Ipotesi suffragata o suggestione?

«Suggestione, che però non ho avvertito solo io. Anche altri, come Maria De Filippi, hanno trovato che non era giustificabile la chiusura del programma».

Esclude che sia stata un’altra grana per mettere ulteriormente in difficoltà Campo Dall’Orto?

«Non credo, ma sicuramente non gli ha portato bene, da quel giorno è iniziata a non brillare più la sua stella. Il mio giudizio su di lui resta lo stesso di prima. Un grande teorico che non ha compreso il mondo Rai, sbagliando lo staff che ha portato da fuori».

La ripresa del rapporto con Paola è merito del nuovo direttore generale, Mario Orfeo?

«La ripresa del rapporto tra Paola e la Rai è combaciata con il suo arrivo. Al momento c’è un accordo editoriale, non ancora una trattativa economica né un’intesa contrattuale».

Improvvisamente, molte cose si sono appianate. A cominciare dalla querelle sui cachet delle star. Come la pensa in proposito?

«Le soluzioni erano lì ad un passo, ma forse non si volevano trovare, per non assumersi responsabilità. Il tetto per le star è un errore perché agiscono nel mercato, nel quale le star fanno la differenza».

Come si difende dall’accusa che Paola lavora perché è moglie di un manager influente e con un sostanzioso portafoglio di star?

«Non rispondo a questa domanda perché manca di rispetto a una persona che lavorava ben prima di conoscere me. E non giocava in nessuna squadra di Serie A, visto che all’epoca suo marito era un calciatore (Andrea Carnevale, ndr)».

A proposito di star, è stato un colpaccio piazzare Paolo Bonolis alla conduzione del concerto di Vasco Rossi su Rai 1.

«Niente di nuovo. Paolo è un conduttore di grandi eventi. Nel 2014 ha presentato su Rai 1 la Festa dello sport per il centenario del Coni. Due anni fa ha condotto la serata d’inaugurazione dell’Expo. È stato un’artista della Rai. Abbiamo trattato a lungo con Campo Dall’Orto il suo possibile ritorno. Non ci sono più queste barriere».

Le sue serate in trasferta si fermeranno qui o è ancora in lizza per il Festival di Sanremo?

«Non è possibile che Paolo conduca Sanremo».

Aveva chiesto come condizione per rinnovarlo lo spostamento dall’Ariston e poche settimane dopo il Comune ha deciso una nuova location.

«Vuol dire che ancora una volta abbiamo dato una buona idea che altri sfrutteranno».

Che rapporto c’è tra lui e Vasco?

«Nel 2005 Vasco tornò a Sanremo per aprire la 55ª edizione del Festival, il primo condotto da Paolo. Evidentemente si rispettano e si stimano».

Paolo Bonolis con Vasco Rossi a Sanremo nel 2005

Paolo Bonolis con Vasco Rossi a Sanremo nel 2005

Lei adesso segue anche Michele Santoro?

«Ho un rapporto personale e di affetto e in alcune circostanze gli ho dato una mano. Però

Michele ha una società che si occupa delle sue attività».

Quindi non sa cosa c’è di vero nelle indiscrezioni che lo danno in pianta stabile su Rai 3?

«Esatto, non lo so».

Abbiamo parlato di Paola, di Bonolis, di Santoro. Roberto Benigni che cos’ha in mente?

«È un grande artista, capace di idee e performance meravigliose. Quando ha qualcosa di pronto mi chiama e me lo dice, ma fino a prima è tutto top secret anche per me».

Lavora meglio con Mediaset o con la Rai?

«Lavoro bene con tutte e due le aziende. Qualche volta mi trovo meno bene con alcuni uomini di Rai o di Mediaset. Per esempio, ricordo forti litigate con Maurizio Carlotti di Mediaset».

Che ora è in Spagna. E litigate in Rai?

«Ne ricordo una forte con Lorenza Lei durante il Festival di Sanremo di Gianni Morandi: avevamo vedute molto diverse. Ma una delle prime persone che mi ha chiamato quando è successo il fatto di Paola è stata proprio Lorenza Lei. Altri momenti di attrito ho avuto con Mauro Masi, con il quale ora ci frequentiamo anche in vacanza. Ho avuto rapporti meravigliosi con Flavio Cattaneo, con Claudio Cappon e Luigi Gubitosi. In Mediaset li ho avuti con Mario Brugola e li ho con Alessandro Salem».

Se dico Monica Maggioni?

«Preferisco far finta di non sentire. Condivido perfettamente l’amarezza di Paola per gli attacchi subiti da una donna che non la conosce né come persona né come professionista».

Da fiero salesiano Presta twitta spesso frasi di don Giovanni Bosco

Da fiero salesiano Presta twitta spesso frasi di don Giovanni Bosco

Un mestieraccio il manager delle star. Somiglia a quello dei procuratori dei calciatori (che non attraversano un gran momento)?

«Quello è un mondo di soli affari, il nostro è un mondo editoriale e di scelte artistiche. Un procuratore non può incidere sulle qualità di un calciatore. Mentre noi siamo in grado di aiutare ad accrescere il talento degli artisti».

I suoi li sottopone a un regime quasi monacale.

«Se lavoriamo insieme è perché abbiamo idea e gusti della vita simili: poca mondanità, molto lavoro e sacrificio. E profilo basso».

Secondo il detto di Bibi Ballandi, maestro degli agenti: «Volare bassi per schivare i sassi»?

«In un certo senso. Ma nel nostro caso è proprio uno stile di vita, più che un atteggiamento per non farci notare. Cioè, siamo proprio fatti così».

Perché le interessava diventare sindaco di Cosenza e perché ha rinunciato?

«Amo profondamente la mia città e avrei voluto fare qualcosa di buono».

Invece?

«Ho rinunciato perché quell’impegno è combaciato con alcuni nuovi problemi familiari. Comunque, avrei rinunciato di lì a poco perché avevo scoperto che i problemi politici li avevo non con lo schieramento avversario, bensì con gli alleati».

Questioni di primarie nel Pd. A proposito, come si spiega che uno come lei lo si immaginava di più posizionato a destra?

«Questa è una buona notizia, perché se qualcuno mi vede a destra mentre il mio pensiero è un altro, vuol dire che sono bravo a non farmi catalogare. Sono stato attaccato dall’Espresso e da Panorama: significa che sono davvero un uomo libero».

Chi è il «meno uno» che non saluta quando dà la buonanotte a tutti su Twitter?

«Lui lo sa perfettamente».

Vorremmo saperlo anche noi.

«Tanti mi chiedono: “Sono io per caso?”. “Ma avete la coda di paglia?”, rispondo. Un giorno o l’altro lo svelerò».

San Paolo dice: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira».

«Io dico un’altra cosa: meglio conservarsi dei nemici per la vecchiaia, per tenersi allenati e belli svegli».

Comunque, uno sarebbe ancora poco, visto che ha litigato con Antonio Ricci, Beppe Grillo, Campo Dall’Orto. È lo spirito calabrese un po’ fumantino o cos’altro?

«Non sono fumantino, vado per la mia strada. Ma se qualcuno cerca di farmi inciampare difficilmente tiro dritto».

Non conosceva la frase di San Paolo, ma posta frequentemente massime di don Bosco.

«E certo! Sono un salesiano nell’anima. Chi ha studiato in collegio come convittore interno lo è per tutta la vita».

Che eredità le ha lasciato quell’esperienza?

«La capacità di sopportare la fatica. Don Bosco raccoglieva i ragazzi dalla strada, quelli che avevano problemi seri. La strada è l’università migliore che si possa frequentare per capire il bene e il male. Se hai la capacità di riconoscerli, fai le scelte giuste. Io ho sempre saputo da che parte del marciapiede stare. Dalla parte della legge, dell’etica e della morale».

 

La Verità, 25 giugno 2017

 

«L’Arena» fa ascolti e utili, perciò la chiudono

Tutti, giustamente, concentrati su Fabio Sazio. E sul suo nuovo, faraonico contratto: 11,2 milioni in quattro anni. (A proposito: da quando si fanno contratti a così lunga scadenza? Di solito non si fanno di due in due, con eventuale opzione?) Però, che ne dite se, per un momento, parliamo del caso Giletti? Che, anche se potrebbe sembrarlo, non è uno scherzo. Il Consiglio d’amministrazione di Viale Mazzini riunito sotto la regia di Monica Maggioni e con la partecipazione ordinaria del neodirettore generale Mario Orfeo, ha deciso di chiudere L’Arena di Rai 1. Così, d’emblée, senza farsi troppe remore. Il suo conduttore è stato dirottato al sabato sera per dodici show musicali. Si sa, la presentazione dei palinsesti incombe (mercoledì a Milano). E quindi giornalisti e presentatori rimbalzano da una rete all’altra, da un pomeriggio festivo a una prima serata feriale, da un programma giornalistico di comprovato successo a uno show d’intrattenimento da inventare. Il tutto, com’è accaduto a Massimo Giletti, senza una discussione o un coinvolgimento decisionale. Anche tra i volti storici della Rai ci sono figli e figliastri. C’è chi è super coccolato e accontentato. E chi viene spostato da una casella all’altra senza essere consultato. Con il risultato di apprendere del nuovo impiego da qualche indiscrezione via Internet o dei giornali. Del resto, se la buona educazione non la si impara da piccoli, difficile la si sappia esercitare una volta seduti sul cavallo di Viale Mazzini.

Modi a parte, la vicenda dell’Arena è significativa per parecchi altri motivi. Ideato e condotto da Giletti e giunto alla dodicesima stagione, il programma può vantare una media di ascolti superiore al 20% di share, quasi 4 milioni di telespettatori, che lo ha reso sempre vincente sulla concorrenza. Da rubrica di Domenica In e interamente prodotto in Rai, il talk show è progressivamente cresciuto, fino a conquistare piena autonomia dal contenitore domenicale, di cui, occupando le prime due ore del pomeriggio, è divenuto addirittura il traino. Non a caso, in questi anni, il conduttore dell’Arena è rimasto lo stesso, mentre quelli di Domenica In sono cambiati. Nell’ultima stagione, grazie agli introiti pubblicitari provenienti da una quarantina di spot, il talk ha prodotto un utile di 7 milioni di euro. Basterebbero questi numeri per mettere L’Arena tra i titoli intoccabili appartenenti al patrimonio del servizio pubblico.

Berlusconi all'Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Berlusconi all’Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Al conto economico attivo, va poi aggiunto il valore editoriale del programma, ripreso spesso dai media per i suoi colpi giornalistici. In questi anni Giletti ha condotto numerose inchieste contro la casta, smascherando scandali come i ritardi nella ricostruzione del terremoto in Umbria, il riciclaggio del denaro proveniente dalla vendita della casa di Montecarlo di Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, l’esorbitante numero di guardie forestali nelle regioni del Sud, l’abusivismo in Sicilia… Ha intervistato i politici di tutti gli schieramenti senza mai farli sentire troppo a loro agio, da Mario Capanna a Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, il quale mancò poco che abbandonasse lo studio a causa delle domande poco compiacenti. Insomma, pur privo di sponsorizzazioni griffate perché non iscritto al megapartito del politicamente corretto, L’Arena è un esempio di giornalismo anarchico e restio ai diktat del Palazzo, chiunque sia il suo principale inquilino.

Quando è stato nominato direttore generale, si temeva che il sonno di Orfeo sarebbe calato sull’informazione della tv pubblica, peraltro pagata dai cittadini di tutti gli orientamenti e quindi tutti detentori del diritto di essere rappresentati. Invece, ai palinsesti si applica la tecnica del «panino» in auge nei tg governativi, dove il sottile lo strato dell’opposizione è schiacciato tra la fetta di Palazzo Chigi e quella della maggioranza di governo. Fonti beninformate riportano che, per giustificare la chiusura dell’Arena, il dg abbia parlato del bisogno «di tranquillità e di serenità» del pubblico nel dì di festa. Chissà perché è un bisogno che spunta sempre quando ci sono di mezzo programmi dissonanti rispetto alla voce del padrone. Per dire, un anno dopo, la soppressione di un talk di approfondimento come Virus non ha ancora trovato una motivazione plausibile. E l’avvicendamento alla direzione del Tg3 di Bianca Berlinguer con Luca Mazzà e la scelta di Ida Colucci al Tg2 ha, per la prima volta nella storia Rai, uniformato tutti tre i telegiornali generalisti alla linea della maggioranza di governo.

Con la soppressione dell’Arena l’omologazione si espande ulteriormente (si salva solo Porta a Porta). Forse, l’unica pecca di Giletti è stata, lo scorso autunno, aver battuto con Viva Mogol un programma di Maria De Filippi, solitamente incontrastata dominatrice del sabato sera. Un successo che si è trasformato in un boomerang per il giornalista. Sul contratto del quale non sono circolate cifre, a differenza di quello predisposto per il conduttore di Che tempo che fa. A questo proposito, non si fermano le polemiche. Michele Anzaldi, responsabile della comunicazione del Pd, ha presentato un esposto a Corte dei Conti e Anac, mentre il grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza, ha detto: «Quando era stato preventivato di toccare lo stipendio a Fazio, classico comunista col cuore a sinistra e portafogli a destra, voleva scappare in un’altra tv». Tuttavia, non è detto che la lievitazione del cachet funzionerebbe con Giletti (già in passato segnalato vicino a Mediaset). Il quale, più che al portafoglio, tiene alla sua creatura televisiva. Che invece è stata soppressa.

È vero, avrebbe tutte le caratteristiche per sembrare uno scherzo. Invece.

La Verità, 25 giugno 2017

Maltese, una buona serie che poteva essere ottima

Chissà se nel 1976 per definire che una donna accogliente con un ospite si diceva che era stata «inclusiva». E chissà se, sempre all’epoca, le prostitute si nei bordelli si avvinghiavano al palo della lap dance. Sono interrogativi suscitati dalla visione di Maltese – Il romanzo del commissario, la nuova fiction in quattro episodi in onda su Rai 1 (lunedì e mercoledì, ore 21.30, share del 23,65% nel secondo episodio). Piccole imprecisioni, forse. Pignolerie. Perché, nel complesso, il meccanismo della serie realizzata dalla Palomar di Carlo Degli Esposti, «il produttore di Montalbano», funziona.

Dario Maltese, un credibile Kim Rossi Stuart, è un commissario che torna a Trapani, sua città natale, per partecipare al matrimonio del grande amico di gioventù. A Roma, dove si è trasferito, si è fatto una carriera e una vita. Che, però, è già piena di cicatrici: un matrimonio fallito e l’unica figlia che adesso lo chiama al telefono dall’America, dove vive con la madre; la morte traumatica del padre, anche lui commissario di polizia, impiccatosi a causa di un’inchiesta, non si sa quanto comprovata, che lo aveva incriminato per una relazione con una minorenne, coetanea di Dario stesso. La terza ferita si apre, invece, la vigilia del matrimonio dell’amico, pure lui poliziotto, assassinato sotto i suoi occhi insieme alla compagna incinta. Il ritorno a Trapani per indagare sull’assassinio diventa la porta spalancata su un passato da ricostruire e medicare. Compito non facile, però, perché il commissario s’imbatte nell’ostilità del Procuratore capo e nella diffidenza di alcuni dei poliziotti del comando. L’ostacolo principale, tuttavia, è il depistaggio architettato dai mandanti dell’omicidio.

Diretta da Gianluca Maria Tavarelli, la serie ha il suo maggior fascino nel personaggio di Kim Rossi Stuart, il commissario maltrattato dalla vita ma retto e che conosce il nome del bassista dei Weather Report. fascino al quale, piuttosto prevedibilmente, cede la fotografa tedesca (molto simile all’amica di Montalbano), chissà perché trapiantata in quest’angolo di Sicilia. Anche ambientazioni e costumi sono un discreto punto di forza. Dopo la città di Matera per Sorelle, la scelta di Trapani mostra la cura di Rai Fiction nel trasformare la location in una protagonista aggiunta delle storie. Dove, invece, sembra mancare un pizzico di attenzione è nell’intento eccessivamente didascalico di certi spiegoni che tolgono curiosità e mistero alla trama. E, a proposito di preoccupazioni didascaliche, sarebbero invece state certamente utili, e forse doverose per un servizio pubblico, delle brevi sottotitolazioni per rendere comprensibili anche nel resto del Paese alcuni dialoghi in siciliano stretto. Chissà se è dovuto a questa mancanza il considerevole calo di ascolti tra il primo e il secondo episodio.

Raifiction, Cotroneo e i cattivoni del Family day

Fulmine a ciel sereno, l’implicazione ideologica della storia scocca in chiusura del quinto episodio. È il colpo di scena, il cambio di passo. Fino a quel momento tutto è innocuo. Un intrigo giallo rosa, con sconfinamenti nel mistery. Una trama che prende. Su Rai 1, Sorelle, serie in sei episodi, sta mietendo successi di ascolti (share medio oltre il 27%) e di critica. Successo meritato, attori bravi, ingredienti ben mixati. Però le indagini per scoprire l’assassino di Elena (Anna Caterina Morariu) si sono arenate e anche il sospirato ritorno di passione tra Chiara e Roberto è giunto a un punto morto. Improvviso, il colpo di scena sblocca i filoni paralleli che catalizzano i telespettatori dall’inizio della storia.

La protagonista femminile è Chiara, interpretata da Anna Valle, ex miss Italia, una certezza della fiction Rai, con i suoi occhi verdi scandagliati in decine di primi piani e riflessi su maglioncini e camicette intonate. Quello maschile, invece, è il personaggio di Giorgio Reggiani, fidanzato di lei finché l’enigmatica sorella Elena glielo porta via per farci tre figli (anzi due, il terzo è frutto di un’altra relazione). Dopo la separazione e la scomparsa, Elena viene trovata morta vicino a un malloppo di 5000 euro. I protagonisti di contorno, tutt’altro che secondari, sono i tre ragazzini ciclicamente abbandonati dalla madre (molto ben interpretati), la nonna svaporata dall’Alzheimer incombente (Loretta Goggi) e la città di Matera, scenario perfetto per una vicenda dal retrogusto gotico.

Però siamo fermi.

Fino a quando Chiara si adagia nella vasca e il vapore che riempie la stanza da bagno, inumidendo lo specchio, evidenzia un nome ancora inedito: Martino. Chi sarà mai?

Ivan Cotroneo, scrittore, regista, sceneggiatore di molta fiction Rai

Ivan Cotroneo, scrittore, regista, sceneggiatore di molta fiction Rai

È qui la genialata degli sceneggiatori, Ivan Cotroneo e Monica Rametta, collaudata coppia della serialità della tv pubblica (oltre che del cinema). Hanno firmato insieme Tutti pazzi per amore, Una grande famiglia e È arrivata la felicità. Successi riconosciuti, ottimi cast, storie sentimentali di famiglie allargate, con misteriose sparizioni, doppie vite mimetizzate e sempre una certa gaiezza strisciante, leggera, vincente. Nella Grande famiglia, per dire, il personaggio più intelligente e trasparente era Nicolò Fulvi (Luca Peracino), il ragazzino gay che si dava da fare per inserire l’amico in azienda. Cotroneo non ha mai nascosto il suo orientamento sessuale. Scrittore, traduttore di Hanif Kureishi e Michael Cunninghum, regista cinematografico e autore televisivo. Napoletano riservato, sofisticato, attento al fatto che nelle fiction si parli come si mangia ma non troppo, da traduttore soffre l’uso del pronome singolare maschile («digli cosa vuoi») anche quando ci si rivolge a una donna o a una pluralità di persone («“le” e “a loro”, ahimé, non si usano più»). È l’autore televisivo e cinematografico più cool degli ultimi anni. In tv, dall’Ottavo nano di Corrado Guzzanti e Serena Dandini a Parla con me fino a Stasera casa Mika, non si limita alla fiction, ma frequenta con successo i talk e gli show. Schivo e dedito a lettura e scrittura, è super richiesto nelle terrazze veltroniane. Per il cinema ha firmato l’adattamento di Vita breve di Luca Flores, biografia del jazzista siciliano suicida scritta dall’ex segretario Pd. Per Ferzan Özpetek, Pappi Corsicato e Luca Guadagnino ha scritto sceneggiature più spensierate e sgargianti, spesso mischiando elementi musical e inserti ballati. Per Maria Sole Tognazzi ha firmato Io e lei,  storia di omosessualità femminile tra Sabrina Ferilli e Margherita Buy. Poi ci sono i libri, La kryptonite nella borsa e Un bacio, che ruotano attorno al tema dell’omosessualità. Il primo, con probabili riferimenti autobiografici, è un invito a prendere coscienza e valorizzare la propria diversità. Il secondo è la storia di una risposta a un’esperienza di bullismo. Da entrambi, Cotroneo ha tratto il film firmandone la regia (il secondo è in prima tv in questi giorni su Sky Cinema).

Manca solo un episodio all’epilogo di Sorelle, ma finora non sono comparse vicende omosessuali. Anzi, quel Martino che avevamo lasciato scritto sullo specchio di Anna Valle, indiziatissimo come assassino di Elena, è sposato e padre di tre figli. Oltre che, a quanto sembra, del più piccolo di lei. Di cognome fa Siniscalchi, di professione il vicesindaco a Potenza e di orientamento politico, ecco la trovata, l’attivista del Family day. Che coincidenza, lo era anche il losco sindaco di Vigata di Come voleva la prassi, uno dei due nuovi episodi del Commissario Montalbano. Chissà se il pubblico di Rai 1 sarà felice? Nell’incertezza, adesso la storia delle sorelle di Matera può riprendere a correre verso l’atteso finale.

La Verità, 8 aprile 2017