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Pagelle Sanremo: vincono ospiti, Mina e Spinoza

Trio al comando (Baglioni, Bisio, Raffaele). In fondo questo 69º Sanremo è stato uno sfregio alla competenza, tipo i ministri della Prima repubblica rimbalzanti da un dicastero all’altro, con effetti noti. Di tre conduttori nessuno lo era. Se un cantautore di lunghissimo corso vuol presentare e dirigere artisticamente (3 per l’egocentrismo) è facile che incappi nel conflitto d’interessi. Troppo potere in una sola persona. Che nemmeno l’invenzione della «contiguità» virtuosa della direttora di Rai 1 Teresa De Santis (6 per lo sforzo) riesce a far digerire. Lo sapeva bene Gianni Morandi (8 a posteriori) che volle limitarsi a condurre. Se poi prendi due comici affermati e li metti a leggere il gobbo del regolamento la frittata è completa. Inevitabile che producano risate stiracchiate, vedi sketch in coppia scoppiazzati, da Giochi proibiti con la chitarra alla rovescia a Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo (4 agli autori). Operazione ardita passare dal ruolo istituzionale alla goliardia. Arditissima passare dal voto a 51 centesimi al monologo togliendosi la giacca. Si finisce alle gag di pernacchie o a riciclare il libro del proprio autore, vero Bisio (4 per lo spaesamento)? Qualche possibilità in più ha avuto Virginia Raffaele ricorrendo all’eclettismo di showgirl, mimo, imitatrice, niente parole e pistolotti (6.5). Comunque tutti al di sotto delle loro potenzialità. Fuori ruolo.

Comici veri. La riprova è che, svincolati da altri compiti e copioni, il numero comico del Festival l’hanno fatto Pio e Amedeo spazzolando tutti, da Silvio Berlusconi a Pier Silvio Berlusconi, dallo stesso Baglioni a Pippo Baudo, con la loro verve scorretta (8). Rovinato solo dalla chiusa buonista con lunga citazione dell’ennesima canzone di Baglioni (5). Senza sconti.

Amici e compari. Più nascosti possibile, eppure la loro presenza dietro le quinte più trasparenti di sempre ha zavorrato irrimediabilmente il Festivalone. Michele Serra si è trovato con le mani legate dal ruolo di presentatore del suo assistito (4 alla reattività). Federico Salzano aveva già condizionato tutto e tutti già al momento delle selezioni (3 alla mancanza di stile), presenziando alle audizioni dei potenziali concorrenti nel camerino di Baglioni in tour. La peggior disgrazia sarebbe che vincesse un cantante Friends & Partners. Ombre lunghe.

Striscia la notizia e Dagospia. Controinformazione al caravanserraglio (8). Senza paure.

Canzoni. (5 di media) Abbinamenti azzardati: Patty Pravo e Briga. O anonimi: Federica Carta e Shade. Anche certi duetti sono sembrati sbilanciati: Noemi soverchiante Irama, Manuel Agnelli megalomane con Daniele Silvestri. O chimici, in senso lato: Achille Lauro e Morgan. Notevole invece l’apporto del violino di Alessandro Quarta al Volo. Insopportabile l’overdose incontrollata di rap (3). È dovunque, come la rucola negli anni Novanta. Quasi tutti i brani con lo stesso spartito: rap, strofa melodica, rap. Rap-presaglia.

Ospiti italiani. Idea pregevole, i momenti migliori del Festival (7.5). Andrea Bocelli con suo figlio, Antonello Venditti e Baglioni che cantano Notte prima degli esami, il medley di Raf e Umberto Tozzi che trasforma l’Ariston in discoteca, la magia di Notre dame de Paris di Riccardo Cocciante, Giorgia, Fiorella Mannoia. Peccato per certe esibizioni all’ora dei vampiri. Colonna sonora.

Spinoza Live, cioè l’account Twitter di Spinoza.it. Godimento social, stile Gialappa’s band. Antidoto, spesso macabro, al virus della piaggeria che ha inondato l’Ariston. Fulminanti molti tweet del forum. Vere chicche i profili dei cantanti. Andrebbero riportati integrali (9). Limitandosi: «Nek nasce il giorno della Befana del 1972, immaginate quanto erano stati cattivi i genitori…». Zen Circus: «Al Festival porteranno L’amore è una dittatura, di Salvini-Isoardi». Il Volo: «Si esibiscono anche alla cerimonia del Nobel per la pace, che quell’anno viene assegnata agli spettatori in sala». Simone Cristicchi: «Nel 2007 vince Sanremo con Ti regalerò una rosa, battendo numerosi cingalesi». Ex-Otago: «Il brano che portano a Sanremo si chiama Solo una canzone, ma attenti: gli effetti sono gli stessi di quando il radiologo vi dice “Solo una macchietta”». Anna Tatangelo: «Il verso “potrei lasciarmi alle spalle la parte migliore” lascia intendere che le abbiano montato le tette nuove sulla schiena». Oscar all’irriverenza.

Mina e la Tim. Quando la pubblicità è un piacere (9). Opera di Luca Josi, esempio di uomo ombra che funziona. Prima lo spot dei sognatori per il cinquantesimo dello sbarco sulla luna, con un’inedita versione di Kiss the Sky di Jason Derulo. Poi il capolavoro finale: Timtarella di luna… Ti connetti sotto i tetti… Tim Tim Tim fasci di fibra. Geniale.

Omaggi funebri. Alcuni riusciti, come quello a Lucio Battisti con Emozioni cantata da Baglioni e Marco Mengoni (8). Altri venuti male, come quello a Lelio Luttazzi, sempre Baglioni con la Raffaele (4). Poi ci sono quelli doverosi e sgrava coscienza, come per il compleanno di Fabrizio Frizzi, al quale non è mai stato proposto di condurre il Festival ma, ha rivelato Baglioni: «Io l’anno scorso ci avevo anche pensato» (3). Sorprendente la dedica di Fabio Rovazzi al papà (7) morto quando aveva 16 anni. Trascendentali.

Matteo Salvini. (7.5) Convitato di pietra evocato, citato e ritwittato. Tutti a interrogarsi sulle sue reazioni, si può o no parlare di politica? Per Bisio no, Pio e Amedeo han dimostrato che sì. Lui ha postato «Evviva #Sanremo», con selfie davanti alla tv. Ha scomunicato Achille Lauro per il sottotesto stupefacente. Vincitore morale.

La Verità, 10 febbraio 2019

«Atlanta», un dramedy innovativo ma non troppo

Mio figlio Alberto è un consumatore seriale di serie tv. Io ne vedo qualcuna meno. Perciò, eccoci qui.

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Atlanta non è una grande metropoli americana. È la città dove fu ambientato Via col vento ed è la città sede della Cnn. Atlanta è il titolo di una nuova serie prodotta da FX e trasmessa in Italia il giovedì sera da Fox. Una serie caricata di molte aspettative, solo in parte mantenute, sostiene Alberto. Per conto mio è una serie con una sua carica innovativa.

Al centro della storia c’è Earn (Donald Glover), un trentenne che si è preso un anno sabbatico, in realtà sono già tre, dopo aver frequentato l’università di Princeton, non si sa se con successo o meno. Tornato ad Atlanta, rifiutato dai suoi genitori che vivono in una più che dignitosa villa con giardino, Earn deve inventarsi qualcosa per meglio mantenere figlia e compagna perché il lavoro di promotore sconti all’aeroporto, oltre che noioso, non è sufficiente. Il cugino Alfred Miles, in arte Paper Boi (interpretato da Brian Tyree Henry), è un rapper emergente che sta sempre con Darius, compare di spaccio e fumo. Per svoltare, Earn si propone di fargli da manager, ma deve vincere le sue resistenze.

Atlanta è un dramedy che mescola argomenti drammatici a un impianto comedy. Anche la durata dei dieci episodi, venticinque minuti appena, sottolinea questa impostazione leggera. La trama è piuttosto vaga, si seguono questi tre personaggi mentre sfangano la giornata, cazzeggiano, studiano espedienti per uscire dalla monotonia periferica della città che, in realtà, rimane sullo sfondo perché la storia si sviluppa tutta all’interno della black community. Per questo, osserva Alberto, è facile che diverse cose sfuggano alla maggioranza del pubblico europeo. Per esempio, il dialogo tra Paper Boi, Earn e Darius che, alle 4.30 del pomeriggio, si ritengono «in ritardo» per la loro attività (in riferimento alle 4.20, l’orario in cui gli amanti della cannabis la fumano abitualmente). Oppure l’arresto di un personaggio minore solo per aver bevuto una birra nella veranda di casa con un amico che non vedeva da molto tempo (negli States non si può bere alcol per strada). Un altro elemento caratteristico della serie è come fotografa il mondo hip hop nelle sue contraddizioni. La prima riguarda la faccenda del manager. Il rap è nato come musica antisistema e di contestazione del mercato, ma il ricorso al manager è già un cedimento alle sue leggi. La seconda, continua Alberto, c’entra col rapporto tra musica e violenza. C’è un dialogo tra un fan nostalgico del rap anni ’90 che dice a Paper Boi di essere uno degli ultimi veri rapper perché ha sparato a uno che si era messo di mezzo. Poi c’è un agente di polizia, anche lui nero, che, appena Paper Boi viene rilasciato dopo il fermo per spaccio, gli chiede di farsi una foto con lui.

Earn e Paper Boi in «Atlanta»

Earn e Paper Boi in «Atlanta»

La discriminazione razziale, il rapporto tra musica e criminalità, l’ambiguità delle forze di polizia sono argomenti tosti. Ma senza una trama definita, senza storie esemplari o vittime di palesi ingiustizie, tutto è proposto con tono leggero, nello slang della comunità nera nel quale dominano l’ironia e l’umorismo tipico della satira praticata da Donald Glover in altri show (uno spettacolo stand-up su Comedy Central, la sitcom Community su Nbc). Qui sta il carattere più innovativo di Atlanta. Dove invece la serie manca di originalità è proprio nella scelta del microcosmo al centro della storia, nel suo carattere introverso, cioè tutto interno alla vita della comunità nera. Come in Empire, i neri sono sempre rapper poco raccomandabili, gente borderline, musicisti criminali. Quando va bene sono sportivi a caccia di riscatto sociale, come in Ballers. Forse sarebbe ora di mostrare anche storie di emancipazione dei neri. Perché, per esempio, non raccontare meglio chi è il padre di Earn che vive in quella bella villa? Capire se se l’è fatta lavorando sodo, magari facendo l’uomo d’affari in qualche azienda di Atlanta? Qualcuno, per spiegare la contemporaneità della serie, ha tirato in ballo il sogno incompiuto dell’uguaglianza razziale promessa da Obama. Ma sembra una via di fuga un tantino semplicistica.

Alla fine siamo d’accordo: innovativa nel linguaggio e nella formula, un po’ meno nella storia.

i caverzan