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«Ancora non si sa chi ha chiuso il talk di Paola»

Nei giorni caldi del licenziamento di Paola Perego l’aveva promesso: «Prima o poi faremo, chi c’è più irregolare di me?». E ora, a proposito di giorni caldi, Lucio Presta, calabrese di 57 anni, uno dei manager dello spettacolo più influenti (Roberto Benigni, Paolo Bonolis, Antonella Clerici e Belén Rodriguez, tra gli altri), risponde dal set del concerto di Vasco Rossi di Modena: «Non le dico la temperatura… Giusto perché eravamo d’accordo…». Dopo la clamorosa chiusura di Parliamone sabato, nella prossima stagione Paola Perego condurrà 14 prime serate.

Lucio Presta è più un marito protettivo, come dice sua moglie, o un marito potente?

«Un marito protettivo. Paola ha un vantaggio: essendo civilmente sposati, mi vede in più ruoli».

Molti propendono per il marito potente.

«In questo mondo non ci sono manager potenti, ma professionisti solidi che difendono con passione i propri artisti».

Sua moglie è stata riabilitata.

«Mia moglie non doveva essere riabilitata. Ha semplicemente riallacciato un rapporto professionale con la rete e l’azienda che l’avevano ingiustamente sospesa».

Paola Perego con Lucio Presta, manager e marito

Paola Perego con Lucio Presta, manager e marito

Come sono andate le cose in quella puntata di Parliamone sabato?

«Tutti erano informati di quello che sarebbe andato in onda. Tutti gli autori, da Paola fino a Gregorio Paolini, il capostruttura, il produttore, il regista, il direttore. Nessuna conduttrice riesce a mettere in onda o a invitare qualcuno senza che tutta la filiera ne sia informata».

Si è gridato allo scandalo per la lista di pregi delle donne dell’Est, ma anche gli aneddoti di Fabio Testi erano sconvenienti.

«L’unica cosa davvero sconveniente è stata il racconto fatto dall’ospite. Ma, come in tutte le trasmissioni in diretta, ogni ospite firma un contratto nel quale si assume la responsabilità di ciò che dirà. Paola l’aveva stoppato immediatamente. Anche su questo non c’era niente da dire. Non è stata la più alta pagina di tv, ma nemmeno la più bassa. Tant’è vero che non era successo niente né il sabato né la domenica».

Quindi come si spiega la faccenda?

«Non me la spiego. Dopo che era stato chiuso il programma, il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto mi aveva mandato un messaggio nel quale mi diceva che Paola non era responsabile. Continuo a chiedermi che cosa sia successo, chi abbia voluto chiudere il programma e perché. Ovviamente avevo girato il messaggio al legale che stava preparando la causa all’azienda».

Campo Dall’Orto era già in forte difficoltà.

«Io ho smesso di sentirlo da subito, non da quando si è dimesso come han fatto tanti. Ho maturato la sensazione che sia stato spinto a chiudere il programma».

Ipotesi suffragata o suggestione?

«Suggestione, che però non ho avvertito solo io. Anche altri, come Maria De Filippi, hanno trovato che non era giustificabile la chiusura del programma».

Esclude che sia stata un’altra grana per mettere ulteriormente in difficoltà Campo Dall’Orto?

«Non credo, ma sicuramente non gli ha portato bene, da quel giorno è iniziata a non brillare più la sua stella. Il mio giudizio su di lui resta lo stesso di prima. Un grande teorico che non ha compreso il mondo Rai, sbagliando lo staff che ha portato da fuori».

La ripresa del rapporto con Paola è merito del nuovo direttore generale, Mario Orfeo?

«La ripresa del rapporto tra Paola e la Rai è combaciata con il suo arrivo. Al momento c’è un accordo editoriale, non ancora una trattativa economica né un’intesa contrattuale».

Improvvisamente, molte cose si sono appianate. A cominciare dalla querelle sui cachet delle star. Come la pensa in proposito?

«Le soluzioni erano lì ad un passo, ma forse non si volevano trovare, per non assumersi responsabilità. Il tetto per le star è un errore perché agiscono nel mercato, nel quale le star fanno la differenza».

Come si difende dall’accusa che Paola lavora perché è moglie di un manager influente e con un sostanzioso portafoglio di star?

«Non rispondo a questa domanda perché manca di rispetto a una persona che lavorava ben prima di conoscere me. E non giocava in nessuna squadra di Serie A, visto che all’epoca suo marito era un calciatore (Andrea Carnevale, ndr)».

A proposito di star, è stato un colpaccio piazzare Paolo Bonolis alla conduzione del concerto di Vasco Rossi su Rai 1.

«Niente di nuovo. Paolo è un conduttore di grandi eventi. Nel 2014 ha presentato su Rai 1 la Festa dello sport per il centenario del Coni. Due anni fa ha condotto la serata d’inaugurazione dell’Expo. È stato un’artista della Rai. Abbiamo trattato a lungo con Campo Dall’Orto il suo possibile ritorno. Non ci sono più queste barriere».

Le sue serate in trasferta si fermeranno qui o è ancora in lizza per il Festival di Sanremo?

«Non è possibile che Paolo conduca Sanremo».

Aveva chiesto come condizione per rinnovarlo lo spostamento dall’Ariston e poche settimane dopo il Comune ha deciso una nuova location.

«Vuol dire che ancora una volta abbiamo dato una buona idea che altri sfrutteranno».

Che rapporto c’è tra lui e Vasco?

«Nel 2005 Vasco tornò a Sanremo per aprire la 55ª edizione del Festival, il primo condotto da Paolo. Evidentemente si rispettano e si stimano».

Paolo Bonolis con Vasco Rossi a Sanremo nel 2005

Paolo Bonolis con Vasco Rossi a Sanremo nel 2005

Lei adesso segue anche Michele Santoro?

«Ho un rapporto personale e di affetto e in alcune circostanze gli ho dato una mano. Però

Michele ha una società che si occupa delle sue attività».

Quindi non sa cosa c’è di vero nelle indiscrezioni che lo danno in pianta stabile su Rai 3?

«Esatto, non lo so».

Abbiamo parlato di Paola, di Bonolis, di Santoro. Roberto Benigni che cos’ha in mente?

«È un grande artista, capace di idee e performance meravigliose. Quando ha qualcosa di pronto mi chiama e me lo dice, ma fino a prima è tutto top secret anche per me».

Lavora meglio con Mediaset o con la Rai?

«Lavoro bene con tutte e due le aziende. Qualche volta mi trovo meno bene con alcuni uomini di Rai o di Mediaset. Per esempio, ricordo forti litigate con Maurizio Carlotti di Mediaset».

Che ora è in Spagna. E litigate in Rai?

«Ne ricordo una forte con Lorenza Lei durante il Festival di Sanremo di Gianni Morandi: avevamo vedute molto diverse. Ma una delle prime persone che mi ha chiamato quando è successo il fatto di Paola è stata proprio Lorenza Lei. Altri momenti di attrito ho avuto con Mauro Masi, con il quale ora ci frequentiamo anche in vacanza. Ho avuto rapporti meravigliosi con Flavio Cattaneo, con Claudio Cappon e Luigi Gubitosi. In Mediaset li ho avuti con Mario Brugola e li ho con Alessandro Salem».

Se dico Monica Maggioni?

«Preferisco far finta di non sentire. Condivido perfettamente l’amarezza di Paola per gli attacchi subiti da una donna che non la conosce né come persona né come professionista».

Da fiero salesiano Presta twitta spesso frasi di don Giovanni Bosco

Da fiero salesiano Presta twitta spesso frasi di don Giovanni Bosco

Un mestieraccio il manager delle star. Somiglia a quello dei procuratori dei calciatori (che non attraversano un gran momento)?

«Quello è un mondo di soli affari, il nostro è un mondo editoriale e di scelte artistiche. Un procuratore non può incidere sulle qualità di un calciatore. Mentre noi siamo in grado di aiutare ad accrescere il talento degli artisti».

I suoi li sottopone a un regime quasi monacale.

«Se lavoriamo insieme è perché abbiamo idea e gusti della vita simili: poca mondanità, molto lavoro e sacrificio. E profilo basso».

Secondo il detto di Bibi Ballandi, maestro degli agenti: «Volare bassi per schivare i sassi»?

«In un certo senso. Ma nel nostro caso è proprio uno stile di vita, più che un atteggiamento per non farci notare. Cioè, siamo proprio fatti così».

Perché le interessava diventare sindaco di Cosenza e perché ha rinunciato?

«Amo profondamente la mia città e avrei voluto fare qualcosa di buono».

Invece?

«Ho rinunciato perché quell’impegno è combaciato con alcuni nuovi problemi familiari. Comunque, avrei rinunciato di lì a poco perché avevo scoperto che i problemi politici li avevo non con lo schieramento avversario, bensì con gli alleati».

Questioni di primarie nel Pd. A proposito, come si spiega che uno come lei lo si immaginava di più posizionato a destra?

«Questa è una buona notizia, perché se qualcuno mi vede a destra mentre il mio pensiero è un altro, vuol dire che sono bravo a non farmi catalogare. Sono stato attaccato dall’Espresso e da Panorama: significa che sono davvero un uomo libero».

Chi è il «meno uno» che non saluta quando dà la buonanotte a tutti su Twitter?

«Lui lo sa perfettamente».

Vorremmo saperlo anche noi.

«Tanti mi chiedono: “Sono io per caso?”. “Ma avete la coda di paglia?”, rispondo. Un giorno o l’altro lo svelerò».

San Paolo dice: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira».

«Io dico un’altra cosa: meglio conservarsi dei nemici per la vecchiaia, per tenersi allenati e belli svegli».

Comunque, uno sarebbe ancora poco, visto che ha litigato con Antonio Ricci, Beppe Grillo, Campo Dall’Orto. È lo spirito calabrese un po’ fumantino o cos’altro?

«Non sono fumantino, vado per la mia strada. Ma se qualcuno cerca di farmi inciampare difficilmente tiro dritto».

Non conosceva la frase di San Paolo, ma posta frequentemente massime di don Bosco.

«E certo! Sono un salesiano nell’anima. Chi ha studiato in collegio come convittore interno lo è per tutta la vita».

Che eredità le ha lasciato quell’esperienza?

«La capacità di sopportare la fatica. Don Bosco raccoglieva i ragazzi dalla strada, quelli che avevano problemi seri. La strada è l’università migliore che si possa frequentare per capire il bene e il male. Se hai la capacità di riconoscerli, fai le scelte giuste. Io ho sempre saputo da che parte del marciapiede stare. Dalla parte della legge, dell’etica e della morale».

 

La Verità, 25 giugno 2017

 

«L’Arena» fa ascolti e utili, perciò la chiudono

Tutti, giustamente, concentrati su Fabio Sazio. E sul suo nuovo, faraonico contratto: 11,2 milioni in quattro anni. (A proposito: da quando si fanno contratti a così lunga scadenza? Di solito non si fanno di due in due, con eventuale opzione?) Però, che ne dite se, per un momento, parliamo del caso Giletti? Che, anche se potrebbe sembrarlo, non è uno scherzo. Il Consiglio d’amministrazione di Viale Mazzini riunito sotto la regia di Monica Maggioni e con la partecipazione ordinaria del neodirettore generale Mario Orfeo, ha deciso di chiudere L’Arena di Rai 1. Così, d’emblée, senza farsi troppe remore. Il suo conduttore è stato dirottato al sabato sera per dodici show musicali. Si sa, la presentazione dei palinsesti incombe (mercoledì a Milano). E quindi giornalisti e presentatori rimbalzano da una rete all’altra, da un pomeriggio festivo a una prima serata feriale, da un programma giornalistico di comprovato successo a uno show d’intrattenimento da inventare. Il tutto, com’è accaduto a Massimo Giletti, senza una discussione o un coinvolgimento decisionale. Anche tra i volti storici della Rai ci sono figli e figliastri. C’è chi è super coccolato e accontentato. E chi viene spostato da una casella all’altra senza essere consultato. Con il risultato di apprendere del nuovo impiego da qualche indiscrezione via Internet o dei giornali. Del resto, se la buona educazione non la si impara da piccoli, difficile la si sappia esercitare una volta seduti sul cavallo di Viale Mazzini.

Modi a parte, la vicenda dell’Arena è significativa per parecchi altri motivi. Ideato e condotto da Giletti e giunto alla dodicesima stagione, il programma può vantare una media di ascolti superiore al 20% di share, quasi 4 milioni di telespettatori, che lo ha reso sempre vincente sulla concorrenza. Da rubrica di Domenica In e interamente prodotto in Rai, il talk show è progressivamente cresciuto, fino a conquistare piena autonomia dal contenitore domenicale, di cui, occupando le prime due ore del pomeriggio, è divenuto addirittura il traino. Non a caso, in questi anni, il conduttore dell’Arena è rimasto lo stesso, mentre quelli di Domenica In sono cambiati. Nell’ultima stagione, grazie agli introiti pubblicitari provenienti da una quarantina di spot, il talk ha prodotto un utile di 7 milioni di euro. Basterebbero questi numeri per mettere L’Arena tra i titoli intoccabili appartenenti al patrimonio del servizio pubblico.

Berlusconi all'Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Berlusconi all’Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Al conto economico attivo, va poi aggiunto il valore editoriale del programma, ripreso spesso dai media per i suoi colpi giornalistici. In questi anni Giletti ha condotto numerose inchieste contro la casta, smascherando scandali come i ritardi nella ricostruzione del terremoto in Umbria, il riciclaggio del denaro proveniente dalla vendita della casa di Montecarlo di Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, l’esorbitante numero di guardie forestali nelle regioni del Sud, l’abusivismo in Sicilia… Ha intervistato i politici di tutti gli schieramenti senza mai farli sentire troppo a loro agio, da Mario Capanna a Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, il quale mancò poco che abbandonasse lo studio a causa delle domande poco compiacenti. Insomma, pur privo di sponsorizzazioni griffate perché non iscritto al megapartito del politicamente corretto, L’Arena è un esempio di giornalismo anarchico e restio ai diktat del Palazzo, chiunque sia il suo principale inquilino.

Quando è stato nominato direttore generale, si temeva che il sonno di Orfeo sarebbe calato sull’informazione della tv pubblica, peraltro pagata dai cittadini di tutti gli orientamenti e quindi tutti detentori del diritto di essere rappresentati. Invece, ai palinsesti si applica la tecnica del «panino» in auge nei tg governativi, dove il sottile lo strato dell’opposizione è schiacciato tra la fetta di Palazzo Chigi e quella della maggioranza di governo. Fonti beninformate riportano che, per giustificare la chiusura dell’Arena, il dg abbia parlato del bisogno «di tranquillità e di serenità» del pubblico nel dì di festa. Chissà perché è un bisogno che spunta sempre quando ci sono di mezzo programmi dissonanti rispetto alla voce del padrone. Per dire, un anno dopo, la soppressione di un talk di approfondimento come Virus non ha ancora trovato una motivazione plausibile. E l’avvicendamento alla direzione del Tg3 di Bianca Berlinguer con Luca Mazzà e la scelta di Ida Colucci al Tg2 ha, per la prima volta nella storia Rai, uniformato tutti tre i telegiornali generalisti alla linea della maggioranza di governo.

Con la soppressione dell’Arena l’omologazione si espande ulteriormente (si salva solo Porta a Porta). Forse, l’unica pecca di Giletti è stata, lo scorso autunno, aver battuto con Viva Mogol un programma di Maria De Filippi, solitamente incontrastata dominatrice del sabato sera. Un successo che si è trasformato in un boomerang per il giornalista. Sul contratto del quale non sono circolate cifre, a differenza di quello predisposto per il conduttore di Che tempo che fa. A questo proposito, non si fermano le polemiche. Michele Anzaldi, responsabile della comunicazione del Pd, ha presentato un esposto a Corte dei Conti e Anac, mentre il grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza, ha detto: «Quando era stato preventivato di toccare lo stipendio a Fazio, classico comunista col cuore a sinistra e portafogli a destra, voleva scappare in un’altra tv». Tuttavia, non è detto che la lievitazione del cachet funzionerebbe con Giletti (già in passato segnalato vicino a Mediaset). Il quale, più che al portafoglio, tiene alla sua creatura televisiva. Che invece è stata soppressa.

È vero, avrebbe tutte le caratteristiche per sembrare uno scherzo. Invece.

La Verità, 25 giugno 2017

Maltese, una buona serie che poteva essere ottima

Chissà se nel 1976 per definire che una donna accogliente con un ospite si diceva che era stata «inclusiva». E chissà se, sempre all’epoca, le prostitute si nei bordelli si avvinghiavano al palo della lap dance. Sono interrogativi suscitati dalla visione di Maltese – Il romanzo del commissario, la nuova fiction in quattro episodi in onda su Rai 1 (lunedì e mercoledì, ore 21.30, share del 23,65% nel secondo episodio). Piccole imprecisioni, forse. Pignolerie. Perché, nel complesso, il meccanismo della serie realizzata dalla Palomar di Carlo Degli Esposti, «il produttore di Montalbano», funziona.

Dario Maltese, un credibile Kim Rossi Stuart, è un commissario che torna a Trapani, sua città natale, per partecipare al matrimonio del grande amico di gioventù. A Roma, dove si è trasferito, si è fatto una carriera e una vita. Che, però, è già piena di cicatrici: un matrimonio fallito e l’unica figlia che adesso lo chiama al telefono dall’America, dove vive con la madre; la morte traumatica del padre, anche lui commissario di polizia, impiccatosi a causa di un’inchiesta, non si sa quanto comprovata, che lo aveva incriminato per una relazione con una minorenne, coetanea di Dario stesso. La terza ferita si apre, invece, la vigilia del matrimonio dell’amico, pure lui poliziotto, assassinato sotto i suoi occhi insieme alla compagna incinta. Il ritorno a Trapani per indagare sull’assassinio diventa la porta spalancata su un passato da ricostruire e medicare. Compito non facile, però, perché il commissario s’imbatte nell’ostilità del Procuratore capo e nella diffidenza di alcuni dei poliziotti del comando. L’ostacolo principale, tuttavia, è il depistaggio architettato dai mandanti dell’omicidio.

Diretta da Gianluca Maria Tavarelli, la serie ha il suo maggior fascino nel personaggio di Kim Rossi Stuart, il commissario maltrattato dalla vita ma retto e che conosce il nome del bassista dei Weather Report. fascino al quale, piuttosto prevedibilmente, cede la fotografa tedesca (molto simile all’amica di Montalbano), chissà perché trapiantata in quest’angolo di Sicilia. Anche ambientazioni e costumi sono un discreto punto di forza. Dopo la città di Matera per Sorelle, la scelta di Trapani mostra la cura di Rai Fiction nel trasformare la location in una protagonista aggiunta delle storie. Dove, invece, sembra mancare un pizzico di attenzione è nell’intento eccessivamente didascalico di certi spiegoni che tolgono curiosità e mistero alla trama. E, a proposito di preoccupazioni didascaliche, sarebbero invece state certamente utili, e forse doverose per un servizio pubblico, delle brevi sottotitolazioni per rendere comprensibili anche nel resto del Paese alcuni dialoghi in siciliano stretto. Chissà se è dovuto a questa mancanza il considerevole calo di ascolti tra il primo e il secondo episodio.

Raifiction, Cotroneo e i cattivoni del Family day

Fulmine a ciel sereno, l’implicazione ideologica della storia scocca in chiusura del quinto episodio. È il colpo di scena, il cambio di passo. Fino a quel momento tutto è innocuo. Un intrigo giallo rosa, con sconfinamenti nel mistery. Una trama che prende. Su Rai 1, Sorelle, serie in sei episodi, sta mietendo successi di ascolti (share medio oltre il 27%) e di critica. Successo meritato, attori bravi, ingredienti ben mixati. Però le indagini per scoprire l’assassino di Elena (Anna Caterina Morariu) si sono arenate e anche il sospirato ritorno di passione tra Chiara e Roberto è giunto a un punto morto. Improvviso, il colpo di scena sblocca i filoni paralleli che catalizzano i telespettatori dall’inizio della storia.

La protagonista femminile è Chiara, interpretata da Anna Valle, ex miss Italia, una certezza della fiction Rai, con i suoi occhi verdi scandagliati in decine di primi piani e riflessi su maglioncini e camicette intonate. Quello maschile, invece, è il personaggio di Giorgio Reggiani, fidanzato di lei finché l’enigmatica sorella Elena glielo porta via per farci tre figli (anzi due, il terzo è frutto di un’altra relazione). Dopo la separazione e la scomparsa, Elena viene trovata morta vicino a un malloppo di 5000 euro. I protagonisti di contorno, tutt’altro che secondari, sono i tre ragazzini ciclicamente abbandonati dalla madre (molto ben interpretati), la nonna svaporata dall’Alzheimer incombente (Loretta Goggi) e la città di Matera, scenario perfetto per una vicenda dal retrogusto gotico.

Però siamo fermi.

Fino a quando Chiara si adagia nella vasca e il vapore che riempie la stanza da bagno, inumidendo lo specchio, evidenzia un nome ancora inedito: Martino. Chi sarà mai?

Ivan Cotroneo, scrittore, regista, sceneggiatore di molta fiction Rai

Ivan Cotroneo, scrittore, regista, sceneggiatore di molta fiction Rai

È qui la genialata degli sceneggiatori, Ivan Cotroneo e Monica Rametta, collaudata coppia della serialità della tv pubblica (oltre che del cinema). Hanno firmato insieme Tutti pazzi per amore, Una grande famiglia e È arrivata la felicità. Successi riconosciuti, ottimi cast, storie sentimentali di famiglie allargate, con misteriose sparizioni, doppie vite mimetizzate e sempre una certa gaiezza strisciante, leggera, vincente. Nella Grande famiglia, per dire, il personaggio più intelligente e trasparente era Nicolò Fulvi (Luca Peracino), il ragazzino gay che si dava da fare per inserire l’amico in azienda. Cotroneo non ha mai nascosto il suo orientamento sessuale. Scrittore, traduttore di Hanif Kureishi e Michael Cunninghum, regista cinematografico e autore televisivo. Napoletano riservato, sofisticato, attento al fatto che nelle fiction si parli come si mangia ma non troppo, da traduttore soffre l’uso del pronome singolare maschile («digli cosa vuoi») anche quando ci si rivolge a una donna o a una pluralità di persone («“le” e “a loro”, ahimé, non si usano più»). È l’autore televisivo e cinematografico più cool degli ultimi anni. In tv, dall’Ottavo nano di Corrado Guzzanti e Serena Dandini a Parla con me fino a Stasera casa Mika, non si limita alla fiction, ma frequenta con successo i talk e gli show. Schivo e dedito a lettura e scrittura, è super richiesto nelle terrazze veltroniane. Per il cinema ha firmato l’adattamento di Vita breve di Luca Flores, biografia del jazzista siciliano suicida scritta dall’ex segretario Pd. Per Ferzan Özpetek, Pappi Corsicato e Luca Guadagnino ha scritto sceneggiature più spensierate e sgargianti, spesso mischiando elementi musical e inserti ballati. Per Maria Sole Tognazzi ha firmato Io e lei,  storia di omosessualità femminile tra Sabrina Ferilli e Margherita Buy. Poi ci sono i libri, La kryptonite nella borsa e Un bacio, che ruotano attorno al tema dell’omosessualità. Il primo, con probabili riferimenti autobiografici, è un invito a prendere coscienza e valorizzare la propria diversità. Il secondo è la storia di una risposta a un’esperienza di bullismo. Da entrambi, Cotroneo ha tratto il film firmandone la regia (il secondo è in prima tv in questi giorni su Sky Cinema).

Manca solo un episodio all’epilogo di Sorelle, ma finora non sono comparse vicende omosessuali. Anzi, quel Martino che avevamo lasciato scritto sullo specchio di Anna Valle, indiziatissimo come assassino di Elena, è sposato e padre di tre figli. Oltre che, a quanto sembra, del più piccolo di lei. Di cognome fa Siniscalchi, di professione il vicesindaco a Potenza e di orientamento politico, ecco la trovata, l’attivista del Family day. Che coincidenza, lo era anche il losco sindaco di Vigata di Come voleva la prassi, uno dei due nuovi episodi del Commissario Montalbano. Chissà se il pubblico di Rai 1 sarà felice? Nell’incertezza, adesso la storia delle sorelle di Matera può riprendere a correre verso l’atteso finale.

La Verità, 8 aprile 2017

Montalbano, artigianato televisivo di pregio

Montalbano, che boom. Al ritorno dopo qualche stagione di assenza, l’episodio intitolato «Il covo di vipere» ha frantumato ogni record registrando su Rai 1 lo share astronomico del 40,8% (10,6 milioni di telespettatori). Roba da Festival di Sanremo o da match della Nazionale. Merito del dosaggio, il vecchio segreto del farsi desiderare. Merito anche della qualità del prodotto. Il Commissario Montalbano è artigianato televisivo. Ogni episodio un pezzo unico, come certi oggetti numerati. Niente d’industriale. Di standardizzato. Di seriale, verrebbe da dire. Artigianato di pregio. Sulle qualità della fiction tratta dai romanzi di Andrea Camilleri e prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti si sono esercitati i migliori analisti e le migliori penne della pubblicistica nostrana.

Montalbano e Fazio con la Tipo blu

Montalbano e Fazio con la Tipo blu

Montalbano, che Tipo. Con l’iniziale maiuscola, ma anche minuscola: e forse le due faccende sono una sola. Il commissario più amato dagli italiani si muove ancora con una Fiat Tipo. Particolare secondario, ma significativo. La Tipo lo rende un tipo ben più che uno stereotipo. Di quelli che vanno di moda nelle campagne pubblicitarie. Avete presente: «Sveglia, caffè, ti alleni, giacca…»? Quella di «Montalbano sono» è una vecchia Tipo blu per l’esattezza, e verrebbe da scrivere bleu, tanto è vintage. È un’auto che ha più di vent’anni, essendo stata prodotta tra il 1988 e il 1995, e da qualche mese circola il nuovo modello. Sarà un caso che proprio nei break di lunedì imperversava lo spot dell’ultima versione con super rottamazione e prezzo stracciato? E sarà un caso che, a un certo punto, quando Montalbano-Zingaretti, ovviamente per ragioni investigative, esce a cena con la bella Giovanna (Valentina Lodovini), alla sua Tipo si affianca una 500 X di gran lunga più trendy? Se qualcuno ne dubitava, la casa madre non è rimasta ferma all’epoca in cui cadeva il Muro di Berlino e l’euro era fantascienza. Ora si stenta a dire se quella del commissario sia Euro 2 o 3 o, più probabilmente, non contempli nemmeno questo genere di parametri. A Vigata, più che le polveri inquinanti, di sottili ci sono certe lame che di tanto in tanto fanno secco qualche povero diavolo, e le targhe alterne sono un grattacapo sconosciuto. Dunque, la Tipo dell’antidivo Salvo non può essere che un filo sgangherata, e con i cerchioni ammaccati. Dicono: «Montalbano fa grandi ascolti perché è rassicurante». In realtà, è molto di più. E noi telespettatori alla fine riusciamo a invidiare persino una Tipo blu senza chiusura centralizzata e finestrini elettrici. Vero status symbol al contrario, sinonimo d’indipendenza dalle mode, del farsi i fatti propri, di modi spicci ma giusti. Montalbano vive in un tempo e in un posto sospesi tra sole, mare, una schietta cucina mediterranea e se ne frega della contemporaneità. Anzi, proprio l’inattualità è uno dei segreti della fiction. Altro che suv che scalano tornanti impervi o crossover che sfrecciano tra i ghiacci. Del sistema uconnect e dei portelloni che si aprono con un battito di ciglia Salvo se ne strabatte i cabbasisi. A Vigata le strade sono semideserte, i semafori non esistono, nelle indagini si sconfina spesso in campagna e il doppio bluetooth sarebbe francamente superfluo. Per la verità, serve pochino anche il cellulare. In casa, più spesso in terrazza, il commissario usa un avveniristico cordless, in ufficio un fisso, e dello smartphone non s’intravedono nemmeno gli antenati.

Luca Zingaretti con Valentina Lodovini in «Un covo di vipere»

Luca Zingaretti con Valentina Lodovini in «Un covo di vipere»

Montalbano, che invidia. Quanti vorremmo vivere come lui. Sarà questo, insieme a certi scabrosi sconfinamenti incesto compreso, un altro dei segreti degli ascolti astronomici? Fa il lavoro che gli piace, mangia dorme e ogni tanto quella terza cosa con l’eterna e poco ingombrante fidanzata. Invidia, dunque. Anche per il vivere con lentezza. Per il tempo sospeso e a basso coefficiente di stress. Per i ristoranti in riva al mare con i tavoli sempre liberi. E per le nuotate nell’acqua trasparente e tutta per lui. Come le strade.

 

 

La lampada di Carlo e la erre francese di Maria

L’inversione dei ruoli. Carlo e Maria o Maria e Carlo. Ci ha giocato tutta la settimana Maurizio Crozza nelle copertine a distanza per il Festival di NazaRemo. Naza è Maria, ovviamente (madre a Nazareth). E Remo è Carlo. «I promessi sponsor, vi chiamerebbe Alessando Manzoni» (sempre Crozza). Però, lì all’Ariston, si è visto il rovesciamento dei ruoli, una messa a fuoco originale. Dicendola semplice: è come in certe famiglie dove il padrone di casa è lui, ma i pantaloni li porta lei. Non è così in tante case, ancor più ora che, sebbene smentito dal persistente gap salariale, il sesso in ascesa è quello femminile? Insomma, l’autorità riconosciuta, era Carlo Conti, ma l’autorevolezza pendeva dalla parte di Maria De Filippi. Chi non l’ha visto? È anche un fatto fisiognomico. Senza infilarci in stucchevoli considerazioni tra politicamente corretto e scorretto, stando solo ai fatti: tra una faccia lampadata e una erre francese l’autorevolezza da che parte sta? E ancora: Maria ha ridacchiato meno di Carlo e irradiavava più sicurezza. È stata più trattenuta, meno garrula. Lui esprimeva il lato nazionalpopolare, lei quello istituzionale, da servizio pubblico si potrebbe dire, forse osando, ma neanche tanto. Nemmeno la faccenda della trattativa con Mediaset ha particolarmente giovato a Conti. Vera o inventata che sia (di sicuro qualcuno, non Dagospia, ha inventato un incontro ad Arcore con Silvio Berlusconi), ha finito per distrarre il conduttore. Conti era il padrone di casa ospitante. Ma la De Filippi su quel palco si è mossa come se lo calcasse da sempre, con disinvoltura e senza impacci visibili. Per dire: all’inizio della terza sera, dopo le canzoni dei giovani e l’esibizione del coro dello Zecchino d’oro e tutto il resto, alle 21,35 la serata delle cover non era ancora partita e Conti smaniava per l’allungarsi dei tempi. De Filippi, manco una piega. Non so se avete notato, l’ultima sera, dopo avergli portato i fiori, ha voluto accompagnare dietro il palco Francesco Gabbani, poi vincitore. Casi della vita. E del televoto al Festival.

Maria ha portato i fiori a Gabbani prima di accompagnarlo nel retropalco

Maria ha dato i fiori a Gabbani e lo ha accompagnato nel retropalco

La famosa «conduzione per sottrazione» comporta asciuttezza, essenzialità, sintesi: tutti ingredienti dell’autorevolezza. Quando Maria The Queen, com’è stata ribattezzata, presenta l’ostetrica novantaduenne o l’impiegato senza un giorno di assenza ci si chiede che cosa pensa mentre dice poche parole. Ci sono le pause, s’intuisce (e incuriosisce) il non detto. Quel qualcosa di trattenuto produce un magnetismo proprio perché non si palesa. Un po’ come la caramella che teneva in bocca: non si nota ma, in qualche modo, influenza la dizione. Tutto ciò non significa che lui «gli ha fatto da valletto» come si è volgarmente scritto. Conti è così, sincero, semplice, un buon mediano della televisione. Maria è un’altra cosa: «Non sono una conduttrice, ma un’autrice che conduce». Stature diverse.

Incantevole. Marica Pellegrinelli, moglie di Eros Ramazzotti

Incantevole. Marica Pellegrinelli, moglie di Eros Ramazzotti

Ospiti allo sbando. Conti, invece, è un conduttore che fa anche il direttore artistico. Riuscendoci fino a un certo punto, come si è visto in quest’edizione del Festival. Eccettuate un paio (Fiorella Mannoia e Paola Turci) le canzoni non sono state di gran livello. Ancor più modesti gli ospiti. Tutti impaginati maluccio. Le cose peggiori si son viste con quelli internazionali. La malinconica intervista a Keanu Reaves, il villaggio turistico di Ricky Martin, le inutili Anouchka Delon, figlia di Alain, e Annabelle Belmondo, nipote di Jean Paul, l’ennesima LP, fissa in tutti i varietà che passa la tv. Impacciato e fuori parte anche Raoul Bova. Mentre, a proposito di sex symbol, ha incantato per fascino e dolcezza Marica Pellegrinelli, ex modella e moglie di Eros Ramazzotti: una scoperta per il grande pubblico. Per il resto, unici a salvarsi, Francesco Totti e Mika, entrambi talenti naturali e dunque non bisognosi di copione. Perché questo è il punto: è mancato il copione, un racconto che potesse includere e dare logica a queste passerelle. Senza narrazione.

Comici col freno a mano. Con l’eccezione di Checco Zalone, altro sconfinato talento naturale, non ha spaccato nessuno, nemmeno Maurizio Crozza che si affacciava da Milano. L’ultima sera ha rotto la scatola per spuntare all’Ariston nella maschera di Antonio Razzi. Perché, mica facile graffiare incorniciati dentro una finestra floreale. Il comico genovese ci ha provato, ma gli sono mancati Andrea Zalone e Giovanni Floris. Ancora di più, è stato il contesto di Rai 1 a frenarlo. Ci si può spingere fino a un certo punto. E allora Crozza ha tentato di giocare sull’attualità politica, assente nel resto della kermesse, ricamando sulle disavventure di Renzi e Virginia Raggi, sulla modestia di Gentiloni, sugli eccessi di Matteo Salvini, su Trump, sulla caricatura di Nando Pagnoncelli. Una performance onorevole, ma priva di acuti. Lo stesso tocca dire della molto attesa esibizione di Virginia Raffaele, discutibile già nella scelta dell’ottantaquattrenne Sandra Milo, figura piuttosto periferica nell’immaginario attuale. Sarà che avrà voluto conservare altri bersagli per le sue prossime serate su Rai 2 o sarà quello che volete, fatto sta che per la prima volta la vulcanica imitatrice non ha convinto. Sottotono anche Luca e Paolo, che hanno proposto una sequenza di situazioni di cui hanno paura: più un corsivo alla «Quello che non ho» che un monologo di satira. Anche a loro è mancata l’abrasività che ci si aspetta da un duo comico, se si fa eccezione per l’unico graffio al volgere di serate farcite di partecipazioni omosessuali: «Dopo Tiziano Ferro, Ricky Martin e Mika, Luca e Paolo… Ci vuole coraggio… noi siamo diversi, siamo fuori linea: ci piace la patata». Per il resto, il perbenismo corretto ha avvolto anche i comici. Spuntati.

Maurizio Crozza in versione Antonio Razzi

Maurizio Crozza in versione Antonio Razzi

Overdose sociale. Assente la politica, la narrazione più studiata si è vista nelle storie affidate a Maria De Filippi. I volontari e le forze di soccorso del terremoto e dell’Hotel di Rigopiano, l’ostetrica novantaduenne tuttora in servizio, l’impiegato che ama il proprio lavoro e non sa cosa siano le assenze, l’Orquesta dei Reciclados di Cateura in Paraguay, il nonno e il nipote superstiti della strage di Nizza, i Ladri di carrozzelle. Lo scopo era evidente: rappresentare l’Italia vera, la vita reale, gli eroi del quotidiano. Le esperienze di vita basta metterle in scena, non serve romanzarle. Parlano da sole. Se poi le introduce una che è «un’autrice che conduce» va ancora meglio. Emotainment.

Mostri da Twitter. L’infortunio di Caterina Balivo che con un tweet ha attaccato Diletta Leotta per poi scusarsi pubblicamente è stato solo l’ultimo esempio di polemica via social network. Prima e più ancora che di haters di professione, Twitter trabocca di maestrini di cinismo e supponenza, narcisi convinti che i lettori bramino di conoscere i loro coriandoli di saggezza e di spocchia. Abbonati alla stroncatura da ipertrofia dell’ego. In un’intervista a Silvia Truzzi del Fatto quotidiano De Filippi ha detto: «Chi fa questo mestiere ha un estremo bisogno di gratificazione, che alla fine è patologico… Mi auguro che questa malattia non mi prenda». Purtroppo, sembra abbia già preso certi osservatori che stanno fuori e per i quali la tv è tutta uno schifo. (Fortuna che tra tante patologie c’è uno come il cardinale Gianfranco Ravasi che nel suo profilo twitter ha postato, senza commenti, due versi di Che sia benedetta di Fiorella Mannoia e di Ora mai di Lele.) A-social.

Perché ci affezioneremo ai poliziotti di Pizzofalcone

È un’infilata di successi l’esordio dell’ispettore Giuseppe Lojacono (Alessandro Gassman) nel commissariato di Pizzofalcone, periferia napoletana. Gli agenti che vi operavano erano in combutta con la camorra e così la chiusura è imminente. Spedito lì per punizione dai superiori che non lo stimano anche a cause di accuse, mai provate, di aver passato informazioni alla mafia di Agrigento, l’ombroso poliziotto, allergico alla chiassosità napoletana, mette presto a frutto esperienza e fiuto investigativo nelle indagini per l’omicidio della moglie di un notaio donnaiolo (Francesco Paolantoni). A Lojacono basta un’occhiata al cadavere riverso sul tappeto per confutare la tesi della rapina finita male sposata dal suo ex capo, titolare dell’inchiesta. Anche il Pm Laura Piras (Carolina Crescentini) non è convinta della tesi ufficiale e vuole saperne di più. Da qui a sollevare dall’incarico l’ottuso superiore per affidarlo allo scalcinato commissariato il passo è breve. Altro che chiusura ineluttabile, la composita squadra, nella quale spiccano il sostituto commissario Giorgio Pisanelli, memoria storica del quartiere, e l’ambiguo agente scelto Marco Aragona (Angelo Folletto), ritrova stimoli e motivazioni per arrivare alla soluzione dell’enigma, in verità non troppo complesso, guidati dall’ispettore dal passato nebuloso e con una moglie da riconquistare. Sulla sua perspicacia professionale, però, nessuno può dire nulla e i risultati si vedono. Oltre a convincere l’incantevole Pm, l’ispettore inquadra l’assassino, surclassa l’arrogante superiore e allunga la vita alla squadra di bizzarri poliziotti.

Tratto dai racconti di Maurizio De Giovanni pubblicati da Sellerio, diretto da Carlo Carlei e prodotto dalla Clemart di Gabriella Buontempo e Massimo Martino, I bastardi di Pizzofalcone è un poliziesco con un copione definito, a volte prevedibile, e recitazione calibrata anche nei ruoli secondari affidati a ottimi caratteristi, da Gianfelice Imparato a Mariano Rigillo (Rai 1, ore 21.25, share del 25,42 per cento, quasi 7 milioni di spettatori). Il primo episodio, intitolato Napoli, più luce che buio è servito a mettere a fuoco i personaggi della serie: tutti con un passato da riscattare, qualche macchia da cancellare e precari equilibri affettivi che avranno certamente un ruolo non secondario nello sviluppo della storia. Dopo Coliandro e Rocco Schiavone ecco Lojacono: la lista dei poliziotti tormentati e dal cuore buono si allunga. Ma forse, per ambientazioni, composizione del cast e sceneggiatura, proprio Lojacono può provare ad avvicinarsi all’irraggiungibile Montalbano.

 

La Verità, 11 gennaio 2017

L’autore Veltroni vive nella bolla del Novecento

C’è un esercizio della memoria che si dimostra utile a buttarci dentro la sfida del tempo presente. Perché fornisce spunti, precedenti, citazioni, chiavi di lettura per interpretare quello che viviamo nell’oggi. E c’è un ricorso al passato che alimenta prevalentemente nostalgia e rimpianti. Da quando ha scoperto la miniera delle Teche, portentoso archivio storico di immagini e programmi, la Rai non fa che sfornare documentari e rubriche che fanno abbondante uso di quelle immagini. Abbiamo visto di recente l’omaggio a Mina e Celentano su Rai 1, dove il bianco e nero era la parte più rock della celebrazione. Vediamo, soprattutto d’estate, l’antologia di Techetechetè riempire mezz’ora dopo il Tg1 per divertire il pubblico in attesa della prima serata. Forse, in materia, il tentativo più riuscito è stato quello realizzato già oltre una decina d’anni fa, da Edmondo Berselli per la Rai 2 di Antonio Marano, nel quale il repertorio Rai era vivificato dalle sue fulminanti digressioni e dagli innesti di nuove testimonianze. Da lunedì, in seconda serata, va in onda Gli occhi cambiano, ciclo di sei documentari firmato da Walter Veltroni che, dopo i modestissimi ascolti di Dieci cose nel sabato sera di Rai 1, ha ottenuto questo nuovo spazio diviso in altrettanti temi dedicati al Sapere, Ridere, Amare, Cantare, Immaginare, Tifare. Così, l’autore Veltroni si è immerso in questo mare d’immagini, tentando di riannodare i fili della memoria, un passato dal quale «estrarre ciò che mi è sembrato meglio potesse raccontare i mutamenti del vivere e del pensare, del costume e del consumo culturale, dell’amare e del sorridere». È la televisione stessa la protagonista di questo viaggio a ritroso, citata attraverso gli attrezzi del mestiere – una cinepresa, un riflettore – motore del cambiamento e dell’emancipazione del Paese dalla guerra e dall’Olocausto, attraverso la ricostruzione, il boom economico, fino agli anni Settanta, il tutto visto attraverso il meglio del giornalismo televisivo, le inchieste di Sergio Zavoli, Mario Soldati, Enzo Biagi, Andrea Barbato, Piero Angela. Veltroni intervalla alle domande dei grandi inviati le sue riflessioni accorate, tentando di riportare nel presente il cuore del passato. Ma la sensazione è che questa memoria sia troppo immersa in una bolla sentimentale e moraleggiante ferma a formule tipiche del Novecento. Una memoria che può essere buona per un viaggio esistenziale alla ricerca del padre, ma è di certo meno efficace nel fornire chiavi d’ingresso in un tempo che, tutt’altro che sentimentale e moraleggiante, è crudo e scandaloso. Di sicuro la nuova Rai non nasce dalle nostalgie di Veltroni.

La Verità, 28 dicembre 2016

 

Quel «Rischiatutto» che poteva essere un grande show

Riecco Rischiatutto, dopo le puntate spot di aprile su Rai 1. Rieccolo su Rai 3, nonostante i messaggi subliminali di Fabio Fazio che avrebbe preferito la rete ammiraglia. Ma Campo Dall’Orto l’ha promesso a Daria Bignardi e difficilmente tornerà sulla sua decisione. Però, questo è il punto. Rischiatutto ci può stare, come si dice, su Rai 3, ma probabilmente è troppo e tende a debordare perché è alieno rispetto alla cornice che lo ospita. Ha una ritualità, un linguaggio, una grammatica istituzionale che travalica la scrittura informale della terza rete (giovedì, ore 21.15, share del 13,8 per cento). Anche Fazio in doppiopetto – pazienza per la cravatta marrone – ci mette del suo. Rai 3 è informazione, inchieste, cronaca, talk show. Quiz no, varietà ancora meno. Messo così, è una citazione, tv vintage con qualche piccolo aggiornamento e l’invenzione nazionalpopolare della materia vivente, che l’altra sera era Carlo Verdone, pretesto per tuffarsi nella storia del cinema e nella carriera dell’attore-regista. Dell’annunciata versione 2.0 non s’è vista traccia se si eccettua una domanda dal web, cui si può rispondere tramite pc. Per il resto, ciò che manca davvero è il contorno, il contesto, decisivo affinché un programma si trasformi in evento. Non si può certo pretendere che quarant’anni dopo la stagione d’oro di Mike Bongiorno l’Italia si fermi come allora. Però un pizzico di pathos e di show in più: questo sì. Doppiopetto a parte, si capisce che Fazio gioca anche lui, pur mantenendo un aplomb formale. Si capisce la sua scelta di restare fedele al format originale, una scelta filologica, con le frasi di Mike («faccia bene i suoi conti», «faccio partire il tempo e le leggo le domande una alla volta», «ci pensi bene»), la stessa tendenza a stuzzicare i concorrenti, il distacco professionale, il ruolo del Signor No, il mitico Ludovico Peregrini, che Fazio vuol trasformare in personaggio. Ma forse proprio questa è, oltre che la forza, la debolezza dell’impostazione. Fazio è troppo «dentro» il progetto. E, alla fine, la cornice trasmette all’operazione un’aria dimessa e malinconicheggiante. Come se la Rai non ci avesse creduto fino in fondo per farne un grande appuntamento. La lettura dei quiz dal tabellone delle materie che all’epoca era un macchinario di meraviglie, oggi appare pedissequa. Oltre alla suspense manca lo show. Bastava sceneggiare qualche quesito, oppure renderlo più social, più tecnologico, e tutto sarebbe risultato più attuale. Per proclamarsi fedeli all’origine, c’è già Rischiatutto storia, l’appendice con i concorrenti di allora, gli aneddoti sentimentali di Peregrini («dopo la serata andavamo a cena al Santa Lucia») e, tra le cose migliori, Fiorello che legge brani da La versione di Mike (Mondadori).

La Verità, 29 ottobre 2016

L’ambizione dei «Medici» e quei dialoghi da rivedere

Era ora che la Rai tornasse a pensare in grande e che ritrovasse l’ambizione di un progetto internazionale. Era ora che almeno provasse a rompere il cerchio di medici in famiglia, preti detective e commissari antimafia e a gettare il racconto oltre la routine. Cast, budget, sforzo produttivo, riprese in esterni sono alla base dei Medici – Masters of Florence, nuova serie in otto episodi con la quale la tv pubblica torna a guardare al mercato mondiale (Rai 1, martedì ore 20.30). Lo share del 29,9 per cento medio nei primi due episodi è la prima nota lieta, la seconda è che la storia ha attratto parti consistenti di pubblico giovane: un terzo dei maschi tra i 15 e i 19 anni e quasi la metà delle ragazze da 15 a 24.

Cosimo de' Medici (Richard Madden) con la Contessina de' Bardi (Annabel Scholey)

Cosimo de’ Medici (Richard Madden) con la Contessina de’ Bardi (Annabel Scholey)

L’ambizione, dunque: di competere con la grande serialità straniera e con saghe familiari storiche come I Borgia o I Tudors. Dustin Hoffman e Richard Madden saranno stati sedotti da questo obiettivo. Le firme erano importanti. Lux Vide e Rai Fiction (produttrici insieme con Big Light Productions e Wild Bunch Tv) sono riuscite a ottenere i permessi per girare nei luoghi originali e bisogna riconoscere che l’ambientazione nella Firenze rinascimentale, con cattedrale ancora priva di cupola, è protagonista della storia quanto Giovanni de’ Medici (Hoffman) o il figlio Cosimo (Madden). Oltre al tentativo di valorizzare la scenografia, altro sforzo riconoscibile è l’impegno a raccontare un’epoca storica lontana col linguaggio della serialità più moderna. Così la saga familiare che è alla base della nascita della finanza moderna si trasforma in una lotta di potere che include passioni, rivalità, arte, corruzione della Chiesa, matrimoni combinati per sanare dissesti economici, machiavellismi vari.

Le premesse sono ottime, dunque. Purtroppo è la sceneggiatura a difettare, perdendo di definizione nei continui flashback di vent’anni in vent’anni tra la Firenze insidiata dalle mire dei Visconti e la Roma papalina di cui Giovanni de’ Medici diviene il banchiere di fiducia. Anche i dialoghi avrebbero goduto di un editing più pignolo e ci saremmo evitati espressioni come «Lei vende cicuta? La vende anche in forma liquida?» (il tuttofare mediceo allo speziale), oppure di sentir parlare di «autopsia» già in epoca rinascimentale.

In definitiva, se si può apprezzare l’ambizione e lo sforzo dell’operazione messa in campo da Rai Fiction, bisogna ammettere che per competere con il meglio della serialità internazionale c’è ancora un po’ di strada da percorrere.