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Perché i comici continuano a floppare nei talk show

L’altra sera, ad Agorà duemiladicassette, Gerardo Greco ha tentato un incipit originale. Dopo aver elencato alcune grane di giornata (il rinvio a giudizio dei vertici delle Ferrovie dello Stato, l’arresto di una famiglia che trafficava in armi con l’Isis, l’assegnazione ai domiciliari del pm del delitto di Cogne) ha passato la linea all’Orchestra filarmonica della Rai di Torino per farle eseguire – orgoglio della casa – la storica sigla d’inizio e fine trasmissioni (Rai 3, ore 21.10, share del 4,04 per cento). Da lì, passando per Aquara (Salerno), dove un masso caduto per una frana giace sulla carreggiata stradale da due anni impedendo la circolazione, la linea è tornata in studio per l’esibizione di Lillo e Greg, qualche giorno fa ospiti di Gigi Proietti e a breve in tour con il loro nuovo spettacolo. All’interno di un varietà, un duo comico può trovare, anche se non è scontato, la propria collocazione e la propria misura. Più difficile è la contestualizzazione all’interno di un talk show. Non si sa se il numero che la coppia comica ha proposto fosse stato provato o meno, fatto sta che, partendo dal masso giacente in strada, Lillo e Greg hanno tentato d’imbastire una sequenza di situazioni esagerate che niente avevano a che fare con lo spunto iniziale. Una serie di iperboli, di stranezze fatte di suite d’albergo a 62.000 euro a notte, di ristoranti di sushi «migliore del mondo sotto casa mia» dove «vengono tutti i giorni da Tokio», di amici che si sono fatti «l’elicottero con le lattine di birra», di Putin che «è una donna»… e via inventando, nel gelo dello studio. Se voleva essere una gag sulle bufale della post-verità non s’è ben capito. Erroneamente, il regista ha inquadrato il conduttore dubbioso. Ma così vanno le cose in questi giocosi tempi: con tutte le crisi d’identità di cui soffrono i talk show, ci manca pure che s’incarichino di far divertire. Lo chiamano «momento di alleggerimento» e quindi, chiunque tenga un salotto televisivo prova a scoprire o a lanciare qualche talento comico. Poi gli esiti sono come quelli dell’altra sera ad Agorà. Oppure come quelli di Piazza pulita e l’indigeribile Tgporco di Sabina Guzzanti. Lo stesso Giovanni Floris non ha ancora elaborato il lutto per la perdita di Maurizio Crozza e ci prova e riprova con Maurizio Lastrico o con Maurizio Battista, con risultati finora modesti. Perché la famosa contestualizzazione non si percepisce e comici in grado di far ridere con l’attualità politica non si inventano da un giorno per l’altro.

La Verità, 2 febbraio 2017

«Sono innocente» e non solo: parte bene il 2017 Rai

Sono innocente è il nuovo programma del sabato sera di Rai 3. Ed è la quarta novità di questi primi giorni del 2017 – le altre sono Il Collegio di Rai 2, Un selfie con il Papa su Rai 3 e ieri sera la serie I Bastardi di Pizzofalcone su Rai 1. Tutto si potrà dire di questa Rai, ma certo non che non abbia provato a rinnovare i palinsesti. Chi scrive di televisione lo sa perché iniziando di frequente nuovi programmi corre l’obbligo di commentarli. Usando una metafora calcistica vien da dire che, con tanta iniziativa, è la Rai che fa la partita. Certo, non sempre tutto questo volume di gioco porta al gol, ma di sicuro tiri in porta ne fa parecchi.

Sono innocente è ispirato alla formula del true crime, casi giudiziari realmente accaduti che vengono ricostruiti attraverso la testimonianza diretta dei protagonisti, di alcuni attori che li interpretano in brevi filmati e delle interviste in studio realizzate dal conduttore, il giornalista del Tg1 Alberto Matano (sabato, ore 21.15, share del 5.65 per cento). Purtroppo è la cronaca a fornire la materia di questa serie di errori giudiziari che vedono persone comuni restare stritolate dall’ingranaggio della giustizia e da certi suoi perversi meccanismi. Diego Olivieri è un imprenditore vicentino che, sulla base delle rivelazioni di un pentito viene arrestato con l’accusa di riciclaggio di denaro sporco e spaccio di ingenti quantità di cocaina. La sua odissea dura oltre quattro anni, uno dei quali trascorso nelle carceri di massima sicurezza, fino al completo scagionamento perché «il fatto non sussiste». Maria Andò, invece, è una ragazza di Palermo, studentessa universitaria e frequentatrice della parrocchia, accusata di rapina e tentato omicidio perché somigliava molto alla vera colpevole. Il paradosso è che studiava giurisprudenza aspirando a fare il magistrato, in quanto «fin da piccola non ho mai sopportato le ingiustizie». Anche lei finisce in prigione per essere scarcerata quando ormai l’esperienza della galera l’ha segnata.

Nonostante il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati avesse sortito un risultato netto, nel nostro Paese, a differenza di tutte le catogorie, le toghe continuano a non dover rispondere dei loro errori. Anche la situazione disumana delle carceri è un’altra di quelle litanie che si sentono cantare spesso sui giornali senza che si sia mai arrivati a una risposta degna di questo nome. Le storie vere di Sono innocente hanno il merito di riportare l’attenzione su queste problematiche degne di un Paese sottosviluppato.

La Verità, 10 gennaio 2016

Domenico Iannacone lascia l’ultima parola alla realtà

Domenico Iannacone è uno che parla poco. Parla poco nei reportage. E parla poco anche in pubblico, non fa annunci e conferenze stampa. Parla poco perché ascolta molto e fa parlare gli altri. E perché osserva molto e fa parlare i fatti e le situazioni. In cinque anni da quando conduce il I dieci comandamenti non lo abbiamo mai sentito lamentarsi per qualche ragione, mai alimentare polemiche. I dieci comandamenti è un programma di documentari e reportage nell’Italia più periferica che va in onda su Rai 3 quasi sempre in seconda serata, ma può accadere che qualche volta, come lunedì scorso, venga anticipato alle 21.10. Ogni puntata ha un titolo, un tema di approfondimento, quello dell’altra sera era Ti voglio amare e narrava l’amore dei siciliani per la loro terra, Palermo soprattutto, città provata dagli attentati di mafia, dall’abbandono, dalla disoccupazione. «Ti voglio amare» è un verso di una canzone di un cantante dilettante che per vivere fa il muratore e dice di questo atto d’amore incondizionato, per una terra che è «senza speranza», come afferma un altro degli intervistati che quasi certamente non ricorda la sentenza di Leonardo Sciascia («Palermo è una città irredimibile»). Iannacone non ha tesi precostituite, teoremi da dimostrare. Va e parla con le persone, soprattutto fa parlare loro. Madre e figlio disoccupati, per esempio, trincerati dentro due stanze cadenti, tornati a Palermo dopo vent’anni in Lombardia e scivolati nella miseria. Fa parlare la principessa Valguarnera Gangi che ha speso vent’anni della sua vita per ripristinare il palazzo di famiglia, una delle poche abitazioni dinastiche ancora conservate e aperte in Europa. Ma che ora, esaurite le risorse economiche ed estenuata dall’indifferenza dei politici italiani, non quelli stranieri, dichiara, tra le lacrime, di aver deciso di vendere la storica dimora. Oppure Iannacone segue Tony Gentile, il fotografo che immortalò Falcone e Borsellino sorridenti, che è andato a rivedere il rottame dell’auto su cui viaggiava Falcone a Capaci, dal quale Giuseppe Costanza, suo autista, uscì miracolosamente vivo perché alla guida c’era proprio il magistrato che si era distratto e aveva rallentato, arrivando un attimo dopo all’appuntamento con la bomba. Costanza non viene mai invitato dalle autorità alle commemorazioni della strage. Oppure parla con i ragazzini del quartiere di Borgo Vecchio: case fatiscenti a due passi dal centro città, dove un giovane rapper prova a farli uscire dall’isolamento. Nel sito del programma vengono chiamate «inchieste morali». E andrebbero mostrate prima dei consigli dei ministri o dei consigli comunali. Iannacone ascolta e lascia l’ultima parola agli intervistati, affidando il commento alla musica e alle immagini. Parlano i fatti.

La Verità, 21 dicembre 2016

La7 vola e Santoro commette due errori in un colpo

Sarà il vento del No, sarà l’aria di crisi che aleggia nel Paese dalla Roma istituzionale alle periferie meridionali disprezzate da Chicco Testa, fatto sta che La7 è improvvisamente tornata ai momenti di gloria del 2011 quando mieteva ascolti e record sulla scia della crescita grillina e della campagna per le amministrative. L’altra sera DiMartedì di Giovanni Floris ha sfiorato il 10 per cento di share e i 2 milioni di telespettatori (per l’esattezza 9,64 e 1.958.000), primato assoluto da quando esiste. Il dato risulta ancor più significativo se confrontato a quello del concorrente di Rai 3, quel Politics condotto da Gianluca Semprini rimasto inchiodato al suo malinconico livello (2,61 per cento). Cioè: la congiuntura politica non favorisce tutti indiscriminatamente, ma chi sa fare tv. L’altra sera c’era la solita fulminante copertina di Maurizio Crozza (nei panni di Renzi: «Avete fatto un unico errore, mi avete lasciato vivo: adesso sarò il vostro incubo… Nascosto dietro un MacBookPro sbucherò all’improvviso e mi riprenderò gli 80 euro») e ospiti come Pierluigi Bersani, Mario Monti, Domenico Delrio, Maurizio Belpietro. Poco prima Otto e mezzo di Lilli Gruber aveva raggiunto il 7.81 per cento di share (ospiti Beppe Severgnini, Marcello Sorgi e Andrea Scanzi) e ancor prima il tg di Enrico Mentana il 6.57. Ma al di là di numeri e programmi specifici è tutto il palinsesto della rete di Urbano Cairo a scoppiare di salute. A cominciare dalle morning news di Coffee break e L’Aria che tira, per proseguire al pomeriggio con Tagadà di Tiziana Panella (che in questi giorni ha ospitato Carlo Freccero, Ferruccio De Bortoli, Vittorio Sgarbi, Gianfranco Pasquino, Pierluigi Battista). Lunedì sera, per esempio, Lilli Gruber con Massimo Cacciari, Antonio Padellaro e Matteo Richetti aveva ottenuto il 9.23 per cento e Piazza pulita di Corrado Formigli, con le interviste a Jean Paul Fitoussi e Davide Serra, si era assestata al 7.38, facendo risultare La7 quarta rete in primetime. Il fatto è che, considerata la lentezza di riflessi della Rai, e grazie alla presenza di Mentana, ormai commentatori, opinionisti e analisti sembrano averla eletta come tribuna preferita. È la rete all talk il posto dove esprimersi e argomentare sapendo di trovare visibilità e interlocutori qualificati. Spiace che Michele Santoro non abbia colto la tendenza. E, anzi, vittima dell’involuzione che lo sta attanagliando, intervistato a La Zanzara abbia parlato di «Cnn all’amatriciana». I dati di questi giorni lo smentiscono. E alla svista si aggiunge la gaffe. Un tempo qualcosa fatto «all’amatriciana» era sinonimo, negativo, di una cosa ruspante e casereccia. Ma dopo il terremoto Amatrice è meglio tirarla in ballo diversamente.

La Verità, 8 dicembre 2016

Il «Gazebo» che svela il backstage della politica

Telecamerine e Twitter, satira e riprese rubate, raid notturni e vignette: siamo a Gazebo social news, striscia quotidiana di Diego Bianchi, alias Zoro, l’antinarratore della politica di Rai 3. È un’allegra compagnia de sinistra quella che manda in onda tutti i giorni questo racconto atipico delle cose della politica (dal martedì al venerdì, ore 20.10, share del 5,35 per cento nella puntata speciale post referendum). Un antiprogramma, verrebbe da definirlo. Attorno a Zoro che, t-shirt barba e romanesco spinto, è l’incarnazione dell’anticonduttore, si esibisce il fumettista Marco Dambrosio, alias Makkox: persino struggente l’altra sera la parabola di Renzi che rivede la sua storia immerso nella realtà virtuale di un Oculus, ma a un certo punto, causa moscerino, perde la connessione e rimane solo. Poi c’è Missouri, vecchio tassista promosso direttore del «Tg bello» per motivi di satira, che scarrozza Zoro nella notte romana dello spoglio referendario. Infine, Marco Damilano (L’Espresso) e Francesca Schianchi (La Stampa), antiospiti da talk show, che illustrano l’evoluzione della giornata fornendo parole chiave e link utili per comprenderla. E Zoro che fa? Annoda il racconto usando uno schermo tv sul quale manda i reportage, le incursioni, i filmati. Uno schermo che diventa finestra aperta sui palazzi della politica alla quale tutti, coautori, pubblico in studio e pubblico a casa, si affacciano per capirci qualcosa. Tra un filmato e l’altro, Zoro si ferma e dice due parole di spiega, sottolinea, se è il caso digita rewind e rimostra un particolare significativo (l’altra sera, per esempio, la stretta di mano in piazza Montecitorio tra Giorgia Meloni dei Fratelli d’Italia e Alfredo D’Attorre di Sinistra italiana). Poi ci sono i tweet che, contestualizzati, risultano assai più sapidi. Un altro dei punti di forza è l’agilità della strumentazione che permette rapidità negli spostamenti. Con una telecamerina digitale Zoro e soci vanno da un palazzo all’altro regalando riprese inedite, oblique, sporche. Passano dalla Maratona di Mentana al discorso della sconfitta di Renzi a Palazzo Chigi, dove si soffermano sul volto e le mani della moglie Agnese Landini, dal Comitato del No della minoranza Pd, dove acciuffano Massimo D’Alema, a piazza Montecitorio, dove spuntano leghisti che issano cartelli con «Salvini premier». Cose che nessun tg e nessun talk show mostra. Lo fa un antiprogramma «barbone» (hanno la barba Zoro, Missouri, Damilano e Makkox) e certamente di nicchia, che ha come mission il backstage della politica, di cui fa parte anche Twitter. Mentre i programmi tradizionali si dilungano in analisi e scenari, Gazebo va dietro le quinte per documentare e mostrare dettagli, certamente con un orientamento predefinito e con qualche eccesso voyeuristico. Che, tuttavia, possono aiutare a capire più di tante, interminabili, discussioni.

La Verità, 7 dicembre 2016

Milena Gabanelli e l’arte di lasciare al momento giusto

È stata una sorpresa il saluto finale di Milena Gabanelli al termine dell’ultima puntata di Report (Rai 3, lunedì, ore 21.30, share del 7,56 per cento). Sorpresa non tanto per il congedo dopo vent’anni di conduzione dello storico programma, di cui si aveva già notizia. Quanto per il modo in cui è avvenuto. La giornalista ha presentato al pubblico uno a uno i colleghi che compongono la squadra e firmano le inchieste. «A Sigfrido Ranucci passerò il testimone. Siete in buone mani, siamo in 13 e come vuole la tradizione degli Apostoli, Report tornerà a Pasqua. Ma stavolta toccherà a lui portare la croce. Per quel che mi riguarda resterò nei paraggi, ma di certo sono stati 20 anni indimenticabili». Poi, intonando I’ve been loving you too long di Otis Redding, si è girata ad abbracciare i collaboratori e, come si usa, ha strappato la scaletta lasciandosi andare alla commozione. Anche l’algida Gabanelli ha un cuore. La conduttrice inflessibile, autrice di un giornalismo senza cedimenti, bombardata da querele regolarmente vinte, mai chiacchierata per questioni che non fossero di stretta natura professionale, mai compiaciuta della sua popolarità, certamente uno dei migliori esempi di cosa significhi fare servizio pubblico, ha mostrato il suo lato tenero. Si può tranquillamente azzardare che la commozione non deriva da egocentrismi o da dipendenza da video come tanti altri casi insegnano, ma dall’allentarsi del rapporto con i telespettatori. Per rispetto dei quali l’ultima puntata della stagione aggiornava lo stato delle inchieste con l’hashtag #comèandataafinire. La proposta avanzata dal programma di gestione statale diretta dell’accoglienza ai migranti senza far ricorso a opache cooperative, lo stato di manutenzione dei viadotti dell’Anas dopo il crollo di quello in provincia di Lecco, gli investimenti in diamanti proposti dalle banche, la gestione del marchio Ferrari e l’improvviso divorzio da Luca Cordero di Montezemolo, i ripetitori abusivi sulla Torre Massimiliana a Verona, i gettoni d’oro dei premi dei concorsi Rai coniati dalla Zecca dello Stato. Al termine su schermo nero con il logo di Rai 3 è comparsa la scritta: «Grazie Milena Gabanelli». Anche su Twitter è stato un diluvio di omaggi e ringraziamenti. È stato notato che i giornalisti di Report sono esterni ai quali la Rai rinnova annualmente il contratto: sarà paradossalmente per questo che fanno giornalismo d’inchiesta da servizio pubblico? Personalmente sospetto di sì. L’alto grado d’indipendenza ha consentito un’informazione che, negli anni, è andata a scomodare senza indulgenze politici e massimi dirigenti di enti e aziende di primissima grandezza, Rai compresa.

La Verità, 30 novembre 2016

Il giornalismo di Lerner alla scoperta dei tanti islam

Niente da dire, Gad Lerner le inchieste e i reportage li sa fare. È noto fin dai tempi dell’Espresso, ancor prima dello sbarco in tv a Profondo nord e Milano, Italia al quale il titolo del nuovo programma fa riferimento (Rai 3, domenica ore 22.50, share del 7,56 per cento). A differenza del format storico, Islam, Italia si svolge tutto in esterni, per intervistare giovani convertiti alla religione salafita, imprenditori del Qatar, la consigliera comunale musulmana a Milano, il professor Stefano Allievi, esperto di Islam. Di confessione ebraica, le domande di Lerner hanno una preoccupazione critica, che si aggiunge alla diffidenza diffusa verso una religione sospettata di essere una teocrazia con eccessi violenti e tendenze dominatrici.

A un ragazzo che, ventenne, è andato a studiare a Medina tornandone salafita chiede perché si proclama continuamente Allah è il più grande: «Non c’è una dimensione competitiva, un’aspirazione dell’Islam a sottomettere le altre confessioni?». Anche la questione del trattamento della donna è un tema caldo. Alla Fiera del Levante dove la comunità si trova nella ricorrenza del sacrificio di Abramo e si prega in stanze separate per sesso, la troupe viene allontanata da quella riservata alle donne. Nello stesso giorno «i tagliagole dello Stato islamico sgozzano alcuni prigionieri come pecore» e Lerner si chiede quanti Islam esistano: l’Islam dei bisognosi, l’Islam deturpato dell’Isis, l’Islam capitalista ma integralista di Al Wahabi. A Doha (Qatar), in uno sfarzoso centro commerciale che imita la galleria di Milano, convivono alta moda e castigatissimi abiti neri. Ma per lo sceicco non c’è contraddizione perché «quando gli affari girano ne beneficiano tutti». Nel quartiere cristiano non si può esporre la croce, le campane sono vietate e l’evangelizzazione è sanzionata con il carcere. Tornati a Milano, il professor Allievi sostiene che l’Islam dei fratelli musulmani e dei salafiti sia più un ostacolo che un veicolo del jihadismo. Ma Sumaya Abdel Qader, giovane consigliera comunale con tre lauree, è stata accusata di apostasia (che in alcuni Paesi arabi comporta la pena di morte) dalle frange integraliste perché, entrando in politica, ha aderito alle leggi italiane.

Insomma, Lerner mostra che l’Islam moderato esiste ed è maggioritario. Ma esiste anche quello ipocrita degli affari e quello pronto agli anatemi e alle rappresaglie. Il viaggio si chiude a Piacenza, dove un gruppo di facchini e magazzinieri prega inginocchiato sulle bandiere sindacali dopo la morte di un confratello, investito da un camion. Sono lavoratori in nero, sfruttati. Esiste anche l’Islam della classe operaia. Lerner le inchieste le sa fare: peccato siano orientate sempre nella stessa direzione.

La Verità, 22 novembre 2016

Buttafuoco: «La destra è senza progetto culturale»

Giornalismo, letteratura, teatro, televisione: Pietrangelo Buttafuoco, 53 anni, siculo poliedrico e instancabile per necessità oltre che per virtù, non si fa mancare niente. Gira con lo zainetto, ufficio in spalla, perché una dimora culturale fissa non ce l’ha. Ogni giorno la sua ventura.

Giornalismo: collaborazioni con Il Fatto quotidiano e Il Foglio.

Letteratura: in uscita da Skira un libro su Agostino Tassi, pittore del Seicento, stupratore di Artemisia Gentileschi, simbolo del femminismo.

Teatro: in tournée con Mario Incudine con lo spettacolo Il dolore pazzo dell’amore.

Televisione: rubrica Olì Olà nel Faccia a faccia di Giovanni Minoli su La7.

Cominciamo da Olì Olà: chi è il Donald Trump italiano?

«Deve ancora arrivare. Il punto di forza di Trump è di rappresentare la novità. Non bisogna dimenticare che quando si affermò alle primarie, i democratici si fregarono le mani dalla soddisfazione. La stessa Clinton si mostrò felice di confrontarsi con lui, considerato il candidato ideale per stravincere. In Italia, se si votasse adesso, e all’elettore fosse dato di scegliere tra Alessandro Di Battista e Matteo Renzi, quest’ultimo sarebbe travolto».

Quindi Trump si trova tra i grillini?

«Forse, al momento. Ma da qui alla data delle elezioni potranno accadere molte cose. Ci attendevano due passaggi: dopo le elezioni americane ora tocca al referendum costituzionale».

Vuole tentare uno scenario post 4 dicembre?

«Non mi avventuro. Ho visto che, per esempio in Sicilia, sono state mobilitate le clientele elettorali. E anche se fanno numeri importanti non vengono rilevate dai sondaggi, ma solo dalle segreterie politiche dei capi bastone».

È nato prima Berlusconi o Trump?

«Prima il Cavaliere. Silvio uovo e Donald gallina che ha a disposizione un’aia ampia e impegnativa. Perché ha davanti a sé un orizzonte globale ed epocale che per forza di cose determinerà trasformazioni».

Salvini e Grillo che spazio avranno?

«Sono il già visto. Se il bisogno di novità non fosse stato così decisivo sarebbe bastato Jeb Bush. Invece nessuno dei candidati repubblicani ha dato prova di saper interpretare il cambiamento. Non è un caso che i Bush in queste elezioni si siano alleati con i Clinton».

Abbiamo assistito al rovesciamento delle alleanze. Lei parla di nuova lotta di classe…

«La Clinton ha preso l’aperitivo con Lady Gaga, mentre Trump teneva comizi davanti alle fabbriche. La nuova lotta di classe è tra i cosiddetti deplorevoli, come li ha classificati la stessa Clinton, e le élites. Tanto è vero che i fondi sovrani, i magnati e lo stesso Soros adesso si sono mobilitati per organizzare la controrivoluzione».

Hillary Clinton con la popstar Lady Gaga, sua sostenitrice

Hillary Clinton con la popstar Lady Gaga, sua sostenitrice

Tutto questo senza che il nostro ragionamento significhi approvazione del trumpismo.

«Stiamo facendo un’analisi. Personalmente ho grandi dubbi sulla democrazia».

Auspica il ritorno dell’uomo forte?

«La realtà determina se stessa, dandosi una forma. L’Italia è in imbarazzo causa mancanza di sovranità: dipende da consigli e centri di potere che stanno altrove. Per questo è importante capire quali siano le intenzioni degli Stati Uniti. Avesse vinto la Clinton, una personalità fuori dall’establishment troverebbe disco rosso a Palazzo Chigi».

Dopo la Brexit la vittoria di Trump: cosa serve ai giornalisti da salotto per fare un bagno di realtà?

«Serve una sveglia. Si sono assopiti nella irrilevanza tutta autoreferenziale delle solite marie antoniette e delle loro brioche».

Serve anche un bagno di umiltà?

«Obiettivamente hanno tantissimi privilegi. Conoscono le lingue, hanno uso di mondo, di narrazione, di mercato. Com’è possibile che facciano giornali tanto penosi? Gli ultimi importanti contratti nelle maggiori testate sono stati fatti nelle redazioni Esteri. E il risultato è che faticano a raccontare proprio gli scenari internazionali. Guardando in casa, quando, un anno e mezzo fa Egidio Maschio, imprenditore veneto protagonista del miracolo del Nordest, si sparò nel suo ufficio traumatizzando il mondo produttivo e imprenditoriale, il Corriere della Sera gli dedicò una breve. Alla borghesia italiana manca una voce che sappia guidare. Questa è stata la disperazione dei beniamini del grande pubblico. La gente voleva Indro Montanelli e gli davano Piero Ottone, voleva Giovannino Guareschi e gli davano Fortebraccio, voleva Leo Longanesi e gli davano il Politburo e la Fondazione Einaudi».

Indro Montanelli. Buttafuoco: «I lettori volevano lui e gli davano Piero Ottone» (Tam Tam)

Indro Montanelli. Buttafuoco: «I lettori volevano lui e gli davano Piero Ottone» (Tam Tam)

Dove sbaglia di più Renzi?

«Nel confondere un progetto politico con l’estetica della comitiva. Il suo orizzonte è il muretto degli amici sistemati nei posti chiave. Pensi al tentativo di mettere Marco Carrai ai Servizi segreti. O a Luca Lotti che spadroneggia in ogni recesso del potere. Renzi ha intossicato di conformismo le analisi di tutti i giornali. Almeno Berlusconi aveva le testate più autorevoli contro. Renzi le ha tutte a favore. Mi sa che la parte migliore di Renzi è Denis Verdini».

Provoca?

«Verdini sembra scappato dalle pagine di Vita di Niccolò Machiavelli fiorentino, un saggio nel quale Giuseppe Prezzolini descrive il Machiavelli come il rappresentante vivo di un potere sinceramente italiano e quindi universale, non provinciale com’è quello di Renzi».

Lei che se ne intende, che Islam si aspetta dal programma di Gad Lerner su Rai 3?

«Mi aspetto il solito equivoco per il quale si tende a confondere l’Islam con l’immigrazione. È un luogo comune accreditato a destra come a sinistra. A destra, per raggranellare il pieno elettorale; a sinistra, per autocompiacimento d’ordinanza».

L’unica strada è l’integrazione: impresa possibile?

«L’unica integrazione che ha funzionato nella storia è quella che avviene quando i sapienti si parlano tra loro. L’esempio canonico è quello tra Francesco e il Sultano. In tempi recenti non possiamo che indicare quello che il vero campione della destra, Vladimir Putin – altro che Trump – ha fatto: inaugurare a Mosca la più grande moschea su suolo europeo».

Figuriamoci cosa accadrebbe da noi.

«Chi se l’aspettava che i valori immutabili della metafisica dovessero essere difesi da un colonnello del Kgb. Ovvero, da colui che ha appoggiato le milizie miste di cristiani e musulmani in Siria per liberare i villaggi cristiani, restituire le chiese ai fedeli e innalzare la statua della Vergine Maria sull’altura di Maaloula, in Siria, una statua che i terroristi avevano distrutto».

Lo storico incontro tra Vladimir Putin e papa Francesco

Lo storico incontro tra Vladimir Putin e papa Francesco, alleati nel fermare la guerra in Siria

Putin difensore della cristianità. E Bergoglio?

«Quando hanno fermato l’attacco in Siria il Papa e Putin hanno agito in perfetto accordo».

Detto della sinistra, che cosa ha da imparare la destra dal caso Trump?

«Che non si può essere destra per come piace alla sinistra. Quanti tentativi di farsi dare la patente di presentabilità sociale. Il riferimento culturale della destra dev’essere garantire alla comunità un’aderenza ai principi sacri, eterni e soprattutto universali. Abbiamo un grande vantaggio dall’abitare in Italia: quello di convivere con un’entità universale cui guarda il mondo intero. Quando il contadino siberiano si fa il segno della croce sa di trovare nella Basilica di san Nicola a Bari un riferimento della sua storia e della sua identità. Così il commerciante indiano, quando ascolta Iqbal e i poeti di strada, sa che la patria è il Mediterraneo culla di civiltà e orizzonte del futuro, e la Sicilia, perla dell’Islam. Altro che le tecnocrazie di Bruxelles. Fino agli anni ’70 le parole italiane più note nel mondo erano quelle della tradizione musicale: allegretto, andante, mosso. Ora sono pasta, pizza, pane. Con le differenti conseguenze commerciali. Se ci fosse, una destra saprebbe che il progetto è la Via della seta. E che, non si offendano gli antifascisti, è ancora scritto sul frontone del palazzo dell’Eur: artisti, eroi, santi e navigatori. La destra non può accontentarsi dei rutti del bar sport».

Quando la destra farà autocritica per le grandi occasioni perse in questi vent’anni?

«La destra al governo è stata una disgrazia. Come conferma il progetto culturale delle tre “i”: Internet, Inglese, Impresa. Se non ricordo male fu proprio la destra a eliminare dai licei l’insegnamento della storia dell’arte e della musica».

Nella galassia berlusconiana sembra vincere la linea pro-renziana di Confalonieri.

«Che è sempre coincisa con quella di Berlusconi. Nella galassia il principe è sempre uno solo».

Si sta riconvertendo al renzismo?

«Direi che ha chiara la situazione. Se vince il No, il Cavaliere ucciderà la destra del centrodestra. Se invece vincerà il Sì, Renzi si farà un partito tutto suo, uccidendo a sua volta la sinistra del centrosinistra. E Berlusconi sarà fondamentale nella transizione».

La copertina di «La notte tu mi fai impazzire» in uscita il 24 novembre

La copertina di «La notte tu mi fai impazzire» a giorni in uscita

A giorni uscirà da Skira La notte tu mi fai impazzire. Gesta erotiche di Agostino Tassi. Perché un libro su un pittore del Seicento? Che cos’ha di attuale?

«Doveva essere un libro su Artemisia Gentileschi, pittrice caravaggesca adottata dal femminismo. Poi mi sono accorto che era già stata celebrata e che la storia del suo stupratore era più nuova. È una storia che illumina i traffici d’arte, religione e politica dell’epoca e che si concentrano nella figura di Cosimo Quorli, potentissimo e corrotto furiere del Papa. In confronto Mafia capitale è roba da educande».

Dopo tanto tempo ha uno spazio in tv non come ospite. Che cosa le sta dando?

«Molto entusiasmo. In Giovanni Minoli ho trovato un maestro generoso e partecipe. Con lui mi sento come quando da adulto sono andato a prendere lezioni di russo, sedendomi a fianco dei bambini, armato di quaderno per imparare a fare le aste».

Con lo zainetto.

 

La Verità, 20 novembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… E Bianca Berlinguer fa il pieno di ascolti

Un altro piccolo segnale contro Renzi. Un indizio, niente più. Ma fastidioso come un’ape nell’ascensore: la campagna referendaria è in salita, come documentano i sondaggi. #Cartabianca di Bianca Berlinguer, il programma meno amato dal premier e più contrastato dalla direzione di Rai 3, ha fatto il pieno di ascolti: 9,72 per cento di share con 1,4 milioni di telespettatori (e quasi tre milioni di contatti). È solo la prima puntata, presto per tirare conclusioni definitive. Però, se si vuol farsi un’idea al netto delle cautele avanzate qualche giorno fa su queste colonne da Antonello Piroso, si può dire che i buoni ascolti del programma inaugurato dall’ex direttrice del Tg3 non sono musica per le orecchie del premier. Cioè, sono musica stridente con l’ottimismo da vittoria referendaria. E sono pure una discreta stonatura nel palinsesto della Terza rete Rai. Dove le creature bignardiane come Gianluca Semprini (Politics – Tutto è politica) e Asia Argento (Amore criminale) floppeggiano, mentre Berlinguer vince e convince.

Daria Bignardi: le sue creature, Gianluca Semprini e Asia Argento «non tirano»

Daria Bignardi: le sue creature, Gianluca Semprini e Asia Argento «non tirano»

Qualche giorno fa, alla conferenza stampa di presentazione del programma, Daria Bignardi aveva recitato da direttrice convinta e motivante, elogiando la giornalista, «brava a mettersi in gioco», per questa nuova «sfida», «scommessa», «avventura». Son queste le parole più gettonate in simili circostanze. Anzi, la parolina magica di solito è «esperimento» (se va bene siamo stati bravi, se va male stiamo sperimentando…). Tanto che la stessa Berlinguer aveva dichiarato di «mettere le mani avanti», temendo il flop in agguato per un talk show piazzato nel tardo pomeriggio, prima del telegiornale dal quale, peraltro, la stessa Berlinguer era stata traumaticamente detronizzata.

Consapevolissima del rischio, e pure per esorcizzarlo, la giornalista ha invitato nella puntata d’esordio Renzo Arbore, uno dei padri fondatori, e soprattutto uno che cantava Vengo dopo il tiggi nella sigla finale del memorabile Indietro tutta!. Che cosa dobbiamo fare noi che invece veniamo prima del tg, per avere buoni ascolti?, gli ha chiesto la conduttrice. «Bisogna inseguire la doppia lettura, accontentare il gusto sia del pubblico colto che di quello meno esigente», ha rivelato Arbore nei panni del guru. Come che sia, il programma più osteggiato, rinviato e tollerato dall’intera filiera politico-mediatica renziana ha fatto il pieno. Smacco doppio o anche triplo, se si ricordano le quotidiane invettive scagliate da Michele Anzaldi sull’ex direttrice del Tg3, il successivo siluramento a causa della mancata acquiescenza alla linea del Nazareno e l’ostruzionismo di Viale Mazzini a concedere carta bianca alla giornalista. Ostruzionismo confermato dalla scomparsa del promesso programma di seconda serata sempre a conduzione Berlinguer. Detto ciò, alla fine, ci si può accontentare della buona audience della #Cartabianca tardopomeridiana. Un programma nelle cui vene scorre un senso di privazione («Vi sembrerà strano che sia io a dirlo ma mi ci abituerò: linea al tg»). E il peso della carriera di Berlinguer nel convocare ospiti importanti (Ezio Mauro, Arbore, Carlo Freccero) e connettersi con le firme della rete (la redazione di Blob). E un programma dal quale il premier si tiene alla larga, come s’è visto quando l’inviato Gabriele Corsi ha provato ad avvicinarlo alla Leopolda, ottenendo la promessa di un «dopo, dopo» che non è mai arrivato.

Un indizio fastidioso, dunque, la buona audience del programma meno renziano della Rai. Un indizio che va ad aggiungersi all’altro, di qualche giorno fa, quando il premier perse il confronto con il grillino Luigi Di Maio, contemporaneamente in onda a DiMartedì (La7) mentre lui imperversava nello studio di Politics. Certo, due indizi non fanno ancora una prova; pure Geo, predecessore di #Cartabianca, faceva buoni ascolti. Però, intanto, l’ape è lì. E ronza, molesta, nell’ascensore della lunga campagna referendaria…

 

La Verità, 9 novembre 2016

 

Su Rai 3 l’amore gay è tutto rose (senza spine) e fiori

«Arrivata la legge, abbiamo bruciato i tempi», dice Giorgio, da nove anni compagno e convivente di Michele in quel di San Giorgio a Cremano (Napoli). È la sintesi perfetta di Stato civile – L’amore è uguale per tutti (giovedì, ore 23,20, share del 5,18 per cento), il nuovo programma che la Rai 3 diretta da Daria Bignardi ha allestito alla velocità della luce. La legge che regolamenta le unioni civili è del maggio scorso e, pronti via, ecco il docureality. Alla Rai può capitare di arrivare tardi sui luoghi del terremoto, ma sugli omosessuali è molto contemporanea. Al correttismo di Rai 3 non poteva mancare la narrazione dei preparativi alla cerimonia dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Una narrazione delicata, però: persino troppo. Giorgio, uno spilungone di due metri, è il sindaco del paese e quindi gioca in casa. A Pineto degli Abruzzi, invece, la casa di Orlando e Bruno, la coppia che «vive in perfetta simbiosi da 52 anni», è tutta rosa, come le camicie di Orlando e le cravatte per il gran giorno. Ecco i futuri sposi scegliere la location per la festa, gli addobbi, i confetti, il bouquet, e sottoporsi alla prova abito in sartoria e alle pose per l’album fotografico. «Abbiamo voluto fare una cosa classica come sono i matrimoni, poi ci mettiamo qualcosa di nostro perché per noi è speciale», ammette con pudore Michele che di professione è architetto. La voce fuori campo assicura che le nozze tra lui e Giorgio saranno molto romantiche. E trasuda romanticismo il racconto di entrambi le storie che s’intrecciano e si rincorrono, dal «colpo di fulmine» agli anniversari festeggiati a Venezia, al coronamento dell’unione. Perché, a differenza dei rapporti tradizionali dove qualche volta si litiga e ci si manda a quel paese, tra gay sono tutte rose e fiori. Tanto più considerando che gli ultrasettantenni Orlando e Bruno che si scambiano effusioni in favore di telecamera, hanno lavorato come fioristi. Dal canto suo, la madre di Giorgio assicura che quando ha capito che tra suo figlio e Michele c’era una relazione è «stata pure contenta». Per la sorella, invece, il loro matrimonio «è un simbolo». Il padre parla di «choc… Si sa che le cose succedono nel mondo, poi succedono pure a te». Ma c’è voluto qualche giorno per metabolizzare la situazione. La nonna di 101 anni ammette che le è «molto difficile capire, però se si vogliono bene…», anche se è dispiaciuta perché non c’è stata la funzione in chiesa. Esagerando, un amico di Orlando e Bruno parla di «famiglia perfetta». L’amica fiorista invece sottolinea che «nemmeno io e mio marito ci diciamo tutto come loro». L’amore è uguale per tutti, ma per i gay è un po’ più uguale. E nel docureality le rose non hanno spine.

 

La Verità, 5 novembre 2016