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Fazio ha due anime, la migliore ha inventato il bar show

Fabio Fazio, prendi due e paghi uno (verosimilmente salato). C’era una certa attesa per l’esordio stagionale del programma di Rai 3 nella versione lunga con l’abbinamento dei due formati: il tradizionale Che tempo che fa e il più innovativo Che fuori tempo che fa (Rai 3, domenica, ore 20). Il risultato è discreto anche se non folgorante, dopo una sola serata un po’ di rodaggio va concesso. L’inizio alle 20 con l’anteprima (share del 7,22 per cento), poi il prologo di Fazio, le interviste e il monologo di Luciana Littizzetto (12,07 per cento) e, a seguire, il talk con più ospiti allo stesso tavolo (9,7) creano un primetime insolito e una certa eterogeneità di clima e di linguaggi. Prima c’è quello dell’informazione e delle interviste, poi quello del cazzeggio tra amici. Per provare a fondere i due formati, il conduttore ha introdotto alcune novità nella squadra degli autori, nella regia, nello studio, ora sui toni del blu, e anche nel coinvolgimento delle partner abituali, la Littizzetto che ricompare a fine serata e Filippa Lagerback, promossa al tavolo degli ospiti con diritto di parola. Massimo Gramellini avrà invece un suo programma al sabato sera.

Fabio Fazio con Nino Frassica, punto di forza di «Che fuori tempo che fa»

Fabio Fazio con Nino Frassica, punto di forza di «Che fuori tempo che fa»

Michael Phelps e Lucia Pergolizzi, in arte LP, erano gli ospiti della prima parte e bisogna riconoscere che solo Fazio riesce ad avere personalità e artisti di questo livello internazionale. Al più grande nuotatore di tutti i tempi ha chiesto: «Che piacere c’è a ripetere lo stesso gesto all’infinito?». «È stato calcolato che la perfezione si raggiunge ripetendo lo stesso gesto fino a 10.000 volte», è stata la risposta. Tra ovazioni e filmati di trionfi, «lo squalo di Baltimora» si è persino commosso, e anche questo è un piccolo scoop. All’insegna della leggerezza la seconda parte della serata, felice intuizione della scorsa stagione. In pratica, Fazio ha inventato il bar show o, se si preferisce, il bar spettacolo. Nel quale lui è il barman, l’impagabile Nino Frassica, Fabio Volo e il filosofo della situazione Gigi Marzullo sono gli habitué, e gli ospiti della singola serata – domenica Lino Banfi, Paolo Rossi, J-Ax (tutti con libro in promozione), Fedez e la campionessa di scherma Rossella Fiamingo – sono i clienti di passaggio. Come detto, si tratta di due programmi con toni e linguaggi differenti. Del resto, lo documentano anche il nome e cognome, in Fabio Fazio convivono due anime, quella goliardico-arboriana di Fabio e quella moralistico-savianesca di Fazio: basta cambiare una consonante e cambia tutto. Per fortuna, come dimostra anche il ritorno di alcune imitazioni, ha vinto la prima delle due componenti, più morbida e affabile, mentre quella più ideologica si sta stemperando anche nelle interviste agli ospiti. Andando avanti, i due programmi dovranno e potranno fondersi. Intanto, prendi due e paghi uno.

La Verità, 27 settembre 2016

Politics è carente di muscoli, ma anche nello scheletro

Dopo la visione delle prime puntate di Politics – Tutto è politica (Rai 3, martedì, ore 21.15) la sensazione è che al programma manchi la carne. L’altra sera, però, Gianluca Semprini, il conduttore fortemente e autonomamente voluto da Daria Bignardi – assunzione ora contestata dal tribunale del Lavoro di Roma in quanto avvenuta senza previa e adeguata ricerca interna all’azienda – ha provato a metter su un po’ di muscoli ospitando Matteo Salvini reduce dal raduno di Pontida e dalla cena ad Arcore con Silvio Berlusconi, all’indomani della convention di Stefano Parisi. Quando va in tv, di solito, il leader leghista fa buoni ascolti. L’altra sera è stato al gioco, si è presentato con l’ipad per competere col conduttore e connettersi ai social, soprattutto ha fatto il Salvini: «A Berlusconi ho chiesto… A Berlusconi ho detto…». Il risultato è stato ugualmente sconfortante: appena 727.000 telespettatori (2,95 per cento di share). Il problema non è, quindi, nell’ospite. Il fatto è che il martedì sera, ormai si può dirlo, viviamo una sorta di transfert televisivo, un ribaltamento iconografico perché in contemporanea c’è DiMartedì. Cioè: Semprini su Rai 3 è l’outsider, mentre Floris su La7 è il titolare, il favorito del duello. Ovvero: Rai 3 sembra La7 e viceversa. Mentre parlava Salvini, per esempio, dall’altra parte Massimo Giannini in libera uscita dialogava con il conduttore sui temi dell’economia. Un attimo dopo, durante l’intervallo di Milan-Lazio (su Sky e Premium), Floris ha mandato in onda la copertina di Maurizio Crozza (preceduta da uno spot di reggiseni che certo non dispiaceva ai maschietti in uscita dal calcio). Trucchi e segreti di autori e conduttori di lungo corso. A proposito di segreti, Semprini è in linea diretta con qualcuno degli autori (otto, più tre collaboratori) tramite auricolare.

Maurizio Crozza, punto di forza di DiMartedì su La7

Maurizio Crozza, punto di forza di DiMartedì su La7

L’idea di partenza, più volte ribadita dalla Bignardi, era di cambiare formula e linguaggio del talk show. Intanto, nel corso della puntata si cambiano i tavoli per le discussioni, rotondi, quadrati, leggii… Si traggono domande dai social network e dagli ospiti mimetizzati nel pubblico. Si fa uso di grafiche didascaliche e di fumetti per raccontare vicende delicate come quella di Tiziana Cantone. Si invitano spesso e volentieri i foglianti. Alla fine resta il sospetto che, oltre ai muscoli, manchi anche l’ossatura alla quale attaccarli. Cioè, è proprio il frontman a difettare di carisma. In tv, di solito prima si pensano i programmi e poi si sceglie chi li fa. In questo caso si è seguito il procedimento opposto. E ora la decisione del tribunale del Lavoro ha aperto il caso. Vedremo come finirà. Intanto, se non si vuole far finire Politics sotto il treno di Floris, forse converrebbe spostarlo in una serata diversa.

La Verità, 22 settembre 2016

Giannini con Floris: questione di (non) stile

Massimo Giannini parteciperà in qualità di opinionista fisso a quattro puntate di diMartedì di Giovanni Floris su La7. Nella prima si vedrà un faccia a faccia tra i due conduttori, nella seconda chissà. Continua a leggere

Il caso Fabio Volo: (Italia) Uno e (Rai)Trino

Vogliamo dire due parole sul caso Fabio Volo? Lo avete presente, no? Fabio Volo, nome d’arte di Fabio Bonetti, attore, scrittore, conduttore televisivo… Ma lasciamo perdere Wikipedia… Volo è un caso eccellente (parolona). Un fenomeno di complessa decrittazione. I suoi romanzi vendono slavine di copie (de gustibus). L’ultimo, per dire, È tutta vita, storia di una coppia in crisi che cerca di tenersi in piedi, è appena uscito dalla top ten, ma fino a qualche settimana contendeva il primato in classifica al libro del Papa (intervistato da Andrea Tornielli), così va il mondo. Poi Volo conduce da una dozzina d’anni una popolare trasmissione su Radio Deejay. Fa cinema, anche se non più con l’originalità dei primi lavori diretti da Alessandro D’Alatri (Casomai e La febbre). Vengo al dunque perché mi rendo conto di averla presa un po’ larga. Tutti i sabati lo vediamo seduto al tavolo di Che fuori tempo che fa, ospite fisso ma un tantino pleonastico di Fabio Fazio. Sta lì, ride, annuisce con sagacia, dice qualcosa se riesce a trovare una battuta brillante, solitamente surclassato, come tutti, dal funambolismo di Nino Frassica.

Bene, da qualche settimana c’è una novità. La domenica Volo co-conduce su Italia Uno Le Iene che, da gennaio, l’autore e deus ex-machina Davide Parenti ha voluto doppiare anche il martedì. La faccenda suona strana. Il sabato su Raitre e la domenica su Italia Uno, peraltro per mezz’ora in sovrapposizione con il programma del conduttore che lo ospita gentilmente la sera prima. Una regola di policy aziendale vigente in Rai prescrive ai suoi artisti (altra parolona) l’impegno di non lavorare per la concorrenza, né come conduttori né in qualità di ospiti, almeno nelle 24 ore successive alla partecipazione ad un programma Rai. È un invito, una forma di tutela e di difesa della tv pubblica per non svalutare le partecipazioni ai suoi show. Come mai Volo fa eccezione, non solo come conduttore di un programma Mediaset, ma anche nello stesso orario di quello di cui è ospite la sera precedente? Pare che l’ex direttore di Raitre Andrea Vianello abbia fatto il diavolo a quattro per opporsi a questa situazione, scontrandosi anche con i massimi vertici aziendali. Invano, come si vede. Le Iene hanno due edizioni guidate da due terzetti: la domenica Geppi Cucciari, Miriam Leone e Fabio Volo; il martedì sempre Geppi, Pif e Nadia Toffa. Tutti, eccetto quest’ultima, appartenenti alla scuderia di Beppe Caschetto. Il quale, peraltro, è l’agente anche di Fazio. Chissà perché e chissà come ha fatto digerire alla Rai di non mettere Volo nel terzetto di conduttori del martedì…

 

 

Con Bignardi e Romagnoli, una Rai radical chic

La lista di nomi che il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto proporrà domani al Consiglio d’amministrazione della Rai contiene qualche sorpresa e non mancherà di suscitare polemiche. Nel segno della continuità la scelta per Raiuno di Andrea Fabiano, già vicedirettore di Giancarlo Leone (che passa al Coordinamento delle reti, lasciato libero da Antonio Marano candidato al timone di Rai Pubblicità). A lungo annunciata la nomina di Raidue, dove s’insedierà Ilaria Dallatana, cresciuta in Mediaset e fondatrice, con Giorgio Gori, di Magnolia (l’attuale direttore Angelo Teodoli passa a Rai4). Poco prevedibile, invece, e sicura fonte di critiche, la scelta di Daria Bignardi come candidata alla direzione di Raitre, dov’era dato in prima fila Andrea Salerno. A Raisport sarà chiamato Gabriele Romagnoli, giornalista e scrittore, firma di Repubblica, Vanity Fair oltre che direttore di GQ.

Aldilà delle proteste dell’Usigrai, che ha parlato di “schiaffo” contro i lavoratori della Rai e di “sonora sfiducia e delegittimazione”, colpisce la scelta di Bignardi, moglie di Luca Sofri, direttore de Il Post, nata televisivamente a Milano, Italia, cresciuta in Mediaset, dove ha tenuto a battesimo Il Grande Fratello (Gori direttore di Canale 5), poi approdata a La7 con Le Invasioni barbariche (una parentesi a Raidue con L’Era glaciale), talk show che vantava un numero di polemiche inversamente proporzionale agli ascolti. Un curriculum che non sembrava legittimare candidature a direzioni di rete. Ancor più se si pensa che Le Invasioni barbariche era il programma più frequentato da Renzi, fin da quando era sindaco di Firenze. Cliccatissimo sul web il video in cui, al termine di un’intervista del gennaio 2014, Sofri incrocia dietro le quinte dello studio l’allora sindaco e segretario Pd salutandolo con un “Ciao capo, ottima ottima…”.

Bignardi, come Romagnoli, è una firma di Vanity Fair, espressione dei salotti milanesi più modaioli. Ma la sua nomina servirà a rendere ancora più aspre le accuse al premier di voler addomesticare la tv pubblica. A cominciare proprio da quella Raitre che i renziani più intransigenti considerano troppo aperta a grillini e minoranza Pd.

Come Anzaldi è diventato Michele Anzaldi

Un vero duro. Tosto. Ombroso e solitario. Lo descrivono così, quelli che lo conoscono e ci hanno avuto a che fare per motivi di lavoro. “Un ottimo capo ufficio stampa”, versione simpatizzante. “Uno che non scuciva una notizia”, velenosa. “Era più facile trattare direttamente con Rutelli che con lui”, ostile. “Se ti prendeva in antipatia eri completamente tagliato fuori”, distaccata. Perché, da siciliano, anzi, da palermitano, ha un forte senso degli amici (pochi, pochissimi) e dei nemici (la maggioranza). Tra i primi ci sono il portavoce di Renzi, Filippo Sensi, che lo considera suo maestro, e Paolo Gentiloni, il ministro. Tra i secondi, il resto del mondo; con l’eccezione di alcuni animali, i cavalli che ama montare, e i suoi cani, che gli scandiscono la giornata con le loro esigenze… È a loro che, da animalista convinto, riserva qualche tenerezza.

Michele Anzaldi è l’uomo del momento. Non solo per le cose che dice e gli anatemi che scaglia contro giornalisti e conduttori tv quasi come un Brunetta di sinistra. Ma per le domande che il suo comportamento pone all’intero circuito politico-mediatico. In fondo è il continuatore di una lunga tradizione di censori che hanno perlopiù trovato il loro habitat nella Commissione di Vigilanza, istituto dell’ancien régime, da Ugo Intini a Francesco Storace, da Michele Bonatesta appunto a Renato Brunetta. Solo che questi erano tutti di destra. Invece, qui comincia il caso, siamo di fronte a un “epuratore renziano” (Travaglio), un “Torquemada” (Prima comunicazione) che milita nel centrosinistra e si è formato nelle stanze di Legambiente, con Francesco Rutelli e nella Margherita.

Dunque, prima domanda: con quei toni ultimativi, Anzaldi esprime opinioni personali o interpreta il pensiero del premier? “Fifty fifty”, versione disincantata. “È un gioco delle parti, lui poliziotto cattivo, Sensi quello buono”, versione cinematografica. “Fa di testa sua, Renzi non lo smentisce, in privato smorza. Intanto tiene sulla corda chi vuol fare l’indipendente”, versione realistica. Seconda domanda: perché Renzi non lo smentisce? Ci arrivo tra un po’. Terza domanda: chi era prima di diventare Michele Anzaldi? Cioè, colui che, senza andare indietro al caso Giletti e all’imitazione della Raffaele della Boschi considerata irrispettosa, ha chiesto in un paio di settimane il licenziamento di Massimo Giannini per lesa maestà della solita Boschi (”rapporti incestuosi” a proposito di Banca Etruria); di Bianca Berlinguer perché dà troppo spazio ai grillini e ha dimenticato le foibe; di Franca Leosini per l’intervista a Luca Varani, lo stalker sfregiatore di Lucia Annibali; di Andrea Vianello direttore di Raitre, per svariati motivi. Non bastasse, pochi giorni fa ha alzato il tiro esternando sul Corriere il pentimento per aver fatto nominare “noi della Vigilanza, con una serie di votazioni a catena complicatissime, con uno straordinario lavoro di mediazione politica” il direttore generale Campo Dall’Orto e la presidente Maggioni. “Da quando ci sono loro la Rai è peggiorata tantissimo”. Putiferio. Presa di distanza del vicesegretario dem Lorenzo Guerini: “A un politico spetta prendere i voti, non darli”. Conferma della fiducia ai vertici Rai con comunicato dei capigruppo di Camera e Senato, Rosato e Zanda. “Matteo” non l’ha smentito nemmeno stavolta e Anzaldi continua a rimarcarlo.

A metà degli anni ’80, quando è da poco arrivato a Roma, Michele ha in mano solo la maturità liceale. Ma il ragazzo è intraprendente e fonda, prima il Telefono verde, poi l’Osservatorio parlamentare di Legambiente che mette i parlamentari ecologisti in rapporto con gli elettori. Nel ’90 inizia a collaborare con La Nuova Ecologia, diretta da Paolo Gentiloni. Ma è l’amico Gianni Riotta, conterraneo di sei anni più vecchio, a fargli fare il salto, chiamandolo nella redazione di Milano, Italia. È il ’93. Il rapporto tra Gianni e Michele è solido e complice, sono pure imparentati, cognati per l’esattezza, avendo sposato due sorelle, la scienziata Maria Laura Gennaro, Riotta, e Daniela, Anzaldi, dalla quale ha due figli. Con Gentiloni e Riotta la carriera di Michele decolla (per la verità decolla anche la vita privata, perché dopo la separazione da Daniela, Anzaldi sta con Flaminia Lais, portavoce del ministro degli Esteri).

Sempre nel ’93, dicembre, Rutelli diventa primo cittadino di Roma e di lì a poco ha bisogno di un capo ufficio stampa. Anzaldi è perfetto. Il sindaco se lo prende e lo tiene come portavoce anche nei successivi incarichi, da vicepremier del governo Prodi e ministro dei Beni culturali. Michele lo protegge con massima dedizione, se serve anche litigando con Barbara Palombelli che, stando a lui, gli fa frequentare troppi salotti radical chic. Lui no, non si distrae. Tolta quella per i cavalli, non gli si conoscono passioni particolari. È tenace, puntiglioso, ispido. “Quando scrivevi qualcosa che non gradiva, complice l’accento, la minaccia sapeva di lupara”, versione immaginifica. “È l’ufficio stampa che ha il record mondiale di smentite, tanto era poco accomodante. Chiedere ai colleghi delle agenzie”, antipatizzante.

Rutelli declina, nel 2007 la Margherita si scioglie nel Pd, ma Europa, organo ufficiale, resta in vita fino al 2014 (lo è tuttora online). È lì che Anzaldi conosce Nino Rizzo Nervo, Stefano Menichini, Filippo Sensi, geniale autore di Nomfup. Il Pd è in mano a Bersani, e Michele e Filippo cominciano a seguire il giovane Renzi che passa da presidente della Provincia a sindaco di Firenze. Pian piano ne diventano l’ufficio stampa ombra, promuovendo l’immagine del giovane politico dalle idee innovative, fino ad attirare l’attenzione del New York Times che, a inizio 2012, grazie allo sforzo del sindaco di “costruire una città vivibile e viva”, inserisce il capoluogo toscano in uno dei 45 luoghi assolutamente da visitare nel corso dell’anno.

Tredici mesi dopo, alle politiche del 2013, Anzaldi è candidato alla Camera, in posizione blindata, in una circoscrizione dell’Emilia Romagna. A sorpresa, per molti. Non per gli osservatori più attenti della galassia renziana. Impegno e zelo sono ripagati. E “Matteo” non lo smentisce. Per ora…

Leosini e Annibali, due donne contro?

L’attrazione fatale dei giornalisti di razza è, generalmente, tuffarsi nelle situazioni impervie. È qualcosa d’istintivo, di paragonabile alla tentazione di maneggiare la bomba a mano ancora inesplosa. Franca Leosini, la lady omicidi della televisione, ha fatto di questa attrazione la sua mission. Da quattordici anni il suo programma su Raitre s’intitola Storie maledette ed è tutto chiaro. Lei è diventata un’icona, un mito del popolo del web, un cult dell’intellighenzia come pure dello spettatore comune con la passionaccia per la cronaca nera. “Vado a incontrare persone che sono come me e come lei – ha detto a Silvia Fumarola di Repubblica – ma che sono cadute nel vuoto di una maledetta storia”. I buchi neri dell’anima. I gorghi della psiche. Un raptus improvviso che esplode dopo essersi coagulato nel profondo. Un atto violento che affiora da un’ossessione. Una vendetta causata da una lunga repressione. Niente professionisti del crimine, assassini seriali, capiclan. “Persone che non rifarebbero più quello che hanno fatto”, sottolinea.

In questo ciclo di incontri appena concluso e per la prima volta in prima serata, Leosini ha intervistato Rudy Guede, lo studente ivoriano condannato a sedici anni per la partecipazione all’omicidio di Meredith Kercher, accusa che rigetta in toto; Celeste Saieva,  la “mantide religiosa siciliana” condannata a trent’anni per l’omicidio del marito, Michele Cangialosi, per il quale si proclama innocente; Luca Varani, che deve scontare vent’anni per aver fatto sfregiare con l’acido l’amante Lucia Annibali. Soprattutto quest’ultima intervista (titolo: Quando l’acido ti sfregia l’anima) ha suscitato parecchie polemiche, sulla scorta delle dichiarazioni del procuratore di Teramo Manfredi Palumbo, che ha giudicato inopportuna la sua messa in onda. Varani, in effetti, non aveva finora risposto alle domande dei magistrati, mentre lo ha fatto a quelle di Leosini, dando così la stura a interrogazioni parlamentari e reprimende varie.

Ovviamente, con sommo disappunto dei censori, l’intervista è andata regolarmente in onda, con tutta la sua carica evocativa e i suoi contenuti da acquisire agli atti processuali. Leosini è stata ipnotica e suadente, come al solito. Forse una certa gratificazione per la fama conquistata anche sui social traspare nella lunghezza di quelle che, più che domande, sono lunghi raccordi narrativi davanti ai quali l’intervistato riesce a dire poche cose. La conduttrice paragona il suo programma a una “seduta di analisi”, in cui “rubo l’anima per poi restituirla”. È la funzione psico-sociale di Storie maledette (“La lettura del Paese attraverso i delitti è interessante…”, ha spiegato sempre a Repubblica). Noi telespettatori seguiamo questa seduta per una certa attrazione morbosa e per l’abilità dell’analista. Ma anche, con un inevitabile effetto collaterale catartico, per sgravarci la coscienza dei nostri turbamenti, generalmente più soft di quelli rappresentati.

Al termine della lunga intervista, frutto come tutte di una preparazione maniacale, Varani ha detto che “se un giorno Lucia potrà perdonarmi, potrebbe fare bene anche a lei. E certamente la sua richiesta arriverà alla vittima. La quale in un articolo sul Corriere della Sera, ha spiegato le ragioni del suo rifiuto a vedere il programma:  “Da tempo, ormai, le mie orecchie sono diventate sorde alle parole di quell’uomo… Io c’ero mentre vivevo nel terrore, ed ero lì le volte in cui sarei potuta morire… Non ho bisogno che qualcuno mi racconti com’è andata, o che mi spieghi che cosa ho provato in quei momenti”.

Difficile che la mission del giornalismo collimi con la sensibilità delle vittime, se vive. Però la richiesta di perdono di Varani c’è.

Che fuori tempo che fa, meglio il varietà del pulpito

Una delle cose migliori di questa edizione di Che tempo che fa è la sigla pescata da Fazio e dai suoi autori in un disco di Sam Cook del 1962. S’intitola Twistin’  The night Away e sprigiona energia allegria leggerezza. Di cose belle in questa annata del programma di Raitre, la quattordicesima, ce ne sono parecchie, in particolare nell’edizione del sabato, Che fuori tempo che fa. Innanzitutto la riscoperta comica di Nino Frassica, un fuoriclasse assoluto. Se c’è un esempio dell’essere felicemente fuori tempo è il Frassica del sabato sera. Solo il siparietto del finto Rischiatutto vale la serata e a Fazio la palma della miglior trovata dell’anno. Ma l’antologia delle gag e dei calembour meriterebbe un pezzo a parte. Un filo più didascalica è la presenza di Fabio Volo che ha bisogno di tempi più lunghi, vedi intervista a Tarantino. Promettente anche la partecipazione fissa di Gigi Marzullo, come quella di Maurizio Ferrini, anche lui come Frassica un’invenzione di Arbore. Sabato tra gli ospiti c’erano Fausto Brizzi, autore di Ho sposato una vegana, purtroppo, accompagnato da Claudia Zanella, attrice, nonché la vegana in questione, giustamente bersagliata per l’integralismo tipico di chi sceglie questa filosofia non solo alimentare. Tanto più che, oltre a Katia Ricciarelli – s’intuisce una buona forchetta – l’altro ospite era lo chef Massimo Bottura, fresco vincitore di un importante premio europeo. Come s’immagina, tenere l’equilibrio tra palati così diversi non era facile, ma tra il serio e il faceto, terreno in cui dà il meglio, Fazio ci è elegantemente riuscito. In questi casi, quasi sempre, il problema si pone alla fine dello show, quando torna in campo Massimo Grammellini.

Il fatto è che in Fazio convivono due anime. Quella leggera goliardica arboriana, e quella moralistica savianesca. A volte si combinano armonicamente, come accadde in Vieni via con me (ma erano anni di polemiche e conflitti culturali accesi). Altre volte no. Fateci caso, anche nel nome e cognome di FF sono presenti queste due anime. Basta il cambio di consonante dall’uno all’altro per trasformare la morbidezza e l’affabilità di Fabio nel suono tagliente e allusivo di Fazio. Tenere in equilibrio queste due componenti non è cosa facile. Quando c’erano direttori come Angelo Guglielmi (Diritto di replica) e Carlo Freccero (Quelli che il calcio, Anima mia) veniva meglio. Ora si va per tentativi. Fazio ha sempre avuto bisogno di un partner, una sponda a cui mandare la palla. Claudio Baglioni, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto. Con la quale si registra il sodalizio più duraturo, forse proprio perché le performance di Luciana estremizzano in chiave satirica il suo lato leggero-graffiante. Quello che lui esibisce nel breve monologo d’inizio puntata.

Da qualche anno nel programma è cresciuto il ruolo di Gramellini, editorialista e vicedirettore de La Stampa, un fuoriclasse del corsivo. Il suo Buongiorno vanta, come La Settimana enigmistica, innumerevoli e vani tentativi di imitazione. Solo che, in televisione, i corsivi possono risultare un filo pedanti (memorabile l’imitazione di Checco Zalone). Dipende soprattutto dal contesto. Nella nuova versione misto-talk, con tanti ospiti, alcuni fissi, a chiacchierare e cazzeggiare al tavolo come tra amici, Che fuori tempo che fa è un concentrato di energia e spensieratezza che potrebbe persino durare più dell’ora e mezza canonica.

Un vero varietà, senza aggiunte. Alla maniera dell’arboriano Quelli della notte. Gli interventi di Gramellini sono due, uno all’inizio, Le parole della settimana, che, con qualche inevitabile alto e basso, sono un buon avvio dello show. E uno alla fine, L’ultima parola, che però arriva a chiudere come una parentesi un po’ forzata il fermento della puntata. A quel punto Che fuori tempo che fa diventa, purtroppo, un varietà con uso di pulpito. Il problema è che Gramellini, oltre che coautore, è anche co-conduttore…

Mamma Rai, Papà Corriere e Rischiatutto

Mamma mia, che filippica. Dal Corriere della Sera di Luciano Fontana e Aldo Grasso non me l’aspettavo. Un pezzo intriso di telesociologia e messaggi cifrati per dire che no, su Rischiatutto di Fabio Fazio non si può. Il telequiz 2.0 su cui la Rai “punta molto” è bello, moderno, soprattutto intoccabile. Fin d’ora. Guai a dire che va in onda su Raitre anziché su Raiuno, come Fazio sognava e tanti pronosticavano. Non si sa se si siano risentiti i massimi vertici della tv pubblica, i direttori di Raitre e Raiuno o FF in persona, ma per pubblicare o far pubblicare un pezzo così qualcosa dev’esser successo in Viale Mazzini.

Come che sia, sorprende il tono della finta cronaca che ha tutta l’aria di essere una replica all’indiscrezione pubblicata una settimana fa da CaveVisioni.it. Peccato non venga citato. Ma tant’è, non si può aver tutto dalla vita… Però, la sostanza resta questa: una replica senza spiegare ai lettori l’antefatto. Che è questo.

Venerdì scorso avevo scritto su questo blog che, a differenza di come si era sempre pensato, Rischiatutto sarebbe andato in onda su Raitre e non su Raiuno. E che anche il calendario del palinsesto era cambiato: non più in primavera, bensì in autunno. Da febbraio, sulla Terza rete si sarebbe vista una striscia quotidiana con il casting dei concorrenti, mentre Raiuno avrebbe trasmesso solo una serata spot per dare appuntamento in autunno, il giovedì, sulla rete diretta da Andrea Vianello.

Fatti precisi e non smentiti dal Corriere, se non per il dettaglio che le puntate sulla Prima rete saranno due anziché una. Tutto il resto è confermato. Eppure, leggete e strabuzzate:  “La Rai ci crede a tal punto (in Rischiatutto 2.0) da spalmarlo su due stagioni (quella in corso e la prossima, in autunno) e su due reti (Rai1 e Rai3, appunto)”, scrive Renato Franco con zelante dispendio di parentesi. E continua: “Per la Rai da un lato è un progetto su cui c’è un forte investimento d’immagine,  ma dall’altro rappresenta anche un approccio nuovo. La sinergia tra le reti rientra nella nuova filosofia che la tv di Stato vuole inaugurare – s’incarica di edurre il collega – : al di là della specificità di ogni canale e delle differenze di target che ogni rete deve intercettare, la Rai intende cambiare modo di porsi e ragionare come un’unica entità. In questo senso va letto il passaggio di testimone tra reti. Questa collaborazione serve proprio a dare più forza al prodotto – prosegue volenteroso Franco – un bagno ‘popolare’ su Rai1 che ha un bacino di pubblico più ampio di Rai3 (ma dài!?) per cercare di pescare nuovi potenziali spettatori”.

E avanti così, per un’altra decina di righe di bla bla che profuma (?) di intervento da convegno o di comunicato stampa. In sintesi, di velina di Mamma Rai, preoccupata di promuovere il suo “programma patrimonio della tv pubblica e del costume italiano, ma che vuole guardare anche al futuro nelle sue declinazioni multipiattaforma”. Ma preoccupata anche di proteggere FF, il Figlio Fortunato…

Rischiatutto resta su Rai3 e slitta in autunno

Rischiatutto non ce l’ha fatta a conquistare Raiuno e sarà trasmesso da Raitre. Era il programma più atteso della stagione. Un grande ritorno, un marchio storico della Rai dei momenti di gloria, correvano gli anni ’70. Da tempo Fabio Fazio lavora al progetto di una nuova edizione del principe dei telequiz, annunciato alla presentazione dei palinsesti del luglio scorso come l’asso della stagione 2016 e il sogno accarezzato della promozione su Raiuno. Invece no, quello che, guidato da Mike Bongiorno il giovedì sera, inchiodava davanti al video l’Italia intera (la media fu di 22 milioni di telespettatori, con punte di oltre 31, non c’erano ancora la tv commerciale e tantomeno l’Auditel) non ce l’ha fatta ad approdare sul “programma nazionale” come si diceva un tempo, e resterà su Raitre. Non solo. La seconda notizia è che il quiz slitta in autunno.

Chissà. Avrà puntato i piedi il direttore Andrea Vianello volendo difendere il lavoro di Fazio e della sua squadra… Oppure si sarà considerato di sostenere la sua rete che non scoppia di audience… Sarà stata una decisione della nuova dirigenza Rai per partire bene l’anno prossimo… Fatto sta che calendario e palinsesto hanno subito diversi aggiustamenti. Dopo il Festival di Sanremo, su Raitre andrà in onda una striscia quotidiana dal lunedì al venerdì con il casting dei concorrenti, un po’ in stile reality. L’orario previsto è quello attualmente occupato da Sconosciuti. Sarà certamente una strategia per alimentare l’attesa, in verità già lunga, e fidelizzare il pubblico più giovane che di Rischiatutto ha sentito parlare dai nonni. In primavera Raiuno trasmetterà un’unica puntata, rinviando al prossimo autunno quando, nella tradizionale serata del giovedì, il nuovo Rischiatutto diventerà appuntamento fisso di Raitre.

Con l’eccezione della regia di Duccio Forzano, non si sa ancora molto del cast. Se Fazio si contornerà dei suoi collaboratori abituali, da Luciana Littizzetto a Filippa Lagerbak. O se, come qualcuno ipotizza, coinvolgerà anche Nino Frassica, protagonista tutti i sabati a Che fuori tempo che fa, di una delle gag più esilaranti in circolazione quando mette in scena una demenziale sfida tra due concorrenti improvvisati del futuro telequiz.

Ai tempi di Mike Rischiatutto andava in onda su Raidue (Raitre non esisteva) per approdare sulla “rete ammiraglia” solo in occasione delle puntate finali. Fu ugualmente un successo storico.